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Bebo Mari
Dimenticarla? Missione impossibile

Dimenticarla? Missione impossibile
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Primo capitolo

I
Esistono delle donne - fortunatamente una minoranza - che ti entrano dentro le ossa come un reumatismo, poi ti esaltano come una droga, e proprio come una droga ti lasciano infine con l’anima bruciata.
Questo è il racconto di una di queste vicende, una storia che mi accadde qualche tempo fa, ma che ancora non ha visto la fine.

Tutto cominciò sul posto di lavoro, uno dei tanti uffici di un grande gruppo bancario, incastonato all'interno del cuore pulsante di Roma.
Si dice che i luoghi di lavoro sono i maggiori testimoni della nascita di relazioni extraconiugali. Ritenevo di essere immune da questo rischio, e invece successe anche a me di scivolare in uno di questi vortici.
La collega in questione era una miscela irresistibile di sensualità, avvenenza, intelligenza e ironia.
Era parecchio più giovane di me, sui trentacinque anni, separata, senza figli.
Vestiva sempre in modo molto sexy, gonne e abiti attillati, tacchi alti. Per me rappresentava non soltanto la quintessenza della sensualità femminile, così attraente e seducente, ma anche la chimera di una vita libera dai legami della famiglia che mi sentivo addosso stringenti, alle volte soffocanti.
Avevo iniziato a corteggiarla quasi per gioco, lavoravamo su due piani differenti del palazzone umbertino che ospitava gli uffici della nostra società e quindi non c'erano molte occasioni di incrociarci e di parlare. Inoltre ero intimamente convinto che una donna così non mi avrebbe mai concesso le sue attenzioni.
Invece, con mia enorme sorpresa, non solo prese a frequentarmi con grande piacere, ma mi accorsi che si era presa una certa infatuazione per me.
Insomma, diventammo amanti senza che mi rendessi bene conto di come era accaduto.

Vivemmo una stagione erotica tanto breve quanto intensa, una stagione torbida di passione sfrenata, a tratti dolcemente romantica a tratti fortemente trasgressiva.
Rimanemmo al vertice di questa storia per qualche mese, una storia fatta di messaggi frequenti, telefonate incalzanti e incontri fugaci e clandestini, rubati alle nostre rispettive vite di lavoro e, per me, anche di famiglia.
Nel volgere di pochi mesi sperimentammo posizioni e ruoli, in un numero di amplessi e giochi erotici che poi la nostra fantasia sfrenata, la cosa che maggiormente avevamo in comune, rielaborava e alimentava nei contatti a distanza che intervallavano gli incontri, prima e dopo.
Passavano giorni in cui non ci si riusciva ad incontrare affatto né in ufficio né fuori, ma anche in questi giorni si poteva star certi che una buona parte del lavoro dei nostri computer e telefonini era dovuto allo scambio di messaggi a luci rosse.

Poi venne il nostro inverno, anzi, sarebbe meglio dire il suo inverno. Arrivò lentamente ma si abbattè rigido come quello che avvolge di gelo la tundra siberiana. L'erotismo dissoluto e bruciante che ci aveva unito si disciolse in un lento calando, nel quale ci adagiammo e che ormai durava da due anni: un ritorno alla normalità, ad una quotidianità angusta e asfissiante.
Una prassi aggravata dalla sua vicinanza in quanto collega d’ufficio. Era pur vero che poteva accadere di non incrociarla per giorni, ma lei era talmente bella e affascinante che bastava una sua apparizione momentanea per farmi trasalire e riempire di nostalgia e rimpianto.
Apparizioni che erano un continuo promemoria vivente delle meraviglie passate che non sarebbero tornate più. Almeno così sembrava ragionevole ritenere, perché in verità non avevo ancora capito quale fosse con esattezza il motivo per cui lei si era raffreddata e aveva voluto interrompere la nostra relazione.

Le meraviglie, già...
Ne avevamo fatte di tutti i colori, in un paio di mesi di fuoco. Avevamo esplorato luoghi d'incontro, posizioni e giochi erotici senza inibizioni.
Esplorandoci gradualmente avevamo capito che ci trovavamo entrambi a nostro agio ad interpretare i ruoli della donna fatale e supersexy e dell'uomo stregato che le si sottomette. Inventavamo situazioni in cui lei era la "Padrona" e io il suo schiavo-paggetto-adoratore.
Attraversavamo questo nuovo modo di vivere i nostri incontri con una leggerezza ironica sempre incline al divertimento, spesso finendo alla presa in giro reciproca. Non si poteva neppure dire che eravamo diventati due adepti della dominazione, del sadomaso, o cose del genere, sebbene avessimo anche utilizzato diversi oggetti da sexy-shop.
Per noi era tutto un gioco infinito, una sorta di living-theatre finalizzato al divertimento e al piacere.
Tutto poi conduceva al sesso, amplessi sfrenati o dolci, nutriti dalle fantasie e dai giochi precedenti, e quindi ancora più intensi e soddisfacenti. Non che con lei ce ne fosse bisogno, intendiamoci, visto che oltre ad essere molto bella, era anche un'amante strepitosa.
Troppo perfetto per essere vero, troppo bello per durare.

Sopraggiunse infatti quella sua sedicente crisi, forse una specie di saturazione, chissà? Era evasiva sull'argomento. Diceva di non riuscire più a gestire la situazione, di sentirsi stanca e demotivata, anche priva di energie.
Mi mise da parte, come una scarpa vecchia, molto indossata, forse ancora amata ma non più prediletta.
Diventai il suo "miglior amico" nel volgere di poco tempo, ma la cosa non poteva più bastarmi. Toccai abissi di delusione e di depressione.
Pensavo che sicuramente doveva aver trovato un altro con cui fare sesso. Non ne avevo le prove, ma ritenevo che una donna come quella non potesse fare a meno di avere amanti, di essere meravigliosamente "da letto".
Conclusi che non avevo alternative.
Dovevo dimenticarla. Dovevo espungerla dalla mia anima, strapparmela da dentro, lasciare solo il ricordo sopito, che sapevo non sarebbe mai morto.

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