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Carsex, disavventure erotico-comiche in auto

Carsex, disavventure erotico-comiche in auto
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Primo capitolo

La neopatentata
di Carlotta Baglione

La festa è finita in gloria, come da copione. Mi guardo intorno, disgustata. Ovunque bicchieri di plastica vuoti o pieni a metà, patatine e popcorn polverizzati sul pavimento, piattini con l’ultimo boccone di torta mimosa sparpagliati su qualsiasi superficie orizzontale disponibile. Mi chino sul gomitolo umano addormentato sul tappeto lercio, che a camminarci sopra dà l’impressione di un prato zuppo d’acqua. Con due dita sollevo un braccio, scosto una gamba, frugo tra le persone aggrovigliate nel sonno alla ricerca della mia amica Sara. Di lei nessuna traccia, sembra essersi volatilizzata. Mi sto proprio incavolando. Se entro cinque minuti non mi si materializza davanti la lascio qui, giuro che salgo in macchina e la lascio qui, mica posso farmi linciare dai miei per colpa sua. Sono già in ritardo pauroso rispetto all’ora improrogabilmente fissata per il rientro, ma se parto subito forse posso evitare la fustigazione pubblica e il ritiro delle chiavi della macchina fino a data da destinarsi.
Scavalco il groviglio umano sul tappeto e mi dirigo verso il bagno del pianterreno. Un ragazzo e una ragazza, nudi ad eccezione delle mutande, dormono della grossa nella vasca da bagno. Il pavimento è viscido, ricoperto da una fanghiglia di succhi gastrici e alcolici colati dai bicchieri. Il tanfo è insopportabile. Arriccio il naso e mi richiudo frettolosamente la porta alle spalle. Faccio capolino in cucina: nessuna traccia di Sara neppure qui. Idem in giardino. Salgo al piano di sopra e apro la prima porta alla mia destra. Sul lettone matrimoniale dei suoi, la padrona di casa sta sdraiata di traverso, la faccia sull’inguine di Riccardo, che la incita a far risorgere il suo pisello dal letargo alcolico.
«Ops, scusate!» balbetto, rossa d’imbarazzo, prima di lasciarli di nuovo soli.
Spalanco la porta della camera successiva ed eccoti qui Sara che si abbassa la gonna mentre un ragazzo – no, non un ragazzo, Luca, il tipo che mi piace da almeno due anni e che non mi ha mai degnato di uno sguardo – è già sul letto, nudo dalla cintola in giù. Sento una spiacevole contrazione dentro le costole, come se qualcosa, lì dentro, si stesse annodando su se stesso. Il primo impulso è quello di richiudere la porta e abbandonare Sara al suo destino, ma visto che si tratta di un destino tutt’altro che spiacevole e che in questo momento vorrei squartarla adotto alla svelta il piano B.
«Salve ragazzi, spiacente ma la festa è finita» esordisco col tono risoluto di uno sceriffo del West. Agguanto Sara e inizio a riabbottonarle la gonna, godendo da matti per aver interrotto il loro sollazzo.
«Ehi, ma che cazzo credi di fare? Chi cazzo sei? Sua sorella?»
Luca è piombato giù dal letto, col coso che gli ballonzola semirigido tra le gambe, e ha afferrato Sara per un polso. Anch’io la tengo per un polso e tiriamo in direzioni opposte. Sara un po’ ridacchia, un po’ si lamenta. L’alito le puzza come una fogna.
«No, non sono sua sorella, sono solo quella che ha la macchina e che ora deve tornare a casa. Togliti di torno!» dico, obbligandomi a guardargli la faccia e non le parti basse notevolmente congestionate.
Per fortuna non insiste oltre e io ne approfitto per trascinare fuori Sara. Farla camminare è un’impresa.
«Dove sono le tue scarpe?» le chiedo. Per tutta risposta lei canticchia una delle canzoni da discoteca che il dj ha fatto andare a palla fino a un’ora prima. E va be’, fanculo le scarpe, penso mentre l’aiuto a scendere le scale, impresa tutt’altro che facile visto come oscilla a ogni gradino.
Siamo quasi arrivate al pianterreno quando Luca ci raggiunge, per fortuna coi pantaloni addosso. Non appena Sara lo vede mi spinge da parte senza tanti complimenti, gli getta le braccia al collo e gli slinguazza amorevolmente le tonsille inarcandoglisi contro. Se ci trovassimo in un cartone animato ora estrarrei dal nulla un martello di dimensioni ciclopiche, glielo calerei addosso e la ridurrei a una specie di fisarmonica. Invece devo limitarmi a stringermi nelle spalle, più depressa che mai.
«Ok Luca, la affido a te. Ci si vede» e mi volto per scendere gli ultimi gradini.
«Aspetta.»
Incazzata nera faccio finta di non averlo sentito e a passo marziale attraverso il salone verso la porta d’ingresso.
«Aspetta» dice ancora lui e per farmi fermare mi mette una mano sulla spalla nuda. Rabbrividisco mentre le guance rischiano di prendere fuoco.
«Aspetta. Daresti un passaggio anche a me?»
«Cosa?» dico, voltandomi. Dio, perché i suoi occhi sono così maledettamente azzurri?
«Sono venuto in macchina con un amico ma credo che lui ne avrà ancora per molto» ridacchia. Ah già, l’amico di Luca è Riccardo, quello della respirazione bocca a pisello.
Mi passo una mano tra i capelli. Dovrei dirgli di no, non mi ha cagato per una vita, si stava per scopare la mia migliore amica e di certo presto ci riuscirà e ora mi chiede pure un passaggio? Digli di no, digli di no...
«D’accordo» dico invece, completamente inebetita dalla reazione ormonale scatenata dalla sua vicinanza, anche se mi rendo conto che non è una grande idea caricarlo sulla stessa macchina con la proprietaria della fica attualmente al primo posto nella sua top ten di quelle scopabili.
Rassegnata a un’esistenza di infelicità amorosa esco dalla casa seguita da Luca e Sara, che gli cammina aggrappata come una cozza e che non smette un attimo di sbaciucchiargli collo e labbra. Nel buio, mentre mi avvicino alla macchina, mi sembra di vedere qualcuno appoggiato contro lo sportello del conducente. Strizzo gli occhi. Sì, è proprio quell’intellettualoide di Laurenzi. Mi guarda attraverso le lenti rotonde dei suoi occhiali.
«Vai via?» mi chiede.
«Già.»
«Mi dai un passaggio?»
«Vuoi un passaggio?»
«È quello che ho detto.»
Ci penso un po’ sopra. Io odio Laurenzi, ogni volta che ci parlo finisco per litigarci, ma forse è un bene che non stia sola in macchina con quei due.
«Va be’, va» acconsento.
E così saliamo in macchina. Sara e Luca dietro. Io al posto di guida. Laurenzi accanto a me. Gli sportelli si richiudono, metto in moto, esco dal parcheggio e percorro a bassa velocità il vialetto di ghiaia che porta dalla villa alla statale. Mezz’ora di macchina e finalmente sarò a casa, nel mio letto, alleluia! Ho preso la patente da poco, non mi sento ancora troppo sicura a guidare. Ho bisogno di concentrazione… ma come posso concentrarmi se sono tutta presa da quello che succede sul sedile posteriore? Quei due non me la raccontano giusta. Risolini. Frasi sussurrate. Qui gatta ci cova. Cosa sta dicendo quella puttanella di Sara? Gli ha davvero chiesto di...
Un clacson furibondo mi riporta alla realtà. Freno d’istinto e un attimo dopo realizzo che stavo passando dritta senza rispettare uno stop.
«Chi te l’ha data la patente?» chiede ironico Laurenzi.
«Vaffanculo.»
Rimetto la prima. Stai attenta, mi dico. Guarda i segnali. Controlla gli specchietti. Non superare il limite di velocità. Dietro di me sento un certo movimento. Lo schiocco di un bacio. Sfregamenti. Fai come se non ci fossero, pensa ad altro, mi ammonisco. Canticchia una canzone nella tua testa...
«Ooohhhh!» gorgheggia Sara.
«Accendi la radio» ordino a Laurenzi.
Lui obbedisce, ma il volume è troppo basso, sento distintamente l’Aria per ragazza arrapata intonata da Sara.
«Alza... alza ’sto cazzo di volume!» ringhio.
Ora sembra di stare dentro una cassa da discoteca, la macchina pulsa al ritmo dei bassi e tra cinque minuti i miei timpani si frantumeranno, ma per lo meno non sento più i rumori della pomiciata.
Sto quasi per rilassarmi quando ci si mette pure la radio. Finisce la canzone dei Placebo e inizia Girl, you’ll be a woman soon, quella che nelle mie menate mentali su me e Luca fa perennemente da tappeto sonoro alle nostre scopate. Come il cane che comincia a sbavare al suono della campanella così le secrezioni della mia passera, già abbondantemente bagnata causa vicinanza dell’ignobile Luca, raddoppiano.
Con un gesto brusco spengo la radio. Dopo tanto casino le orecchie mi fischiano, ma sventuratamente non abbastanza da non sentir rimbombare nell’abitacolo lo schiocco umido dei baci e i respiri accelerati.
«Si può sapere che cazzo fate?» sbotto alla fine. «Vi sembra il luogo per… per…»
«Non ti facevo così puritana, Chiarelli » commenta Laurenzi.
Avvampo di rabbia.
«Tu stai zitto, ok? Ho forse chiesto il tuo parere, eh?»
Il rumore di una lampo tirata giù è acuto come quello di una fanfara militare e mi dà una scossa al basso ventre, come un pugno, ma piacevole. Perfetto. Il ragazzo che popola tutte le mie fantasie da ditalino si sta per scopare la mia ex migliore amica, nella mia macchina, e mi sto eccitando come se ci fossi io lì dietro. Pazzesco!
«Sara, se non la smetti subito ti butto fuori dalla macchina, ok? E lo stesso vale per te Luca!»
Sudo. Sotto le ascelle si raccoglie sudore, forma come un laghetto al contrario. Con la lingua raccolgo le goccioline sospese sul labbro superiore. Ho le guance in fiamme.
Ovviamente le mie parole cadono nel vuoto. Inclino lo specchietto e becco Luca che si sta sprimacciando le tette di Sara sulla sua faccia. Inchiodo. Inchiodo senza neppure rendermene conto. I pneumatici stridono sull’asfalto, le cinture bloccano il mio corpo e quello di Laurenzi, ma Sara e Luca non le hanno allacciate e sbattono contro i nostri sedili.
«Ahio» geme Sara.
«Ma che cazzo...» mugugna Luca.
«Ci diamo una calmata? Ce la vogliamo dare una calmata?» sbraito. «Volete scopare? Andate dietro quell’albero e scopate. Ma non vi azzardate a farlo su questa macchina.»
Con la coda dell’occhio colgo il sorrisetto sardonico di Laurenzi.
«E tu che cazzo hai da ridere? Eh? Vuoi tornare a casa facendo l’autostop?» lo minaccio.
Lui alza le mani in segno di resa e si sforza di tornare serio, anche se con scarsi risultati.
Mi slaccio la cintura e mi sporgo verso Sara, armeggiando per far tornare il top al suo posto, cioè sopra le tette. Nella foga una spallina s’è rotta, e un seno rimane mezzo scoperto. Prendo una mano di Sara e gliela faccio posare sul lembo di stoffa, per mantenerlo fermo.
«Così, ferma!» la ammonisco con lo stesso tono che uso con il mio cane. «E tu, sei capace di tenere le mani a posto, Luca del mio cazzo?»
Lui mi tranquillizza sollevando la lampo dei jeans e incrociando le mani sul petto.
Faccio un bel respiro profondo.
«Ok, si riparte.»
Cintura, freccia a sinistra, prima ingranata, ma lascio la frizione un po’ troppo velocemente e la macchina sobbalza come per un colpo di tosse. Calma, stai calma. Un quarto d’ora e tutto sarà finito. Li lascerai da qualche parte, in città, e poi a mente fredda potrai pensare alla tremenda vendetta. Evirazione per Luca? Anitra WC nel bicchiere di Sara?
Con la coda dell’occhio mi accorgo che la faccia di Laurenzi è rivolta verso di me.
«C’è qualcosa in particolare che vuoi dirmi?» chiedo col tono di un dobermann incazzato. Il mio sesto senso mi dice che sta per sparare una stronzata.
«Facciamo sesso?»
A questo punto urlo, e non per l’orrore di quella proposta: qualcosa, qualcosa di volante e non identificato mi ha sfiorato la guancia e si è impigliato allo specchietto retrovisore. Mutande. Rosa confetto. Pizzo. Le mutande di Sara. Urlo ancora e mi giro. Vedo il suo corpo sdraiato sul sedile posteriore, le mani di Luca sulle sue tette nude (dove cazzo è finito il top?), il resto del corpo di lui invisibile, accartocciato dietro al mio sedile, mentre ovviamente le sta leccando la... Dio, non ci posso pensare! Furiosa, tento di togliermi da davanti agli occhi quel micro perizoma, ma con una sola mano non mi riesce e sono così imbufalita che sollevo anche l’altra mano dallo sterzo, col risultato di far sbandare la macchina. Tremando rimetto le mani nella canonica posizione delle dieci e dieci.
«Calma, stai calma» mi ordina Laurenzi, e si occupa lui dell’Affaire Mutande.
«Buttale via» gli dico. «Apri il finestrino e buttale via.»
Lui non mi obbedisce. Le stringe nel pugno chiuso.
«Sono bagnate» mi informa, e la sua voce è arrochita e bassa.
«Vuoi farti una sega?» sbotto. «Beh, fattela, ti autorizzo. Praticamente questa macchina è un bordello ambulante. Fatti una sega, la cosa non mi sconvolge affatto.»
«Sì, sì, sì, sì, sìììììììhhh» cinguetta Sara.
I rumori acquatici prodotti dalla lingua di Luca che sguazza tra i succhi della fica di Sara come un’anguilla mi fanno stringere la gola. Laurenzi, come se niente fosse, si porta le mutande al naso e sniffa come un segugio. Questo è davvero troppo. Gliele strappo di mano e le lancio fuori dal finestrino.
«Fai schifo» sibilo.
«Mmmmm» geme Sara, forte. «Dih?oh!»
Contrazione del mio stomaco. Un fiotto caldo mi cola sulle mutande. Ormai dalla vita in giù il mio corpo se ne va per i fatti suoi.
«È venuta» mi informa Laurenzi, dando un rapido sguardo sui sedili posteriori.
«Buon per lei» commento, caustica.
«La proposta di prima è sempre valida» mi dice, scoccandomi un’occhiata allusiva.
Ho la gola secca. Allora prima, prima che le mutande di Sara volassero, prima che mi mettessi a urlare... lui me l’ha proposto sul serio...
Sto giusto elaborando l’insulto più insultante del mondo quando sento Luca che in un sussurro chiede a Sara di succhiarglielo, e la rabbia si trasforma in depressione. Il mondo è davvero ingiusto, certe volte. Quella puttana di Sara si sta lavorando il beneamato uccello del ragazzo che avrebbe dovuto essere mio, e l’unica proposta sessuale degli ultimi... quanti? sei mesi?, l’unica proposta sessuale da un anno a questa parte viene dal secchione della scuola. È come aggiungere vergogna a vergogna. Mentre io mi arrovello sull’ingiustizia del mondo Luca là dietro se la sta godendo da pazzi: a giudicare dai suoi mugolii soddisfatti Sara potrebbe essere candidata alle olimpiadi del sesso orale. Ho voglia di piangere... e una voglia matta di avere un orgasmo come Dio comanda.
«Stai andando troppo veloce.»
La voce di Laurenzi mi riporta alla realtà. Ha ragione, sto correndo troppo, andare a cento all’ora non impedirà a Sara di scolarsi l’uccello di Luca come un Calippo gusto cola. Rallento e passo dalla quarta alla terza. Calma. Uno due e tre. Respira. Ooommmhhh.
«Brava» dice Laurenzi, in un tono insolitamente gentile. Un attimo dopo la sua mano è sulla mia coscia.
«Toglila!» sibilo, schifata. Schifata di me stessa, perché quelle dita calde sulla pelle nuda non mi hanno dato un conato di vomito, ma una pulsazione inequivocabile tra le gambe. È raccapricciante scoprirsi perversi. Il mio corpo vuole fare sesso con Laurenzi, pazzesco!
«Toglila ho detto.»
Lui obbedisce, probabilmente convinto dal mio tono hitleriano. Ci vorrebbe un esperto di lettura del pensiero per capire che in realtà gli sto chiedendo di togliermi le mutande e scoparmi.
«Quante storie!»
Questa non è la voce di Laurenzi... Quando mi volto verso di lui vedo il suo viso paonazzo, imbarazzato, e poi mi accorgo della mano infilata nei suoi pantaloni. Risalgo con lo sguardo su su lungo il braccio cui appartiene e mi trovo a fissare gli occhi iniettati di sangue di Sara. Accostarmi a destra e tirarle i capelli con la seria intenzione di strapparglieli è tutt’uno. Lei grida di dolore e rabbia e io le grido: «Puttana!»
«Vaffanculo» gracchia lei.
«Ehi, ragazze, state calme...» interviene Laurenzi.
«L’ha chiesto a me di scopare, non a te!» ringhio e tiro ancora più forte.
«Stronza...» e Sara si slancia al contrattacco, fendendo l’aria con i suoi artigli laccati di rosso. Laurenzi mi aiuta a difendermi, mentre Luca, con l’uccello ormai floscio che gli spunta dai pantaloni, afferra Sara per la vita e la tiene ferma, impedendole di cavarmi un occhio. Lei si dibatte e strepita come un’indemoniata ancora per un po’, poi finalmente si quieta tra le braccia di Luca, come una bambola meccanica senza più carica.
«Tutto bene?» mi chiede Laurenzi, scostandomi i capelli dalla faccia.
Non gli rispondo. Mi slaccio furiosamente la cintura e appoggio la fronte contro il volante, respirando forte, con la bocca, perché è tanta la rabbia che mi manca l’aria.
«Ehi» mi fa Laurenzi, mettendomi una mano sulla spalla. Possibile che la gente non capisca mai quando è il momento di farsi i cavoli propri? Raddrizzo la schiena e mi volto verso di lui, inviperita, pronta a dirgliene di cotte e di crude, ma la sua espressione preoccupata mi fa morire gli insulti sulle labbra. Ed è allora che mi viene l’idea... Risoluta come un bulldozer abbasso lo schienale del mio sedile e quando è perfettamente orizzontale mi sfilo le mutande e mi sdraio, invitando con uno sguardo Laurenzi a farsi sotto. Sento Sara e Luca ridacchiare, ma ormai è come se fossero lontanissimi. Visto che Laurenzi mi guarda inebetito senza darsi una mossa mi sfilo il top, svelando capezzoli turgidi, svettanti sopra tette gonfie per l’eccitazione. Sto quasi per perdere la speranza che lui si decida quando me lo ritrovo addosso, i suoi denti che sbattono contro i miei per la foga di baciarmi, la sua lingua che mulina impazzita per un po’ prima che riesca ad imporgli un ritmo decente con la mia. Sento distintamente il rigonfiamento del suo pene premermi sul pube, attraverso i suoi jeans e la mia minigonna. Gemo quando lui comincia a stuzzicarmi il clitoride con le dita, senza smettere di baciarmi. Se continua così gli verrò in mano e invece ho bisogno di essere riempita dal suo uccello, ho bisogno che goda con me, dentro di me. A occhi chiusi infilo una mano tra i nostri corpi e provo ad abbassargli la lampo, non ci riesco e quasi piagnucolo per la frustrazione. Lui si scosta un attimo da me, e sto già per reclamare quando sento la punta bollente del suo cazzo tastarmi il sesso aperto fino a trovare l’apertura della vagina. Sgrano gli occhi e boccheggio nel sentirlo finalmente dentro di me, nel sentirmi riempita all’inverosimile, tanto che ogni impercettibile movimento provoca un’onda di piacere sempre più alta, sempre più profonda. L’orgasmo, quando arriva, fa quasi male, con la mia passera che pulsa come impazzita attorno al suo cazzo e pare voglia divorarlo a piccoli, famelici morsi. Mi stringo a lui più che posso, le caviglie incrociate sulle sue reni, le braccia che gli stringono la schiena, sotto la maglietta.
Per un po’ non sento niente, è come se avessi perduto l’uso di tutti i sensi, tanto le sensazioni che partono dal sesso sono intense e si impongono su tutto. Poi, lentamente, comincio a percepire di nuovo la presenza di Sara e Luca, l’odore di Laurenzi confuso con il mio, la morbidezza della pelle della sua schiena sotto le dita. Restiamo immobili mentre i nostri corpi tornano alla normalità, si separano, si raffreddano. Quando Laurenzi scivola di nuovo sul sedile accanto al mio siamo di nuovo perfettamente calmi, e quello che è successo potrebbe benissimo essere stato un’allucinazione. Con metodo mi rimetto il top e le mutandine, sollevo lo schienale del sedile, mi allaccio la cintura e metto in moto. Dallo specchietto vedo Luca aiutare Sara a rivestirsi. Hanno entrambi l’aria sfinita, disfatta. Al contrario io mi sento benissimo, calma e sveglia. Guido attraverso una periferia tanto vuota da sembrare surreale, fino alla piazza principale.
«Scendete» dico fermandomi.
Luca e Laurenzi aprono gli sportelli quasi all’unisono.
«No, tu no» e poso la mano sul braccio di Laurenzi per trattenerlo. Aspetto che Luca abbia fatto scendere anche Sara e riparto senza neppure una parola di saluto.
«Sto morendo di fame, che ne dici di cornetto e cappuccino?» propongo mentre guido senza fretta tra le strade del centro. Ormai i miei avranno messo una taglia sulla mia testa, mezz’ora più, mezz’ora meno non fa nessuna differenza.
Per tutta risposta lui mi infila una mano sotto la gonna e sfrega il pugno chiuso contro il mio sesso, attraverso le mutandine.
«Ehm... era un sì o un no, questo?» balbetto mentre accosto frettolosamente a destra.
Mi sa che quando tornerò a casa troverò pronta in cortile la ghigliottina per la mia esecuzione...
Ecchissenefrega!?!

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