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Artemide B.
2062 - Il castello delle amazzoni

2062 - Il castello delle amazzoni
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Primo capitolo

PARIGI, SABATO 27 MAGGIO 2062

Una calca interminabile di persone, che s'estendeva dall'Arc de Triomphe fino al distretto finanziario de La Défense, andando poi a diradarsi oltre il confine fra Courbevoie e Puteaux, era in festante e trepidante attesa dell'annuncio da parte della Presidentessa.
Olympe de Gérardet, ex candidata del partito France Unie e al secondo mandato come capo di Stato francese, mirava la marea umana all'orizzonte con sguardo stralunato, come se lei stessa fosse rimasta sbalordita dall'imprevisto successo dei paesi facenti parte dell'Union Méditerranéenne contro la potenza prussiana.
Olympe de Gérardet stava aspettando che cessasse il fragore vociferante di quelle folle smisurate, talmente tanto vorticoso e disarticolato che pareva quasi uno di quei tornado che periodicamente abbattono la loro furia sul Midwest statunitense, lasciando dietro di essi una scia di tetti scoperchiati e città soverchiate.
Olympe de Gérardet stava al centro di quel palco improvvisato, davanti all'Arc de Triomphe. I pantaloni e la giacca di gessato in tinta unita nera, insieme alla postura impettita, le conferivano quell'aura di comandante in capo delle Forze Armate che desiderava scientemente esternare.
Una volta terminato il clamore indistinto, si schiarì la voce e iniziò il suo discorso alla nazione.
«Popolo di Francia... ABBIAMO VINTOOOOOOOO!» gridò con tutto il fiato che aveva in corpo. Il tumulto delle masse fu estemporaneo, un giubilo infantile e dirompente prese il posto dell'ansiosa adrenalina accumulatasi fino a quel momento.
«L'esercito dell'Union Méditerranéenne è entrato a Danzica, ultima roccaforte della resistenza prussiana. Da oggi tutti i territori della Prussia, dal Reno fino al Mar Baltico, da Vilnius fino a Rotterdam, da Berna fino ad Aarhus, da Klagenfurt fino a Kaliningrad sono sotto il controllo delle nostre truppe!» scandì lentamente Olympe de Gérardet, come se stesse annunciando un dispaccio dal fronte in ossequiosa presenza delle più alte cariche militari. Nuove grida d'irrefrenabile tripudio si levarono dalle folle, le quali iniziarono ad intonare cori in rima a favore della Presidentessa.
«La Francia è stata orgogliosa di combattere questa guerra a fianco dell'Italia, dell'Iberia, della Lega Adriatica, del Sahel Confederato, del Maghreb francofono, del Nuovo Sudafrica e della Grande Macedonia, paesi che ringraziamo per il loro contributo decisivo sui vari fronti aperti a settentrione in questi anni, così come commemoriamo il sacrificio di vite umane che ha comportato per i nostri alleati difendere la nobile causa in comune della libertà e della fratellanza fra i popoli!» Un boato squarciò quel pomeriggio uggioso d'inoltrata primavera parigina. Il sibilo d'un vento che non accennava a rassegnarsi all'idea di un'estate imminente riusciva a malapena a coprire le urla festanti provenienti dalle retrovie, retrovie che vedevano assiepate migliaia e migliaia di persone intorno a La Défense.
«E perciò... e perciò care concittadine e cari concittadini... e perciò vi dico che questa quarta guerra mondiale non sarà stata combattuta invano, che quanto fatto dalla Prussia non rimarrà impunito, che la Prussia verrà smembrata in tanti stati e staterelli quanti ne saranno necessari per ridurla all'irrilevanza militare, in modo che non possa nuocere più ad alcun altro Stato per i prossimi decenni!» chiosò Olympe de Gérardet all'apogeo dell'esaltazione. Il pugno duro che intendeva usare nei confronti dei prussiani nelle trattative post-belliche parve piacere tantissimo ai francesi, a giudicare dai rapidi olé in successione con cui venne accolta la proposta.
«Come primo punto in sede internazionale proporrò l'esilio e la prigionia vita natural durante a Sermersooq di tutti, e dico bene, tutti i generali dell'Armata Arancione! Questa sarà una conditio sine qua non, senza la quale nessun processo di pace potrà essere iniziato e portato avanti!» rincarò la dose la Presidentessa, per dimostrare la sua ferrea determinazione nel punire i maggiori responsabili del capitolato campo avverso.
«Ben gli sta, a quegli stronzi!» pensò Eloïse Ducarré, sballottata a destra e a manca nelle primissime file di fronte al palco, mentre la baraonda circostante sovrastava le sue elucubrazioni mentali. «Vivranno il resto delle loro abiette esistenze nell'oblio glaciale delle carceri delle Terre Neutre di Groenlandia!»
L'eco “interna” di quelle parole ebbe subito un effetto rassicurante sull'impressionabile psiche della ragazza lorenese, che s'era trasferita da Nancy a Parigi per studiare alla facoltà di Sciences Po l'anno prima che scoppiasse la guerra. Dopo che la politica, per la quarta volta nel giro di meno di 150 anni, non era riuscita mondialmente a far prevalere le ragioni della diplomazia rispetto a quelle delle armi, Eloïse aveva deciso di rinunciare alla carriera accademica nel ramo politico, per tuffarsi anima e corpo in quello agronomo: sognava un giorno di poter tornare nelle campagne della natia Meurthe-et-Moselle e dedicarsi alla produzione o al commercio del tipico formaggio molle della regione Lorena, il Munster Géromé.

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