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Marco Peluso
Fottiti

Fottiti
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Primo capitolo

I
Me ne stavo da solo nella mia stanza da letto. Al buio, steso su di un lercio materasso a fissare il vuoto.
L’aria era malsana. Nella stanza si sentiva odore di tabacco misto a vino, e in parte anche piscio.
Sì, a volte ero così stanco da non volermi neanche alzare dal letto. Così preferivo pisciare nelle bottiglie vuote di vino e di birra. Un ottimo sostituto al cesso, soprattutto quando si è troppo ubriachi per fare una qualsiasi stracazzo di cosa.
E io ero sempre ubriaco!
Mi ubriacavo ogni sera, ogni notte. E lo facevo fino all’alba.
Anche la notte prima mi ero dato da fare a distruggermi il fegato, così stavo su quel cazzo di letto con un dopo sbornia pazzesco. Solo io, i mozziconi di sigarette sul pavimento e sui vecchi mobili pieni di polvere, e le bottiglie vuote in ogni dove della stanza.
Un inferno! Ecco cos’era quel posto. Quel mio piccolo mondo. Quel mio lurido bilocale nei pressi della stazione centrale di Napoli.
Ma mi andava bene! Non me ne fotteva un cazzo di niente. Non volevo diventare il nuovo presidente degli Sati Uniti D’America né il nuovo Osho delle mie palle. Me ne fottevo di avere l’automobile all’ultimo grido con tremila accessori di lusso. Me ne fottevo di finire sulla copertina del People come primo uomo ad aver trovato il modo per piantarselo in culo da solo. Me ne fottevo di aver un abito nuovo, un frullatore nuovo, un televisore nuovo.
Non volevo andare sulla Luna o in Tibet. Non volevo salvare le foche o le balene, né trovare il modo per raggiungere il Nirvana.
Non volevo fare un cazzo!  E soprattutto, non volevo lavorare.
Ma purtroppo il lavoro t’inseguiva ovunque.
Eri sempre costretto a lavorare per guadagnarti da vivere. Per pagarti il cibo, il tetto, la sigaretta che tenevo in bocca o la birra che stringevo in mano. E fuori da quella stanza ci stavano milioni di persone che si davano da farle nel farlo. Un esercito di formiche che si ammassavano nell’illusione di vivere la propria vita. Tutti a lavorare. Tutti a studiare. Tutti a comprare.
Un branco di pecore in fila. Lì fuori a guardare le vetrine dei negozi. Lì fuori a fare corsi di aerobica, corsi di yoga, corsi di scrittura, corsi di pittura, corsi di ballo. Tutti lì fuori presi a comprare cose utilissime come un televisore LCD o un incensiere a forma di elefante. Tutti lì fuori a cercare un nuovo modo con il quale elevare la propria anima, o un nuovo tipo d’arte che li avrebbe resi fighi agli occhi di tutti. O anche solo un vestito che li avrebbe resi oggetto di desiderio e stima per qualcuno.
E per farlo tutti avevano bisogno di soldi. E per avere soldi tutti dovevano fare lavori inutili. Lavori come tagliare della carne, fare cestelli per le lavatrici, rispondere al telefono a persone sconosciute, ficcare del tonno in scatola o costruire qualche stracazzo di vibratore.
E se non lavoravano, di certo qualcun altro lo faceva per loro. Qualcun altro lavorava per permettere a loro di seguire i propri sogni. Le proprie illusioni.
Beh, io non ne ero fuori, purtroppo. Anch’io dovevo lavorare per campare. Anch’io dovevo lavorare per fumare. Anch’io dovevo lavorare per ubriacarmi, così da non pensare alla mia schifosa vita. Alla mia merdosa vita passata a lavorare solo per tirare a campare.
Però quella sera non avevo da lavorare.
No, il mondo scorreva veloce fuori dalla mia lurida stanza da letto, lì al quarto piano di un palazzo pieno di impiegati statali, impiegati di aziende private, macellai, salumieri, puttane e assassini da quattro soldi.
Il mondo scorreva veloce come un ghepardo lì fuori, facendo entrare di tanto in tanto le luci dei fari delle auto nel buio nella mia stanza. Quelle luci che si facevano strada tra le piccole fessure dell’unica persiana in quella cazzo di stanza. Una persiana chiusa, tra me e quel mondo rumoroso.
Cazzo! Mi sembrava quasi di stare in una fottuta navicella spaziale.
Decine di sottili raggi luminosi mi venivano addosso formando dei minuscoli pallini lucenti sul mio magro e nudo corpo. Il mio corpo coperto solo da una paio di boxer bianchi, e un paio di calzini… sempre bianchi.
Io cercai di afferrarne uno. Ma niente! Quel coso attraversò la mia mano fottendosene della mia esistenza; proprio come la gente lì fuori.
Poi un rumore. Una frenata. Dei clacson da chissà dove.
«Figlio di puttana!» urlò qualcuno lì fuori.
Poi un altro colpo di clacson. Una sgommata. E non altro!
Il tipo era andato, chiunque egli fosse. E a dire il vero non me ne fotteva un cazzo.
No, alzai solo il braccio portando la bottiglia di birra alla mia bocca e le diedi un bel sorso. Poi abbassai il braccio, alzai l’altro e diedi una strippata alla mia cicca.
Il fumo volò nell’aria scura di quella stanza, mentre io presi a tossire. A tossire sempre più forte.
Cazzo, stavo crepando!
Respiravo a stento e mi bruciava il petto come se qualche cazzo di folletto dal di dentro mi stesse trafiggendo i polmoni con qualche spillo.
Sì, forse era la giusta punizione per un ubriacone come me. Per uno stronzo che si scolava di tutto e fumava due o tre pacchetti di sigarette ogni giorno. Per una bastardo figlio di puttana a cui  non andava di fare un cazzo, né di lavorare, né di ritrovare me stesso, né di conquistare il mondo.
Puttanate, pensai, alzandomi lentamente e mettendomi a sedere sul letto. Poi diedi ancora un sorso. Un tiro ancora alla mia cicca, e tossendo sputai un bel po’ di moccio verde sul pavimento.
Cazzo, sembrava una sorta di ectoplasma! Lì per terra, sulla cenere, attorno ad altri ectoplasmi.
Ma non ero Dan Aykroyd io. Dunque lo lasciai stare. Lo lasciai lì, e dopo aver dato ancora un tiro alla mia cicca la gettai per terra, lì sul pavimento colpito da quei fasci di luce proveniente da fuori. Da quel mondo pieno di rumori lì oltre al muro di Berlino della mia stanza.
Poi mi alzai e, scalzo, raggiunsi la scrivania, attento a non far cadere alcune bottiglie piene di piscio.
Ci riuscì! Raggiunsi la scrivania senza far cadere una sola goccia di piscio sul pavimento.
Davvero un bravo boy scout!
(Continua)

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