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Valter Padovani
Ciò che non avrei mai osato chiedere

Ciò che non avrei mai osato chiedere
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Primo capitolo

Stava lì, orgoglioso, arrogante, in bella mostra. Con la sua forma lucida e rosso come il fuoco, poggiato su riflessi di luce che da sotto gli permettevano di esibirsi liberamente, senza curarsi degli sguardi che si posavano, sguardi casuali, curiosi, a volte divertiti. Il mio sguardo, invece, lo ricercava, affamato di vederne realizzato il suo scopo.
Stava lì, al centro, come un faro luminoso, svolgendo il suo ruolo improprio ma senza obbiettare.
Un accendino rosso mi  aveva detto, sopra un portasigarette in metallo, e io cercavo con lo sguardo su ogni tavolo quel segno convenuto. Con occhi attenti frugavo affannata tra tante mani, tra infinite pieghe di corpi, fra gli oggetti più o meno casualmente abbandonati tra tazzine e bicchieri. Alla fine lo vidi, paga di aver trovato ciò che cercavo.
Quel piccolo oggetto era curioso, sembrava un soldato a difesa della fortezza. Lì, al centro di un tavolino da bar del centro di Milano in una mattina di inizio estate, un piccolo guerriero di plastica pronto ad affrontare la battaglia. Anche io inconsapevolmente stavo per iniziare la mia personale battaglia.
Dietro di lui una figura nascosta da un giornale di cui vedevo solo le grandi mani e le lunghe dita che lo sostenevano. Era lui, era la persona che cercavo. Il cuore iniziò a battermi forte, la bocca improvvisamente secca, senza che vi fosse alcun motivo logico: certo, non lo conoscevo e dovevo presentarmi – cosa che mi riusciva sempre difficile ogni qual volta se ne presentasse la necessità – ma in fondo si trattava di semplice buona educazione, nulla di più. Eppure fissando quel giornale...  Sapendo che si sarebbe abbassato nel preciso istante in cui avrei aperto bocca, tremavo, senza capirne il motivo.  Non avevo la minima idea di chi mi sarei trovata di fronte, né che viso, né che voce, e neppure l'aspetto. Sapevo solo che avrei trovato un uomo il ché , in fondo, non diceva nulla.
Mi ero posta solo di sfuggita il pensiero di come avesse potuto giudicarmi, di come potesse giudicare quella che avrebbe dovuto essere una donna adulta e che si comportava invece come un'adolescente. Solo per un breve istante avevo provato vergogna accettando quell'invito, quando mentalmente compresi che aveva circa il doppio dei miei anni e che avrebbe potuto essermi padre, vergogna che cancellai dietro un infantile “non mi importa”. Ora invece il pensiero di come potevo apparirgli mi angosciava. Più volte mi ero chiesta cosa lui avrebbe potuto pensare: magari che era quantomeno strano che una venticinquenne preferisse la compagnia di un cinquantenne anziché quella di un coetaneo. Puerile, temevo che mi avrebbe giudicata così, ma ero disposta a rischiare. In fondo dei miei coetanei poco mi importava, li consideravo loro sì infantili, sia che fossero compagni di università o quelli della cerchia che frequentavo. La maggior parte di loro si perdeva dietro videogiochi, stupidissime diatribe calcistiche o, quando volevano fare gli adulti, discorsi di pseudo politica infarciti di espressioni rap; in fondo neppure a loro importava troppo di me se non quando mi degnavano di uno sguardo o di una battuta, quasi fossi  poco più che un soprammobile ambulante.
Mi aggrappai al manico della borsa che portavo sulla spalla con entrambe le mani, come fosse l'ultimo disperato appiglio e presi coraggio tirando fuori a forza l'aria dai polmoni .
«Buongiorno.»
Non ricordavo di aver mai fatto così fatica a pronunciare parola e forse per questo uscì qualcosa di simile a un urlo soffocato da un groppo nella gola. Qualcuno intorno si girò guardandomi in modo un po' stupito. Lui invece abbassò il giornale e sorridendo mi guardò fisso negli occhi puntandomi i suoi di un bellissimo marrone chiaro.  Sembrava divertito. Non rispose subito, rimase impassibile e spavaldo a osservarmi per alcuni secondi.
«Ciao Chiara.»
Udire il mio nome, lentamente, con quella voce mi fece provare un brivido. Calda, al limite del sensuale, forte. Una di quelle voci che non possono non colpire, così come non si poteva restare indifferenti a quello sguardo profondo, penetrante. Rimasi immobile, ipnotizzata fino al momento in cui, prendendomi completamente alla sprovvista, si alzò e mi tese la mano.
Forse perché la mia statura non era certo quella delle modelle che appaiono sulle copertine patinate delle riviste, forse perché le ballerine ai miei piedi non erano proprio le calzature più adatte alla situazione, ma mi parve un colosso. Non grande in altezza anche se avrebbe potuto tranquillamente appoggiare il mento sopra la mia testa, ma prestante, solido. La grandi mani che avevo già notato erano perfettamente proporzionate al resto della persona. Spalle larghe, tronco massiccio e fisico atletico che la giacca e i pantaloni eleganti non nascondevano, collo largo e nerboruto, il tutto sovrastato da un viso... particolare.
Per quanto nulla sembrasse evidenziarlo, i suoi lineamenti erano quelli di un uomo adulto, un bell'uomo, che manteneva gli zigomi e le labbra del ragazzo con lievi solchi che adornavano il viso, soprattutto sulla fronte e intorno alla bocca. Non rughe, ma marcati segni di espressione che gli davano un fascino del tutto inatteso.
A fatica, più istintivamente che come gesto ponderato, staccai una delle mani avvinghiate alla borsa e gliela porsi. Nella presa, anch'essa forte e calda come lo sguardo, la mia piccola mano parve scomparire, come chiusa in un avvolgente guscio.
Quando la lasciò mi invitò a sedermi scostando la sedia e facendomi accomodare. Ero un po' stordita da quella strana situazione, tanto strana quanto inattesa. Se da parte mia l'imbarazzo era evidente – me ne accorsi dal calore delle guance che solitamente mi si accendono come i fari di un'auto in frenata - lui pareva invece perfettamente a suo agio, seduto leggermente scostato dal tavolino con le gambe accavallate e quelle grandi mani incrociate sul ginocchio. Mi venne da pensare che fosse un'abitudine per lui avere a che fare con sconosciuti anche se il modo in cui mi guardava in alcuni momenti gli davano un'aria di sincero interesse nei miei confronti. Mi chiese se desiderassi qualcosa e io tentennante risposi che non ero abituata a bere. Sorrise divertito facendomi notare che poche persone si davano all'alcool alle nove di mattina ma che magari un caffè o un cappuccino si sarebbe potuto anche consumare. Sentii le guance infuocarsi ben oltre quanto avevo già avvertito in precedenza e, istintivamente, abbassai lo sguardo stringendo senza rendermene conto la gonna. Mi sollevò vederlo sminuire l'imbarazzo che provavo con un sorriso ma mi resi anche conto di quanto fossi inadeguata in quella situazione, di quanto la mia gonna lunga fino alle caviglie e le mie ballerine e la camicetta quasi monacale stridessero con la sua figura elegante e prestante ma soprattutto di quanto infantile mi sentissi in quella situazione e, anche se fino a quel momento non mi era importato, cominciò a pesarmi l'aver accettato di trascorrere con un amico di famiglia quel fine settimana. Probabilmente, pensai, mi avrà giudicato come una bambina viziata che non sa stare sola o incapace di altri rapporti sociali. Non avevo ponderato in quel momento e avevo accettato giusto per non dover sentire rimproveri e perché, in fondo, dopo che il mio ultimo ragazzo mi aveva piantata, non avevo impegni e non avevo neppure voglia di cercarmene. Accettare senza ribattere mi era sembrata una buona soluzione per non dover sentire rimproveri o ulteriori lamentele. Ora però mi rendevo conto che non era affatto una soluzione, anzi.


(Continua)

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