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La Fanese & Lorenzo Agostinelli
I due volti dell'essere

I due volti dell'essere
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Primo capitolo

I

Finalmente in ambulatorio! In questi giorni il traffico è davvero assurdo, bisogna che la mattina mi decida a partire prima!

«Buongiorno Marta.»

«Buongiorno Natascia.» Marta è la mia assistente, una ragazza giovane, bella e molto ligia al suo dovere e devo ammettere che se non ci fosse lei, a livello organizzativo sarebbe un vero disastro. Sono un dottore di quarantotto anni nata e cresciuta a Fano, una piccola città turistica bagnata dal mare adriatico. Nella vita, ho scelto di vivere sola e non perché mi sia mancata l'occasione di trovarmi un compagno anzi, dato il mio aspetto e senza voler peccare di presunzione, le possibilità sono state molte ma da quel giorno di tanti anni fa, ho preso la decisione di non avere nessuno al mio fianco, né persone né animali che possano in qualche modo spezzare quell'equilibrio che nel tempo sono riuscita a creare. Non voglio impedimenti, forse anche consapevole di quel mio modo di essere molto particolare che, nella vita, ha contribuito ad eclissare quella che dovrebbe essere una logica e serena vita sociale, basata ormai quasi unicamente, sul sesso! Il sesso inteso non come conseguenza di un rapporto, ma come l'unico appagamento del mio corpo e della mia mente. Non credo più nell’amore da tanto tempo, ed è forse questo il motivo che mi porta a frequentare solo persone che regalano la parola ti amo non come l’espressione di un sentimento, ma come un’abitudine dettata da momenti di passione e niente di più.

Questo comportamento mi permette di non avere coinvolgimenti sentimentali di nessun tipo, riuscendo così a dividere, sempre, la vita e la professione dalla mia natura e dalla scelta fatta diversi anni fa, una scelta purtroppo a senso unico che obbligatoriamente devo e dovrò sempre tenere segreta, a costo della mia stessa vita.

Una di quelle scelte che si fanno nei momenti difficili, gli stessi momenti dove la ragione viene a meno e dove si arriva a lottare contro tutto e tutti, contro il mondo intero e contro quel sistema ideato dall’uomo e che dovrebbe fungere da ruota motrice nel nostro vivere quotidiano. È proprio a seguito di questa scelta che di tanto in tanto, vengo contattata da persone a me sconosciute che senza molti convenevoli, mi fanno richieste che ritengo essere con una buona dose di cinismo “socialmente utili” pur comportando, per loro natura, un’assoluta indifferenza verso i sentimenti e i valori umani. Tutto questo, ovviamente, va a creare in me una tremenda ma ovvia conseguenza, una doppia personalità: la buona e la cattiva!

Oggi Marta, ha dovuto inserire tra gli appuntamenti un nuovo nominativo che lamentava dolori addominali con diarrea, non era proprio possibile dirle di no, anche se mi sono raccomandata di rispettare l’orario: “se c’è posto oggi ok, altrimenti lo sposti ai prossimi giorni!” In questi periodi invernali l'ambulatorio è sempre pieno dalla mattina alla sera, non ho il tempo neanche di respirare ma nonostante gli anni che passano e gli eventi della vita che in qualche modo hanno fatto evaporare l’entusiasmo iniziale di quando ero più giovane, dire di no ad un paziente mi rimane sempre difficile. Da ragazza, non vedevo l’ora di finire i miei studi per mettere in pratica tutto quello che con fatica negli anni avevo appreso, senza invece pensare che nel tempo purtroppo, quell’euforia e quella grande voglia di aiutare e salvare le persone un giorno si sarebbe trasformata in una semplice e cinica routine. 

Ricordo ancora quando nei primi anni di attività, con una laurea in medicina e una specializzazione in psichiatria, dedicavo tutta la giornata al lavoro regalando la mia disponibilità sempre e comunque a tutti. Appena il telefonino squillava rispondevo con voce rassicurante dando immediatamente a chiunque tutta la mia assistenza e, anche fuori dell’orario ambulatoriale, mi trovavo spesso a percorrere chilometri pur di far visita a casa degli ammalati più anziani o di tutti coloro che comunque, pur non essendo gravi, ritenevo giusto non fare uscire di casa. 

Tutto il mio tenore di vita era regolato solo ed esclusivamente in base alle esigenze dei miei pazienti. Ora, a livello professionale ho sempre dato il massimo e sarà sempre così ma a livello umano, la mia sensibilità è diventata drasticamente fredda (oserei dire glaciale), mi limito al solo orario ambulatoriale e anche nei casi più gravi, rimango sempre distaccata senza farmi mai coinvolgere. A oggi le cose sono cambiate, si sono praticamente invertite, sono i pazienti a doversi adeguare sempre e solo al mio tenore di vita. Tutti mi dicono che è giusto che sia così ma, sinceramente, questo comportamento distaccato con il passare del tempo mi spaventa sempre di più. I primi tempi, sentivo i miei colleghi ripetere che l’entusiasmo e la disponibilità iniziale sarebbe prima o poi scomparsa arrivando a trasformarsi da vera vocazione a un vero e proprio lavoro, si sarebbe prima o poi arrivati a dare peso esclusivamente ai soldi, alle vacanze e a tutto quello che sarebbe servito ad aumentare il proprio benessere. Non ci credevo, ma ora mi rendo conto che forse avevano ragione e, spesso, mi domando in quanti hanno mandato a quel paese il giuramento di Ippocrate trasformando il proprio ambulatorio medico in un semplice negozio dove si alza la serranda alla mattina per poi riabbassarla alla sera cercando, magari, di guadagnare anche qualche minuto sull’orario di chiusura. Personalmente non penso di essere ancora arrivata a questi livelli, ma la strada che ho imboccato (professionalmente parlando) non mi piace, non lascia presagire nulla di buono.

«Non si preoccupi, prenda le medicine che le ho prescritto e vedrà che tutto andrà bene. Arrivederci e mi raccomando, stia tranquillo!» Accompagno il paziente all'uscita, finalmente era l'ultimo penso dentro di me, ma non faccio in tempo a gioire del mio pensiero che con grande sorpresa a sedere nella sala d'aspetto, vedo una bella signora. Cavolo, mi ero proprio dimenticata! Non era l'ultimo. La donna si alza e abbozzando un sorriso si presenta...

 «Buonasera, mi chiamo Stefania e sono qui per un consulto. Ho chiamato ieri.»

«Sì certo, si accomodi. Piacere, Natascia» Rispondo con finta cortesia mentre, senza neanche incrociare il suo sguardo, noto in lei una donna di bella presenza con capelli lunghi e mori, l’età... non saprei, forse sulla quarantina. Ascolto le sue parole con attenzione e dopo averla fatta stendere sul lettino, cerco di visitarla con la stessa concentrazione e pazienza delle prime visite della giornata...

«Non ti devi preoccupare, ti prescrivo queste bustine che sono dei fermenti lattici, sicuramente è un virus intestinale. Nel giro di qualche giorno vedrai che tutto passerà. Comunque, se sei d’accordo, poiché hai detto che sono quasi due anni che non fai controlli, ti prescrivo una serie di analisi così da vedere, più in generale, il tuo stato di salute.»

«Sì, forse è meglio. Così, sono più tranquilla!»

 

Per quanto assurdo possa essere stasera riesco finalmente ad uscire puntuale dal mio ambulatorio, era tanto tempo che non capitava. Sistemo queste ultime cose e vado! Finalmente libera, mi assicuro ancora una volta di aver chiuso bene il portone e mi avvio verso la macchina. Mentre le mie mani affondano in quel pozzo che è la mia borsa, frugando alla disperata ricerca delle chiavi, una voce femminile alle mie spalle irrompe nel silenzio del buio...

«Ciao Natascia! Posso chiamarti cosi?» Faccio un giro su me stessa quando dietro di me, a pochi passi di distanza dal punto in cui sono, vedo una donna. La riconosco subito, è la stessa di qualche giorno fa, Stefania. È lei, in piedi con le mani in tasca che mi sorride.

«Ciao, se non ricordo male, sei Stefania! Mi hai fatto paura, cosa ci fai qui?»

«Scusa, non volevo spaventarti, ma sono venuta da un geometra qui vicino per sentire per un lavoro di ristrutturazione che dovrò fare nella mia casa e ora, la macchina non ne vuole più sapere di ripartire. Perdonami, ma non so proprio a chi chiamare.»

«Non ti preoccupare,  per questa sera ho finito. Se vuoi,  ti posso dare un passaggio.»

«Te ne sarei veramente grata, poi domani manderò a prendere l’auto dal mio meccanico.» 

L’ultima volta che ci siamo viste non avevo fatto caso che Stefania è leggermente più alta di me e questa sera, forse grazie anche alla brezza che la vicinanza del mare ci regala, riesco a percepire pure il suo buon profumo.

«Mi dispiace disturbarti, ora ti faccio fare tardi.» Dice Stefania accennando ad un piccolo ma elegante sorriso mentre entrando in macchina, ci apprestiamo a partire.

«Non ci pensare, a casa non ho nessuno che mi aspetta. Sono libera di tornare quando e come voglio.»

«Anch’io sono sola, lo sai cosa possiamo fare? Fermati dopo il semaforo che mi è venuta un’idea. Aspettami qui che faccio subito.» Stefania scende dall’auto poi, a passo veloce, scompare dietro l’angolo per ripresentarsi in poco tempo con un vassoio in mano che, una volta risalita in macchina dall'odore e senza nessuna dote di chiaroveggenza, dovrebbe trattarsi di pizza...

«Ti piace la pizza?» Come non detto!

«Voglio proprio vedere se ora che l'ho comprata, hai il coraggio di dirmi di no!»

«Ok, a quanto vedo, non ho grandi alternative.» Tra me e me, nella mia più totale perversione, penso subito che una ragazza così bella, profumata e molto sicura di sé, potrebbe dare una svolta inaspettata a questa serata che, come tante altre, si sarebbe prospettata noiosa e poco gratificante. 

La nebbia calata sulla città rende vano lo sforzo dei lampioni che cercano di illuminare nel buio della notte la strada umida e scivolosa, mettendo sotto esame la mia guida che immersa in una stanchezza fisica e mentale, è fin troppo distesa e tranquilla forse, distratta dalla bella serata che Stefania mi ha regalato. Mi sono proprio divertita, la mia nuova amica si è mostrata essere non solo attraente ma anche simpatica. Molto probabilmente, potrebbe fare al mio scopo! Sono bastate poche ore attorno ad un tavolino parlando e ridendo delle cose più banali per fare scattare il nostro primo bacio a seguito del quale, ovviamente, è nato un lungo e intenso momento di sesso dove Stefania si è rivelata essere un vero talento e, naturalmente, io ne ho approfittato alla grande!

 

Anche questa mattina, come spesso capita, alle sei in punto dopo aver infilato la tuta, le scarpe da ginnastica e le mie fidate e inseparabili cuffie alle orecchie, sono uscita per la solita e quotidiana dose di jogging. Ho sempre tenuto al mio corpo nella speranza di rispettare il più possibile quel difficile equilibrio tra peso e curve, consapevole, comunque, che fino a qualche anno fa il mio fisico si manteneva grazie ad un processo esclusivamente naturale mentre ora, alla mia età, per riuscire a combattere la forza di gravità che giorno dopo giorno fa sentire sempre di più la sua presenza, devo incorrere non solo ad un minimo di movimento ma anche ad una corretta alimentazione oltre a una buona dose di fortuna. 

Il percorso è sempre il solito, dal centro città ancora vuoto in queste ore, alla spiaggia Sassonia dove, dopo aver spento la musica, rimango in religioso silenzio all’ascolto del dolce e sottile suono del mare, sempre inebriata dal buon profumo di salsedine. Dalla zona Sassonia, mi dirigo al Lido per correre sulla sabbia bagnata e pressata del bagnasciuga, mentre le mie orme vengono cancellate dall’accarezzare dell’acqua che, timidamente, si ritrae al mio passaggio. Dal mare, passando per la zona orti, risalgo di nuovo verso il centro sfilando proprio davanti alla mia vecchia scuola dove con una punta di nostalgia, ogni giorno, penso a quell’età in cui tutto sembrava essere tranquillo e dove gli unici problemi erano sempre e solo quelli degli altri. Ricordo che l’unica vera paura dell’epoca era l’interrogazione che ogni mattina si presentava puntuale al suono della campanella, interrogazione che teoricamente doveva avvenire tramite una specie di “sorteggio”, almeno così diceva il prof di matematica (materia che non riuscivo proprio a digerire), ma nonostante la sua scelta democratica, non ho mai capito per quale squallido e assurdo motivo il sorteggio, spesso, oserei dire troppo spesso e forse neanche troppo casualmente, cadeva sul mio nome: “Natascia, vieni su che oggi tocca a te”. Guarda caso! Ricorderò sempre quegli anni come periodi bellissimi e passare tutti i giorni qui davanti è un po’ come voler scandire il tempo che inesorabile scorre su di me, è un po’ come voler dimostrare a quella ragazzina timida dai capelli lunghi e ricci seduta al primo banco e a quest’edificio che svezzò la mia adolescenza con i primi amori, che ancora esisto e che anche se invecchio, non marcisco! 

 

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