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Alessandra Nassuato
Amore Contuso

Amore Contuso
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Primo capitolo

Introduzione
 
La zuppa esiste dalla notte dei tempi. Non appena l’uomo delle caverne forgia un recipiente di pietra incavata, resistente al fuoco, lo riempie di acqua, ci mette delle granaglie raccolte negli sterpi... nasce la zuppa. Non con questo nome, ma un’antesignana brodaglia.
Zuppa ha origine dal gotico suppa (da cui poi deriva suppe in tedesco, soupe in francese e soup in inglese) che significa “fetta di pane bagnata”. Povera come piatto, ma nutriente e gustosa, la zuppa veniva preparata con quanto si riusciva a raccogliere nei campi, nell’orto, nel bosco aggiungendo, quando c’era, un po’ di pollame o maiale.
Le zuppe sono leggere, ipocaloriche e gustose. Si possono preparare di sole verdure indicate per dimagrire. Quelle con lattuga, cavolo cappuccio, radicchio rosso o spinaci sono depurative.
Le zuppe con orzo, farro o miglio sono di facile digestione, mentre quelle con zucca, carote, broccoli, cavoli e cicoria aiutano a tenere lontani i malanni.
Le zuppe con aglio e cipolla svolgono un’azione antibatterica.
Queste caratteristiche  hanno decretato il successo della zuppa sulla tavola degli italiani.
Oggi la zuppa è stata rielaborata dai grandi chef, che hanno motivi validi per sottolineare la sua importanza.
Non a caso il primo ristorante, noto come tale, fu aperto nel 1765 da un venditore di minestre M. Boulanger e serviva solo zuppe e minestre. Il locale prese il nome dal motto latino: “Venite ad me omnes qui stomacho laboratis et ego resta urabo” (Venite da me voi tutti il cui stomaco si lamenta e io vi ristorerò).
Naturale riservarle un posto di primo piano, con particolare attenzione alle zuppe della nostra tradizione.
Quelle che ci preparavano le nostre nonne: caldissime nelle fredde serate invernali o freddissime nelle calde giornate estive.
 
Le zuppe si possono preparare con verdure fresche, legumi, carni, frattaglie, pollame, uova ecc.
La zuppa si serve con crostini o fette di pane grigliato adagiati sul fondo della zuppiera o delle fondine.
Di zuppe ne esistono davvero di tanti tipi, anche in vendita al supermercato,  e in questo libro ne troverete in grande quantità. Divertitevi a provarle tutte!
In linea con gli altri quaderni della collana (Bologna la dolce. Curiosando sotto i portici fra gli antichi sapori, Ricette balsamiche, Cucinare con erbe, fiori e bacche dell’Appennino e Cuor di castagna) troverete curiosità, leggende e un racconto dove la zuppa è protagonista.
Un omaggio alla zuppa che fa capolino in tutti gli aspetti della nostra vita.
Di lei hanno parlato grandi romanzieri, pittori e registi. La ritroviamo nei fumetti e non solo.
Prima di iniziare il tour zuppe, apro un piccolo capitolo sul brodo (importantissimo nella preparazione della zuppa) e sul metodo per preparare i crostini o le fette di pane grigliato.
 
Preparazioni e tipi di brodo
Bartolomeo Stefani, cuoco delle corti rinascimentali, dedica alcune pagine del suo libro “L’arte di ben cucinare et istruire i men periti in questa lodevole professione” (1662) ai semplici pasti quotidiani. Le minestre in brodo occupano un posto preminente.
Il brodo moltiplicava il cibo, non è un caso che si usa il detto “tutto fa brodo” (minestra e companatico garantiti).
Per preparare una buona zuppa è necessario disporre di un ottimo brodo. Vi consiglio di “perdere” il tempo necessario per rendere la vostra zuppa davvero speciale.
 
Brodo di carne
Per preparare un buon brodo di carne è necessario mettere il pezzo di carne nell’acqua fredda (al contrario per ottenere un ottimo lesso dovete aggiungere la carne quando l’acqua bolle).
Il brodo va “schiumato” con un mestolo forato. In questo modo la carne cede al brodo le sue sostanze proteiche.
Vanno aggiunti alla carne un gambo di sedano, una carota e una cipolla. Salare e pepare.
La cottura deve essere lenta (2 o 3 ore) e il brodo va filtrato con un colino prima di usarlo.
Le parti di carne che potete usare per il brodo sono di manzo o di vitello (girello, rosa, stinco ecc.) e si può aggiungere un osso.
Ogni mezzo chilo di carne servono 2 litri di acqua fredda.
 
Brodo di pollo
Per preparare il brodo di pollo si usano volatili non più giovani, che conferiscono al brodo un sapore più deciso. Non a caso si dice “gallina vecchia fa buon brodo”.
Si aggiunge un gambo di sedano, una carota e una cipolla. Salare.
La cottura deve essere lenta (2 o 3 ore) e il brodo va filtrato.
 
Brodo di verdure
Per preparare un buon brodo di verdure è necessario mettere vari tipi di verdura (patate, zucchine, fagiolini, sedano, pomodori, cavolo ecc.) in acqua salata fredda.
La cottura, anche in questo caso, deve essere di 2 o 3 ore e va filtrato con un colino.
 
Brodo di pesce
fondamentale per la preparazione di moltissime ricette in cui è necessario aggiungere il brodetto preparato con diversi pesci.
Gli ingredienti necessari per preparare un brodo di pesce sono: 1 kg di pesce misto (gallinella, scorfano, pagello), 1 carota, 1 sedano, 1 cipolla,  1 pomodoro, 1 ciuffo di prezzemolo, olio extravergine di oliva, acqua calda q.b., sale.
Pulire, lavare e tritare le verdure. Pulire e lavare i pesci.
Far soffriggere le verdure in un tegame con due cucchiai di olio extravergine di oliva. Aggiungere il pomodoro a pezzi e lasciare insaporire. Unire i pesci spezzettati e aggiungere acqua calda in quantità sufficiente a coprire i pesci. Salare e fare cuocere per un’ora a fuoco basso.
Trascorso il tempo togliere dal fuoco e filtrare il brodo.
 
Brodo di dadi
In casi di emergenza si può preparare il brodo di dadi. Si fa bollire l’acqua e vi si scioglie un dado o un cucchiaino di estratto. Si fa bollire qualche minuto e il brodo è pronto.
Dosi: 1 cubetto o 1 cucchiaino di estratto per mezzo litro di acqua. Volendo potete aggiungere delle verdure per dare più sapore. In questo caso va filtrato.
 
Brodo di cappone
Questo tipo di brodo si prepara per tradizione durante le feste natalizie.
Prendere un cappone, sventrato e pulito, e metterlo a cuocere in acqua fredda. Unire 1 gambo di sedano, 1 cipolla e 1 carota e cuocere per 1 ora e mezza. Schiumare ogni tanto.
Trascorso il tempo togliere il cappone dal brodo.
Il brodo va filtrato con un colino e si può servire unendo un albume d’uovo per renderlo più chiaro.
 
Curiosità
Nel Rinascimento il cappone era considerato un alimento raro e ricco, da gustarsi nelle grandi occasioni.
Utilizzato per preparare un brodo grasso e gustoso, veniva spesso esibito in bella mostra, con tutte le sue piume, sulle tavole delle grandi corti.
I contadini portavano i capponi più belli in città ai padroni.
 
Esistono molti altri tipi di brodo: il brodo di montone, il brodo di piccione ecc.
Nelle mense nobili del 1500 era diffuso anche il brodo di aquila.
Il brodo di tartaruga viene citato nel “Il pranzo di Babette” di Karen Blixen e in “Alice nel paese delle meraviglie” dove “la finta tartaruga serve a fare il finto brodo di tartaruga”.
Nel passato anche nella cucina del terrazzano (Lombardia) compare il brodo di tartaruga. Si salvava il guscio spesso impiegato nelle tabaccherie per prendere il sale e si mangiava la carne che veniva definita saporitissima. C’erano due tipi di tartarughe di terra (oggi ormai sono in estinzione): quella tipicamente terrestre, e un’altra, simile alla prima, che viveva in zone più paludose e, pur avendo dimensioni simili all’altra (un chilo, un chilo e mezzo), aveva caratteristiche morfologiche che la avvicinavano alla tartaruga marina.
La zuppa di tartaruga un tempo era molto diffusa nella Maremma Toscana. La tartaruga marina veniva catturata soprattutto nella zona dell’Argentario; oggi quest’uso è solo una curiosità storica perché questi animali non si possono più catturare. Per fortuna!
 
Crostini
 I crostini sono fondamentali per completare i piatti di zuppa.
I migliori sono quelli fatti in casa dato che i grassi con cui vengono fritti (quelli che si acquistano al supermercato) irrancidiscono facilmente dando un sapore non troppo gradevole. Un altro vantaggio dei crostini fatti in casa è che si possono tagliare della grandezza e nelle forme preferite (rotondi, quadrati, ecc.). Quelli al naturale sono adatti a tutto ma è possibile anche aromatizzarli con erbe aromatiche o cipolle.
Sono facili da preparare e se avanzano possono anche essere utilizzati in sostituzione del pane.
 
Crostini fritti
Modo semplice e classico di preparare dei crostini per la zuppa.
Tagliare a dadini del pane in cassetta (pancarrè) e farli dorare in una padella antiaderente, in cui avrete versato un po’ di burro, fino a quando non diventano dorati.
 
Crostini al forno
In alternativa potete tagliare a dadini del pane in  cassetta (pancarrè) e farlo dorare nel forno su un foglio di carta da forno imburrato.
 
Crostini aromatizzati
In alternativa al pancarrè si può usare anche del pane raffermo (di qualche giorno).
Tagliare il pane a dadini, condirli con olio extravergine di oliva e aromatizzarli con origano o rosmarino.
Gratinarli in forno fino a quando non saranno dorati.
 
I crostini si possono preparare di varie forme usando gli stampini per dolci. Molto eleganti le stelle e la luna. Per i bambini cavallini, pesci e altri simpatici animaletti. Per gli innamorati piccoli cuoricini.
 
Crostini farciti
I crostini si possono spalmare con formaggio (gorgonzola, robiola ecc.), o salse (es. peperoni o zucca).
 
Bastoncini
Invece che a cubetti o quadretti potete tagliare il pancarré a bastoncini e immergerli nella zuppa come le patatine fritte nel  ketchup.
I crostini per le zuppe nella cucina barocca
 
Crostini semplici
Sonvi due specie di crostini, quelli estratti dalla mollica e quelli tolti dalla crosta del pane. I primi si tagliano rotondi o quadrati a piccoli dadi, d’una forma o dell’altra, si friggono sempre al burro chiarificato per far loro prendere colore; si asciugano in seguito con un pannolino e si servono su un tondo a parte. I crostini tolti dalla crosta del pane si tagliano rotondi, semplicemente a fette o in quella forma che meglio aggrada, e fattili soltanto seccare nella stufa, si servono all’occasione.
 
Crostini farciti
Abbiate delle fette di pane, tagliate sottili, su cui stenderete col coltello uno strato alto come un 5 centesimi di farcia di pollo, di selvaggina, di fegato od anche di purée legata con rosso d’uovo; coprite con altra fetta di pane, indi con un pennello intinto di burro fuso bagnatene la superficie, che poi spolverizzerete di formaggio fino.
 Tagliatele a piccoli pezzi, dando loro quella forma che desiderate, e riponete i piccoli crostini in una tortiera che metterete a forno caldo in modo che acquistino un bel colore dorato
In alternativa ai crostini si possono servire le zuppe su fette di pane.
Il pane per la zuppa deve essere raffermo (di qualche giorno) in questo modo il sapore sarà più pronunciato e la mollica compatta.
Se si ha a disposizione solo pane fresco tagliatelo a fette non molto sottili e fatelo asciugare in forno a calore minimo.
Adatto il pane di semola di grano duro e il pane toscano.
 
Fette di pane al forno
Tagliare il pane raffermo in fette non troppo sottili. Mettere le fette in forno. Quando sono dorate toglierle dal forno e pennellarle con olio extravergine di oliva (con dentro uno spicchio di aglio se gradito).
 
Fette di pane fritto
Fette di pane toscano raffermo, latte, uova, olio extravergine di oliva, sale.
Tagliare le fette di pane alte un centimetro e immergerle velocemente nel latte. Farle scolare in un scolapasta.
Passare le fette di pane nell’uovo sbattuto e friggere in abbondante olio extravergine di oliva, fino a quando non saranno dorate.
 
Se i crostini e le fette di pane non soddisfano appieno la vostra creatività, potete provare le polpettine di pane.
 
Polpettine di pane
Ingredienti per una zuppa per 4 persone: 2 fette di pane raffermo, latte q.b.,1 cipolla tritata, 30 gr. di burro, 1 cucchiaino da tè di prezzemolo tritato, la scorza grattugiata di mezzo limone, 1 uovo, sale e pepe.
Togliere la crosta alle fette di pane raffermo e ammollarle nel latte. Strizzarlo e spappolarlo con una forchetta. Far dorare nel burro la cipolla tritata, unire il pane e il prezzemolo. Salare, pepare e unire l’uovo sbattuto.
Se l’impasto risulta troppo tenero aggiungere un po’ di mollica di pane. Formare delle polpettine grandi come una ciliegia che vanno cotte in acqua salata per 15 minuti.
Unirle alla zuppa quando mancano pochi minuti a fine cottura.
Servire caldo.
 
Polpettine all’uovo
Ingredienti per una zuppa per 4 persone: 2 uova sode passate al setaccio o schiacciate con cura con una forchetta, 1 tuorlo d’uovo, 1 cucchiaio di mollica di pane, sale e pepe.
Mescolare bene le uova sode con la mollica di pane. Salare, pepare e legare con il tuorlo d’uovo. Formare delle palline grandi come una ciliegia e cuocere in acqua salata per 10 minuti.
Vanno unite alla zuppa all’ultimo minuto.
Servire caldo.
 
Guarnizioni
Le zuppe sono come quadri per voi artisti del sapore, quindi libero sfogo alla creatività.
Si possono guarnire le zuppe, all’occorrenza, con prezzemolo tritato, erbe aromatiche, falde di peperoni, dadini di zucca, scaglie di parmigiano, cubetti di formaggio, piccoli fiori, bacche ecc.
Inventate, divertitevi e rendete le vostre zuppe uniche: il vostro marchio di fabbrica… ops pennellata d’artista.1.
 
Egli disse: – Chiunque trova la spiegazione di queste parole non gusterà la morte.
Tommaso, 1
 
 
La mattina, quando la luce filtra attraverso le mie palpebre assonnate, un fremito mi scuote e scende senza indugiare nell’abisso del mio piacere.
È così da diversi mesi ormai, il mio corpo non ha riposo, la lussuria mi assedia, vorace, diverse volte durante la giornata e non mi da tregua.
Tento resistenza.
Senza convincimenti precisi, senza vere ragioni che mi aiutino a desistere, la mano corre lungo il mio corpo nudo e caldo e la fantasia approda a te. Luca.
I tuoi sussurri bisbigliati all’orecchio è come se fossero riprodotti proprio ora, dal fruscio delle lenzuola che liberano le mie gambe lunghe ed impazienti.
–  Voglio che ti vendi per me!
È la frase che ora rammento per accendermi; me l’hai bisbigliata in auto mentre sostavamo seminudi alla luce di un lampione che rischiarava la città notturna.
Non ho mai osato resisterti, non ho mai voluto resisterti perché impossibilitata ad oppormi a tanta originale iniquità radicata anche in me.
Tento disamore, persuadendomi che nella corruzione non esiste sentimento, che nella volgarità non si scorge Dio.
Nella volgarità non si scorge Dio...
E cos’è questa dolce tortura che mi espande il petto, cos’è la felicità che mi invade quando mi parli, mi tocchi oscenamente sfiorando gli spazi più bui della mia anima?  
 
Gesù disse: – Se coloro che vi guidano vi dicono: “Ecco! Il Regno è nel cielo”, allora gli uccelli del cielo vi saranno prima di voi. Se essi vi dicono: “II Regno è nel mare”, allora i pesci vi saranno prima di voi. Ma il Regno è dentro di voi ed è fuori di voi. Quando conoscerete voi stessi, sarete conosciuti e saprete che siete figli del Padre Vivente. Ma se non conoscerete voi stessi allora sarete nella privazione e sarete voi stessi privazione.
Tommaso, 3
 
È condannabile il mio amore trascendente per te, la mia fatica a comprenderti, la mortificazione della mia volontà?
Possibile che Dio nella Sua infinita misericordia non voglia entrare con te nella mia Passione?
E non rinnego l’albero per godere solo del frutto, amo frutto e albero in egual misura, amo Dio e l’essere da Lui creato alla stessa maniera. Che oltraggio potrei recarGli a desiderarti quanto desidero la morte? Che pena potrei procurarGli obliandomi nei tuoi occhi per riconoscerei Lui?
 
I suoi discepoli gli domandarono: – Chi sei tu che ci dici queste cose? – Da ciò che vi dico non riconoscete chi sono? In verità siete diventati simili ai Giudei: essi infatti o amano l’albero e ne detestano il frutto, o amano il frutto e ne detestano l’albero.
Tommaso, 48
 
Non porre sullo stesso piano un’opera perfetta nella sua mortalità e finitezza e il proprio creatore è come giudicare più grande l’artista rispetto alla sua opera. Non c’è artista senza quadro, non c’è scrittore senza libro, non c’è scultura senza scultore. E concentrarsi esclusivamente sul creatore significa non poterne apprezzare appieno la propria magnificenza; e concentrarsi esclusivamente sull’opera significa non comprendere il Tutto.
E poi il mio cuore si è dilatato per te e non torna più in sé, e poi le mie allucinazioni producono frutti benevoli che elargisco al mio prossimo con generosità; e poi... dal primo istante in cui ti sei insinuato in me, la mia gioia non ha fatto che moltiplicarsi per restringersi e moltiplicarsi ancora.
E non so se sono felice ma almeno non sono infelice.
Come faccio a non amare te che leggi le mie voglie meglio di quanto sappia fare io?
E quanto ancora potrà espandersi il mio desiderio che ha già sconfinato oltre la ragionevolezza, oltre l’istinto di difesa, oltre l’amore per me stessa?
Non è difficile godere così, no, non lo è!
Nemmeno urlare così, desiderare così, amare così.
Anello di una catena fragile, frammento di un rompicapo irrisolvibile, brandello di carne avariata è il nostro amore squilibrato.
Ma amore resta.
Amore che riconosco e sento nelle viscere, basso e stagnante, immorale e contuso, amore che comprendo e che desidero perché efferato e intenso.
Ma io voglio e non voglio amare te che mi disonori, che m’innalzi a regina e in un attimo mi getti nel fango.
Voglio e non voglio essere tua preda inconsapevole, devo fuggire da tante domande, da interrogazioni che mi spossano mente e corpo, devo risolvere.
–  Voglio che ti vendi per me!
Rammento ancora... mentre si accende questo eterna smania che non si appaga mai, nemmeno quando la sento salire dalle ginocchia, come brace che incita la mia esaltazione punzecchiando ogni molecola della mia pelle.
Come un gorgo effervescente che cresce e cresce e segue il movimento delle mie dita fino scoppiare nella mia testa, nei miei occhi e nelle vene del mio collo teso.
Non si appaga mai...
E oggi come ieri, come due giorni fa, come sempre, agghindo le mie carni per provocarmi ancora disamore nei tuoi confronti.
Fosse possibile...
Non indosso slip sotto la longuette, niente reggiseno che celi i capezzoli ampi e turgidi, bocca impudente, capelli sciolti e sguardo diretto.
Dipinta di nero e di fiammante rosso acceso, oggi divampo nel salone del the leggendo la mia poesia erotica.
Quasi tutti uomini, tutti occhi puntati su di me ad indagare e a scrutare la mia natura; sapessero...
In fin dei conti è questo il ruolo che mi sono scelta, è l’abito che indosso con migliore naturalezza: quello di un’etèra incurante delle chiacchiere maligne e libera di essere se stessa, che immola il proprio corpo sull’altare del piacere, offrendosi in sacrificio a te; a te e ad ogni uomo che affascini la mia femminilità irregolare.
Anche a lui, piccolo ometto qualunque, forse un poeta che ora ammira la mia gamba dondolante e leggermente divaricata, accanto alla sua; lo scelgo solo perché è il più intraprendente, il più sfacciato, il più arrogante.
Con malcelata sbadataggine, l’ometto, allungandosi nella mia direzione, mi sfiora un seno con il braccio ed osserva la mia reazione divertita ed insolente.
– Mi chiamo Marco, tu?
Siamo già al tu... non c’è tempo per i convenevoli, niente cerimonie, il nostro piacere deve essere soddisfatto, ora!
Non è difficile sedurre un uomo, non è complicato riuscire farsi penetrare in una toilette, contro un muro, come una tortura per espiare chissà quale colpa.
E non è difficile nemmeno godere in quella posizione scomoda, precaria e licenziosa, basta poco. Basta poco, quel minuto è necessario per ricordare come invece io non godo affatto, non coscientemente, non interiormente.
E se poche ore prima ho contratto ogni piccolo muscolo del mio corpo, distesa su di un letto sfatto, ora faccio lo stesso ma su tacchi sottili; mi inumidisco di piacere appena mi sfiora il seno e quando mi spinge contro le piastrelle verdastre della toilette e mi alza la gonna, lo risucchio con ingordigia.
Avida di un qualsiasi cazzo turgido.
Avida di sensazioni forti, d’immagini nitide, di suoni assordanti, come quello delle sue gambe che percuotono il mio sedere, dei suoi insulti che mi sferzano alitandomi sul collo.
Ho bisogno di questo per esistere: di energia violenta da risucchiare per riempire la voragine che ho dentro da quando ero bambina.
Per un attimo si smorzano le mie pulsioni sessuali ma il mio stomaco resta affamato, in preda a crampi d’annullamento che tento di marchiarmi addosso per non ricadere negli stessi errori.
Invece...
Invece non sono mai sazia, invece cerco e cerco e cerco ancora di dimenticarmi di te, tentando di amare il corpo di un altro, tentando di perdermi in altre braccia che mi scuotano e mi dicano chi sono e perché esisto.
 
Un asino che girava una macina fece cento miglia, camminando.
Quando fu slegato, trovò che era ancora nello stesso posto. Ci sono uomini che camminano molto e non avanzano affatto. Quando è venuta per loro la sera, essi non hanno visto né città, né villaggio, né creatura, né natura, e potenza e angelo. Invano, i miseri, si sono travagliati.
Filippo, 52
 
 
 
Invece...
Io che agli orgasmi non pongo limiti, io che scavalco con facilità inibizioni e tabù, io che non ho timori di sorta, ora tremo al pensiero della a–felicità eterna, al pensiero di non poter racchiudere in me un amore di cui sarebbe meglio sbarazzarsi perché troppo scabroso anche per me che lo agogno.
Materia e spirito non possono combaciare, natura e raziocinio non vogliono danzare lo stesso tango, come due calamite inevitabili che si attraggono solo da un lato e si respingono dall’altro.
Un tale un giorno mi scrisse: “Neanche il più candido giglio può dirsi puro perché nasce dalla nera terra.”.
E noi che veniamo al mondo sanguinanti ed osceni, sapremo ritrovare insieme l’integrità?
Solo tu potresti condurre le due parti di me in una sola, se lo volessi, ed io le due parti di te, se potessi.
–  Sei una sgualdrina! ...sei la mia regina!
Come può un essere umano capire tanta profondità, come può accettare la doppia faccia di una creatura poetica ed immonda allo stesso tempo?
Come puoi continuare a fuggirmi nonostante la fitta trama che ti  imprigiona ai miei stessi sogni?
Dimmi se ti ho catturato...
Perché non rispondi, cosa significa questo silenzio angosciante?
– Cosa sei disposta a fare per me stasera?
– Tutto!
È l’ennesima notte profonda e umida, una di quelle notti in cui la nebbia non ti fa distinguere una prostituta da un angelo.
Anche i contorni che ti disegnano sfumano nel mio immaginario scontrandosi con la spietata realtà: mi aspetti sotto casa, in piedi, telefonando.
Sei assente da me, da quella all’altro capo del telefono e da te stesso.
Lettere in grassetto fuggono dalle tue labbra e occupano il poco spazio che ci divide. Parole, non un abbraccio ad avvicinarci né un sorriso.
–  Ciao Luca.
Rido io per entrambi, non è difficile, ho imparato a farlo secoli fa, basta enfatizzare la pressione delle labbra sulle guance e l’oscillamento sui tacchi. Cede impercettibilmente la caviglia destra ma l’importante è che non te ne sia accorto.
–  Sali!
Niente di nuovo, ubbidisco perché lo desidero ma soprattutto perché me lo ordini tu.
La tua auto odora di pelle nuova, di pelle abusata e di follia. Mi eccita la follia.
–  Tutto bene?
Ora i tuoi occhi balenano di curiosità: vuoi sapere se ho scopato, quanti cazzi ho preso in bocca e se ho goduto, le stesse cose che voglio sapere io da te.
Sono due mesi che non ci scambiarne informazioni e che non comunichiamo se non con brevi sms.
–  Sì, tutto bene. Tu?
Non metti nemmeno in moto la macchina, ti sistemi meglio sul sedile e mi vomiti addosso la tua vita, come fossi un sacco.
Sacco di vomito da fottere.
Tu mi fotti sempre e con qualsiasi mezzo, con gli occhi, con la lingua e con il cazzo. Non con il cuore.
Eppure, quando ti ecciti, quando m’insulti per aver spalancato le gambe mentre disquisisci di politica, io vedo in te qualcosa di straordinario, qualcosa di speciale che mi confonde.
Sento delle voci insistenti, dei sussurri, dei bisbigli imperiosi che mi dicono: piegati, attendi, non aver fretta. Infatti, faccio sempre così, ti ascolto e nel frattempo filo una rete leggera ed invisibile che possa impigliarti.
–  Troia, sei una gran troia.
L’argomento di conversazione muta in fretta e sappiamo bene entrambi che è per questo che siamo qui: per fotterci a vicenda, per misurare le reciproche resistenze, per alzare la soglia del dolore.
– Lo so, vuoi sapere a chi ho succhiato il cazzo?
– Sì!
Vorresti che lo succhiassi a Dio in persona e che ne uscissi illesa, vorresti che bevessi il Suo sperma per capirti ancora più a fondo, tu mi vorresti a Sua immagine e somiglianza.
 
In questi giorni in cui voi vi nutrirete di cose morte, le rendete cose di vita: che farete quando sarete nella Luce, nel giorno in cui, essendo uno, diverrete due? Quando diverrete due, cosa farete?
Tommaso, 12
 
– A uno stronzo qualsiasi.
– Raccontami!
– Cosa vuoi sapere?
– Com’eri vestita, cosa gli hai detto, tutto, voglio sapere tutto.
Sorrido perché anche se ti prevedo non mi annoi affatto.
– Ero vestita  come piace a te,  con  le tette mezze fuori e la gonna corta e gliel’ho succhiato dopo cinque minuti che lo conoscevo
La tua erezione è immediata e osservarti sistemarlo nei pantaloni mi procura una libidine intensa.
– Non so cosa ci siamo raccontati, non mi ricordo, so che aveva un cazzo ridicolo e che è venuto dopo due minuti!
Il fatto che schernisca gli altri uomini e che li umili, innalza il tuo essere ad una posizione di estremo potere e supremazia.
Ce l’hai in mano ora.
– Come, com’è venuto?
Ti masturbi con ferocia.
– In silenzio, anzi ha detto appena: ah! Non c’è gusto a fare un pompino di due minuti senza nemmeno sentirlo godere.
– Dio, che vacca! E hai bevuto?
– Certo, tutto e dopo aver ingoiato l’ho salutato e me ne sono andata.
 Mi afferri per i capelli facendomi quasi male e mi strattoni sulle tue labbra e sulla lingua, bruci e non trovi pace.
– Dammelo in bocca...
È una supplica la mia.
– No, continua a raccontare, puttana! Dimmi cosa pensavi quando glielo succhiavi.
– A te che mi inculi, penso sempre a questo... e a un altro in bocca.
Sento il tuo odore così caldo e vicino e scalpito perché ti voglio dentro, in qualsiasi modo ma dentro.
– Prendilo in bocca! Adesso!
Sono bagnata, odoro di mollezza e immersa nel tuo inguine bevo questo orgasmo violento che mi basta quasi ad appagarmi.
Urli come un animale braccato che tenta di fuggire dal suo aguzzino (perché l’aguzzino non sei tu), sferri un pugno alla portiera e scuoti il volante come fosse il mio collo. Sei così sfrenato che rischi di attirare gli occhi dei passanti.
Mi ricompongo appena:
– Guardami adesso.
Mi hai guardata mille e mille volte così, con i tacchi sul cruscotto e le mani scomposte a darmi piacere in ogni modo possibile.
Questo è un modo di cullare le nostre pene, abbiamo affinato una tecnica personale e precisa e ce la mostriamo appena possiamo, donandocela. In fin dei conti ci amiamo, sicuramente meglio di tante coppie che si ignorano o fingono.
Tu non fingi, no. Sei talmente sincero che rischi di spezzarmi, talmente crudo che per non affondare ho eretto a proteggermi mille e più immagini che confondano.
Sono madre, puttana, scrittrice, infermiera, suora, oca, strega e altro ancora; sono tutto ciò che vogliono gli altri, sono una maschera dalle infinite facce.
Ora indosso quella che tanto ti eccita, quella della lussuriosa indecente che si masturba alla luce di un lampione, in macchina con entrambe le mani; quella della donna che gode prepotentemente, con rabbia sfrontata con le dita in ogni apertura possibile.
E, come te, libero dalla gola il mio passato che tanto mi ha ferito e godo.
Ci quietiamo e riprendiamo ad azzannarci:
  – Sono uscito con una ragazza ieri...
Ecco il mio momento, fino ad ora hai bevuto tu di me, ora tocca a me dissetarmi.
Una fitta acuta e rapida mi squarcia il petto, trattengo a stento il malessere che provo sistemandomi la gonna e avvicinandomi a te.
Mi concentro sul significato delle tue parole più che sulle azioni che rievochi.
– Una gran porca, si è lasciata montare. Eravamo in due, dovevi vedere come godeva...
Cerco di immaginarlo.
– Come godo io?
– Nessuna gode come te, tu sei la migliore!
 
Per stasera non mi serve altro, quattro parole – nessuna gode come te – mi sono sufficienti per vivere senza di te almeno per altri due mesi.
Un ciao è tutto quello che mi dici prima di accompagnarmi a casa per andartene in fretta chissà dove e non so se ripensi a me qualche volta, alle nostre azioni o al loro perché. Ma sapere perché una donna fa certe cose è come voler capire perché un uomo non le fa, non c’è nulla da sapere, osservare sarebbe già tantissimo.
Osservarsi dal di fuori come in un film, come in un romanzo o in uno specchio, con distaccata noncuranza.
Mi piacerebbe che tu mi avessi visto quando mi incontravo con quegli esseri umani, in macchina, di solito; avrei voluto che studiassi le espressioni del mio corpo, i movimenti delle mie mani, le mie sopracciglia.
Dici sempre che ho una mimica curiosa, mi dai del cartone animato e non mi dispiace questa cosa, in fin dei conti cosa c’è di più vero di un cartone? Di quei personaggi inventati e fantastici che rappresentano i “buoni sentimenti” ma che sotto gli abiti, che non tolgono mai, sono pieni di lividi?
I lividi dei loro creatori.
Vuoi vederli i miei?
Te li racconto...
Scovavo quegli esseri umani senza molta difficoltà, c’è sempre qualcuno che crede che non ci sia nulla di più frizzante di un incontro al buio, con una donna–cartone sfacciata più di Candy Candy con il suo Terence.
E li mettevo alla prova o forse mettevo alla prova me stessa spiazzandoli senza nemmeno gran fatica, bastava scoprire un lembo di pelle, una spalla, un po’ di scollatura...
I lividi eccitano.
Ricordo Giorgio, un rappresentante dagli occhi chiarissimi e dalla pancetta mal celata da una camicia di lino abbondante, portava i sandali.
Lo so che odi i sandali calzati da un uomo, li odio anch’io, ma che importava allora, non era questo che mi frenava di certo, nulla mi frenava, di certo.
Ogni episodio doveva compiersi, l’autore dei miei lividi aveva voluto così ed un cartone non può sottrarsi alla sua storia, non ne ha il diritto e nemmeno la volontà.
Con Giorgio eravamo d’accordo che appena incontrati lui mi avrebbe offerto da bere: un caffé se mi fosse piaciuto, un’acqua minerale se non ne volevo sapere.
Non mi piaceva, questo era sicuro, però non bevvi nulla, rimasi nella mia neutralità senza dargli false speranze.
Un pompino non significa nulla.
Non per me.
E così lo invitai a trovare un posticino tranquillo dove consumare un altro episodio per poi avanzare verso il The end, chissà quanti episodi mi ci sarebbero voluti ancora. Un cartone non lo sa.
La varietà di pelle umana dalla forma turgida ed allungata che prendevo in bocca non mi meravigliava davvero, ciò che mi sconvolgeva era come queste comparse si lasciassero disegnare da me.
Da me.
Osservavo la loro stupida erezione con una sorta di sfida negli occhi, concedendo di me talmente poco in parole, opere e omissioni, che l’unico scopo era quello di farli venire alla svelta e poi defilarmi con la loro banalità in bocca.
Spesso la banalità ha un buon sapore.
Quella di Giorgio invece aveva un sapore orribile.
E il mio trionfo, al termine della puntata consisteva nel calcolare i minuti che impiegavo per fargli raggiungere l’orgasmo: ogni minuto in meno, un livido in meno. Tutto il tempo che mi risparmiavo con loro era tempo in più che dedicavo a me, al mio personaggio assurdo.
Con Roberto ci misi davvero pochissimo, bastò quasi appoggiargli le labbra alla cappella già umida che lui schizzò dappertutto, senza che ebbi nemmeno il tempo di raccogliere il suo sperma nella mia bocca.
Un vero record!
Una vera soddisfazione lasciarli poi come degli ebeti con le braghe calate e loro che mi spiegavano di come avrebbero voluto che si svolgesse rincontro seguente. Come se ci fosse stato un seguito. Non per loro.
Io non dovevo nemmeno rivestirmi perché non mi ero spogliata: per fare un pompino non serve; mi bastava raccogliere la borsa ai miei piedi e sbattergli la portiera dell’auto in faccia.
Eccolo il mio godimento.
Estremo e feroce, me lo riconosci negli occhi e nei gesti?
Il godimento del mio disegnatore era quello di umiliarli il più possibile rendendoli ridicoli e banali.
Nessuno che si fosse mai tirato indietro, mai.
Nonostante, in ultimo, mi divertissi ad avvertirli della mia mania, nonostante spesso spargessi la voce sulle dimensioni ridotte del loro cazzo o sulla loro resistenza quasi nulla.
Ci cascavano lo stesso, scemi che erano.
Come se in un pompino si concentrasse l’essenza dell’esistenza, come se godere così fosse davvero un’alternativa eccitante.
Lividi.
Tu i miei li hai leccati tutti, ancora sanguinanti, non ti sei accontentato di un lembo di pelle, hai voluto scoprire ogni angolo della mia malattia.
E mi è piaciuto.
Mi piace raccontarti di questi stronzi dal cazzo ridicolo, mi piace metterti in mano la loro mediocrità così che ne possa ridere anche tu. Con me.
Ricordi quando ho messo alla prova anche te?
E tu non ci sei caduto nella mia trappola, non mi hai concesso subito la tua mediocrità facendoti succhiare l’uccello, tu me l’hai donata in altro modo, raccontandomi come faccio io adesso, tutta la violenza che ti porti dentro.
La violenza si apprezza solo se si è stati violentati.
 
Gesù disse: – Beato l’uomo che ha sofferto: egli ha trovato la vita!
Tommaso, 63
 
Ci riconosciamo noi due.
E domandarsi chi è più aggressivo tra la tigre e il domatore non porterebbe a nulla. Lui schiocca la frusta per piegare la volontà, lei mostra gli artigli allungando la zampa per combattere la noia di esercizi sempre uguali. Ognuno a cercarsi il proprio angolo per stupire il circo. E che dire degli spettatori? Sono meno violenti loro con gli occhi puntati nella gabbia, aspettando di veder colare il sangue?
Perversione che si confonde con la normalità di fenomeni da baraccone.
Ecco perché mi sei piaciuto quando sei voluto salire sul mio tavolo, in cucina, nudo e carponi, specchiandoti nei vetri delle finestre.
Avevo voglia di infilare la lingua in ogni tuo più piccolo anfratto e di domarti con la mia saliva, con il mio voyeurismo affamato.
Ma sapere chi sia stato domato mi risulta impossibile, la fiera non vuoi farsi distinguere, nemmeno quando fugge; sì perché fuggiamo l’uno dall’altra, noi due, troppo stretti in quella gabbia seppur pulita e provvista di ogni comfort.
Cerchiamo la “libertà”, abbiamo bisogno di rendere vitale il nostro olfatto curioso finché assettati delle cure del padrone, non ce ne torniamo con la coda tra le gambe.
Tra le gambe.
Ti sei mai sognato di guardare tra le gambe di Lady Oscar?
Sì, me lo hai confessato che ti masturbavi ancora bambino, immaginandola sfilarsi gli stivali neri di pelle. Ma tra le sue gambe non c’era disegnato nulla e a te comunque non serviva.
L’immaginazione è il più potente eccitante, peccato che prima o poi occorra riportarla in gabbia per non rischiare di ferire chi la incontra.
Così rientro in camera mia al buio, tastando i muri, ho bisogno di silenzio e la luce dice troppo. Senza svestirmi, mi infilo sotto il piumone e, sfilando solo le scarpe, approdo ad un accenno di calma.
Le orecchie rimbombano ancora delle tue parole – nessuna gode come te – e il mio utero si sente invaso, come se tu mi avessi fecondata. È una sensazione strana questa, di pienezza e di vuoto nello stesso tempo, come se tu fossi riuscito a far nascere una nuova parte di me e nello stesso tempo ne avessi soppressa un’altra.
Il vuoto che sento invece è situato più in basso, all’altezza della vagina che stasera ha ricevuto privazione di ricettività femminile.
È stato uno scambio il nostro in cui nessuno ha avuto la meglio, nessuno ha guadagnato o imparato qualcosa; un braccio di ferro sfiancante tra due titani che vogliono imporsi.
Mi pare di impazzire in questa confusione di sentimenti, in questa a–felicità, mi pare di trovarmi in una zona transitoria di me dove sento solo tramite il corpo, solo tramite il dolore.
Ma domani starò già meglio, domani sto sempre meglio: il mattino dopo la tua traversata in me, di solito, mi sento euforica e colma di energia vitale, come avessi recuperato il mio impeto agonistico nei confronti della vita.
Non mi resta che rannicchiarmi in posizione fetale e abbandonarmi ad un respiro più calmo e regolare.
 
 
La mattina seguente, porto ancora in bocca il tuo sapore, spalanco i balconi e mi denudo ai piedi dello specchio.
Se la sindrome che mi colpisce fosse dismorfica, mi preoccuperei del seno leggermente cadente o dell’addome rilassato o dei buchetti che la cellulite mi disegna sulle cosce, invece stamattina mi adoro per quella sono, anzi stamattina mi voglio ancora più bella.
Esamino con cura il mio corpo completamente depilato e decido che rivendicare la MIA di persona è diventata una necessità, un piercing è il mezzo adatto e l’unico luogo che lo possa accogliere è il suo ombelico: il clitoride; mentre allargo con le dita le grandi labbra e osservo da vicino il colore rossastro della pelle, immagino cosa si prova a farselo bucare.
Non perdo tempo, mi lavo in fretta, mi infilo solo reggiseno, maglietta e jeans e, ancora da truccare, mi reco in centro al tattoo shop.
–  Ciao...
–  Ciao Angela, sei qui per un tatuaggio?
Tony è un tatuatore atipico, magrissimo, porta impressi sulle braccia una moltitudine di intrecci stilizzati che paiono piaghe seccate. Non è bello, così pelato e tutto quel nero che porta addosso sembra celare sporcizia; ha però occhi grandi e svelti, mani sicure e simpatia da vendere.
– No Tony, stavolta vorrei un piercing.
– Ok, e dove?
– Lì!
Indico i miei genitali.
– Molto volentieri stellina! Scegli quello che preferisci in quella teca e poi mi dici...
Scelgo un semplice anellino, una piccola scionetta d’acciaio.
– Fatto!
– Bene, ora accomodati di là, spogliati e stenditi sul lettino, arrivo subito.
Il lettino è in pelle rossa, è già disteso; sfilo i pantaloni e mi accomodo seminuda al centro della stanza. Alle pareti arancioni sono appesi una moltitudine di quadretti lampeggianti in cui è scritto: “In quel breve istante in cui l’ago ti trapassa la carne, potresti avere l’illuminazione sul tuo vero essere. Fakir Musafar”.
E poi solo finestre, molto ampie che riflettono il mondo, quello falso.
– Sei pronta?
– Sì!
 
La situazione mi infreddolisce.
– Allarga le gambe! E non preoccuparti, non ti farò male...
Il pensiero di farmi toccare da uno semi–sconosciuto è una delle mie fantasie erotiche preferite...
Esamina con cura il mio pube.
– Sei già depilata, bene... Dove lo vuoi di preciso?
Sul clitoride...
– Ok, forse all’inizio ti ecciterai un pochino, resisti che poi passa.
Ride. Sembra oltre che divertito direi un po’ sadico nel poter esercitare su di me questo potere.
– Ok, resisterò finché hai finito, ma dopo non è che mi aiuteresti a soddisfarmi?
– No, anche perché per un pochino dovrai attenerti ad alcune norme igieniche e non dovrai procurarti nessuno sfregamento, capito?
– Questo non lo avevo previsto...
– Vuoi ripensarci?
– No, procedi pure
Con le mani nel lattice sterile, mi apre bene le carni e le studia da vicino, sembra voglia odorarle e mi piace immaginare che sia così.
Disinfetta con cura ogni piega e intima grinza del mio pudore e lo titilla audacemente; la voluttà della sottomissione prorompe con foga fuori di me, niente può contenerla ormai e non tento nemmeno di impedirglielo.
– Sono eccitata da morire...
– Lo so.
Opera con i miei sensi come un macellaio con la carne e stringe il clitoride con decisione, devo afferrare il lettino per restare immobile e chiudere gli occhi per non lasciarmi sfuggire un urlo.
È un attimo, un attimo in cui una spada affilata mi trapassa il petto fissando il linguaggio del mio corpo sulla parete della consapevolezza, un attimo in cui policromie di me si scindono in schegge impazzite per pennellare l’infinito; un attimo in cui tutto ciò che è converge sul mio clitoride e ciò che non è collassa in un orgasmo.
Urlo.
E.
Godo.
Di dolore e di piacere, nel corpo e nel cuore, come un maschio pur restando me.
 
Simone Pietro disse loro: Maria si allontani di mezzo a noi, perché le donne non sono degne della Vita! – Gesù disse: –Ecco, io la trarrò  a me in modo da fare anche di lei un maschio, affinché anch’essa possa diventare uno spirito vivo simile a voi maschi. Perché ogni donna che diventerà maschio entrerà nel Regno dei cieli.
Tommaso, 121
 
Sono felice, chi l’avrebbe mai detto?
Adesso vorrei rendere partecipe mia figlia dell’oscenità del mio piercing per fargliela assimilare, per depurarla dell’insicurezza che la cultura odierna e maschilista le instilla; vorrei mostrarle le mie ferite, nude e ancora sanguinanti di un dolorosissimo menarca inflittomi da uomini che hanno voluto legarmi e vincolarmi a loro, vorrei dirle: sei meravigliosa donna!
Ma ora è con il padre e non posso e poi i suoi 10 piccoli anni forse non distinguerebbero menzogna da verità.
Ignoranza.
Ci sono annegata per interminabili secoli finché non ho sentito l’esigenza di respirare, di riprendermi corpo ed anima e di combattere un’oppressione sottile e destabilizzante.
Scuola, genitori, marito, suoceri, tutti a dirmi cosa dovevo essere, come dovevo fare, quali obiettivi dovevo prefiggermi: la famiglia, un unico e sciatto traguardo cui sottrarre qualche ora di lavoro e di svago, un obiettivo edificante e coinvolgente proprio perché destinato ad una donna, a me.
E appena corri fuori delle regole, appena alzi il muso dal pavimento da lustrare, appena osi urlare la tua voglia di mondo, di novità, di svago, appena osi imitare un uomo, sei additata, derisa, schiacciata dal tuo stesso compagno, dalle tue stesse amiche.
Ricordo quando pubblicai la mia prima raccolta di poesie e racconti erotici, lo scandalo che un evento del genere produsse in città, rese il libro introvabile.
Credevo di essere diventata famosa, una bandiera per ogni donna insoddisfatta, un esempio da emulare, invece mi ritrovai sola, senza mia figlia e con una nuova etichetta da smaltire: “Le storie che racconti di poetico non hanno nulla.”.
Mio marito non mi accettò, non volle una donna–madre al suo fianco, libera di ergere il proprio piacere in modo appariscente quanto il suo, non volle sdrucciolare in un ruolo subalterno, aveva paura di ciò che non conosceva.
Regole, schemi, giudizi, perfino le barzellette, prodotte dagli uomini, costringono la donna in una cornice che non si adatta, e quando ci si libera anche dei colori con cui questi imbianchini dell’arte ci dipingono, veniamo bruciate come streghe.
Ebbene sì, ho preferito il fuoco vivo della conoscenza piuttosto della linda e profumata ignoranza casalinga, ho preferito scoprire le più remote realtà della mia femminilità e del sesso piuttosto che snervarmi di soap opera o di Harmony.
 
Gesù disse: – Colui che conosce tutto, ma ignora se stesso, è privo di ogni cosa.
Tommaso, 73
 
Ho preferito fortificare la mia autostima isolandomi dal mondo, piuttosto che essere ammessa all’universo maschile solo per servirlo.
A cosa serve una donna?
Quante volte me lo sono domandato... e quante notti passate a cercare una risposta.
Ad essere felice, in qualsiasi modo si possa esserlo: madre, figlia, suora, soldatessa, scrittrice, puttana. Ad essere felice e non frustrata o depressa o suicida.
 
Gesù disse: – A chi ha verrà dato, ma a chi non ha verrà tolto anche il poco che possiede.
Tommaso, 46
 
Una donna serve a se stessa.
Ad una donna non serve obbligatoriamente un uomo.
Questo vorrei dirti figlia mia, ora che non ci sei, questo vorrei trasmetterti con queste lacrime che inumidiscono il foglio e sbiadiscono appena le mie convinzioni, da questo ti metto in guardia.
Non lasciarti conquistare da promesse eterne, né da uomini che intendono risolverti perché tu sei nata perfetta e non c’è nulla che in te non vada; prendimi sottobraccio quando hai paura che la vita ti sconfigga e cammina a testa alta con le emozioni negli occhi e sulle labbra.
 
 
La perla, se è gettata nel fango, non diventa di minor pregio, né, se viene unta con olio di balsamo, diventa di maggior pregio, ma ha sempre valore agli occhi del suo proprietario. Così è per i figli di Dio: dovunque essi siano, essi hanno sempre valore agli occhi del  loro Padre.
Filippo, 48
 
Ti umilieranno, ti minacceranno, tenteranno di comprare il tuo silenzio e il tuo coraggio, ti vorranno solo per sé per ridurre in cenere il tuo essere ma io non smetterò di nutrirti ne di soccorrerti, sopporterò con te il tuo dolore ed insieme lo annulleremo, come sorelle, come amanti, come donne consapevoli.
Eccolo il mio piercing, scontato, rozzo e ovvio fino a farmi male; eccolo piccola mia, lo spalanco oscenamente alla vista maschile che lo rifugge come opera del diavolo ma nessuno lo vede a parte te, sangue e carne della mia.
La stigmate l’ho posta proprio dove la mia fisicità è stata abusata ed incompresa: tra le gambe.
Il piercing al clitoride accusa le ingiustizie nei confronti del sesso femminile.
Circonciso e circondato.
E non dai media, dalla medicina, dalla classe politica, dalla cultura ma esattamente da noi stesse che ci lasciamo ferire e schiacciare dai nostri uomini, da un Dio innominato ed incompreso, da un padrone che ci sfrutta.
Se vuoi essere libera sfoggia le tue lacrime e le tue urla, se vuoi essere libera sposa l’estasi della verità e riuscirai a godere di un fremito vitale eterno.
Sii donna figlia mia, come senti e non come vogliono farti sentire gli altri...
 
Colmando la deficienza. Egli ne ha abolito la figura. La figura di questa è il mondo, che ad essa era soggetto. Infatti, nel luogo in cui c’è invidia e disaccordo, là c’è deficienza; mentre nel luogo in cui c’è unità, là c’è perfezione. Siccome la deficienza è venuta nell’esistenza perché non si conosceva il Padre, così, appena si  conoscerà il Padre, all’istante la deficienza scomparirà. Proprio come nel caso dell’ignoranza di uno: appena egli viene a conoscenza, la sua ignoranza si disperde da sola, come si dissipano le tenebre quando appare la luce: così anche la deficienza viene meno a causa della perfezione. Di conseguenza, dunque, la figura non si mostrerà più, ma sparirà nella fusione dell’unità. Pertanto le loro azioni si presentano simili l’una all’altra. Ciò accadrà nel momento in cui l’unità perfezionerà i luoghi. Per mezzo dell’unità ognuno ritroverà se stesso. Per mezzo della gnosi ciascuno purificherà se stesso dalla diversità all’unità, consumando la materia dentro se stesso, come fuoco: le tenebre per mezzo della luce, la morte per mezzo della vita.
Vangelo della verità, 15

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