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Ashara
Henrietta, la seduzione dell'innocenza

Henrietta, la seduzione dell'innocenza
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Primo capitolo

1. JOHN

Divisa nera, lunga come si conveniva, scarpe nere, cuffietta e grembiule bianchi e perfettamente inamidati che nascondevano i capelli biondo cenere e il corpo morbido. Mani arrossate dall'acqua di liscivia e testa china che celava lo scintillio degli occhi blu. Questa era Henrietta da otto anni a quella parte, da quando cioè ancora ragazzina aveva preso servizio presso i Radcliffe. O almeno, era quello che la gente vedeva di lei...
Posò il piatto fumante davanti al signore, poi all'ospite, poi alla signora, poi fece una piccola riverenza e un passo indietro, pronta a soddisfare ogni richiesta ma facendosi invisibile per non disturbare il pranzo dei suoi padroni.
Mentre stava perfettamente immobile contro la parete, dritta come un fuso, la ragazza pensava a quante tovaglie, tovaglioli e asciugamani avesse da stirare quella sera: sicuramente sarebbe riuscita a finire presto e a scivolare come pattuito nello stanzino in fondo alle stalle, dove dormiva John, lo stalliere più giovane.
Un occhio vigile scrutava costantemente i piatti per cogliere l'attimo in cui sarebbero stati vuoti e lei avrebbe dovuto prenderli e portarli in cucina, ma nella sua mente si affollavano visioni di loro due che si rotolavano sul pagliericcio, delle sue mani che le sollevavano la camicia da notte e si insinuavano al di sotto, del suo corpo snello tra le proprie cosce spalancate.
Quando fu il momento la ragazza ritirò i piatti sporchi e si affrettò con il dessert. Finito anche quello, sparecchiò e si fermò in cucina ad aiutare a rigovernare.
Il signor Heaton, il maggiordomo, la trovò con le braccia immerse fino ai gomiti nel tino pieno di stoviglie.
– Henrietta, in questi giorni dovrai preoccuparti di arieggiare, pulire e spolverare le stanze del signorino Robert. Assicurati che sia tutto in ordine e il letto pronto per quando il padroncino tornerà dal collegio, tra una settimana esatta.
Henrietta vide la sua serata di passione con John sfumare: probabilmente avrebbe dovuto iniziare a stirare dopo cena, dato che la pulizia di quelle stanze, chiuse da ben più di un anno, avrebbe richiesto parecchio lavoro. Sospirò internamente mentre chinava il capo e rispondeva senza esitazione: – Sì, signor Heaton!
– Poichè Evelyn si è licenziata, d'ora in poi per tutta l'estate ti occuperai tu del signorino, delle sue stanze e dei suoi vestiti: da domani tu e Martha vi dividerete le altre cose da stirare. Vai, ora, qui finiranno le altre.
Questa era una buona notizia: non dover più lavare e stirare da sola chilometri di tovaglie e di lenzuola per qualche mese era un sollievo e, forse, se fosse stata fortunata alla partenza del signorino per l'università, alla fine dell'estate, a Martha, più giovane di lei e lavoratrice instancabile, sarebbe rimasto il compito di aiutarla.
Canticchiando si asciugò le braccia e si affrettò al piano di sopra, entrò nell'ala ovest, percorse tutto il corridoio padronale, superò la nursery e varcò l'ultima porta in fondo. Aprì gli scuri facendo entrare l'aria tiepida del primo pomeriggio mentre si dava da fare con stracci e piumino a rimuovere tutti i residui di polvere accumulati dall'ultima volta che la stanza era stata pulita. Mentre cambiava le lenzuola si rese conto che non vedeva il signorino da più di un anno e mezzo: l'estate prima non era tornato a casa preferendo passare i mesi di vacanza in Francia da alcuni parenti e, a Natale, Henrietta era stata a casa dei genitori ad accudire la madre malata quando il signorino era venuto in visita.
L'ultima volta che l'aveva visto era ancora un ragazzo spigoloso ed allampanato, ma ora sicuramente sarebbe stato quasi un uomo. La cameriera sperò che non fosse diventato esigente come la madre, dato che sarebbe toccato a lei occuparsi di lui...
 
Una falce di luna illuminava fiocamente il vialetto ghiaioso che portava dal retro dell'edificio principale della residenza alle stalle. Henrietta lo percorse in fretta, avvolta in uno scialle scuro sopra la camicia da notte leggera e con un fazzoletto marrone sulla testa a coprire i capelli chiari, il cuore che batteva forte nel petto al timore di essere beccata, al pensiero che tra poco avrebbe visto colui che progettava di sposare, al pensiero di quello che avrebbero fatto.
Da tutto il giorno pregustava quel momento, non era riuscita a togliersi dalla testa ricordi e fantasie ed era stata talmente impegnata da non avere un attimo per chiudersi da qualche parte e darsi un minimo di sollievo: era sicura che sarebbe venuta non appena lui glielo avesse messo dentro!
Quando si chiuse la porticina laterale della stalla alle spalle l'odore caldo dei cavalli e del cuoio dei finimenti l'assalì e la ragazza sorrise: quell'odore era John, era il profumo terreno e animale del piacere.
Cercando di non fare rumore per non svegliare i mozzi che dormivano nel sottotetto in mezzo al fieno percorse in fretta i pochi passi che la separavano dalla porta dello stalliere. Il cavallo nel box più vicino si agitò ma non nitrì: ormai la conosceva.
Lui era nel suo stanzino che ricuciva una cinghia seduto sul pagliericcio, con indosso solo una camicia e nient'altro. La luce flebile di un paio di candele posate sul baule che era l'unico arredamento del claustrofobico locale oscillava sulla sua pelle chiara, facendo risplendere le ciocche di capelli fulvi che gli cadevano ad onde intorno al viso, sfuggite come al solito al laccio coi cui il giovane li legava sulla nuca.
Quando la sentì entrare egli alzò la testa e sorrise. Si sollevò con grazia dal giaciglio e in due passi le fu addosso. Non perse tempo in smancerie, non lo faceva mai.
Con un unico gesto le sfilò il fazzoletto e le fece scivolare lo scialle dalle spalle. Poi spinse la ragazza contro il muro, incuneandosi tra le sue cosce generose che già si aprivano e sfregando la propria erezione su di lei attraverso la stoffa mentre le baciava il collo.
Henrietta mugolò, la testa sollevata e appoggiata all'indietro contro la ruvida parete per offrirgli la carne bianca della gola. Le mani dello stalliere si erano già impadronite del suo corpo, una infilandosi attraverso la scollatura della sua camicia da notte a cercare un seno florido e morbido, l'altra risalendo lungo la coscia e portando con sé il tessuto fino a scoprire la sua femminilità nuda di altri indumenti.
Dita rese ruvide dal duro lavoro le sfregarono i capezzoli, le labbra inferiori, il clitoride, palmi callosi le premettero la curva della mammella, il monte di Venere. E la ragazza gemette di nuovo, eccitata dal contatto rude che le regalava sensazioni acute.
Il grosso dito che si insinuò nel suo anfratto lo trovò già madido e pronto. John smise di mordicchiarle il collo per mormorare: – Sempre così vogliosa, cagnetta...
A lei non piaceva che lui la chiamasse così, la faceva sentire una donnaccia. E forse era proprio per irritarla che lui glielo diceva... ma stavolta Henrietta ignorò la provocazione: aveva troppa voglia di lui per mettersi a discutere.
Spinse il bacino in avanti, cercando un contatto più forte, più profondo. Lui ridacchiò contro la sua pelle e tolse il dito, sostituendolo con la punta di qualcosa di più consistente. La ragazza si aggrappò al suo collo e sollevò la gamba sinistra, circondandogli i fianchi mentre restava saldamente poggiata sulla destra.
Una spinta, e il fallo affondò per metà. Con un gemito, John le afferrò le natiche e spinse più forte, sprofondando del tutto dentro di lei.
Henrietta ansimava, sentiva la propria vagina palpitare in attesa dei colpi successivi, pregustandoli.
Non si fecero attendere: John era un amante focoso, quasi furioso sebbene un po' frettoloso, e prese a spingere con violenza, sollevandola ad ogni colpo. Saette di piacere attraversavano il corpo della ragazza, che gli affondava le unghie nella schiena ancora coperta dalla camicia, senza sentire le dita che le stringevano dolorosamente le natiche o il ruvido muro che le sfregava la schiena. La pressione salì e salì e, affondando il volto nei capelli di rame di lui ormai sfuggiti del tutto dal laccio, Henrietta gridò il proprio orgasmo.
John non le diede il tempo di riprendersi: staccandola dalla parete la sospinse di faccia sul pagliericcio, interrompendo per qualche istante la connessione intima dei loro corpi prima di esserle di nuovo addosso. Prendendola per i fianchi le scostò la camicia da notte che era caduta a ricoprirle le cosce e le sollevò il sedere. Poi senza esitazione si spinse con un solo colpo a fondo nella sua vagina madida di succhi e spalancata dal piacere appena provato, impattando con la cervice, senza ascoltare i gemiti di protesta della ragazza ancora estremamente sensibile dopo aver goduto.
Le insinuò le mani ruvide sotto il corpo, risalendo a cercare i seni che strinse, sollevandole il torso fino a che Henrietta si trovò a quattro zampe sul giaciglio, con John in ginocchio dietro di lei che entrava ed usciva dal suo corpo con violenta furia, gemendo – cagna... cagna...– a denti stretti tra una spinta e l'altra, come se insultarla gli rendesse il membro più duro e il coito più piacevole.
Ogni colpo le sbatteva sul fondo della vagina e le riverberava nel corpo fin quasi a farle battere i denti. Lei ansimava, stringendo i pugni, lacerata tra il piacere che si andava nuovamente costruendo e il fastidio di quel trattamento rude in un momento in cui anche una carezza sarebbe stata infinitamente amplificata.
Lui sembrava non sentire le sue proteste, o forse la conosceva abbastanza da sapere che non sarebbero durate, che presto il piacere avrebbe sorpassato ed affogato il fastidio ed Henrietta avrebbe goduto una seconda volta.
E infatti i colpi si fecero meno dolorosi, le scosse che la ragazza provava sempre più deliziose e di nuovo Henrietta si sentì sprofondare verso il baratro.
Con un lungo, acuto gemito, seguito da una serie di mugolii spezzati, venne di nuovo, stringendo la lisa coperta su cui stava inginocchiata tra le dita, tremando mentre gli affondi dello stalliere piovevano ancora dentro di lei. Dopo pochi istanti lo sentì emettere un suono roco, strozzato, sfilarsi dal suo corpo e muoversi rapidamente sul pagliericcio; la familiare sensazione di bagnato sulle labbra la indusse ad aprirle e richiuderle immediatamente dopo sull'asta gonfia e scivolosa. Il primo fiotto le colpì il palato mentre lui stava ancora spingendosi dentro.
Quando ebbe finito la ragazza si ripulì la bocca e si rassettò la camicia da notte con mani ancora tremanti. Il suo amante le passò in silenzio scialle e fazzoletto. Henrietta sapeva di non poter restare: uno dei mozzi si sarebbe potuto svegliare e avrebbe potuto decidere di venire a curiosare nello stanzino di John, e se i padroni avessero avuto bisogno di qualcosa il signor Heaton avrebbe potuto mandarla a chiamare, e Martha non poteva coprirla fino a quel punto. E poi lo stalliere, che già non era loquace di suo, spesso diventava scorbutico dopo il sesso.
– Quando ci vediamo? – Gli chiese in un sussurro prima di uscire.
Lui sollevò a malapena gli occhi dalla cinghia che aveva ripreso a riparare: – Tra cinque giorni, non prima. Ho da fare.
Come un fantasma, la cameriera scivolò di nuovo fuori dalla stalla, lungo il vialetto, dentro la porta sul retro della villa e su per le scale fino alla cameretta in mansarda che divideva con la giovane collega che giaceva profondamente addormentata sul proprio letto. Con un sospiro si infilò sotto le lenzuola, sentendosi gonfia e soddisfatta tra le cosce ma allo stesso tempo indolenzita e pulsante, come spesso accadeva dopo un incontro con John.
 
Henrietta come sempre contò le ore che la separavano dal prossimo incontro col suo uomo. Da quando lo frequentava i lavori pesanti e noiosi che era costretta a svolgere per sbarcare il lunario sembravano filare via rapidi e lisci perché la sua mente aveva qualcosa di piacevole su cui concentrarsi mentre il suo corpo si muoveva veloce e preciso lungo i compiti che ben conosceva.
In un lampo aveva pulito da cima a fondo la camera del giovane padrone e il suo spogliatoio, riponendo tutti i giocattoli - che sicuramente il signorino Robert non avrebbe più voluto - in una cassapanca e spolverando i libri ad uno ad uno, lavato e stirato tutte le sue lenzuola, sbattuto coperte e materasso, rassettato poltrona e sofà e rinfrescato tutti i vestiti che lui aveva lasciato alla villa, oltre a svolgere, aiutata da Martha, tutti i compiti che le erano normalmente assegnati. Così il giorno del nuovo incontro con John era arrivato senza che la cameriera quasi se ne accorgesse.
Quando varcò silenziosamente la soglia della stanzetta in fondo alle stalle trovò il giovane che la aspettava già pronto, seduto a gambe larghe sul pagliericcio che muoveva pigramente su e giù la mano stretta a pugno intorno al pene gonfio.
Senza parlare lui le fece cenno di avvicinarsi, e lei, intuendo cosa lo stalliere volesse, toltasi scialle e fazzoletto si accosciò tra le sue ginocchia chinandosi in avanti per prendergli il glande tra le labbra. Ne strinse delicatamente tra i denti la base iniziando a leccarlo lentamente con lunghi movimenti circolari della lingua. Sentì il respiro del giovane accelerare e scivolò più in basso lungo l'asta, imboccandone una porzione più grande, poi risalì accarezzando con la lingua la verga mentre scorreva tra le sue labbra. Ancora e ancora, succhiando con avidità crescente la dura e calda carne che tra poco l'avrebbe penetrata tra le cosce.
Lui la prese per la nuca per attirarla ancora più giù ad ogni affondo, per arrivarle in fondo alla gola. All'approssimarsi dell'orgasmo le afferrò una ciocca di capelli e la tirò indietro, lasciando il pene nudo e luccicante di saliva. Senza indugio la spinse sul pagliericcio e sollevandole la camicia da notte le allargò le cosce floride.
Mentre si sistemava lì in mezzo le spinse indietro le ginocchia, portandogliele vicino alle spalle, poi accostò la punta del membro all'orifizio vaginale e spinse, introducendo il glande e parte dell'asta e strappando alla cameriera un gemito di piacere e desiderio. Un'altra spinta e fu dentro fino ai testicoli. I suoi capelli ramati, sciolti, ricaddero come una cortina intorno al suo volto e alla testa della ragazza che ansimava poco più sotto.
In questa posizione Henrietta era completamente aperta sotto di lui, spalancata, e lui da sopra la dominava, la bloccava, tenendole le gambe incastrate nei propri gomiti e stringendole le spalle con le mani. La cameriera non si poteva muovere, se non per il bacino che si sollevava a ricevere una dopo l'altra le deliziose stoccate del membro infiammato di lui che le affondava dentro fino alla cervice, con forza, ed il seno voluminoso che ballonzolava ad ogni colpo sotto la stoffa ruvida della camicia da notte, sollevandosi nel respiro affannoso del godimento.
La ragazza tese una mano verso il basso insinuandola tra i loro corpi per stuzzicarsi il clitoride, per aumentare il piacere già quasi impossibile dell'amplesso. Mentre iniziava a tremare e a sussultare nella prima avvisaglia dell'orgasmo spalancò la bocca per introdurre l'aria che ora sembrava mancarle, come se fosse stata risucchiata dal fallo implacabile che le percorreva la vagina.
Poi vide il volto di lui contrarsi, e, improvvisamente scaraventata fuori dal mondo fatto di cieco piacere in cui stava lentamente affondando, cercò di divincolarsi, ma John non la mollava, non le permetteva di muoversi. Anzi, si schiantò un'ultima volta sulla sua cervice e rimase lì, piantato a fondo dentro di lei.
– No! – Gridò lei al primo fiotto che sentì invaderle la vagina. – Esci!
Ma lui insistette a spingersi ancora più dentro il suo corpo, grugnendo, gemendo, tremando e vibrando, fino ad esaurire gli spasmi dell'orgasmo.
– Ma sei impazzito? – strillò Henrietta, aumentando gli sforzi nel tentativo di scivolare fuori da sotto il corpo massiccio che la schiacciava e le immobilizzava gli arti inferiori ed il busto.
Con la massima calma lui si sollevò, le liberò le gambe e si sfilò da lei, causando la fuoriuscita di un rivolo di sperma e umori.
Scrollò le spalle.
– Ero stufo di venirti in bocca.
 
Il signorino Robert arrivò il pomeriggio di due giorni dopo. Il giovane uomo che scese dalla carrozza era ben diverso dal ragazzino dinoccolato che Henrietta vi aveva visto salire per l'ultima volta due anni prima a Natale... questo Robert si muoveva con grazia elegante, vestiva in maniera impeccabile e non aveva più brufoli, a differenza del ragazzetto goffo, coi vestiti costantemente in disordine e il volto devastato dall'acne che la cameriera ricordava.
La timidezza che lo caratterizzava però era rimasta la stessa, e ancora il giovane signore arrossiva quando si rivolgeva ai membri femminili della servitù, soprattutto quelli più giovani. A questa si sommava il fatto che, fino al momento in cui non era stato mandato in collegio, le donne in divisa nera erano state quelle che si erano occupate di lui, dicendogli cosa fare e rimproverandolo, figure la cui autorità il tempo passato lontano non aveva del tutto cancellato dalla sua memoria.
Però ronzava parecchio intorno ad Henrietta ed alle altre ragazze in servizio alla residenza dei Radcliffe, come affascinato dalla loro presenza: evidentemente in sette anni di collegio maschile non doveva avere visto molte donne da vicino, ed il suo atteggiamento era un mix di ignorante innocenza, impacciataggine e desiderio di conoscere meglio il sesso femminile.
Infatti il signorino trovava spesso una scusa per restare in camera mentre lei rassettava, osservandola con palese curiosità ma arrossendo ogni volta che lei girava lo sguardo su di lui, ed Henrietta sapeva che faceva lo stesso con Rose, la cuoca più giovane, mentre quest'ultima cucinava o puliva la cucina, o con Martha.
Un paio di volte era addirittura sceso nel locale lavanderia, con la scusa di avere bisogno proprio della camicia che riposava in fondo al cesto delle cose da stirare, rimanendo seduto in un angolo a fissarla mentre lavorava. Accorgendosi che lo sguardo del giovane cadeva spesso sul suo seno abbondante, che oscillava assecondando i movimenti del braccio che maneggiava il ferro rovente, Henrietta si sentì orgogliosa del proprio corpo florido, compiaciuta delle attenzioni del signorino e anche vagamente eccitata.
La stessa cosa era successa mentre faceva il bucato e, china sul tino, aveva sentito lo sguardo di lui perforarle il fondoschiena. Senza volerlo la cameriera si era trovata ad accentuare ogni movimento del proprio posteriore.
Henrietta sapeva che era normale che i padroni mettessero gli occhi - e le mani -  addosso alle serve, ma a lei la seconda cosa non era mai accaduta: il signor Radcliffe quasi non la vedeva e di sicuro non le aveva mai fatto proposte o dato ordini (mentre lo faceva, e anche molto di frequente, con Martha, così come aveva fatto con Evelyn: entrambe le ragazze erano alte, snelle e avevano i capelli scuri, insomma avevano un aspetto ben diverso da quello chiaro e burroso di Henrietta) e solo il maggiordomo, il signor Heaton, esigeva da lei qualche servizietto di bocca di tanto in tanto, in genere in cambio di un favore o di una concessione.
Tutto sommato non era un peso per la cameriera occuparsi del signorino Robert, anzi, ad esclusione dei giorni in cui aveva dovuto pulire da cima a fondo le sue camere prima che rientrasse dal collegio, il suo carico di lavoro era diminuito da quando le avevano dato quell'incarico. Eppure la sera si sentiva sempre più stanca, e aveva anche iniziato a dolerle la schiena.
Anche se di solito era molto puntuale, il giorno in cui sarebbe dovuto arrivarle il ciclo venne e passò senza che comparisse nemmeno una goccia di sangue mestruale e quando una settimana dopo Henrietta si ritrovò a vomitare la colazione, la realizzazione di cosa stava accadendo la colpì come un maglio.
Affrontò John senza esitare: scivolò nelle stalle e si infilò nella stanza dello stalliere, sfuggendo lesta alle sue mani che già cercavano di afferrarla e spogliarla e scagliandogli addosso di botto la cruda verità.
– Ricordi quando mi sei venuto dentro perché eri stufo di venirmi in bocca? Sono incinta, ed è tutta colpa tua!
Lui si era bloccato, impietrito. Poi aveva fatto un passo indietro e aveva assunto un'espressione sprezzante.
– Dobbiamo fissare una data per il matrimonio. –Affermò lei, senza cogliere sul volto del giovane il segno di ciò che le stava per cadere sulla testa.
Lui rise, una risata cattiva.
– Matrimonio? Ma non ci penso nemmeno! Sono affari tuoi, cagna! Non sei la prima né l'unica che mi fotto, e non sei la prima né l'unica che ci è rimasta. Vai da una mammana, prendi delle erbe, fai quello che vuoi, ma il problema è tuo e a me non interessa. E ora vattene e non tornare, tanto tra pochi giorni me ne vado nelle colonie americane, e non mi porto di certo te e il tuo fardello!
 
Henrietta pianse tutte le sue lacrime quella notte: per la prima volta in tutti gli anni trascorsi da quanto aveva lasciato il tetto paterno per prendere servizio alla villa si sentì sola, lontana da casa e dall'affetto della sua famiglia, abbandonata dall'uomo che si era illusa di poter sposare e che invece l'aveva usata come sollazzo... e non solo lei! Chissà quante altre donne della tenuta si era scopato, illudendole col miraggio di un futuro insieme! E ora che c'era un problema che lui stesso aveva creato l'aveva scaricata, abbandonandola a pagare tutte le conseguenze. Accusarlo pubblicamente non sarebbe servito: lui avrebbe negato, e la cosa avrebbe semplicemente avuto l'effetto di farla passare per una poco di buono.
Verso l'alba, quando ormai riusciva solo a singhiozzare, cercando di non svegliare Martha che dormiva nel lettino accanto al suo nell'opprimente stanzetta nel sottotetto, con gli occhi che le dolevano per il troppo piangere, il naso così arrossato da essersi quasi scorticato e la gola infiammata, capì che non poteva restare lì come una stupida a frignare perché John l'aveva scacciata come una cagna randagia. Che doveva trovare una soluzione.
Di mammane non se ne parlava: sua cugina Anne era morta per un aborto non riuscito ed Agnes, la cuoca più anziana, quando si era rivolta ad una comare ed al suo ferro da calza era stata malissimo e da allora zoppicava e soffriva di atroci dolori di pancia e di schiena.
No, pensò asciugandosi gli occhi, la soluzione doveva essere un'altra. Quella notte l'aveva cambiata, le aveva strappato anche l'ultimo velo di ingenuità che le rimaneva, lasciandole solo cinismo. Se gli altri potevano trattarla come una bambola di pezza, avrebbe fatto lo stesso anche lei.
Avrebbe trovato un padre al proprio bambino.
E aveva già in mente chi...

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