Abbiamo 1626 visitatori e nessun utente online

Kiara Olsen – Andrea Lagrein
Demoniac Sex’s Symphony

Demoniac Sex’s Symphony
0.0/5 di voti (0 voti)
Primo capitolo

CAPITOLO 1
Una serata noiosa


Il drink mi scivola in gola fresco e leggero. Non è il primo della serata, ma non sento gli effetti dell’alcool annebbiarmi la mente. Anzi, sono lucida e annoiata.
Il pub è male illuminato, e questa è una fortuna: meglio non vedere con troppa chiarezza le pareti scrostate e macchiate dall’umidità, così come i tavoli e le sedie incisi e invecchiati dai gesti sconsiderati degli avventori e del tempo. Peccato non ci sia modo di smorzare l’odore stantio degli esseri umani assiepati a cercare un po’ di calore, o di conforto, o entrambi, cercando di sfuggire alla morsa del gelo che tiene sotto scacco la Città.
Un tipico sabato sera.
«Ehi, come hai detto che ti chiami?»
La bionda seduta di fronte a me, ubriaca e fatta di qualche porcheria sintetica, mi posa una mano sul braccio, sollevando uno sguardo vacuo a incontrare i miei occhi di pece.
Me l’ha chiesto a più riprese negli ultimi trenta minuti, non so se schiacciarle il capo sul tavolo senza troppi riguardi o se trascorrere qualche minuto in bagno a raffreddare i bollenti spiriti.
Accavallo le lunghe gambe fasciate da stivali neri alti fin sopra il ginocchio, poi appoggio i gomiti sulla superficie scalfita del tavolino che ci divide e avvicino il viso al suo.
«Cazzo te ne frega?»
«Sei bella…» bofonchia, la bocca impastata.
Faccio scorrere indietro la sedia con un certo rumore, mentre mi alzo e mi porto al suo fianco. Mi basta un’occhiata alla sala per notare che gli uomini meno ubriachi hanno iniziato a sbavarmi sul culo. Certo li ha aiutati la minigonna che porto, sorrido e mi chino verso la ragazza.
L’afferro per i capelli e la tiro in piedi. Ho deciso per la seconda ipotesi.
«Mi chiamo Alyssia. Meglio per te se non mi stai facendo perdere tempo.»
«Ahia! Ma sei matta?»
«Cammina…» le sibilo sul collo, spingendola avanti a me. «Ti piacevo, no? Cammina!»
Entriamo nei bagni deserti e maleodoranti, una lampadina solitaria pende dal soffitto distribuendo luce a intermittenza.
«Dentro.»
Il loculo nel quale ci troviamo non ci dà una grande libertà di movimento, ma la cosa non ha importanza. Appoggio un piede sul water, mentre penso che indossare una gonnellina plissettata è stata un’ottima scelta.
«In ginocchio, muoviti.»
«Fa schifo…» si lamenta, strabuzzando gli occhi chiari. «Non possiamo andare…»
«No.»
Lo schiaffo la sorprende, barcolla e finisce contro la parete ricoperta di graffiti.
«In ginocchio.»
Tira su col naso, il suo sguardo è di nuovo vacuo… La troietta deve avere in corpo un bel mix di robaccia. Non che la cosa mi riguardi, a meno che non le impedisca di leccare.
«Non hai… le mutandine» osserva, le mani appoggiate a terra e la testa in mezzo alle mie gambe.
«Così pare. Le tue prossime parole saranno le ultime, se non mi soddisfi. Usa meglio quella boccuccia, tesoro…»
La sua lingua è tiepida sulla mia carne rovente. Mi accarezza appena, titubante. L’afferro con fermezza e le spingo la faccia contro il mio sesso umido.
«Non mi interessa se non respiri, datti da fare! Hai capito?»
Miagola qualcosa di incomprensibile, poi ci mette l’impegno giusto: lunghe leccate morbide, brevi incursioni sul clitoride eretto, languidi risucchi accompagnati da sospiri di godimento.
Appoggio la schiena al muro, mettendomi comoda. Le scritte pittoresche mi distraggono quel tanto che basta per impedirmi di venire troppo presto.
Se ha voglia di cazzo chiamami. Stallone instancabile.
Sorrido, quasi quasi potrei segnarmi il numero di telefono e divertirmi un po’.
«Dài, stai andando bene, sei brava… Quante fighe hai leccato finora? Mi sembra non ti manchi l’esperienza…» le dico, una mano sempre sulla sua testa. «Ma ti torcerò il collo lo stesso, se la prossima volta che ti incontro non avrai un piercing sulla lingua. Sono stata chiara?»
Geme tentando di sollevarsi, le ordino di restare carponi e di non osare toccarmi con quelle zampe luride.
Infilo le dita ad accarezzarmi la pelle setosa, me le faccio succhiare, mi masturbo costringendola a insistere sul mio punto più delicato.
Finché i miei umori le inondano la bocca, dolci e succosi.
«Brava, cagnetta… continua a leccare, fino all’ultima goccia…» la blandisco, prima di invertire la posizione delle gambe. «Per bene, in profondità… così, vedi che sei capace? Voglio sentirti, cazzo, tira fuori ’sta lingua! Oh, ci voleva tanto?»
Evidentemente la zoccola ha bisogno di essere spronata per dare il meglio di sé. Me lo ricorderò, la prossima volta che avrò voglia di un diversivo.
«La mano. Anche la mano ha bisogno di essere ripulita, non ti pare?»
Non dice nulla, si limita a succhiare ogni dito con calma, gli occhi chiusi, il respiro affannoso.
Mi sistemo la gonna ed esco dal bagno, lasciandola inginocchiata a terra. Una rapida occhiata allo specchio, incrinato nel senso della lunghezza, mi mostra due occhi lucidi e luminosi. Mi ravvivo i riccioli neri che mi ricadono sulle spalle, poi mi volto indietro verso di lei.
«Ti muovi?» brontolo, battendo il piede contro le mattonelle gelide.
Si alza barcollando, mi segue al tavolo in silenzio. Mi siedo facendo cenno al barista di portarmi il solito.
Mentre lei si accuccia per terra, al mio fianco, fissando ostinatamente il pavimento.
Mi guardo intorno senza soffermarmi su nessuno, aspetto il mio drink e mi domando in che modo concludere una serata oltremodo monotona.

Specifiche

Share this product