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Sarasar A.
Chaise Longue

Chaise Longue
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Primo capitolo

Chloè era una donna di quarantatré anni, alta, seni piccoli e fianchi importanti, fisicamente intrigante, vestiva un abbigliamento anonimo volutamente soppesato per mitigare la sua naturale appariscenza. Era una donna piacevole allo sguardo ma avrebbe preferito non esserlo, non voleva essere apprezzata per il suo aspetto e questo l’aveva portata a ignorare tutti gli uomini che la avvicinavano con un complimento.
Avrebbe preferito essere solo cervello. Il suo corpo era flessuoso, sensuale, portato a vibrare al minimo contatto fisico ma lei lo aveva avvolto in una rigida e spessa tunica di castità. La mente, fredda come una banchisa, tratteneva le emozioni ed evitava tutto ciò che la potesse far trasalire al pensiero di un uomo. Gli uomini li vedeva solo come competitor sia sul lavoro che nella vita. Voleva dimostrare di poterli sempre superare e per fare questo non poteva lasciare spazio alla debolezza del piacere, soprattutto a quello della carne. Il sesso per lei era un impiccio, se avesse potuto avrebbe scelto di essere maschio, un ramo duro tra le gambe da scrollare ogni tanto. Come donna, la sua porta l’aveva chiusa da tempo.
Ora era lì, esausta, con il corpo spossato e sudato, lo stomaco ancora stretto dal piacere traboccante. Lui nella doccia a lavarsi via la fatica e gli umori e lei sentiva rinascerle dentro la voglia di sfinirsi ancora di sesso. Si guardò attorno, la casa era la sua, sua la stanza, sua la chaise longue, i fiori, i profumi erano quelli a lei familiari, ma lei non era più lei, e un uomo era nella sua doccia.
Tutto era iniziato poco tempo prima. Una notte insonne come tante altre, i pensieri che rimbalzavano sui cuscini, i problemi del lavoro e quelli della vita. Meglio alzarsi che affrontare la fatica del non dormire. Una doccia energica, vestiti indossati a caso, scarpe basse e comode, un giubbotto allacciato all’inverosimile per lasciar fuori gli sguardi e il mondo, una ravvivata ai lunghi boccoli, unico suo vezzo, e uscì.
Maggio. Milano all’alba, tutto ancora fermo. La vita aspettava il sorgere del sole, il sole aspettava l’aurora, l’aurora aspettava il passaggio del primo tram, il primo tram aspettava i passeggeri assonnati. Lei era abituata a recarsi al lavoro a piedi dato che abitava vicino all’ufficio. Una ventina di minuti tra le poche auto che transitavano, superando qualche cane che portava a spasso il padrone assonnato e i primi bar che stavano aprendo. Ed era proprio un bar quello che cercava per un caffè ristretto, il primo di molti. Aveva bisogno di energia, di una scossa.
Ne vide uno, la saracinesca non completamente alzata, si avvicinò, aprì la porta e ficcò dentro la testa per dare uno sguardo. Le sedie erano ancora sui tavoli, il pavimento bagnato per le pulizie appena fatte, il secchio e lo spazzolone abbandonati in un angolo. Vide che la spia della macchina del caffè era accesa, perfetto, ed entrò. Si avvicinò al bancone, fece tintinnare due bicchieri vuoti per far palesare la sua presenza, aspettò, ma non ottenne risposta. Ripeté il tintinnio ma ancora nessuna risposta. Sentiva l’urgenza di un caffè, quindi si decise e infilò l’uscio del retrobottega. Si fermò di colpo. Una donna seminuda stava a cavalcioni su di un uomo disteso a terra, supino. Seni in vista, ginocchi a terra, la gonna alzata sino ai fianchi, l’assenza di indumenti intimi, il pube contro il pube, il sesso di lei che accoglieva il sesso di lui. Teneva le braccia alzate e le mani dietro la nuca, il tronco si torceva ora a destra ora a sinistra ritmicamente e la sua bocca emetteva sillabe di piacere. Ora si chinava portando i seni sulla bocca dell’uomo, i fianchi si muovevano avanti e indietro mentre lui le morsicava delicatamente i capezzoli. La bocca continuava a emettere suoni di piacere. Il ritmo si fece veloce, si vedevano i glutei contrarsi, lei ad un tratto raddrizzò la schiena, diede tre colpi violenti per risucchiare dentro di sé tutto il ramo duro, emise un lungo gemito. Poi si accasciò su di lui sfinita.
Sembrano animali, pensò. In piedi sulla porta del retro Chloè si riprese dalla sconcertante scena, si girò e si avviò velocemente verso l’uscita, non prima di aver gettato a terra i due bicchieri frantumandoli. Mentre usciva li sentì ridere. Si chiese se stessero ridendo di lei, se si fossero accorti della sua presenza e se questo li avesse ulteriormente eccitati. Le saliva dentro la rabbia al pensiero di essere stata usata come fonte di piacere. Comunque sia voleva una scossa e una scossa l’aveva avuta.
Il passo affrettato e nervoso la fece arrivare al lavoro prima del previsto. Salutò il custode che contraccambiò con la solita gentilezza, prese l’ascensore, quinto piano, entrò nell’ufficio e chiuse la porta. Anzi, si barricò dentro, questo le avrebbe permesso di riprendere la calma necessaria. Aprì il computer, lesse la posta e iniziò il suo lavoro. Stava preparando un documento per una riunione importante, ripercorse i punti più complessi e prese a stilare le note di revisione. Non riusciva a concentrarsi. Le ci voleva un caffè, quello che non era riuscita a bere al bar del peccato, uscì e si diresse al distributore automatico, infilò la moneta e scelse caffè amaro. Non scese il bicchiere e tutta quella calda energia se ne stava irrimediabilmente andando verso il colatoio. Meglio così, si disse, sono già troppo nervosa, e ritornò alla scrivania. Arrivata all’ufficio, richiuse la porta. I suoi impiegati non la videro per tutta la mattina, l’uscio chiuso era come un monito, non disturbare. Riprese più volte a leggere il documento, ma l’unica cosa che i suoi occhi vedevano era quel corpo di donna che si agitava di piacere. Non c’era pace per i suoi pensieri. A mezzogiorno decise che si sarebbe presa un pomeriggio libero, tanto il lavoro non procedeva. Prese la sua borsa, scese le scale, salutò il custode e uscì. Cosa fare non lo sapeva, doveva solo cancellare quel pensiero. Aveva fame, si mise a camminare verso casa, poi pensò che un pranzo in un locale, tra la gente, le avrebbe fatto bene. Scartò diversi locali che proponevano piatti troppo elaborati, altri perché troppo affollati da non trovare posto. Camminò ancora un po’, finché non si ritrovò dinanzi al bar del mattino. Le gambe le si bloccarono, il cuore divenne d’affanno, bum bum, bum bum, ansia, rabbia, rimase ferma qualche istante a riflettere. I problemi andavano affrontati, regola numero uno della sua terapeuta. Va bene, ora entro, vado diretta da quel maiale e lo sputtano davanti a tutti, pensò. Certe attività avrebbe dovuto farle in privato, magari con la moglie e non con la donna delle pulizie. Magari la donna era remissiva per non perdere il posto di lavoro, oppure perché in qualche modo subiva la prepotenza maschile, anche se l’atteggiamento che aveva visto era quello di un piacere vero. Entrò. I tavoli erano quasi tutti occupati, un ragazzo e una ragazza vi correvano in mezzo reggendo i piatti di portata, probabilmente erano studenti che dovevano pagarsi la retta universitaria. L’energumeno non c’era. Vide invece lei. La donna del mattino le si avvicinò con grazia e con un sorriso sincero.
«Desidera mangiare?» Chloè biascicò un sì e si ritrovò seduta ad un tavolo con in mano il menù. Si chiese se l’avesse riconosciuta.
«Sono subito da lei, intanto che sceglie il pranzo le porto da bere.»
«Acqua naturale a temperatura ambiente. Grazie.»
Si mise a leggere il menù e decise per un’insalata ipocalorica. La donna tornò con l’acqua, ricevette la comanda e si diresse verso il retrobottega. Non era molto alta, capelli neri corti, un viso delicato, occhi allungati con una riga nera, sopracciglia nere ben arcuate, naso lungo e diritto, la pelle leggermente ambrata e delle lentiggini delicate sulle guance. Il corpo era ben equilibrato e i seni di buona misura, ma quelli aveva potuti notarli meglio al mattino. Dimostrava una trentina d’anni. Se lei era la proprietaria, allora lui era l’addetto delle pulizie, oppure il marito, oppure l’amante.  Oppure non aveva importanza, era la persona che le aveva regalato momenti di piacere, minuti strappati al lavoro e regalati alla gioia. La osservò per tutto il tempo dell’insalata mentre dialogava coi vari clienti, sempre sorridente, gentile. Appagata. Sì, pensò Chloè, appagata era l’aggettivo giusto. Era l’opposto di lei che si vedeva ansiosa, nervosa, sempre il lite con il mondo. Insoddisfatta. Sì, insoddisfatta era l’aggettivo giusto. Finito il pranzo ordinò il caffè, finalmente il caffè, ristretto. Il ragazzo che serviva ai tavoli le portò il caffè, poi il conto. Chloè si alzò e andò alla cassa a pagare. Le due donne si trovarono per un breve tempo a guardarsi negli occhi, poi abbassò lo sguardo e notò che l’altra non aveva la fede al dito. Doveva essere single, pensò. Estrasse delle banconote e gliele diede. Nel darle il resto e lo scontrino le mani della donna racchiusero la sua, come due gusci fanno con il seme, e la trattennero per un attimo, un momento sufficiente perché il corpo di Chloè fosse percorso da un fremito.
«Per i bicchieri rotti di questa mattina non si preoccupi, sono cose che capitano.» Le sorrise dolcemente, le lasciò la mano, e se ne andò a servire altri clienti. Chloè uscì sconcertata che l’avesse riconosciuta, ma ora non provava nessuna rabbia, solo un po’ d’invidia, sì, in fondo l’invidiava. E non ne conosceva nemmeno il nome.

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