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Marco Peluso
Affamata d’amore

Affamata d’amore
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Primo capitolo

I
Dio, mi sentivo come ficcato in una centrifuga. Decine di facce giravano attorno a me. Velocemente. Come se fossi avvolto in un vortice. Un vortice di melma! Viscida, densa scura melma.
Un tremendo giramento di testa. Crampi allo stomaco. Senso di nausea. Vertigini. Gambe molli. Tachicardia. Fitte alla bocca dello stomaco.
Stavo morendo?
No, non stavo morendo. Ero in un incubo. In un inferno ben peggiore della morte. Chiuso in una gabbia da cui non potevo fuggire. Intrappolato in una vita che mi si stringeva contro come possenti e invalicabili mura di cemento.
Non riuscivo più a respirare. Ma non potevo scappare. Dovevo essere lì! Era importante che io fossi lì! Alla terza presentazione del mio libro. Uno dei tanti scritti negli ultimi due anni.
Uno scrittore emergente. Che cazzo di fregatura! Un’illusione, proprio come credere al Natale, a Gesù Cristo, a Buddha, alla Fatina dei denti o alla bontà di Dan Aykroyd.
Sì, ero uno scrittore emergente. Ecco cosa! Uno che aveva scritto dei libri, ma continuava a morire di fame, passando da un lavoro a un altro solo per pagarsi il tetto. Solo per pagarsi il diritto a sopravvivere.
E io che pensavo essere uno scrittore emergente significasse vendere migliaia di libri. Dover sfuggire dai fan che ti fermano per strada in cerca di un autografo. Vedere la propria faccia in TV, o su di un cartellone pubblicitario, magari mentre pubblicizzi una nuova marca di carta da culo.
Invece ero lì, in una piccola stanza dalle pareti ricoperte da merdosi graffiti sulla pace o su popoli lontani migliaia di chilometri. In una stanza piena di mobili africani, orientali, marziani. Un tempio della cultura! Uno di quei luoghi dove i figli di papà sono soliti riunirsi per spararsi seghe a vicende, mostrando al mondo quanto sono capaci, buoni, nobili, poetici, speciali.
Beh, di gente speciale lì non ne vedevo. Né io mi sentivo speciale.
Ero nessuno! Uno sconosciuto tra decine di sconosciuti. Un niente nel niente!
Ma dovevo essere lì. Ero uno scrittore emergente, e dunque dovevo stare lì. Tra tanti scrittori emergenti. Tra tanti coglioni che sarebbero spariti nel nulla, proprio come me. E accanto a me, sorridente, e senza chiudere la sua cazzo di bocca, se ne stavano un coglione alto, magro, e vestito come un commesso viaggiatore.
Era Mario. Almeno così avevo capito. Anche se per me, quello stronzo, poteva chiamarsi in qualsiasi cazzo di modo.
Non me ne fotteva niente di lui. A stento lo conoscevo. Era solo uno dei tanti stronzi che frequentavano quel dannato centro sociale al centro di Napoli. Uno dei tanti scrittori falliti, pittori falliti, scultori falliti, guru falliti, esseri umani falliti. E come tale, passava le giornate dedicandosi a progetti umanitari atti a salvare qualche popolo medio orientale, o a occuparsi di qualsiasi cosa fosse arte. E la mia era arte! Non sapevo chi l’avesse deciso, ma era così. Ero uno scrittore fallito che aveva scritto sette romanzi, di cui uno su carta. Dunque si trattava di arte! Anche se con ogni probabilità né lui né nessun altro aveva letto una sola parola da me scritta.
Beh, lui aveva letto forse qualche riga. Il giusto per fare da relatore a quella mia ennesima presentazione. A quell’ennesima pagliacciata che non avrebbe mai permesso a uno dei miei libri di vendere 10.000 copie, né a me di entrare nella storia.
« Direi che tu, Marco, hai descritto benissimo ciò che prova la povera gente» disse, infatti, quel babbeo seduto al mio fianco in quella stanza piena di opere d’arte moderna ed etnica, sorridendomi e fissandomi con due occhi da cernia. «Pensi dunque che sia azzeccato che alcuni ti paragonino a Bukowski?»
Ed ecco un colpo dritto in petto!
Il suo sorriso. I loro sorrisi. Il suo sguardo. I loro sguardi. Le sue parole. Il loro silenzio.
Stavano attendendo! Tutti stavano attendendo me. A nessuno fotteva un cazzo di me, ma tutti stavano attendendo me. Tutti stavano attendendo una risposta. E non da me, ma dallo scrittore. Da quel povero coglione che aveva venduto sì e no 50 copie in un mese. Da quell’emerito sconosciuto che non sarebbe mai uscito dal nulla. Non sarebbe mai diventato famoso come Coelho, né tanto meno come un fottutissimo Leonardo Di Caprio.
E io cosa dovevo fare?
Uccidili tutti! Fai fuori quei dannati figli di puttana. Tira fuori un coltello dai tuoi jeans e piantalo nella gola di quel saccente e fasullo pezzo di merda, e poi con la tua zippo dài fuoco alle tendine zen di questa cazzo di sala, vedendo bruciare tra le fiamme dell’inferno tutti questi inutili ammassi di carne.
Sì, sarebbe stato bello. Davvero bellissimo! Le loro urla. Il loro terrore. La loro disperazione.
Invece, da bravo stronzo, mi limitai a sorridere abbozzando un timido: «Ehm, non saprei.»
E via con qualche parolina tra i miseri spettatori. Qualche sorriso. Qualche applauso di convenienza. E ancora uno smagliante sorriso dal mio nuovo amichetto speciale, Mario. Mentre io, immobile, offerto in olocausto a quegli sconosciuti, restai fermo, sorridente, desiderando immensamente di ubriacarmi per sfuggire da quella situazione. Da quel mondo orribile che mi stringeva le tempie come se fossero stritolate da possenti tenaglie di metallo.
Ma dovevo tener duro. Parola dopo parola. Sorriso dopo sorriso. Stronzata dopo stronzata.
Ero la star. Ero il bambino che recitava la poesia di Natale ai propri parenti. Ero uno sconosciuto di cui a nessuno fotteva un cazzo. Uno dei tanti sconosciuti finito lì solo per aver scritto un libro che nessuno avrebbe mai letto.
Dio, cominciai a sudare freddo. Un tremendo senso di terrore mi avvolse. Un nodo alla gola mi soffocò quasi letteralmente. Il cuore batteva forte. Il sangue pulsava irruento nelle mie vene fino a irrorare il cervello. E ancora, vertigini, nausea, gambe pesanti, mani sudate, la testa che girava.
Stavo morendo! Quella gente mi stava uccidendo con le loro domande. Con la loro pretesa di conoscermi. Con il loro desiderio di mostrarmi quanto fossero speciali. Quanto fossero profondi. Quanto tutti fossero degli artisti.
Sentivo in me il bisogno di soffocare qualcuno. Di urlare. Di afferrare quella dannata bottiglia d’acqua davanti a me e fracassarla contro a un muro. E invece non mi uscii dalla bocca niente se non un “Grazie” a qualche insipido complimento. Qualche risposta formale a domande banali. Domande del tipo “Quanto ha scritto è ispirato alla realtà?” “Lei crede che diventerà famoso?” “Signor Gargiulo, lei piange quando scrive?”, o altre patetiche domande sulla mia vita più che su quanto scritto. E io continuai a rispondere a ognuno di quei fessi lì solo per perdere tempo o dimostrare al mondo di essere gente interessata a eventi culturali. Colpo dopo colpo! Pugno dopo pugno. Ripresa dopo ripresa. Finché, finalmente, anche per me suonò la campanella.
Ma non era finita! No, affatto. Nella vita niente finisce mai, se non le cose belle. E quella non era una cosa bella! No, era pura merda, e mi stava soffocando.
Mi alzai dalla sedia, allontanandomi dalla scrivania, mentre il mio nuovo amico Mario cominciò a parlare con un ciccione del tutto identico a Danny De Vito.
Il tipo era anche lui uno scrittore, e Mario, da bravo scrittore fallito e presunto giornalista/critico d’arte/ ricercatore della propria anima/vegano/buddista/rivoluzionario, se ne stava lì fermo ad ascoltare le stronzate di Danny, mentre tutti gli artisti lì in quella sala faceva lo stesso, standosene in piedi o seduti, tutti a parlare di arte. Tutti a parlare del libro pubblicato o che avrebbero pubblicato.
Tutti a parlare di un cazzo di niente!
Io di parlare non ne avevo voglia, anche se quella era la presentazione di un mio libro. Ma nessuno sembrava ricordarsene. Tantomeno io.
Meglio così. Almeno non avrei dovuto rispondere ad altre patetiche domande. Lo show era finito! Ora tutta quella brava gente poteva dedicarsi al vero motivo per il quale era lì, ossia, farsi pompini a vicenda! Sbandierare ai quattro venti quanto loro fossero i nuovi artisti del 2015.
Bah, che facessero ciò che cazzo gli pareva, pensai, allontanandomi sempre più dalla folla, fino a raggiungere un piccolo tavolino di legno piazzato contro a un muro pieno di murales Africani.
Lì sopra, alcune patatine, dei tarallini, coca cola, aranciata, e acqua minerale.
Per fortuna ci stavano anche delle birre. E come guidato da un magnete, subito ne afferrai una.
Guardai l’etichetta. Uno schifo! Merdosa birra nazionale da soli 4,6 gradi. Acqua gialla simile a piscio.
Ma non avevo scelta. No, lì non c’era birra adatta a colossali sbronze, anche se lo scrittore di turno era famoso in quell’ambiente per essere un ubriacone, più che uno scrittore.
La gente non era lì per conoscere i miei libri. Non gliene fotteva un cazzo della mia scrittura. Era lì per vedere la nuova scimmia che balla il tango. Il pinguino che batte le pinne. Il criceto che gira nella ruota.
Erano lì per pesarmi, misurarmi, vivisezionarmi. Per capire se fossi o no uno scrittore maledetto, o altre merdate simili che tanto piacciono agli artisti. E come tale, come scrittore maledetto, non potevo di certo ubriacarmi e gettare merda contro tutti, proprio come facevo di solito.
Dovevo fare sorrisetti. Parlare dei miei due libri.  Fingere di aver avuto una qualche estasi mistica mentre li scrivevo. O anche solo di essere interessato al problema della fame nel mondo. O da bravo scrittore maledetto, lamentarmi della mia vita di merda e fare l’asociale, sì, ma senza ubriacarmi come un rom, per poi iniziare a bestemmiare o a molestare povere donzelle.
Cristo, davvero una situazione del cazzo!
Sì, fanculo alla fame nel mondo. Fanculo al bambino somalo che mi si parava davanti nella tele, magari mentre mangiavo un panino con cotto e provola. E che si fottessero tutti i palestinesi che crepavano sotto ai bombardamenti. Che marcissero all’inferno tutti i nobili paladini della giustizia che manifestavano per i diritti dei gay, degli operai pagati a basso salario, delle foche, dei tonni, o di qualche siriano. Che un devastante maremoto inondasse senza pietà tutta quella merda, pensai, gettando un sorso di quella birra nel mio flaccido corpo, desiderando d’inondare quel mondo che si muoveva in me, senza mai fermarsi. Senza mai permettermi di respirare.
Ma non riuscii a metterlo a tacere. Il mondo era lì dentro. Il mondo era fuori da lì. Il mondo era ovunque, e io ne facevo parte. Ero immerso nella stessa merda da me criticata. Da quella merda che mi fissava sorridendo! Da quella merda da cui non potevo scappare, a meno che non avessi accettato di smettere di scrivere, rassegnandomi a fare lavori inutili per il resto della mia vita. Vivendo da mediocre. Come uno dei tanti. Per poi morire in una maniera altrettanto inutile e mediocre.
Beh, comunque fosse, non ce la feci proprio a restare lì in quella farsa. Diedi un altro sorso a quella birra di merda. Poi allungai la mano verso il taschino della mia bianca e stropicciata camicia da 5 euro, tirando fuori un pacchetto di Marlboro rosse. Ne estrassi una e la ficcai tra le mie labbra. Poi tirai fuori uno zippo dai miei jeans, e attento a non dar fuoco alla mia lunga e incolta barba castana, accesi quella paglia, fottendomene del cartello con su scritto “vietato fumare” piazzato su di un muro coperto di altri graffiti e murales raffiguranti simboli della pace.
Mi avvicinai alla porta e li lasciai tutti lì. Ai loro discorsi profondi. Ai loro dialoghi su come salvare il mondo. Su come cambiare l’economia mondiale. Su come elevare l’anima o convincere ogni essere umano a non mangiare carne né derivati animali.
Uscii fuori da quell’appartamento, e nessuno venne a chiamarmi. Nessuno sembrò notare la mia mancanza.
Meglio così!
Almeno per una volta l’essere nessuno mi aveva aiutato a respirare.
Ma dove stavo andando? Dove volevo andare?
Lontano da lì! Anche se sapevo di non poter davvero scappare. Sapevo che fuori da quel palazzo, scendendo quelle grosse scale di marmo e passando innanzi a porte con sopra targhette d’ottone, sarei presto giunto a un altro inferno. In un nuovo circo pieno di facce e di voci.
Infatti, una volta fuori da lì, fui quasi accecato dalle luci di alcuni lampioni. Dalle luci proveniente dai palazzi. E ancora peggio, da musica reggae o rock e dalle voci di centinaia di scimmie sorridenti che si dimenavano per strada.
Ecco, quello era il mondo! Il genere umano minuto per minuto. La realtà che si scagliava contro di me forte come una mattonata.
Restai in piedi per qualche istante sotto la grossa arcata innanzi al palazzo da cui ero appena uscito. Bevendo quello schifo di birra e fumando la mia paglia. Osservando quella ridicola danza di corpi illuminati da fasci di luce giallognola proveniente da qualche lampione, o da quella lucente e intensa scaturita dalle finestre dei palazzi.
Tutti che parlavano tra loro. Tutti che discutevano in maniera animata. Tutti che sorridevano come se fossero davvero felici di star lì, o che si lamentavano come se gli avessero diagnosticato un cancro al cervello.
Erano parte del mondo! Studenti fuori corso, per lo più, o gente che si spacciava per artisti, per eroi, per gay, per lesbiche, per poetesse o amanti della natura. Tutti accalcati in mezzo a uno spiazzale di pietra cui al centro era ficcato un poderoso obelisco di marmo una volta bianco, e ora coperto da merdosi graffiti.
Piazza San Domenico Maggiore, ecco dove mi trovavo. Proprio al centro di Napoli. Al centro storico di Napoli. Quel posto dove a ogni ora, in ogni momento, centinaia di turisti si accalcavano per vicoli avvolti da alti e antichi palazzi di pietre scure, facendo foto a monumenti o ammassandosi innanzi alle pizzerie, così da poter gustare la vera pizza Napoletana. E tutto mentre al di là dello sfarzo, delle risate, dei click delle macchine fotografiche, in vicoli bui e puzzolenti di muffa e piscio se ne stava la feccia dell’umanità. Gente che viveva in sei in un monolocale e che riuscivano a stento a tirare avanti. Vedove solo che non avevano come altra compagnia se non la voce di un televisore decrepito. Venditori di calzini e di accendini che se ne stavano chiusi nei propri buchi, ubriacandosi con birra in latta da 59 centesimi mentre fissavano il televisore come se fossero ipnotizzati. O ancora, ragazzi che giravano su motorini privi di assicurazione, pronti a tutto pur di permettersi un abito alla moda. Ragazze grassocce e volgari, vestite come vecchie puttane, e pronte a sbraitare contro tutto e tutti. E nascosti nell’ombra di miseri appartamenti, proprio come se fossero topi, qualche nigeriano non abbastanza figo per andare nei locali alla moda, a rappare o a ballare reggae.
Due mondi totalmente diversi. Nello stesso spazio vitale. Divisi solo da possenti e silenti mura di pietra.
Cristo, amavo la contraddizione di quella città. Ma al tempo stesso la odiavo. Odiavo quella gente che ronzava ovunque, proprio come mosche. Odiavo il buonismo di tutte quelle brave persone in quella piazza. Persone vestite come straccioni, ma che pagavano un cocktail ben 6 euro. O stronzette vestite come gitane, ma che avevano tanto di quel trucco attorno agli occhi e un profumo così forte sulla pelle da poter far concorrenza a una puttana di un bordello francese.
E assieme a loro odiavo anche la gente che come blatte si nascondeva in quei vicoli. Animali volgari, nauseanti, privi di cervello. Gente che pensava solo a come potersi permettere un’auto, o invidiando le star del calcio.
Inutili pezzi di merda!
Sì, odiavo tutti. Ma sapevo che ovunque fossi andato non avrei trovato niente di diverso.
Dunque mi limitai a camminare. Avanzando tra quella gente. Bevendo la mia birra, fumando, e soffrendo per quell’insopportabile caldo di giugno.
Mollai un altro sorso alla mia birra. Poi, senza neanche fermarmi, mi chinai, lasciando su di un marciapiede la bottiglia ormai vuota.
Sentii dei passi dietro di me. Poi delle risate. E infine quella bottiglia cominciare a rotolare per terra.
Non mi fermai minimamente. Ero stanco. Stanco di quella vita del cazzo. Stanco di essere solo un povero fallito. E come tale, non avevo che voglia di bere. Ancora una notte! Proprio come sempre. Proprio come ogni notte della mia merdosa vita.

Abitavo verso la stazione centrale di Napoli. In un posto ben diverso da quello. Anche se in fondo, a conti fatti, ogni posto si somigliava. Ma comunque fosse, non mi andava di arrivare fino a casa per prendermi una sbronza.
Mi sentivo di soffocare! Sentivo il sudore colare dalla mia pelle. Gli occhi tremare. Fitte alla pancia che mi ricordavano il mio bisogno. Quell’unica cosa capace di rilassare il mio meschino corpo divorato da infiniti buchi neri.
Così mi ficcai nel primo bar che trovai. Svoltai in un vicolo ed entrai in una piccola porta.
Sopra di essa ci stava una tabella dalle luci al neon viola e blu.
Non lessi cosa ci stava scritto. Non me ne fotteva un cazzo del nome di quel posto. Né me ne fotteva delle tante facce sorridenti lì fuori, o del tipo all’ingresso che mi guardò con aria indispettita.
M’interessava solo di bere! Di iniettare veleno nelle mie vene. Di ricevere la mia quotidiana dose. Ciò che mi avrebbe aiutato a non sentirmi un fallito, alimentando sorso dopo sorso il mio fallimento. Ma illudendomi, proprio come i baci frivoli di un’innamorata. Come i baci di una donna pronta a dirti ti amo, e poi sparire alle luci dell’alba.
E come sempre ero troppo stupido per rendermene conto. Ero sempre il bambino timido che s’innamora della prima incontrata, senza il coraggio di dichiararsi. Il povero coglione che si vergogna di andare a scuola perché non ha lo zainetto della Standa. O il bamboccio senza palle che si caga sotto innanzi a un gruppo di bulletti.
Ero un povero fesso. Altro che duro! E come tale avevo bisogno di dimenticare. E mi avvicinai al bancone, pronto a farlo. Passando tra decine di persone in piedi lì a sorseggiare i loro cocktail o le loro birre, mentre fili di luci colorate attraversavano i loro corpi come se qualche entità aliena li stesse scannerizzando.
Mi misi a sedere davanti al bancone. Innanzi a me, grosse scaffalature di vetro piene di bottiglie su cui si riflettevano le luci al neon provenienti da ogni dove.
Un gioco di assordanti colori si muoveva attorno a me e alle persone sorridenti lì dentro, mentre una leggera musica rock echeggiava nell’aria, ricordando a tutti quanto la vita fosse meravigliosa, e ogni serata speciale.
Per me nulla era speciale, tanto meno quella serata del cazzo simile a ogni altra serata del cazzo.
Ero lì per bere! Ero lì per alimentare la mia infinita malinconia. La mia tristezza nei confronti di una vita che mi teneva per le palle, e che non sarebbe mai cambiata.
E ovviamente non tardai a farlo.
Tirai fuori il portafogli ed estrassi un biglietto da cinque, poggiandolo sul banco.
Nessuno si mosse!
No, la giovane cameriera dagli occhi pieni di rimmel e lunghi capelli avvolti in una coda di cavallo, neanche si degnò a guardarmi.
Continuò a sorridere, agitando la testa al ritmo della musica, e versando merda colorata nei bicchieri di qualche rivoluzionario o artista in piedi davanti al banco, a pochi centimetri dal mio prezioso spazio vitale.
Cristo, ebbi voglia di urlare. Di urlare, e poi tirare fuori il coltello a serramanico che tenevo nella tasca dei jeans. Saltare sul bancone come se fossi un dannato Bruce Lee, e piantare la lama nella gola di quella vacca.
Ma ero solo un ubriacone! Un ubriacone con dolori in ogni parte del corpo, e forse prossimo alla morte.
Al massimo forse sarei riuscito a tirar fuori il coltello per poi finire pestato a sangue da qualche moccioso anabolizzato. Ma non ebbi modo di saperlo!
No, per fortuna la stronza si accorse della mia presenza e si avvicinò a me, continuando a sorridere e ad agitare la sua testaccia al ritmo della musica.
No, non mi voleva scopare, né aveva deciso di diventare la mia migliore amichetta. Non mi aveva visto! Tutto qua. Per lei non ero altro che una sagoma. Una delle tante sagome lì dentro. Neanche un essere umano! Solo qualcosa che non c’era. Qualcosa a cui versare da bere.
Beh, forse fu meglio così, dato che tipe come quella pretendevano tremila attenzioni per dartela, e io non ero proprio in vena di elargire fasulli complimenti e ascoltare patetiche cazzate su sogni e delusioni. Tantomeno da una donna. Tantomeno da una come quella.
Mi accontentai di ordinarle il mio boccale di birra doppio malto. Una Tennent’s Super. E lei, Miss Sorriso, per fortuna non tardò a portarmela, per poi togliersi dal cazzo, tornando a dispensare sorrisi ad altre sagome.
Io cercai di non vedere nessuna di quelle sagome, di sentire le loro voci, le loro risate, o la merdosa musica che echeggiava attorno a me. No, chinai lo sguardo, senza fissare nulla, bevendo solo la mia birra, e percependo la realtà attorno a me ammorbidirsi. Quasi diventare eterea. Intangibile e irreale come del fumo.
Ma gettando in aria una nuvola di fumo dalla mia sigaretta, capii che quella era solo un’illusione. Proprio come sempre.
Svuotai il boccale in pochi sorsi. La realtà tornò a me, avvolta da una strana tristezza. Da un’antica malinconia che mi teneva in vita. Una malinconica musica che mi faceva sentire ancora un essere umano.
«Signor Gargiulo, cosa l’ha ispirata a scrivere il suo ultimo romanzo?» udii dentro la mia testa. Una voce lontana. Una voce simile a un lamento.
Chinai di più lo sguardo, fissando il bancone davanti a me e sorridendo cinicamente.
Diedi un’occhiata al boccale vuoto. Mi ci specchiai, e quanto vidi mi fece venire voglia di piangere.
Ma mi trattenni!
Distolsi lo sguardo da quel cupo specchio, e dopo aver tirato altri quattro pezzi fuori dalla mia tasca, ordinai un’altra birra.
Altro giro! Altra dose nelle vene. Altro veleno per morire. Altra eroina per ricordare di essere un essere umano. E attorno a me il mondo continuava a scorrere. Sorso dopo sorso. Risata dopo risata. Illusione dopo illusione. Mentre io, lì immobile, invisibile come uno spettro, riempivo i miei buchi neri con la mia illusione. Con quella pozione malefica che mi faceva sentire vivo. Capace di piangere. Capace di provare un qualsiasi sentimento.
Ma qualcosa irruppe improvvisamente nel mio limbo. In quel nulla dove io ero il Re. Un sovrano vecchio e stanco seduto su di un trono arso. Seduto in una sala buia, fetida di muffa, e avvolta dal silenzio.
Mi voltai lentamente a destra. Uno strano odore s’insinuò nelle mie narici, fino ad addentrarsi sotto la mia pelle.
Era un odore dolce. Simile a quello di frutti di bosco. Anche se non ricordavo più l’ultima volta che ne avevo mangiato uno.
Eppure quel profumo era così buono! Invitante. Accattivante. Penetrante.
E lei era lì!
Dio, era così strano. Come vedere uno spettro seduto accanto a me. Uno spettro silenzioso, invisibile, intangibile. Forse solamente sognato.
Cristo, rimasi fermo a fissarla, senza più neanche la forza di dare un sorso alla mia birra.
Ero pietrificato! Qualcosa mi aveva trapassato. Qualcosa mi aveva afferrato la gola e mi stava soffocando.
E cos’era mai?
Era lei? Il suo corpo? Quella piccola ragazza alta quanto un soldo di cacio e magra come un’acciuga. I suoi lunghi e lisci capelli biondicci che le scendevano sul viso pallido, nascondendo quasi la sua espressione seria. I suoi occhi che fissavano il bancone, e le sue sottili labbra chiuse in un broncio che la faceva sembrare una bambina. Una bambina ancora più piccola di quanto potesse sembrare in quella sua lunga gonna ocra che metteva in risalto le sue sinuose forme, e in quella maglietta rosa da cui uscivano le sue lisce e microscopiche spalle.
Cazzo, era bella. Davvero bella!
Un piccolo fiore da cogliere. Una bambolina da baciare. Un corpo da stringere.
Ma sapevo che bene che se fossero state solo quelle sue forme a colpirmi, con ogni probabilità avrei desiderato di sbatterla sul banco, alzarle la gonna e piantarglielo dentro. E proprio in virtù di ciò, pigro com’ero, non l’avrei mai fatto. Sapendo tutto ciò che ne sarebbe seguito. Tutte le lagne da donna e le stronzate che avrei dovuto sorbirmi in cambio di un po’ di fica.
Allora cosa?
Era il suo sguardo! Ecco cosa. Quel suo sguardo pieno di tristezza, come se la vita l’avesse trafitta con infinite lame. Come se sul suo piccolo corpo avesse portato immensi pesi. Macigni chiusi in quel suo gracile torace. Un cancro metastatizzato che celava dietro a quel suo volto da bambino. Visibile solo a chi sapeva vedere quei suoi occhi. Quel suo sguardo. Quelle sue lacrime invisibili che cadevano sul bancone innanzi a lei.
Dio santo, voltai subito lo sguardo.
Sì, era inutile guardare. Ero sconvolto da quella sofferenza che mi attirava, ma che non avrei mai osato toccare. Quel dolore che traspariva dai suoi occhi. Un qualcosa più reale di qualsiasi scopata. Qualcosa di vero come la paura che cominciò a muoversi nel mio petto.
Strinsi di più il bicchiere lo portai verso le labbra. Mollai un forte sorso. Mandando giù quel veleno e fissando il mio volto riflesso nello specchio dietro alle bottiglie. Sentendo la sua presenza accanto a me. Sentendo solo lei, come se tutto fosse di colpo svanito.
Poi un altro boato!
La sala tremò. La gente svanì. La musica si fermò. E i miei occhi si sgranarono di colpo, vedendo qualcosa innanzi a me. Sotto al mio naso. Proprio davanti ai miei occhi.
Restai a fissare quell’affare poggiato sul banco. Come se fossi paralizzato, o addirittura scioccato.
Mandai giù un altro sorso e poggiai sul banco quel boccale. Fissando ancora quell’affare. Fissando quel libro innanzi a me.
Viola come un livido ci stava scritto. Il titolo di quel libro. Il titolo del mio libro! E prima che potessi dire qualsiasi cosa, o voltarmi verso di lei, la sua piccola mano fece uno scatto verso quell’affare, tirandolo via di colpo. Facendolo sparire da sotto ai miei occhi.
Lentamente, trovai il coraggio di voltarmi verso di lei, guardandola lì ferma, a testa china, mentre ficcava quel coso in un’enorme borsa beige.
Chiuse la borsa e arraffò una Ceres in bottiglia, dandole un piccolo sorso, per poi abbassarla.
Si voltò verso di me. Il suo sguardo serio mi trapassò, come se mi avesse puntato una spada contro. Come se mi stesse sfidando.
«Volevo solo farti sapere che l’ho letto» disse con una piccola voce dall’accento strano. Nordico, per lo più. Forse piemontese o lombardo.
Ma non fu l’accento a colpirmi, quanto il suo sguardo. Eppure, quelle parole mi smossero di colpo. Facendomi sorridere con il mio solito fare cinico.
Mi girai in avanti, stringendo il boccale e dandogli ancora un sorso.
«E ora vorresti l’autografo?» le risposi, tenendo il boccale fermo contro le labbra e sorridendo ancora in modo strafottente.
Ma ci fu ancora un colpo!
«Ma fottiti!» esclamò lei, afferrando un mucchio di noccioline da una piccola ciotola di vetro e gettandomele contro.
Dio, che scena! Rimasi immobile. Fermo. Fissando il vuoto mentre quelle noccioline se ne stavano sulla mia testa rasata e sulla mia camicia da 5 euro.
Poi mossi la mano, scuotendone un paio da dosso, e senza cura ripresi a bere la mia birra.
Mandai giù un buon sorso. Poggiai il boccale sul banco e mi girai verso quella stronza. Pronto a spaccarle quella sua testa di cazzo coperta da profumati capelli biondicci.
Fanculo al femminismo e a Olympe de Gouges, pensai, fissandola dritto negli occhi. Ma quel suo sguardo m’immobilizzò nuovamente, proprio come se fossi stato colpito dal pungiglione di uno scorpione, e il suo veleno si stesse facendo strada in tutto il mio sistema circolatorio.
«Semplicemente ti ho visto alla presentazione» riprese.
Io sospirai. Trovando la forza di avvicinare il boccale alle mie labbra e dargli un sorso.
Poi tirai fuori una sigaretta e l’accesi. Fissandola ancora. Fissando quella sconosciuta con la stessa aria di sfida che vedevo nei suoi occhi.
«E vai spesso a quelle cagate?» le chiesi.
Lei scosse le spalle, senza distogliere lo sguardo da me e sorseggiando la sua birra.
«A dire il vero mi fanno cagare! Solo che ho trovato il tuo libro e l’ho letto tutto in un fiato.»
«E ti è piaciuto?»
Lei non rispose. Dimezzò la sua birra in un sorso. Poi tirò fuori il libro dalla sua borsa e gli diede un’occhiata.
«Bah, a dire il vero l’ho trovato in uno dei gruppi su internet. Sai, quelli dove tanti coglioni che si credono scrittori pubblicano le loro cazzate sperando che qualcuno li noti, e rompendo il cazzo al prossimo.»
Le venne da sorridere, fissando il mio libro come se stesse guardando qualcosa di sacro.
«Incredibile!» riprese «Uno che scrive roba così, e si mischia a gente come quella.»
«È solo un modo per farsi conoscere. Un modo per vendere.»
«Sì, come quella presentazione! Ti rendi conto di quante stronzate hai detto? Per un attimo non mi sembravi neanche la stessa persona che ha scritto questo libro.»
Non le risposi. Avevo voglia di strangolarla. Avevo voglia di spaccarle la faccia. Avevo voglia di cavarle dalle orbite quei suoi occhi arroganti, o forse, di farlo per metterli al posto dei miei. Per vedermi come lei mi vedeva in qual momento. Come lei forse mi aveva visto in quel libro.
Poi, lentamente, aprì quel libro e iniziò a sfogliarne qualche pagina.
«Avevo bisogno di lei» cominciò a leggere. « Lei era la mia mammina. Lei era la partita di droga data dallo spacciatore al suo cliente. Cazzo, m’imbottiva di merda le vene e la ringraziavo. Me ne stavo lì a farla fare, a farmi drogare, a crearmi una dipendenza dalla sua pelle, dalla sua bocca, dal suo profumo, dalla sua fica. E mentre lo faceva, la ringraziavo anche. Mentre lo faceva io gioivo anche.»
Non aggiunse altro. Chiuse il libro e restò immobile a fissarmi.
Il tempo innanzi a noi si era fermato. Ogni lancetta si era infranta. Le persone si erano tramutate in statue di sale. E risate e musica erano svanite per lasciar spazio a un assordante quanto penetrante silenzio.
«Cercavo un libro per innamorarmi» disse, rimettendo a posto quel libro. «E ho trovato il tuo!» esclamò, tornando a fissarmi.
Io restai imbambolato a fissarla. Sbigottito. Senza capire. Senza neanche comprendere cosa stesse succedendo.
Lei si alzò lentamente dalla sedia. Non distolse neanche un secondo lo sguardo da me. Restando lì in piedi a fissarmi per secondi che sembrarono secoli.
Afferrò la bottiglia e le diede un sorso deciso. Poi subito un altro. Svuotandola del tutto e poggiandola con forza sul bancone.
«Stai lontano da me!» mi disse con tono deciso. Fissandomi negli occhi. Perforando i miei occhi.
Poi, più niente!
Si voltò e andò via.
Vidi le sue forse sinuose muoversi tra quella folla pietrificata. Il suo corpo da bambina attraversare fasci di luce congelati dalla sua presenza. Il suo culetto da modella ondeggiare nell’aria, come se la stesse domando.
Poi basta!
Lei svanì del tutto. I miei occhi si mossero. Le palpebre si chiusero e aprirono più volte. E velocemente, selvaggiamente, la realtà attorno a me tornò a scorrere. La gente a muoversi. Le luci a battere sui loro svolti spenti. Le loro voci nauseanti a mischiarsi a musica altrettanto vomitevole.
Tutto era finito! La realtà era svanita per lasciar posto a una gelida catena di montaggio dove tutti avevano qualcosa da fare. Dove tutti eseguivano un compito, dimenticandosi infine di vivere la propria vita.
Io mi voltai verso il bancone, sentendo ancora la scia del suo profumo sotto al mio naso e sulla mia pelle.
Tornai alla mia di catena di montaggio. Al mio lavoro. Alla mia illusione che mi stava rubando la vita, nell’illusione di poterla vivere.
Mandai giù altra birra. A grandi sorsi. Velocemente. Sentendo il sapore amaro del malto scendere per la gola. L’etanolo scorrere nel sangue, e il fegato faticare per smaltirlo.
Eloquio indistinto, incoordinazione muscolare motoria, aumentata fiducia in se stessi ed euforia. Tremore, nausea, aumento della sudorazione, febbre e allucinazioni.
Tutto svaniva. Tutto rinasceva. Sorso dopo sorso. Colpo dopo colpo. Illusione dopo illusione.
Il dolore, la paura, le preoccupazioni.
Ero Dio! Un Dio triste a malinconico. Un Dio che rivedeva la sua vita dal fondo di un bicchiere. Un Dio che doveva soffrire per sentirsi vivo. Restare solo, nel nulla, rivedendo il proprio dolore galleggiare come feti abortiti smarriti in fiumi di alcool giallognolo. Bisognoso di sentire il proprio corpo paralizzato di nuovo preda di dimenticate sensazioni. Di una sensibilità dimenticata. Di emozioni calcificate. Sentimenti pietrificati.
Ecco, il mondo era svanito di nuovo. Bach suonava nella mia mente. Musica aggressiva! Crescenti che come artigli dilaniavano con improvvisi colpi le mie carni.
Il sangue sprizzava ovunque. Un nuovo boccale nella mia mano. Altri sorsi. Altre lacrime invisibili. Altri sorrisi cinici.
La mia vita! La mia vita che non riuscivo ad afferrare. La mia vita racchiusa ormai solo in un bicchiere. Piccoli momenti che aleggiavano come visioni intangibili, attorno a me e in me, mentre tutto quello che mi circondava diventava tremendamente incisivo se pur assente. Come una pressione contro le mie tempie. Come se mani invisibili stessero pigiando contro la mia fronte delle poderose dita, e in me, in una parte indefinita, ogni cosa vissuta prendeva forma, risvegliando rimpianti, dolori, piccole gioie ormai passate e volti lontani. E nel mezzo di quel frastuono. In quel vortice di alcolici pensieri. Il suo volto! Quel volto strano che mi aveva tirato via da quel suicidio. Quel volto apparso e scomparso nel nulla. Quella visione onirica che aveva fatto vibrare e tremare la mia pelle. Quegli occhi che forse non avrei mai più rivisto.
Mi venne da sorridere a pensarci. Il sorriso di un ubriaco! Il mio solito sorriso da fesso.
Dimezzai in un sorso il boccale e poi mi alzai dallo sgabello. Barcollando. Quasi cadendo al suolo.
Mi guardai attorno. Il sogno era finito. La realtà era finita.
Restava il nulla!
Quei volti, quelle voci, quelle luci, quella gente. Quel delirio.
E io dove sarei andato? Che cosa avrei fatto?
Niente! Sì, ecco cosa.
Avrei finito quella storia e poi sarei tornato a casa. Nel mio fetido bilocale nei vicoli della stazione centrale. Passando la notte da solo. In mutande. Chiuso nella mia stanza a scrivere storie che non mi avrebbero mai reso famoso. Ubriacandomi! Illudendomi di essere il Re. Ancora per una notte! In una notte dove le illusioni e la realtà si fondevano. Facendomi dimenticare di essere un fallito. Di non essere nessuno. Un niente! Un niente che il giorno dopo sarebbe dovuto andare in una merdosa fabbrica per pagarsi il diritto a sopravvivere.

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