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Blues della piccola città di provincia

Blues della piccola città di provincia
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Primo capitolo

Intro

 
– Papà vuole che lo fate.
È una voce bella bellina, una vocina ampiamente scopabile.
Un po’ isterichetta, se vogliamo, ma piena di vita. E di voglia di vivere.
Una voce che non accetta compromessi.
Una voce che ha sentito troppi “sì” e nessun “no”.
Ed è la voce di Caterina.
E Caterina è la figlia del Sindaco della Piccola Città di Provincia.
E il destino goliarda e bastardissimo vuole che Caterina sia l’amante di Leo, chitarrista dei Mood Indigo e dei Preziosi del Liscio, gruppo dalla doppia anima che allieta le notti della Bassa da fin troppi anni.
 
– E vabbè, Cate, lo faremo, cazzo… dammi solo il tempo di convincere gli altri, e…
– Grazieeee, grazie amore ! Dico subito al papi che lo fate. Sarà felicissimo!
– No… io volevo dire che prima devo…
– Sei un amore, Leo. Proprio un amore. Per premiarti, questa sera, al solito posto, porto i calzettoni di lana a righe colorate… quelli che ti piaccion così tanto…
Cazzo. I calzettoni di lana a righe colorate.
Le donne sono nate per vincere. Non ci son palle.
E vallo a spiegare agli altri, adesso.
Cazzo.
 
Fatto sta che un mesetto prima, il Sindaco (che tutto sa tranne che il chitarrista Leo, quel basettone prendiperilculo munito di stratocaster, si guzza la figlia a soddisfatte cadenze periodiche) ha telefonato a casa del Professor Frascati, in arte Fez, pianista, fisarmonicista ed eminenza seria dei Fratelli Musici, per annunciare che, in pieno accordo con l’Assessore alla Cultura, aveva preso la decisione di organizzare un grande concerto natalizio al Teatro Comunale della Piccola Città di Provincia. Un concerto dedicato alle grandi canzoni del cantautorato italiano.
Nessuno era adatto come i Fratelli Musici, aveva detto.
Purtroppo questi, però, da un’infinità di anni vivevano con grande tranquillità e appagamento il loro pascolare tra balere e locali notturni, alternando mazurkette a swing lenti, passando da Casadei a Chet Baker senza fare una piega.
Avevano trovato la loro armonia. Il loro modo di vivere. Le loro prove. Il loro alcol. La loro stufetta per l’inverno. La loro austera assenza di donne nel giro della musica. Il loro vino brusco di Tamburo in bottiglioni asciugati, lasciati e abbandonati lì, cadaveri odorosi e opachi, prova dopo prova.
Avevano trovato il loro cedro di qualità permanente.
E un cazzo di politico fighetto, radical chic e belloccio, che di buono aveva solo la figlia, non poteva arrivare a turbare il loro nirvana per un programmino prenatalizio o fors’anche pre-elettorale. Vatti a fidare, peraltro.
Non poteva. Non poteva proprio.
Poi lui non lo sapeva, ma Fez e gli altri sì. Con Caterina guzzata a cadenze bisettimanali da Leo la cosa si sarebbe fatta davvero complicata.
Però. Per Dio, lui era pur sempre un professore di mezz’età. Calvo, serio, magro e  giacchincravattato… dunque: – Certo, signor Sindaco… la sua proposta ci onora e c’inorgoglisce… certo… penso però purtroppo che i miei cari Fratelli Musici siano un po’ difficili da convincere.
Il Sindaco, severo ma paternalistico, tirò fuori l’Argomento che un qualunque politico sa tirar fuori.
– No… signor Sindaco… non è certo una questione di soldi, anche se ringrazio per l’offerta generosa. Grazie a Dio qui si sta tutti bene… No… è più che altro una questione d’età, di tranquillità… di quieto vivere.
Un altro telefono squilla in sottofondo, e si sentono pure delle voci. Si sa: un Sindaco passa sempre da una riunione all’altra, e non ha tempo, vabbè, ci avrebbero pensato e ne avrebbero riparlato. Avrebbe richiamato lui o fatto richiamare dal segretario personale.
A posto. Un bel casino.
 
Anche Leo, adesso, ha messo giù il telefono.
Guarda fisso la sua stratocaster nera appoggiata al muro di fronte. È ancora attaccata col cavo all’amplificatore Fender  acceso. Gli sembra che persino lei gli stia dando del pirla.
Ha detto di sì senza aver detto di sì. Proprio quando, la sera prima, alle prove si era brindato per il coraggio dimostrato nell’aver deciso per il no. Sì sa che se donne ti fanno la domanda e si dicono la risposta, a volte senza neanche suggerirtela e farti fare la fatica di dirla... non serve. La diresti comunque. Tanto vale non perder tempo.
Pazienza. Ora è coricato sul suo lettino da inguaribile single e guarda il soffitto. Non sa se è più la paura di affrontare i Fratelli Musici o la libidine per i calzettoni di lana a righe.
 
A quest’ora Treno dev’essere al Bar Stella. Per forza.
È la mezza. L’ora dei pisarèi. L’ora della Sfilata dei Quozienti.
E l’ora in cui Treno non andrebbe disturbato.
Leo però deve parlare con qualcuno del bel casino che ha appena combinato.
E nessuno è migliore del suo alter-ego sassofonistico, di quel compagno di merende, di bevute, di scopate, di gabazze varie. Insomma… nessuno è migliore di Treno. Il suo grande e grosso amico del seminterrato.
Treno, però, ha sempre sdegnosamente rifiutato l’idea di usare un cellulare. Giacomo l’Highlander, il Barista, non vuole neppure che si usino nel suo Bar. Lo splendido Bar Stella.
Un Bar, però, c’avrà pure un numero di telefono sulla guida… no… ecchecazzo ?
Prende la guida da sotto il suo lettino da single. È di qualche anno prima. Niente di strano: i ragazzi che portano in giro le guide una volta l’anno non sanno che là sopra c’è una mansarda con uno dentro, e non un solaio abitato da topi e piccioni. Comunque, per tanto che può esser vecchia una guida del telefono, sicuramente il Bar Stella è senz’altro più vecchio.
Infatti, alle pagine della Piccola Città di Provincia, nella lunga sfilza dei Bar, ecco finalmente anche il Bar Stella.
Chiama. Suona a vuoto.
A un certo punto una voce, severissima e assolutamente indisposta. È sicuramente Giacomo. In sottofondo le note conosciute dell’Orchestra Ellington.
– Ebè?
– Scusa, Giacomo… sono Leo…
– Leo il chitarroso?
– Certo…io…
– All’ora dei pisarèi? Ma èt màt?
– No, no… e scusami tanto… ma avrei proprio bisogno di parlare con Treno… è lì ?
– Ovvio che è qui: e dove vuoi che  sia a quest’ora? È mezzogiorno passato, i pisarèi sono nella pentola, il sugo è caldo e i Quozienti stanno sfilando davanti alla nostra vetrina. Caro mio… anche se sei te… guarda che non è mica il momento giusto…
– Sì, sì, sì… ma passamelo un attimo, che è un’emergenza…
– Veh, giovane chitarrista dall’ormone agitato, non è mica che avrai già mangiato?
– Beh… no… mi son svegliato adesso e ho fatto una telefonata…
– Allora mettiti i tuoi straccetti da comunistone e vieni qui, che oggi di pisarèi ce n’è in abbondanza, e al telefono ci siam stati già fin troppo.
A Leo è sembrata subito quello che era: una buona idea.
Davanti a un paio di piatti di pisarèi e un bel gutturnio Treno avrebbe senz’altro digerito la notizia, dissacrandola il giusto.
Poi l’Highlander sembrava in buona, e magari gli avrebbe anche dato una mano. Si sa, un uomo tutto d’un pezzo, ma un bel pezzo di pane, in fondo.
Bene: al volo vecchie scarpe da ginnastica, jeans tanto sbiaditi da esser quasi bianchi, camicione scozzese di lana, sciarpino leggero, che ormai l’autunno è proprio lì lì e, temendo che da lì a un po’ dovrà cantare di più, la gola va trattata il più bene possibile. E via al Bar Stella.
La sera prima era quella dedicata al jazz, al solito Naima che li ospita una volta la settimana da molti anni.
Come sempre si è bevuto molto e mangiato poco. Ora è il momento di rifarsi.
Lo stomaco è un vuoto gorgogliante, e il pensiero dei pisarèi per qualche minuto è riuscito a distrarlo del tutto, ma senz’altro temporaneamente, dal pensiero dei calzettoni a righe.
 
Il Bar Stella è lì, da sempre. A metà di quel viale percorso così tante volte per andare a lezione nella Stanza del Maestro Pino, vero Tempio della musica della Piccola Città di Provincia.
Lì, nel corso di lunghissimi e velocissimi anni, si sono incontrati tutti. E ancora adesso non hanno ancora smesso di amarsi, i Fratelli Musici, e di dividere insieme sensazioni, note e serate.
Ciascuno come fosse moglie, madre, sorella, fratello, amico e confessore di tutti gli altri.
Una famiglia anomala fatta di armonie e canti, di accordi, stop e sincopati. Di litigate e grappe, di scoregge e aliti, di lacrime e pacche sulle spalle. Perché gli amici sono la miglior famiglia immaginabile. Ma gli amici che suonano riescono ad essere persino qualcosa in più.
L’insegna retoricissima del Bar, quella stella cometa dalla perenne aria natalizia, taglia la prima nebbiolina della stagione.
Davanti e dietro di Leo ci sono ragazzine che vengono dalle scuole per andare a prendere la corriera che porta nei paesi. Secondo il teorema di Treno quelli sono i Quozienti: lui e Giacomo si mettono a mangiare nella vetrina del Bar, come delle baldracche di Amsterdam, e danno i voti alle cirlette che passano davanti, secondo lo schema dei tre Quozienti: il Q. Intelligenza (QI), il Q. Intelligenza Acquisita (QIA) e il Quoziente Puttaneria (QP). Tutto molto scientifico. Inutile specificare qual è la categoria favorita, fatte le debite eccezioni e soprattutto smascherati i più difficili travisamenti.
Eccoli lì, in vetrina. Col loro bicchiere di rosso già bello pieno e le loro panze senza vergogna. Bellissimi. Per Leo si tratta di due mentori, due infallibili oracolididelfi. Non c’è problema che non venga sottoposto ad almeno uno di loro. E loro, qualunque essa sia, una risposta pronta l’hanno sempre.
Gli altri Fratelli Musici, per un motivo o per l’altro, non hanno mai raggiunto quel livello di goliardia, di distacco e di saggezza. Loro sì. E l’Highlander, pur non avendo mai toccato in vita sua uno strumento musicale, ma essendo uno che meriterebbe una cattedra universitaria di jazz classico, è naturalmente Fratello Musico ad honorem.
Leo entra. Treno sorride intanto che Giacomo, serio, versa un altro bicchiere di vino.
– Gutturnio?
– Ragazzo mio… non cominciamo con le domande inutili. Ti sembra un posto da barolo?
 
I Quozienti sfilano e l’Highlander e Treno ridono, guardano, si scambiano occhiate e larghi gesti e si asciugano col tovagliolo lunghe bave di vino.
Leo è lì che sorseggia il suo gutturnio da poco, un po’ troppo caldo e per di più anche un po’ acidino (ma si guarda bene dal dirlo), in attesa di trovare le parole giuste  per spiegare il casino musicalfighesco in cui ha infilato l’intera banda.
– Ma, ragazzo mio, è una mia impressione o parli un po’ poco oggi?
Se n’è accorto persino Giacomo, che parla a voce bassa tenendo l’occhio fisso sui Quozienti.
Segue Treno: – Vero, vero: conosco troppo bene il chitarrista qui… e mi sa che ne ha combinata una…
– Ma no… è solo che…
– Che?
– Che, sì, ne ho combinata una…
L’Highlander e Treno si guardano con la faccia sconsolata dei genitori che realizzano d’avere un figlio scemo.
È Luca che rompe il ghiaccio: – Tutto, ma non il concerto del sindaco…
– …
– Giacomo, per favore, togli il gutturnio, e portami una pila da interrogatorio e una clava.
– No, no, Treno, ti posso spiegare…
– Sì, sì: e non è quel che sembra... non sono mica tua moglie, né? C’è poco da spiegare, pirlantonio d’un pirlantonio… qui vale il vecchio brocardo poetico e giuridico dei nostri avi…
– …?
– Che tira più un pelo di figa che un carro di buoi, cretino…
– T’ho detto che ti posso spiegare…
– E noi siam qui belli belli che aspettiamo la tua spiegazione, e ci stiamo perdendo anche un bel po’ di fragolini. Pensa te: sei riuscito a distrarci.
– Sì, Treno, ti spiego tutto… ecco… vedi… Caterina…
Treno alza una mano di scatto, quasi un saluto romano, e ferma il nascente sermone dal tono drammatico-commovente.
– Guarda che l’ho capito al volo. Sono errori che abbiamo fatto tutti in gioventù…
– Ma io e te saremo praticamente coetanei, Luca…
– Beh, per cominciare non lo sai e non lo saprai mai. Poi, io son sempre stato vecchio  dentro, e con le donne ho avuto un paio di avventurette assai istruttive. Tu invece sei sempre il bigjìm che eri quando eravamo ragazzini, sei solo un po’ più grasso e le basettone ti stanno diventando bianche, ma in fondo sei sempre quel beccaccione sporcaccione che si faceva smarlettare a scuola da Cinzia “manina d’oro” Fallotti… Ricordi la prof? Fallotti, stia attenta alla lezione! E davanti a una cicciottina d’oro come la Caterina so già come ragioni… O meglio, come non ragioni.
L’Highlander se ne sta zitto, beve il suo gutturnio, guarda le ragazzine volar via veloci come farfalle colorate e ogni tanto si limita a fare uno sconsolato nonpuòessere con la testa.
– Solo che adesso, questa sera, al Naima, glielo dici tu agli altri…, né?
– …
– Siamo Fratelli Musici da troppo tempo… tutti sapranno perdonarti… poi lo sai benissimo anche te, Leo: dentro qualunque musicista c’è un adolescente egocentrico che ama vedersi sul palco a strapazzare il proprio ferro. Sotto sotto, tutti lo vorrebbero fare, questo concerto. Solo che tutti hanno sempre una gran voglia di tradire la propria giovinezza: forse, io per primo.
 
Le ragazzine fuori dalla vetrina hanno finito la loro entusiasmante sfilata. Come sempre piena di vita e d’inerzia.
Luca e Giacomo sono sempre lì, sempre un po’ più vecchi e grassi, mentre queste fragoline che volano davanti veloci sono sempre giovanissime. Un gioco perverso e crudele che sfida la logica.
Ed il tempo le confonde così bene tanto che sembrano sempre le stesse.
I pisarèi hanno entusiasmato come non mai. L’Highlander probabilmente è ormai più bravo della sua nonna, quella Pierina che aveva una delle migliori osteriacce del piacentino dell’inizio del secolo scorso.
E ormai è l’ora dei riposini. Luca deve raggiungere subito il suo divano blu se vuole reggere la serata di note più o meno blu, mentre Giacomo ormai vede solo la sua sdraio sul retro, vicino ai fornelli e alle pentole ancora da lavare.
Entrambi con un bel jazzino di sottofondo.
Leo al pomeriggio non dorme mai. Oggi, poi, meno che mai… questa sera, al Naima, appena prima o appena dopo il primo pezzo, che è sempre una versione allungatissima e molto psichedepica di Breathe dei Pink, dovrà confessare che, all’albeggiare della prossima primavera, nel Teatro Comunale della Piccola Città di Provincia, ci sarà il grande concerto dei Mood Indigo.
Un concerto cui la piccola Caterina ha già dato un titolo.
Un titolo preso da quel ciddì che Leo le aveva taroccato nel periodo della Grande Caccia. E Leo, benché per un’annusata di cicietta d’oro avrebbe fatto qualunque roba, una cosa che non ha mai accettato è di ascoltare, e meno che mai duplicare, musiche che non gli piacessero.
Per questo il concerto si chiamerà Una Notte In Italia.

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