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Laura Massera
Chiamami per nome

Chiamami per nome
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Primo capitolo

I


Per l’occasione Silvia aveva scelto il vestito grigio a fiori bianchi. Un abito di maglia leggera che le stava aderente sul busto, mettendole in evidenza i piccoli seni rotondi, per poi scendere allargandosi come un fiore fin sopra al ginocchio, stivali neri, giacca di finto camoscio bordò e fascia bordò a coprirle la fronte.
Aveva studiato parecchio, e non per lui ma per la materia, che le piaceva tanto. Anzi, era probabile che l’attrazione che provava per quell’uomo dipendesse più dalla materia che insegnava che non da un discutibile fascino che lo contraddistingueva.
L’aula era a gradoni, con la cattedra del docente giù in basso e lei era stata ben attenta a sedersi nel centro delle gradinate, davanti a tutti, proprio di fronte al professore: voleva che lui la guardasse, non aveva bisogno di nascondersi per copiare o cercare aiuto nei compagni, aveva studiato, sapeva cosa stava facendo, e non aveva bisogno di circondarsi di persone. Aveva bisogno invece dei suoi sguardi.
I fogli erano stati distribuiti e l’esame stava per cominciare, ma c’erano delle parti da compilare, pochi dettagli che la fecero sorridere.
«Compilate il foglio con Nome, Cognome, Matricola e numero di telefono.» disse il Prof. Lugli.
Numero di telefono?
In anni di università non le era mai capitato di dover scrivere il suo numero di telefono e lo sapeva, dio se lo sapeva, che questa richiesta era per lei!
Ci aveva lavorato tanto e finalmente le cose si stavano sbloccando.
Era poco, ma era qualcosa, un primo passo: Lui voleva il suo numero di telefono.
Durante l’esame gli occhi del professore continuavano a posarsi sulle sue gambe accavallate e lei fremeva di soddisfazione e impazienza.
L’esame andò bene, magari non come avrebbe desiderato, ma sicuramente bene, e lasciò l’aula notevolmente appagata sotto ogni punto di vista.

Un anno prima gli aveva scritto per la prima volta, da un indirizzo di posta fittizio, creato apposta, quando ancora lui non era un suo docente e lei era convinta che mai lo sarebbe stato.


BUONGIORNO PROFESSORE

Gentile Professore,

Lei non mi conosce e dubito che mi conoscerà mai. Non frequento i suoi corsi e non prevedo di frequentarne.
Sono nata in un Bastardo Posto e ho visto e vissuto tante cose che ai miei occhi La fanno apparire molto interessate.
L’ho sognata, ho sognato che mi avvicinava e mi esaminava tenendomi in braccio.
Io giocavo con le dita tra i Suoi capelli brizzolati e rispondevo, eccitatissima, a tutte le domande.
Il sogno finisce qui, ma la vita no. Non si spaventi, non voglio nulla da Lei, mi piace vivere e mi piace giocare. Mi piace immaginare che potremmo ascoltare la stessa musica, guardare gli stessi film, mi piace pensare che potremmo berci un bicchiere di prosecco seduti in riva alla laguna, guardando i riflessi del tramonto sull’acqua, ma sono solo sogni. Lei continui ad essere quello che è, col Suo orecchino ad anello sul lobo sinistro e i Suoi tanti bracciali d’argento al polso destro (è per caso mancino?), io mi accontenterò di sognare, che male non fa.

Arrivederci Professore.

Spartivento.

Lui non aveva risposto. C’era da immaginarselo. Silvia si metteva nei suoi panni e cercava di immaginare cosa avesse provato. Sicuramente si era sentito lusingato, come ogni professore che sa di avere ascendente sulle sue studentesse, ma l’anonimato dell’email lo aveva sicuramente messo in difficoltà. Poteva averla spedita chiunque, quell’email, e poteva anche essere stato uno scherzo. Se era vero che non era una studentessa dei suoi corsi poteva stare tranquillo, almeno in aula, ma poteva essere una balla. No, anche Silvia, se fosse stata al posto del Professor Lugli, non avrebbe risposto.

Era stato subito al primo anno di università che lo aveva notato per la prima volta.
Stava studiando mancese nella biblioteca del dipartimento di Lingue Orientali. Mancese le piaceva, tutte le lingue morte le piacevano moltissimo, forse perché il contesto rendeva quasi impossibile travisare il significato delle frasi, forse per i contenuti sempre filosofici e interessanti che le lingue morte svelavano.
Quel giorno stava facendo le traduzioni per la lezione di mancese del giorno successivo. Un professore entrò nella sala studio e si mise a parlare con una studentessa. Era uno che sapeva di piacere, e mentre esercitava il suo carisma sulla preda con cui stava parlando, contemporaneamente controllava, guardandosi attorno, che il suo fascino si estendesse anche a tutti gli altri astanti, maschi compresi.
In Silvia aveva trovato una breccia, ma nessuno dei due conosceva l’altro e la cosa non ebbe nessun seguito. Non immediatamente almeno.
Silvia ci mise un po’ a sapere quale fosse il nome del professore, a ricavarne l’indirizzo di posta elettronica e a scoprire quali materie insegnasse.

Non che la sua vita non andasse comunque avanti, ma era come su un binario parallelo. Da un lato la vita di tutti i giorni: tornare a casa, studiare, sentire gli amici, trovarsi un fidanzato che non andava mai bene; dall’altro i corridoi del dipartimento e sperare di incontrarlo, di scontrarcisi, di vederlo, di poter spasimare per lui. Si accontentava di poco, le bastava sognare. Su un binario scorreva la vita possibile, sull’altro quella dei sogni. Era sempre stata molto brava a far convivere in sé reale e immaginario, non ci trovava nulla di strano nel coltivare questa specie di tarlo che diventava ogni giorno più insistente mentre, lontano dalla Facoltà, continuava a vivere una vita quasi normale.

Pioveva a dirotto e l’auto si era fermata all’improvviso. Non c’era verso di rimetterla in moto. La coinquilina e tutti i pochi amici che aveva in quella città pressoché sconosciuta erano al lavoro. Non sapeva che fare.
Aveva il numero di telefono di Remo, che a dire il vero non era proprio un amico, era piuttosto amico di quello che era venuto a dipingerle le pareti delle due stanze che aveva affittato. Remo faceva il rappresentate e se c’era qualcuno che poteva essere libero in orari di lavoro per poterla aiutare, quello era solo lui.

«Ciao Remo, scusa se ti disturbo, sono Silvia, ti ricordi di me?»
«Certo che mi ricordo di te! E non disturbi affatto. Dimmi tutto.»
«Ecco, a me dispiace disturbare proprio te, ma sono in difficoltà e ti giuro che non so proprio a chi chiedere aiuto!»
«Che succede? Non ti preoccupare, non ho problemi ad aiutarti se posso, quindi dimmi pure.»
«Sono ferma in mezzo alla strada, l’auto non riparte, non so cosa sia, e piove che dio la manda, non so come fare ad andare a casa e non conosco nessun meccanico.»
«Non ti preoccupare, dimmi dove sei che ti raggiungo.»

In meno di dieci minuti era arrivato. Remo le piaceva. Non era un bell’uomo ma aveva la voce bassa e profonda, i modi calmi di chi è sicuro di se stesso, la mole dell’orso, tranquillo e protettivo. Non era certo innamorata di lui, era innamorata del professore, ma quell'uomo le piaceva.
Quando arrivò aprì un ombrello coloratissimo che sembrava un ombrellone da spiaggia e la fece scendere dall’auto baciandole entrambe le gote con modi gentili ed eleganti.
Risultò essere la batteria, provarono con i cavi, ma non vi fu nulla da fare, l’auto ripartiva, faceva pochi metri e si fermava di nuovo. Dopo alcuni tentativi a vuoto si rassegnarono e lui si offrì di accompagnarla a casa.
«Sei gentilissimo, Remo, dovrò sdebitarmi con te» disse, mentre lui le metteva un braccio attorno alla vita, coprendola con l’enorme ombrello per accompagnarla dal lato passeggero della sua auto.
«Mi offrirai una cena, va bene?»
«Affare fatto.»
Certo, poteva essere solo una cena, ma la sua mano attorno alla vita diceva chiaramente che se ci fosse stato dell’altro non gli sarebbe dispiaciuto. E forse non sarebbe dispiaciuto nemmeno a lei.
«Prima però pensiamo all’auto. Ti do il numero del mio meccanico, è un uomo onesto, vedrai che se può venirti incontro con i prezzi lo farà, digli che ti mando io.»
L’auto era evidentemente costosa, lei non s’intendeva di macchine, ma questa aveva un computer di bordo che parlava e prendeva decisioni. Quanto guadagnava quel rappresentante? Era un uomo che poteva dare sicurezza alla sua donna?
Silvia non era mai stata interessata ai soldi, ma era affascinata dagli uomini sicuri di sé. Remo sembrava non temere nulla, era un uomo completo, stabile, sereno.

(Continua)

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