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Bonifacio Vincenzi
Frate Fiorenzo e le fiamme del peccato

Frate Fiorenzo e le fiamme del peccato
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Primo capitolo

1
L’urlo del novizio
   
Frate Fiorenzo, un monaco erborista che apparteneva alla confraternita dei **** , si occupava della Farmacia erboristica del convento. I suoi preparati erano efficaci perché all’antica esperienza della tradizione monastica, il frate aveva aggiunto il suo particolare talento nella ricerca di formule nuove e in pochi anni i rimedi  naturali per la cura di fastidiose malattie da lui scoperti divennero noti in tutto  il territorio nazionale.
Quando, però, Frate Fiorenzo decise di dedicarsi alla composizione di uno speciale preparato a base di erbe che andasse a rafforzare la virilità maschile, il suo intento era dei più nobili: voleva solo sconfiggere con prodotti naturali il flagello dell’impotenza maschile perché, lui pensava, una donna soddisfatta dal proprio marito o compagno, difficilmente sarebbe caduta in tentazioni e il rapporto di coppia in seno alla famiglia, di conseguenza, ne avrebbe guadagnato in serenità e amore.
Una volta ultimata la pozione miracolosa, per la delicatezza del problema affrontato, decise di testarla direttamente su se stesso, sottoponendosi a quattro settimane di trattamento.
C’è da dire che Madre Natura nei confronti del frate era stata molto generosa. Alto di statura, aveva gli occhi azzurri e penetranti che conferivano al suo volto una certa bellezza. Per non parlare poi dei suoi attributi maschili, degni di appartenere più ad un attore di film porno che a un frate.
In gioventù, quando la sua carica ormonale era alla massima potenza, il frate aveva dovuto affrontare con una certa determinazione i suoi istinti sessuali e con l’aiuto del Signore, era riuscito ad evitare le strade del peccato.
Ora, a quarantadue anni, poteva dire di aver raggiunto, non senza fatica, la pace dei sensi e il suo membro floscio, con grande soddisfazione del frate, si limitava ad adempiere solo i suoi  bisogni corporali.
Dopo la prima settimana dall’inizio del trattamento, il frate non notò particolari degni di essere riportati alla sua attenzione. Nessun sintomo  preannunciò il risveglio della sua virilità e questo gli fece intuire che il suo preparato aveva bisogno di qualche aggiustatina.
Il giorno dopo Frate Fiorenzo salì in biblioteca ed iniziò la consultazioni di nuovi trattati per approfondire le sue ricerche.
Una sera, mentre studiava da un libro antico  le proprietà e i relativi impieghi di più di quattrocento specie vegetali, trovò intrappolata tra le pagine del libro, un’antica pergamena scritta in latino. Si trattava della ricetta di un preparato di erbe la cui denominazione Ricetta del diavolo, spaventò, e non di poco, il frate.
Il suo primo istinto fu quello di non leggere la sacrilega ricetta. Ma la retta regola che aveva sempre contraddistinto il frate dovette scontrarsi con la sua curiosità di ricercatore e, alla fine, ripromettendosi  penitenza, cedette e iniziò a tradurla, trascrivendola su un foglio bianco.
Finita la traduzione ripose tutto e si ritirò nella sua cella a meditare.
Fu, sicuramente, un segno del destino. La Ricetta del diavolo spiegava dettagliatamente la composizione di un preparato a base di erbe proprio per aumentare la virilità maschile.
Frate Fiorenzo passò due giorni di grande conflitto con se stesso. Una parte di lui, quella timorata di Dio, gli imponeva di non preparare il composto di erbe, l’altra, con una certa scaltrezza, metteva sul piatto, i grandi benefici che la sua scoperta, nell’eventualità funzionasse, avrebbe portato in seno a un matrimonio sempre più in crisi, considerando che i numeri di  coppie che decidevano di divorziare aumentava di anno in anno.
Alla fine cedette. Il preparato fu pronto in pochissimo tempo e la decisione di testarlo subito su se stesso fu nel povero frate tanto sofferta quanto necessaria.
Accadde così che due ore dopo aver ingerito la diabolica pozione un’erezione prodigiosa sconvolse i sensi addormentati di Frate Fiorenzo. Il suo membro irto e gonfio forzò il saio del frate tanto da diventare talmente vistosa fino a costringerlo a chiudersi per più di un’ora nella sua cella per evitare che occhi indiscreti iniziassero ad indagare procurandogli quell’imbarazzo che non si sentiva  di poter affrontare.
Fu in quell’attesa che il frate si convinse che quella certo non era la strada da seguire per salvare i rapporti di coppia e la famiglia. Ma il povero frate non sapeva che per lui,  ormai, era troppo tardi. La sospensione del trattamento, infatti, non risolse il suo problema. Le sue erezioni erano sempre più frequenti. E, come se non bastasse, anche i suoi pensieri divennero impuri.
La cosa precipitò quando un pomeriggio la sua amica africana Suor Mariama passò in laboratorio per salutarlo. Inizialmente tutto si svolse come sempre e la conversazione proseguì sui binari tranquilli dell’amicizia. Poi Suor Mariama  curiosando come faceva sempre nel laboratorio, inavvertitamente urtò  un oggetto di legno che cadde per terra. Quando la monaca si chinò per raccoglierlo, Frate Fiorenzo, alla vista delle forme di quel culo un po’ a sella, non riuscì a frenare la temuta erezione.
Quando Suor Mariama si girò verso di lui, alla vista  di quello strano fenomeno ormai alla sua massima estensione, cadde in ginocchio esclamando:
«Vergine santissima dammi la forza per superare la prova più difficile della mia vita.»
L’esortazione non sortì effetto perché con mani tremanti fu lei stessa a sollevare il saio del monaco. Un grande sospiro di ammirazione accolse la vista di quella fantastica verga. Fu più forte di lei. Iniziò a succhiare la gonfia cappella di quel membro così vigoroso mentre Frate Fiorenzo gemeva anche lui ad ogni risucchio, ad ogni strisciata di lingua.
Suor Mariama ormai in preda al desiderio più sordo si alzò, si avvicinò ad un tavolo e alzando la tunica vi si dispose sopra dicendo:
«Entrami dentro, infilalo tutto, e pompa senza fermarti.»
Il frate, montandola, cominciò a menarlo avanti e indietro. Gemiti convulsi accompagnarono la lunga sgroppata in quella voragine calda di carne e di piacere.

Dopo il piacere,  Suor Mariama e Frate Fiorenzo, caddero nello sconforto più cupo. La suora, congedandosi, aveva già iniziato a recitare silenziosamente le sue preghiere per chiedere perdono al Signore. Appena lei se ne fu andata Frate Fiorenzo, oppresso dai rimorsi, corse in biblioteca alla ricerca di Frate Marcello per  chiedergli il sacramento della confessione. Il Frate confessore lo ascoltò con grande serietà e indulgenza. Certo, gli disse Frate Marcello, lui aveva peccato contro il comandamento che gli imponeva di non fornicare. A questo ora lui doveva porre rimedio. Gli concesse l’assoluzione e nello stesso tempo gli consigliò che per un anno lui non avesse contatto con il pubblico in farmacia e facesse vita riservata e dedicata esclusivamente alla ricerca di nuovi preparati che alleviassero le sofferenze dei malati. Frate Fiorenzo, conscio della sua debolezza, decise di fare tesoro dei consigli del frate confessore e si ritirò.

Ma si sa che quando il maligno prende di mira le sue vittime diventa alquanto complicato contrastare i suoi sciagurati piani. Così accadde che una settimana dopo Frate Fiorenzo venne convocato dall’abate per discutere di una cosa importante. Dirigendosi verso l’abbazia non poche furono le preoccupazioni che accompagnavano il povero frate. Tante erano le paure, infatti, che turbavano i suoi pensieri soprattutto in ragione di una colpa che sentiva di avere.
La convocazione dell’abate, però, era per una causa più nobile. Ugo, gli fu detto, era un giovane novizio molto portato alla pratica dell’arte erboristica e l’abate desiderava che lui lo prendesse sotto la sua tutela affinché il suo talento ancora acerbo maturasse sotto la guida della sua grande esperienza.
Frate Fiorenzo, alquanto sollevato, accettò di buon grado e il giorno dopo il giovane novizio si presentò in laboratorio. Ugo era un bel ragazzo, di una bellezza femminea e conturbante, biondo, occhi azzurri e trasognati dove, ogni tanto, partiva un guizzo malizioso che agitava, per qualche istante, la purezza del suo sguardo.
Era vero. Ugo aveva una grande voglia di apprendere e la sua conoscenza delle piante medicinali, officinali e aromatiche era a dir poco sorprendente, considerando la sua giovane età. Sì, l’abate aveva ragione: nel giovane novizio c’era  davvero del talento.
Capitò, però, che Ugo non poteva non accorgersi dello strano fenomeno che spesso spingeva nell’imbarazzo frate Fiorenzo. Dapprima, con un certo garbo, fece finta di non notare le portentose erezioni del suo maestro. Poi il diavolo ci mise la coda e il giovane novizio con trasparenti allusioni e deliziosi doppisensi finì per accogliere ogni erezione del frate con eccitata partecipazione. Fu proprio questa tacita complicità che permise al maligno di tessere la sua tela. Un’ombra di lussuria gradatamente inquinò i rapporti fra Frate Fiorenzo e il giovane novizio. Inutile dire che alla fine successe l’irreparabile. Forse fu per curiosità o per peccaminoso desiderio ma una mattina che il membro del frate era alla sua massima estensione, il giovane novizio, totalmente posseduto del maligno, allungò la mano per tastare quella durezza che si allungava  sotto il saio del suo maestro.
Certo, Frate Fiorenzo poteva scostarsi e condannare verbalmente l’impudenza del novizio. Invece, se ne rimase immobile e quando il novizio, ormai a totale servizio del maligno,  sollevò il saio e con mani voraci si aggrappò a quella deliziosa verga così ben tornita, l’unica cosa che avvertì dalla parte del frate, fu un gemito di piacere.
Fu così che la bocca giovane e fresca del novizio iniziò a succhiare il membro duro e gocciolante del maestro. Frate Fiorenzo ebbe alla fine la forza di  respingere la bocca così vogliosa del discepolo. No, non era una rinuncia al piacere. Tutt’altro. Bruciando di impazienza fece girare il novizio e sollevandogli il saio sulla schiena lo fece piegare e gli allargò le natiche con una mano. Ugo si appoggiò con le mani su un tavolo del laboratorio mentre Frate Fiorenzo spinse l’ingombrante arnese verso il bianchissimo culo del giovane. Quando trovò l’orifizio caldo vi puntò la punta della gonfia cappella purpurea e iniziò a premere contro la tenera apertura. Il novizio assunse la posizione giusta per ricevere. Una breve pausa e un attimo dopo il grosso membro iniziò a penetrarlo. Ma quando con un colpo possente affondò con decisione l’urlo del novizio risuonò nel convento come un segnale preoccupante di disgrazia, tanto che, molti monaci si precipitarono angosciati verso il laboratorio. E arrivarono tutti, nel preciso istante in cui Frate Fiorenzo scaricava il getto caldo del suo sperma dentro le viscere del giovane che, sopraffatto dal dolore misto al piacere, gemeva ancora ignaro della presenza  di tanti numerosi spettatori.
L’episodio sconvolse la pace del convento. I monaci erano più che certi, conoscendo l’integrità morale che da sempre aveva contraddistinto il frate erborista, che tutto l’accaduto era opera del maligno. Non potevano esserci dubbi ormai: Frate Fiorenzo era posseduto dal demonio.
Il passo incerto  portava il peccatore al cospetto dell’abate. La sua carne aveva dimenticato il piacere intenso e peccaminoso che lo aveva fatto congiungere con il giovane novizio. Ora c’era spazio solo per la vergogna e il pentimento.
L’anziano abate lo accolse con severità ma anche con compassione. Frate Fiorenzo si prostrò ai suoi piedi.
«Padre, ho peccato. In nome di quella verità divina di cui questo convento è custode, la esorto a condannarmi.»
«Il Signore è misericordioso» disse l’abate «tuttavia quello che è accaduto è molto grave.» Poi con voce più dolce aggiunse: «Figliolo oggi stesso tu lascerai questo convento per affrontare il maligno sulle strade della vita e del peccato. Sarà una lotta dura, difficile ma, alla fine, con l’aiuto del Signore, sono sicuro che tu riuscirai a vincerla purificando così la tua anima. Quando questo accadrà tornerai in convento che è e rimarrà sempre la tua casa.»
Frate Fiorenzo, in segno di devozione, baciò i piedi dell’abate, si congedò, rientrò nella sua cella, preparò la sua bisaccia e, senza farsi notare,  uscì dal convento per intraprendere un lungo e tortuoso viaggio sulle strade del mondo.

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