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Alberto Guerra
Hard-Core

Hard-Core
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Sinossi

Giulia e Samantha sono due giovani donne alla soglia dei trent’anni, amiche e colleghe, condividono un minuscolo monolocale alla periferia di Milano. Lavorano come centraliniste di call-center, l’unico malpagato impiego che siano riuscite a trovare nella fredda e spietata Milano attanagliata dalla crisi economica, ed arrivare a fine mese è per loro una battaglia quotidiana. Nonostante i problemi economici rimangono due ragazze solari, desiderose di vivere e di divertirsi, estroverse e disinibite. Però la loro situazione peggiora di giorno in giorno, andare avanti si fa sempre più difficile e cercano tutti gli espedienti possibili per sopravvivere. Sono solo palliativi però, soluzioni temporanee che non risolvono il problema fin quando a Samantha viene un’idea bizzarra. Le due amiche si imbarcheranno così in una folle avventura, scabrosa e indecente, che le stupirà con inaspettati risvolti...

Primo capitolo

I
Da quasi mezz’ora se ne sta appoggiata contro la vetrata a guardare la gelida pioggia che bagna quella triste serata milanese.
La batteria del vecchio computer portatile l’ha abbandonata da un pezzo, ormai la sua autonomia non supera i quaranta minuti.
Le servirebbe una batteria nuova.
Anzi, un computer nuovo.
Si lascia sfuggire un sorriso amaro.
È meglio che non pensi a cosa le servirebbe, la lista è infinita, a cominciare da un paio di scarpe che resistano all’acqua.
Ma non può permettersi neppure quelle, figurarsi un computer.
Eppure non può vivere senza il suo notebook, non saprebbe come passare il tempo senza un hard-disk su cui imprimere i suoi pensieri, la sua rabbia e la sua voglia di evadere.
«Prendi qualcos’altro, Giulia?» domanda il corpulento barista oltre il bancone.
Lo vorrebbe eccome, sente i piedi gelati e la pancia vuota, ma non può permettersi neanche il secondo cappuccino.
«Mi cacci se non prendo più niente?»
In fondo è seduta a quel tavolino da quasi due ore per la modica cifra di un euro e trenta.
Lui sbuffa. «No, per la ressa che c’è stasera puoi anche restare lì.»
«Lo so, non sono una gran cliente, perdonami Alfio.»
Sbuffa nuovamente e gira il voluminoso addome verso la macchina del caffè. «Fra un’ora chiudo però, non farci le radici su quella sedia.»
Spera proprio di no, non un’altra ora seduta tutta sola in un bar come quello. Per di più senza computer.
Inconvenienti di dividere un minuscolo monolocale con una collega.
Collega molto attiva nei rapporti sentimentali.
Beh, sentimentali…
Proprio in quel momento riceve il suo SMS. ‘Quando ti va puoi salire.’
Meno male.

Il condominio dove vivono è l’emblema dello squallore, odore stantio di muffa ed urina nell’androne, muri sporchi e scalcinati e un ascensore che sembra il vagone di un treno regionale, pieno di graffiti metropolitani.
E il loro monolocale non è che un una piccola frazione di quello squallore, bagno per lillipuziani con sanitari scheggiati, angolo cottura formato da due pensili (proprio due), micro-lavello, micro-frigorifero e piano cottura a un fuoco e mezzo, e per finire l’ambiente centrale, soggiorno/letto effetto scatola cinese, se apri qualcosa devi chiuderne un’altra. Il tutto in poco più di trenta metri quadri, appena più grande di quella che è stata fino ai diciott’anni la sua camera da letto.
Ma quella era un’altra vita.
Samantha è sotto la doccia, sta canticchiando un vecchio classico di Whitney Houston, segno che la serata è andata molto bene.
Doveva insistere col suo sogno di fare la cantante, pensa sfilando le scarpe umide e massaggiando i piedi freddi, ha una voce incredibile.
Ed invece l’unico microfono che usa è quello della cuffia del call-center dove entrambe lavorano.
Un lavoro del cazzo, snervante e mal pagato, tutto il giorno a rompere le palle alla gente cercando disperatamente di vendere qualche abbonamento telefonico.
Ma questo passa il convento nell’era della grande crisi economica, prendere o lasciare.

«Ciao tesoro, scusa se ti ho fatto aspettare così tanto!» la sorprende alle spalle la voce allegra di Samantha.
Si volta e si sforza di sorridere. «Direi che è buon segno, no?»
«Puoi dirlo forte, Giulia, cavolo se puoi dirlo forte!»
Lascia cadere l’accappatoio su una sedia e rimane nuda, il corpo minuto e ben fatto, con quella carnagione perennemente scura anche in pieno inverno.
«Non hai mai freddo, tu?»
«Quasi mai, e dopo una serata come questa avresti caldo anche tu, te l’assicuro.»
È una fortuna avere una coinquilina come lei, si dice Giulia, sempre allegra e piena di vita, un entusiasmo coinvolgente in grado di contrastare la sua attuale malinconia.
«Ora non fare troppo la misteriosa Sammy, su racconta…»
Sa bene che all’amica piace confidarsi, non tiene dentro niente, non ne è capace, però stavolta è veramente curiosa di sapere.
Da alcuni giorni Samantha è tesa per la relazione che sta vivendo, la sua prima volta con un ragazzo di colore, un giovane francese molto carino a Milano per studio.
E questa era la prima sera che lo invitava a salire.
«Io non sono razzista, lo sai, poi una ragazza del sud non può essere razzista a Milano, siamo noi ad essere vittime del razzismo spicciolo, di questa…»
«Vieni al dunque Sammy,» la interrompe scherzosa, «non farmi un trattato sociale.»
«Ok curiosona,» le scompiglia i bellissimi capelli color miele. «Come ti dicevo non sono razzista, e poi Marcel è francese, non un profugo sbarcato a Lampedusa, però è di colore ed ero un po’ ansiosa, tu sai cosa si dice sugli uomini di colore…»
Annuisce curiosa. «Embè?»
«Embè…» risolino malizioso, «non sono solo voci, un affare interessante, davvero interessante, ma fortunatamente niente di spropositato come temevo.»
«Oh sentila, vuoi dirmi che temevi fosse un superdotato? C’è chi lo sogna e tu lo temevi, ma via Sammy, proprio tu!»
«Tesoro, so bene quanto tu sia esigente a letto, ci faresti la firma al superdotato, ma io sono cinquantadue chili per un metro e sessanta scarso, dove me lo metto un superdotato?»
Scoppiano a ridere in un’ilarità che le porta quasi alle lacrime.
«Quindi un coloured nella media, insomma» commenta Giulia riprendendo fiato.
«Media alta, fidati, decisamente alta ma grazie al cielo non esagerata. E comunque Marcel, oltre alle dimensioni, aveva anche il resto, sapeva cosa fare con quell’affare, ed anche quante volte farlo!»
«Sì, le mie due ore da Alfio me l’hanno fatto supporre.»
Ridono nuovamente.
«Vuoi sapere un’altra cosa buffa?»
«Sentiamo.»
«Quando mi ha chiesto di prenderglielo in bocca… non so perché, mi sento sciocca a raccontarlo, ma mentre mi avvicinavo a quel bell’affare scuro ero sicura che avrei trovato il sapore della cioccolata!»
«Che scema!» ghigna Giulia, «e invece?»
«Invece…» stringe le spalle, «invece sapeva di cazzo!»
Si abbracciano forte e ridono per l’ennesima volta.

Terminate le confidenze intime si ritrovano sedute a tavola davanti ad un triste piatto di patate bollite e cavolo.
Sono le dieci di sera e devono ancora cenare, il turno al call-center finisce sempre più tardi e stasera c’era anche l’imprevisto Marcel.
«Toccava a me fare la spesa, lo so» sospira Samantha, «ma ho finito tutto, fino all’ultimo centesimo, non so neanche come arrivare al prossimo stipendio. Ho chiuso pochissimi contratti il mese scorso, e solo col fisso fatico a darti la quota dell’affitto.»
«Mancano pochi giorni allo stipendio, qualcosa ci inventeremo. Anche a me sono rimaste poche decine di euro.»
«Marcel voleva portarmi fuori a cena ma non potevo lasciarti sola a mangiare patate lesse alle dieci di sera!»
«Prendile al volo certe occasioni, non pensare a me. L’importante è assicurarsi che paghi lui…»
«Oh avrebbe pagato, non ti preoccupare. Se un uomo mi invita non esiste che speri di fare fifty-fifty. Però non lascio sola la mia migliore amica in una situazione del cazzo come quella che stiamo vivendo. Almeno ti trovassi un bel ragazzo, uno che spolveri di tanto in tanto quella bella cosina che ti trovi fra le cosce. Così potresti scroccare anche tu qualche invito a cena!»
«Ehi tesoro, non c’è tutta questa polvere sulla mia cosina, se proprio ti interessa.»
«Invece ce n’è troppa, e lo sai anche tu. Guarda che non vale toglierla da sola…»
«Ma senti questa!» sgrana gli occhi fingendosi offesa. «Che ne sai di cosa faccio da sola?»
«Non può essere diversamente, da quanto non ti fai una sana scopata, Giulia?»
Spalanca la bocca per ribattere ma poi si blocca. L’amica ha ragione, sono diversi mesi che non frequenta nessuno, neppure li guarda più i ragazzi. E dire che fino a poco tempo prima era esattamente come Samantha, allegra e spregiudicata, sempre pronta per un po’ di buona ginnastica da letto.
Ora invece è troppo avvitata in se stessa, in quella sensazione di impotenza e di frustrazione causata dai problemi economici. Si sente oppressa da un angosciante senso di precarietà che non le permette di vivere serenamente.
«Non per forza un bel nero superdotato,» prosegue Samantha fra il serio e il faceto, «anche se so che apprezzeresti, per riprendere il ritmo va bene pure un ragazzo qualsiasi, uno simpatico e decente come ce ne sono a migliaia qua a Milano. Cavolo Giulia, sei giovane e bella, non capisco questo tuo cambiamento improvviso, ora passi tutto il tempo fra lavoro e quel cavolo di computer senza concederti distrazioni,  un minimo svago…»
Giulia espira e appoggia il mento sul palmo della mano. «Vorrei essere ancora come te Sammy, sempre serena e sorridente. Non abbiamo i soldi per qualcosa di decente da mangiare e quando arriverà la bolletta del metano saremo disperate ma tu pensi solo a scopare. Davvero, mi piacerebbe essere ancora così, fatalista e mai preoccupata, con la testa rivolta solo al divertimento e ai ragazzi, peccato che il cazzo non sazi.»
È uno sfogo amaro, che coglie Samantha di sorpresa. È la prima volta che le parla così, soprattutto con quel tono.
«Da quanto ci conosciamo Giulia, un anno e mezzo, giusto? Da quando sei venuta a lavorare al call-center. Prima siamo diventate amiche e poi, sei mesi più tardi, abbiamo deciso di dividere lo stesso appartamento perché nessuna delle due riusciva a pagare un affitto decente, quindi sai chi sono, conosci bene i sacrifici che faccio, le rinunce… onestamente non credo di meritarmi questo.»
Giulia è desolata, non voleva offenderla. «Scusami, sono tesa e preoccupata, non ce l’ho con te, ma che razza di vita è la nostra?»
«Appunto, che razza di vita è? Non abbiamo ancora trent’anni Giulia, ed io non voglio passare nove o dieci ore al giorno a dire cazzate in un telefono e il resto della giornata a piangermi addosso. Voglio vivere, divertirmi, essere una ragazza come le altre. O almeno molto simile.»
Non ha tutti i torti. «Sì, lo vorrei anch’io.»
«Allora lasciati andare, non possiamo rovinare la nostra gioventù per la mancanza di soldi. Se avessimo una famiglia, dei figli, allora sarebbe tragico, quella sarebbe vera angoscia, ma noi abbiamo solo noi stesse a cui pensare, ce la caveremo, ce la caveremo alla grande. E un giorno scapperemo da questo buco, ti porterò in Australia con me, lo giuro!»
Giulia si allunga e la bacia sui capelli. «Hai ragione, dobbiamo vivere e guardare avanti, questa cazzo di vita migliorerà.»
Rimangono per un po’ abbracciate, ognuna persa nei propri sogni e nei propri pensieri.
È da quando la conosce che la sente parlare dell'Australia.
Ci vive una vecchia amica, una del paese, si è trasferita da diversi anni e ha fatto carriera in una società di import-export di prodotti italiani.
«Per noi due un posto ci sarà sempre,» ripete Samantha in continuazione, «Martina ha detto che non ci sono problemi a farci assumere, l’azienda va benissimo e lei ricopre un ruolo importante, con la sua parola un posto per noi è assicurato.»
Peccato che il viaggio aereo per l’isola dei canguri sia carissimo, ben oltre mille euro, e che le leggi locali sull’immigrazione siano molto severe, con ampie richieste di garanzie economiche. Due cose per loro inconcepibili, ora.
E forse sempre.

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