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Mariella C.
Fra le tue mani

Fra le tue mani
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Primo capitolo

Capitolo I

Marlui quel giorno era davvero distratta, continuava a pensare a ciò che era successo la sera prima, al solo pensiero il mal di testa sembrava aumentare ulteriormente.
Camminava spedita, senza guardare una vetrina, senza percepire le persone attorno. Aveva la mente annebbiata dal dolore, dall’incredulità che ciò in cui aveva sempre creduto fosse finito. Lui l’aveva lasciata, lasciata per sempre. No, no… non era possibile fosse successo.
Si fermò sentendosi svenire, si appoggiò ad un palo della segnaletica stradale, qualcuno le chiese se avesse bisogno d’aiuto. Corse via come colpita da una scossa elettrica, voleva fuggire da tutto, da se stessa, dal mondo intero. Tutta la sua vita era finita la sera prima, quando lui, anche se con parole dolci, le annunciò che non poteva più stare con lei. Le disse che era cambiata davvero troppo, che la sua eccessiva indipendenza lo faceva soffrire, che non avrebbe tollerato certi suoi comportamenti una volta sposati.
– Mi spiace – le ripeté… – ma non sei la donna che vorrei sposare.
 
Dormì per giorni aiutata da sonniferi, non voleva pensare, per non risvegliare il bruciore che le pervadeva l’anima. Ricordare le sue parole le dava i crampi allo stomaco, vomitava il dolore, la perdita del suo amore, la perdita d’anni insieme.
Fu Eloisa che la riportò alla realtà, aveva le chiavi di casa sua, gliele aveva date una sera quando aveva avuto bisogno di un letto e di un rifugio. Eloisa pensò fosse il caso di usarle di nuovo, Marlui non le rispondeva al telefono da giorni, era preoccupata per la sua migliore amica e socia di lavoro. Entrò con timore nella casa. La chiamò ad alta voce. Non rispose. La richiamò camminando verso la sua stanza da letto, la vide. Di traverso sul letto, con le braccia penzolanti, in una posizione innaturale, si avvicinò piano, per toccarla. Era calda. Ringraziò Dio. Vide i sonniferi… cazzo, no!
La scosse urlando il suo nome, urlandolo forte, ripetutamente.
– Ma che cazzo stai facendo? – protestò debolmente Marlui. Eloisa sorrise… sì è lei.
– Volevo semplicemente svegliarti.
– Ci sono modi più civili, mi pare… – si sgranchì Marlui. – Ho voglia di caffè…
– Ok Marlui, te lo preparo, ma tu per favore fai una doccia… ti prego. Hai un aspetto orribile… e puzzi. Ma che diavolo hai fatto?
“Mi sono allontanata dal mondo” pensò Marlui, senza guardarla. E andò in bagno.
Aprì la doccia. Mentre si spogliava dagli abiti sdruciti, le andò l’occhio allo specchio. Mio Dio… era orribile. Si chiese come poteva essersi ridotta in quello stato, pallida, borse sotto gli occhi, viso stropicciato e gonfio, capelli unti. Mai nella sua vita aveva avuto così poca stima e cura di se stessa, lei così sempre perfetta, curata, truccata, un corpo invidiabile, Trentanni appena compiuti, una vita davanti, una vita dietro.
Entrò nella doccia bollente, era così che amava farla, tanto da scottarle la pelle; si abbandonò allo scorrere dell’acqua, restando ferma, immobile, per qualche minuto. Chiese all’acqua
di portare via tutto. Tutto ciò che negli ultimi mesi l’aveva fatta impazzire. Sentì il corpo reagire alla doccia, cominciò a massaggiarsi il corpo vigorosamente con una spugna naturale, voleva farsi male, per sentirsi viva.
“No. Nessuno potrà più farmi del male… nessuno. Basta. D’ora in poi i sentimenti per me non esistono più, l’amore è solo una presa in giro, tutto finisce sempre, lasciando solo profonde ferite”. Tutto nella sua vita era stato così, era sempre stata lasciata da chi più amava. Era sola al mondo.
Si riscosse sentendo la voce di Eloisa che le chiedeva se andava tutto bene.
Sì – le urlò Marlui. – Il caffè è pronto?
– Sì, badrona! – Eloisa le rispose con quel tono che la faceva sempre sorridere, l’unica persona di cui si fidava ciecamente, forse perché anche a lei la vita non aveva regalato niente. Le voleva molto bene e sapeva di essere ricambiata.
Uscì dalla doccia coprendosi col suo accappatoio bianco, mise un asciugamano in testa e si avviò verso la cucina da dove arrivava un gustoso profumo di caffè.
Spostò la sedia facendo rumore e si sedette. Eloisa la guardava silenziosa, aspettava che fosse lei a parlare, non voleva forzarla.
Marlui bevve il caffè, senza che una sola parola le uscisse dalla bocca, guardava Eloisa ma non parlava. Eloisa non resistette.
– Senti lo so cosa è successo, ho visto Marco e mi ha spiegato.
Marlui alzò gli occhi lentamente dal caffè e guardò Eloisa.
– Sì? Allora non ho nulla da dire, sono stata mollata, fine della conversazione.
– Voglio sentire te, di lui me ne frego, non mi è mai piaciuto, lo sai perfettamente.
– Elly perdonami, ma davvero… non è il momento, ho solo voglia di dimenticare e di non pensare a niente. Sono stanca di ricominciare, di dare il meglio di me stessa, fare di tutto per piacere, basta… basta... mai più.
– Marly forse è questo il tuo errore… fai di tutto per piacere, ma forse non riesci ad essere te stessa.
– Elly non spariamo cazzate, per favore. Io sono sempre me stessa, come ora ad esempio, mi stai antipatica con quell’aria da psicologa del cazzo, fallo con gli altri 'sto giochetto, non con me.
– Stronza…
Eloisa si alzò, la guardò negli occhi e se ne andò, senza sbattere la porta.
Marlui lo disse a bassa voce... “scusami Elly, scusami”.
In camera si guardò in giro spersa, come se cercasse qualcosa?
–Marlui cosa cerchi? Ora parlo da sola – si disse – sto diventando schizofrenica.
Si lasciò cadere sul letto e si mise a fissare il soffitto.
 
Decise di uscire e di comprare qualcosa di carino per Elly. Doveva assolutamente chiederle scusa. Il suo viso, mentre usciva dall’appartamento, era davvero preoccupato e a lei non non era uscito neppure un “grazie”.
Aprì l’armadio, cercò qualcosa che le caricasse lo spirito, l’umore. Il suo tenore di vita era piuttosto alto grazie al suo lavoro, bei vestiti, una grande casa. Non aveva una bell’auto semplicemente perché non aveva la patente.
Il tailleur rosso le segnava il corpo, esaltandole i seni, sottolineando la vita stretta, slanciandole le lunghe gambe. Scarpe rosse col tacco, infilò la pochette sotto il braccio e varcò la porta.
Decise di camminare, voleva sentire il sole sulla pelle, muovere le gambe dopo giorni di fermo assoluto, sentirsi di nuovo viva.
Si accorse degli sguardi ammirati degli uomini e si rese conto di averci perso l'abitudine. Cominciò a sentirsi di nuovo libera. Libera e disponibile.
Arrivò in ufficio accaldata e sorridente cercando il viso familiare di Eloisa. La trovò, intenta come al solito, a disegnare, studiare, provare.
– Perdonami. – Le disse.
Eloisa non rispose, non alzò nemmeno il viso per guardarla, sapeva di farla arrabbiare quando si comportava così.
– Per favore... – Le ripetè. Niente.
Una voce dalla porta chiese della signorina Eloisa Bernardi.
– Sono io – rispose lei alzando finalmente gli occhi.
Interi fasci di rose bianche e rosa le riempirono l’intero ufficio, in ogni angolo. Il profumo era avvolgente.  Eloisa aveva gli occhi spalancati per la sorpresa. Infine un biglietto grande almeno un metro sul quale era scritto: Perdonami.
Guardò Marlui cercando di nascondere il più bello dei sorrisi e le disse:
– Non mi compri tesoro con quattro rose…
– Lo so... per questo ne ho comprate 200!
Scoppiarono a ridere e si abbracciarono. Marlui finalmente si aprì raccontandole di cosa fosse successo, di come Marco, se pur delicatamente e a due mesi dal matrimonio, le annunciò di voler finire la loro storia. Non voleva una donna che lavorasse a pieno ritmo come lei, che facesse carriera, che fosse troppo indipendente, che ogni tanto decidesse di fare vacanze solitarie. Non era quella la moglie che desiderava. La donna che aveva conosciuto sette anni prima era dolce, sottomessa, sempre disponibile, sempre pronta a stare con lui, a prendere tutte le decisioni con lui. Quando si rese conto che lei non era più lei prese la decisione di finirla.
Mentre parlava Marlui si rese conto di aver cominciato a piangere, Eloisa l’abbracciò stretta, consolandola, assicurandole che lei era una donna meravigliosa e che da qualche parte in questo pazzo mondo esisteva un uomo che l’avrebbe amata, semplicemente così com’era.
Si fecero portare del the, facevano sempre così quando qualcuna delle due aveva un problema. Si sfogarono riempiendosi di dolci pasticcini, fregandosene della linea.
– Ma perché non ti prendi una bella vacanza? – le consigliò Eloisa.
– No, mi farà bene lavorare, così non mi piango addosso e poi c’è un sacco di lavoro arretrato. – Rispose.
– Come vuoi tu, badrona – disse Elly, ingurgitando l’ennesimo  pasticcino, facendola ridere. Come sempre.
Sapeva perfettamente che non sarebbe stato facile dimenticare Marco, “il lavoro” si disse, “il lavoro mi aiuterà”. Un lavoro conquistato con forza, orgoglio, caparbietà, aveva un nome da difendere, era conosciuta in tutta Europa, le sue scelte e i suoi gusti nell’arredare le ville più prestigiose l’avevano fatta conoscere e apprezzare da tutta l’alta società. Era richiestissima. Era arrivata dove voleva arrivare e ci voleva restare. Eloisa studiava le piantine delle ville, le misure, i tessuti applicati in precedenza, informazioni sui gusti dei richiedenti, tutto ciò che c’era da sapere prima di passare il tutto a Marlui. Lei realizzava poi l’opera d’arte, ma senza l’amica e socia tutto ciò non sarebbe stato possibile. Eloisa era il braccio destro ideale, onesta, efficiente, affidabile, fidata. Grande ed unica amica.
“Cara amica mia..”, si disse Marlui sorridendo mentre la guardava.

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