Abbiamo 1571 visitatori e nessun utente online

Francesca Ferreri Luna
Darsi & Ritrarsi

Darsi & Ritrarsi
0.0/5 di voti (0 voti)
Primo capitolo

Sto sognando.
 
Sto sognando. Ne sono sicurasicurasicura.
So sempre quando sogno.
È di fronte a me. Camice bianco, immacolato.
Devo essere nuda. Pensiero remoto, senza importanza.
Chino sul mio ventre, Andrea ha la solita aria professionale. Serro le cosce, colpita da un’improvvisa sensazione di freddofreddofreddo.
Il pennello da barba ha setole ispide che lasciano gocciolare acqua mista a sapone: rivoli dal Monte di Venere a lato delle grandi labbra fin sulle natiche.
Attende che io smetta di dimenarmi, la mano sotto l’ombelico a tenere tesa l’epidermide mentre m’insapona.
Curiosa sensazione alla bocca dello stomaco. Le quattro birre medie di ieri sera. Rosserosserosse… Non voglio stare male: il sogno va da qualche parte e io con lui. Respiro a fondo, solo nella mia testa.
Quiete della zona gastrica. Torno a concentrarmi su di lui, Andrea, che porta avanti quello che deve. Un rasoio tra le dita. Ansia? Un po’. Quel tanto che basta. Smetto di guardare la lama: meglio cercare il suo viso. Il cuore si scalda, mentre guardopensointuisco la mano che scende lentalentalenta e mi induce a sollevare il bacino, per anticipare l’incontro.
Il contatto con il rasoio viene rimandato. Prima sento la mano che mi regge da sotto le natiche e che mi aiuta a dischiudere le carni.
La lama scende. Libera l’epidermide dai riccioli umidi: pericolosa carezza cui vengo offerta mentre resto ad occhi chiusi, divisa tra bisogno e pudore.
Andrea pulisce il rasoio su una salvietta generata dalla forza del sogno, prima di ricominciare da dove la lama ha sospeso precisaprecisaprecisa.
La mia schiena è stanca. Io sono stanca. Ma la mano m’invita, crudele, a non lasciarmi andare. L’unghia,curata, del pollice preme contro l’accesso anale. Se cerco di scendere la pressione aumenta.
Il sogno ha preso una piega un po’ perversa: in verità, l’inizio era più che altro originale. Lui è bellissimo, proprio come lo ricordo, e questo basta.
La lama mi priva del vello che, senza essere d’oro, non è comunque da buttar via. Il tocco si mantiene delicato come l’ala di una farfalla. Torno ad appoggiarmi sul letto disfatto. Divarico le ginocchia. Scopro il clitoride, piccolo pene erettoerettoeretto, tra il rosa acceso e umido della carne. Sospiro. Attendo. Lui, Andrea, si limita a scostarmi la coscia, efficiente e distaccato. Colgo un lampo di divertimento nel suo sguardo, ma poco altro. Non mostra il minimo interesse per la mia carne più nascosta, che pulsapulsapulsa.
Ho il sesso glabro come una bambina. Niente, però, hanno d’infantile le sensazioni che mi arrivano dritte al cervello. Ripulito il rasoio, diventato all’improvviso moltomoltomolto più grande, lui, Andrea, lo ripone assieme alla salvietta sul davanzale della finestra socchiusa.
Fisso quella figura, adesso immersa nella luce, e muoio di desiderio. Si china, consapevole della mia richiesta muta. Mi passa la mano sotto la nuca, per aiutarmi a sollevare un corpo che non mi sembra più il mio. Rimane in piedi accanto al letto, onirico gigante. Le sue dita tra i miei capelli, mentre si slaccia i pantaloni. Il camice bianco scomparso tra un battito di ciglia e l’altro.
Armeggia con i boxer a righe, ed è questione di poco. Il pene che vi alloggia si libera da solo, animale cieco e pieno d’entusiasmo. L’uomo, lui, Andrea, guida la mia testa, e nel farlo usa entrambe le mani. Gesto esagerato. Inutile. Non desidero altro che accoglierlo tra le mie labbra.
Ne sto saggiando la consistenza, quando la grossa sveglia si mette a trillaretrillaretrillare.
È la luce del mattino che filtra aggressiva: da un giorno d’estate non ci si aspetta altro. So già che sarò di malumore… Vittima probabile di un attacco di malinconia. Il sogno comincia già a sbiadire, mentre mi stiro tra le lenzuola sudate. L’estate è appena cominciata, ma sembra che abbia intenzione di fare sul serio.
Infilo una mano negli slip, unico indumento che la temperatura notturna mi permette di tollerare. Arrotolo i peli che incontro: l’idea di depilarmi sul serio mi solletica. Mi sollevo sulle ginocchia, di fronte allo specchio. Sposto il triangolo di stoffa delle mutandine e valuto con attenzione quello che vedo.
Possiedo un sesso aggressivo, scuro: certo adeguato al mio aspetto. Di sicuro alla mia personalità. Un metro e settantacinque, capelli lunghi, ondulati e neri, grossi seni dalle areole scure e temperamento passionale: obbiettivamente, potrei avere una fighetta educata, chiara, di dimensioni ridotte?
Ma per favore!
Se ho il 41 di scarpe, anche i miei organi genitali hanno il diritto d’esprimersi, no? In effetti, è così. Sessualità e parti del corpo atte a praticarla si sono sviluppate di pari passo: una sana armonia. Almeno, fino a quando non ho conosciuto Andrea. L’insostenibile leggerezza dell’essere che mi ha accompagnato finora, e che mi ha condotto verso un’allegra promiscuità, sembra essersi dissolta. Qualcosa non funziona più nella maniera giusta, è evidente…
Il personaggio in questione è un medico, e il Nostro (questo termine rivela un incrollabile ottimismo: per utilizzarlo bisognerebbe essere almeno in due ad accorgersi di qualcosa) è stato un incontro del tutto casuale.
Avevo accompagnato un’amica con il figlioletto di pochi anni ad una visita medica all’ospedale di zona, e il pediatra di turno era lui. Mi ha lasciata fuori dal reparto per tutto il tempo dopo avermi detto, senza troppi complimenti, che tutte le persone necessarie erano già entrate, quindi potevo farmi un giro nell’ospedale, se mi andava. Simpaticosimpaticosimpatico…
Il fatto di non aver frequentato nessun corso di studi per diventare infermiera, assunse un’importanza del tutto nuova. Scene torbide di sesso notturno consumate sui lettini del pronto soccorso, divise slacciate ad arte che lasciano intravedere reggiseni da pornoshop e slip simili a filo interdentale. Erotismo da struttura statale, insomma.
La visita al figlio della mia amica sembrava durare da un’eternità. Andavo avanti e indietro appena fuori dal reparto, consumata dal desiderio di fumare e dal piacere di quell’incontro inatteso. Decine di figure femminili mi passavano sotto il naso: non potevo impedirmi di valutarle con occhio critico, poiché quella era la fauna che ruotava attorno all’uomo della mia vita. Dovevo occuparmene, quindi.
È incredibile il numero di mansioni che le donne ricoprono all’interno di un ospedale: infermiere, inservienti, tecnici di vario genere, medici e studentesse. Un popolo di possibili rivali.
Ho sempre avuto una fantasia molto fervida, penso sia inutile sottolinearlo.
Comunque, la mia amica esce e Andrea no, com’era prevedibile. Ottengo però qualche informazione altrimenti preclusa, visto che non possiedo neppure uno straccetto di figlio da poter fare ammalare. A quanto pareva, il mio dottore era una specie di mito fra le mamme della zona e il suo nome passava di bocca in bocca. Tipo quello del parrucchiere bravino che fa miracoli con due colpi di forbice.
La faccenda non mi sgomentava: ero più agguerrita che mai. Ma non sono approdata a nulla e i sogni lubrici che riempivano, e tuttora riempiono, le mie notti sono graziosamente offerti dal mio inconscio, che tenta un’operazione consolatrice. Vista la difficoltà nell’accerchiare il soggetto in questione, direi che ne ho proprio bisogno.
Lascio perdere i ricordi, che so bene già in procinto di diventare rimpianti, e mi sollevo, questa volta sul serio, dal giaciglio notturno. Tolgo gli slip e ciabatto lungo il corridoio in direzione della cucina, bisognosa di caffè, del primo radiogiornale e di un’occhiata alla posta elettronica.
Com’era prevedibile, il mondo non ha subito modifiche degne di nota. Lo strato di guano che lo ricopre è più o meno al solito livello. La caffettiera fa quello che deve, e mi riscaldo stomaco e anima. Adesso l’obbiettivo si è spostato: lascio la tazza sul tavolo, decisa ad immergermi nella vasca da bagno, sempre più persa nei miei pensieri.
Andrea sta diventando un’ossessione e io non conosco tanti sistemi per ovviare al problema: l’unica è andarci a letto. Quello che ancora ignoro è come spingerlo all’angolo e, all’occorrenza, anche tramortirlo.
Qualcosa mi verrà in mente: ho molta fiducia nei miei organi genitali.
Cullata da questa convinzione, lascio che l’acqua calda m’illanguidisca: poi mi rendo conto che non è proprio il caso e passo al getto gelido della doccia. Meglio mantenersi sullo stile duro & puro. Mi obbligo a rabbrividire, congelare ed ibernare, prima di sottrarmi alla tortura ed offrirmi al conforto dell’accappatoio.
Strategie sessual-amorose a parte, ho qualche faccenda da sbrigare.
Tipo il bucato. Riempio la lavatrice, pregando che nessun calzino, slippino o maglietta colorata traditrice s’infili di straforo nel mucchio della biancheria. Sono convinta, fermissimamente convinta, che all’interno di qualunque elettrodomestico si celino dei fottuti folletti con le palle girate, in special modo nella lavatrice. Posso fare del mio meglio, ma qualcosa va storto. Sempre. Capi di misura normale mi vengono restituiti formato Barbie, calzini partiti regolari che diventano impossibili da accoppiare. Addirittura, qualcosa non fa neppure ritorno, quasi che la mia lavabiancheria si trasformi occasionalmente in una sede distaccata del triangolo delle Bermuda.
Comunque, non mi sottraggo al rito, tornando ad affidare i tutelanti del comune senso del pudore all’oblò che mi rammenta certi varchi infernali. E un detto che recita che chi è causa del suo male pianga se stesso. Decido di ritirare il bucato steso sul balcone. Vista la temperatura, più che asciutto dovrebbe essere disidratato.
Si è alzato il vento da una direzione insolita, per la stagione. Sembra energico, capace forse di rinfrescare l’estate appena cominciata ma così pretenziosa, e regala una sensazione di bizzarra euforia. Respiro a fondo, guardando la città fremente e di sicuro già sudaticcia: di qualunque cosa sia foriero questo soffio, è il benvenuto. Tolgo le mollette che bloccano la biancheria, distratta dal desiderio di sentirmi leggera come la polvere che vedevo turbinare in strada. Mi accorgo troppo tardi dell’errore. Reggiseni, asciugapiatti e mutandine si librano nell’aria, favoriti dal peso modesto, in una folle danza che fa prendere loro il largo.
Il mio appartamento è al sesto piano. Nessun capo di lingerie merita un tentato suicidio, con ottime possibilità di riuscita, quindi mi limito ad osservare. Tutto quel volteggiare di mutandine adorate e reggiseni propagandistici… Ma i refoli ribelli ed imprevedibili non durano in eterno: mi sporgo dal balcone e seguo la tragica fine del mio bucato, con la speranza che il vento lo depositi in qualche luogo accessibile.
Concentro la mia attenzione soprattutto su uno slippino nero, genere viados, regalo di una coppia di amici pieni di voglia di divertirsi. È la preda ideale del vento: non cade realmente, piuttosto volteggia ostinato seguendo complicati disegni.
Un uomo attraversa a piedi l’incrocio che si trova proprio sotto casa mia. Ho un’intuizione che sfiora il profetico. Gli slip svolazzano ancora un po’, appena appena incerti, prima di puntare con decisione improvvisa verso il basso.
Non posso fare altro che stare a guardare. Il sincronismo è perfetto: l’uomo solleva il viso nell’esatto momento in cui gli slip stanno volteggiando sulla sua testa. Il triangolo di pizzo aderisce al suo viso come un francobollo. Intuisco il suo stupore (ma va?!), anche per via delle braccia spalancate e della bocca aperta a formare una “O”.
Quasi quasi scappo. Negherò qualunque addebito. Io non c’ero. Se c’ero dormivo. Infatti, con la coerenza che sempre caratterizza il mio agire, mi ritrovo a gesticolare. Attraggo subito la sua attenzione: ha sollevato lo sguardo alla ricerca dell’origine di quella pioggia insolita. Stringo la cintura dell’accappatoio, mentre infilo un paio di zoccoli alla velocità della luce e scendo a pianterreno. Per fortuna, nell’atrio del palazzo non c’è nessuno. Mi sento già abbastanza cretina ad uscire in strada per raccogliere il bucato, senza doverci aggiungere anche una conversazione con i vicini.
Lui è ancora lì, ma non ha più le mutandine in faccia: le tiene ben strette nel pugno. Lo apostrofo con un generico “Ehi, lei!”. Si gira a guardarmi ed io sento le gambe cedermi.
ANDREA. ANDREA. ANDREA. ANDREA. ANDREA. ANDREA. ANDREA. ANDREA. ANDREA.
Non mi riconosce. Non ne ha motivo: io sì.
Tende il braccio, quello con la mano stretta attorno ai miei slip, sventolando l’indumento sotto il mio naso. Lo fisso, perfettamente consapevole della mia espressione ebete. Anche lui. Credo. La voce ruvida (oh sì!, quanto ruvida…) trattiene a stento l’irritazione.
“Sono suoi, questi?”
Glieli sottraggo con fare brusco, così, per darmi un contegno.
“Sì, sono miei. Non ho l’abitudine di scendere così in strada, signor… signor?”
Non funziona. No, proprio no.
Senza minimamente dar segno di voler declinare le proprie generalità, mantiene un’espressione simpatica come un herpes. Decido di passare al contrattacco: le figure del menga non mi spaventano. Poi non posso perdere un’occasione del genere. Aggrotto la fronte con l’aria di chi cerca di ricordare qualcosa, la bocca a cul di gallina e lo sguardo tra il concentratissimo e il sospettoso. Deve riuscirmi bene, perché Andrea cade in un leggero stato confusionale.
Quando mi sembra di aver rimuginato a sufficienza, mi concedo un’espressione di folgorante soddisfazione.
“Ma io lo conosco! Lei è un medico del Policlinico… Un pediatra, vero? Come mai da queste parti?”
La mia sfacciataggine può essere sconvolgente, quando m’impegno. Nonostante tutto, Andrea non mi sembra molto impressionato.
“Sono qui per far visita ad un’amica. Con permesso.”
Mi sposta con delicatezza, ma senza possibilità d’equivoco: rimango nel cortile prospiciente il condominio con gli slip in mano e l’aria di chi sa come si sente un’imbecille. Poi lo vedo entrare proprio nel mio portone, e non riesco più a frenarmi. D’altra parte, devo pur tornare a casa, no?
Lascio all’uomo dei miei sogni un discreto vantaggio, poi mi metto alle sue calcagna. Con la massima nonchalance possibile, of course.
Andrea privilegia le scale, e questo non mi facilita le cose. Difficile non farsi notare, lungo una rampa di scalini. Chi può conoscere, tra gli inquilini del palazzo, il mio miglior incubo? Magari un parente… Un vero colpo di fortuna: difficile evitare di far visita ad una vecchia zia (et similia) almeno un paio di volte l’anno. Detto così sembra una cosa da niente, ma fa aumentare in modo esponenziale le mie possibilità d’incontrarlo.
Ho il cervello che funziona a pieno regime: mentre progetti e strategie si accavallano, d’improvviso mi è chiaro per chi Andrea sia venuto. Ho il fiatone quando arrivo al quinto piano, dove lui si è fermato. Sgrano gli occhi, mentre boccheggio. Preme il campanello e viene fatto entrare subito, senza nessun controllo.
Adesso le cose sono chiare. Quello è l’appartamento di Marta. Mi lascio alle spalle la strabiliante scoperta e salgo le due rampe che mi separano dal mio appartamento. Scendo per raccogliere il bucato volante, e torno con un unico paio di mutandine e una rivelazione tutta da valutare. Così, questo è il segreto del mio dottore (mio per modo di dire… non posso neppure sentirmi male e sperare che venga a visitarmi!).
Marta è una simpatica vicina, oltre che un’ottima cuoca. Ed è una prostituta che riceve i clienti direttamente a casa. Questa è l’ora di punta nella sua giornata lavorativa, e mi riesce piuttosto difficile credere che quella di Andrea sia una visita di cortesia.
Gironzolo per casa con fare indifferente: è una sciocca commediola a mio uso e consumo, ma riesco a controllarmi meglio fingendo una tranquillità che non provo. Tendo l’orecchio ai mille rumori che giungono da fuori: ci vogliono tre quarti d’ora prima che lo veda attraversare in senso inverso la strada sotto casa.
Adesso mi è proprio impossibile restare tra le mura del mio appartamento. Infilo una cosa qualsiasi e scendo al piano inferiore. Suono il campanello, con la speranza che Marta abbia mantenuto l’abitudine di disinserirlo quando è occupata: sento subito rumore di passi e mi congratulo con me stessa. Perché? Non lo so, ma non ha importanza.
Appare in tutto il suo splendore professionale, trucco perfetto e pareo di spugna. M’invita ad entrare, compiaciuta per la visita.
“Ciao, Marta! Sei… Ehm, sei in compagnia?”
Se lo fosse stata, di certo non mi avrebbe fatto entrare: ma la prudenza costa poco e l’educazione ancora meno. Mi rassicura con un gesto e si accende una sigaretta con la voluttà tipica delle pause di lavoro.
“Ahhh… No. Per le prossime due ore non vedrò nessuno. Hai bisogno di qualcosa, Betta?”
Il suo senso pratico mi affascina. Sono certa che non mi negherà il suo aiuto.
“Marta, so che tu rispetti il segreto professionale… D’altra parte lo fanno anche medici, notai, giornalisti ed avvocati. Tutte persone meno serie di te.”
La prostituta, quella vera, nascosta dentro di lei ride e mi invita a continuare.
“ Senti, mi serve un favore. Fra i tuoi clienti c’è un uomo che mi interessa. Voglio… vorrei sapere qualcosa di lui.”
Marta si fa seria seria, e mi squadra.
“Betta, non è che lavori per qualche sfigatissima agenzia d’investigazioni, eh? Magari vuoi qualche foto per una moglie che vuol sapere come mai il marito non le scalda più il letto… O sei complice di qualcuno che sta organizzando un ricatto? Guarda che non ho voglia di finire ammazzata di botte.”
Sospiro. Un tantino melodrammatica, per i miei gusti, e moltomoltomolto offensiva. Le mollerei volentieri un ceffone. D’altra parte, la lealtà dimostrata nei confronti dei clienti è commovente. Decido di essere ragionevole.
“Marta, ti sei fatta un’idea sbagliata. L’unico scopo recondito, bella parola, si trova tra cuore e mutande. Anzi, il cuore l’ha già raggiunto. Dobbiamo lavorare sulle mutande. Comunque… Secondo te farei qualcosa di così schifoso come ricattare qualcuno, specie tirandoti in mezzo?”
Il suo lungo silenzio mi offende. Non credo di meritarlo. Se non fosse per l’assoluto bisogno di sapere qualcosa su Andrea, infilerei la porta con aria offesa. Ma sulla porta ci sono già, e lascio perdere. Marta impiega quasi mezza Marlboro a concedermi la sua fiducia.
Ottengo una scrollata di spalle, segno che, tutto sommato, la cosa si può anche fare. Comincia a frugare in uno dei beauty-case sparsi per casa, e ne trae un dischetto di cotone imbevuto di lozione struccante; se lo passa sul viso con l’aria di chi ha terminato di lavorare e vuole distendersi.
Rendo più credibile l’atmosfera andando in cucina per mettere sul fuoco la teiera, fiduciosa di poter scovare qualcosa che somiglia a té. Marta mi risparmia lo sforzo e materializza da non so dove un pacchetto di vero nettare di Ceylon, sventolandomelo sotto il naso.
Restiamo ad aspettare il fischio della locomotiva domestica in religioso silenzio, poi il salotto accoglie la nostra pausa fatta di tazze fumanti e piattini colmi di biscotti.

Specifiche

Share this product

L'autore