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Antonella Aigle
DI SOLE, DI VENTO, DI SALE

DI SOLE, DI VENTO, DI SALE
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Primo capitolo

I
Nunzio portò la bottiglia alle labbra umide e ingollò l’ultimo sorso di birra gelata. Chiuse gli occhi e godette della sensazione di freddo che invase il suo corpo, rinfrescandolo. Serrò gli occhi per alcuni secondi e ascoltò lo sciabordio delle onde lambire la spiaggia; inspirò l’odore di salsedine, e affondò i piedi nella sabbia umida.

Erano passate da poco le quattro di una notte resa chiara solo dalla luce tremula di quella meravigliosa luna che brillava solitaria. Nessuna stella. Nunzio era solo sulla spiaggia deserta e silenziosa.
Spesso capitava, durante le ore notturne della ronda, di scorgere una coppietta appartata tra le barche sull’arenile, o ragazzi ubriachi a sghignazzare in acqua o, ancora, uomini soli con al guinzaglio il loro cane a passeggio sulla battigia.
Il guardiano si alzò dall’amaca e prese la grande torcia appesa al gancio della porta del piccolo bungalow: era ora di un altro giro.
S’incamminò lungo il vialetto delimitato dagli odorosi oleandri colorati, si chinò e prese tra le dita una piccola lumaca sistemandola su una fronda, spostandola dal passaggio, quindi si ritrovò sotto un’enorme olivella di Boemia. Si appoggiò al tronco e diresse la torcia alla sua sinistra. Il fascio di luce saettò in cerca della prima barca e poi lentamente passò in rassegna tutte le imbarcazioni: le piccole a motore, utilizzate dai pescatori per la pesca sottocosta, le sue amate derive, i catamarani, i kajak e infine le tavole e le vele dai mille colori dei windsurf, allineate come piccoli soldatini fieri. Le contò mentalmente, e concluse che tutto era in ordine. Si avvicinò alla riva e inspirò forte l’odore del sale che entrava prepotente nelle narici. Lasciò la torcia sul pattino di salvataggio del circolo nautico e immerse i piedi nudi nell’acqua fredda fino quasi ai polpacci facendo ciò che era solito sempre fare a quell’ora quando mancava poco all’alba: si prese il sesso tra le mani e pisciò nel mare. Un rituale di benvenuto al nuovo giorno. Un saluto alla notte, e al buio dell’anima sconfitto per una volta ancora dalla luce. Una liberazione.
Quando ebbe terminato recuperò la torcia e continuò la perlustrazione. All’altezza di una delle tante tamerici che delimitavano i confini, sentì un fruscio. Convinto di trovare un pipistrello nella bassa siepe degli oleandri rimase stupito nello scorgere una piccola civetta, un pullo dagli occhi chiari quasi trasparenti, le poche piume lisce mimetizzate perfettamente: le accarezzò piano, arruffandole timidamente e sospirò.
Quanto le sarebbe piaciuto quel gesto, e quanto avrebbe amato quella sua delicatezza. Un altro ricordo che avrebbe voluto per lei, un'altra notte che avrebbe voluto lei vivesse, un altro giorno che avrebbe voluto lei salutasse. Inutile, tutto inutile. Era tutto finito.
Si portò istintivamente le mani al collo e accarezzò il ciondolo: una piccola stella marina d’oro con una moltitudine di schegge di tante pietre preziose colorate. L’unico oggetto appartenutole, l’unico dono che avesse mai accettato. Non restava altro di lei. Tutto racchiuso in quel piccolo talismano. Gli parve di vedere di nuovo la gioia infinita dei suoi occhi quando glielo aveva regalato, la gratitudine quando gliela aveva allacciato al collo esile, l’amore quando aveva asciugato con un bacio la sua lacrima solitaria. Rivide tutto come se lo stesse vivendo in quell’istante.
Ripercorse al contrario il piccolo viale, felice di non trovare altre lumache: per quel giorno erano salve.
Prese dal frigorifero un’altra bottiglia di birra fresca, uscì e la incastrò tra due rami dell’albero al cui tronco era fissata un’estremità delle sua amaca. E si distese di nuovo, le braccia incrociate dietro la testa, le gambe accavallate, e gli occhi al cielo.
Gli occhi alla sua Estella. Come ogni notte, fino all’ultima notte. Non poteva lasciare andare il suo ricordo, non poteva permettere alla sua mente di cancellarne i contorni netti, il suono della sua voce, il profumo del suo corpo, che chiudendo gli occhi gli sembrava di sentire solamente respirando. Parte di lui, indissolubile.
Aveva sempre avuto bisogno di poche ore di sonno sin da quando era ragazzo, così ogni notte, con la mente era in altri luoghi, in altri tempi. Con la sua Estella, sempre.
Quella sera era nell’istante esatto in cui l’aveva vista per la prima volta. Il ricordo era così vivido e pulsante che gli parve di poterne sentire l’odore, di poterne ascoltare i rumori, e di poter quasi toccare la sua Estella di nuovo, il cuore a correre emozionato. Era bello… o forse terribile, perché non gli lasciava scampo. Aveva la dolorosa necessità di ricordarla ogni sera e la dolorosa necessità di assaporarne la perdita. Ogni notte fino alla sua ultima.

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