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Enrico G.
Il buon marito

Il buon marito
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Primo capitolo

CAP 1


Era un giorno qualunque di vent'anni fa. Era un giorno qualunque, finché Roberta , la  mia segretaria, mi passò una chiamata, una chiamata per niente qualunque:  all'altro capo, una voce che conoscevo bene, disse solamente:
«Ti piacciono le ostriche?»
«Certo» risposi
«Allora all'una» e la telefonata si interruppe.
Sapevo bene chi mi aveva chiamato, dove ci dovevamo incontrare e, soprattutto, conoscevo il significato di quella telefonata: PERICOLO!
Era l'anno di Tangentopoli.

Salii in macchina e dopo mezz'ora ero a Mentone. Quando arrivai al ristorante luogo dell'incontro, G., il funzionario che mi aveva telefonato per convocarmi lì, era già arrivato. Mi sedetti al tavolo.
«Che succede?» chiesi
«Calma, gustiamoci le nostre ostriche, mentre ne parliamo.»
Arrivò il cameriere a prendere le ordinazioni. Io scelsi due dozzine di ostriche, di diversa qualità a sei a sei. Il mio ospite, invece, prese un panache con ogni ben di dio.
Durante il pasto conversammo del più e del meno finché, accendendosi un sigaro in attesa del dessert, disse:
«In due parole, per un po' non ci possiamo più vedere né sentire. Tutto questo casino di mani pulite può crearti dei problemi, e io non posso più aiutarti. Rischierei troppo, lo capisci vero? Tu hai clienti importanti, e qualcuno potrebbe essere coinvolto in qualche inchiesta. Quel che posso consigliarti è di trovare un luogo dove trasferire tutta la documentazione...  ballerina. Naturalmente da questo posto non si deve poter risalire a te. Stai tranquillo per un po', vedrai che prima o poi passa.»
Ci salutammo con una stretta di mano e ci dirigemmo ognuno alla propria auto.
Guidando pensavo al sito e, prima di essere arrivato allo studio, avevo trovato la soluzione. Certo, costava caro, ma ero sicuro che i miei assistiti, vista la contingenza, non avrebbero avuto problemi a riconoscere, anche con un ritocco dell'onorario, l'importanza del servizio che potevo continuare ad offrire.
Pochi mesi prima un mio vecchio cliente, un noto farmacista, aveva passato la mano, per motivo dell'età, e si era trasferito a Roma, dove viveva presso un figlio.
Possedeva, appena in collina, una villa lussuosa, con un gran parco.
Né lui né il figlio intendevano venderla, ma piuttosto affittarla adeguatamente.
Aveva dato un incarico informale anche a me, in caso conoscessi qualcuno interessato. Dovevo contattarlo.
Alle tre e mezza ero in studio e, dopo aver firmato alcune carte importanti ed urgenti, dissi a Roberta che sarei tornato due giorni dopo.
Feci un salto a casa, preparai la valigia e partii alla volta di Roma.
Riuscii ad affittare la villa.  D'accordo con il proprietario, evitai ogni formalità burocratica. Lui avrebbe provveduto ad avvisare l'agenzia che ritirava la disponibilità alla locazione.
Tornato allo studio, spiegai la situazione a Roberta. Era un rischio, ma mi dovevo fidare; non potevo fare tutto da solo, avevo bisogno del suo aiuto.
Era ormai pomeriggio inoltrato. Le dissi che sarei andato alla villa. Giunto sul posto, presi la cartelletta con le istruzioni, che mi aveva dato il proprietario. Aprii la serranda dell'ampio garage, entrai con la macchina e salii la rampa di scale che, attraversato un  disimpegno, conduceva all'ingresso dell'abitazione.
Era veramente un bel posto, spazioso, e i pochi mobili che erano stati lasciati mi erano più che sufficienti.
Uscito sul parco, ne apprezzai l'ampiezza e il muro da cui era circondato. La privacy era garantita.
A pranzo avevo mangiato di malavoglia un gommoso panino in autostrada, e ora cominciavo a sentire un certo appetito.
Al ristorante, mi concessi una cena a base di pesce freschissimo. La tensione degli ultimi due giorni era scomparsa, e mi godevo il pasto in pieno relax.
Andai a letto presto, e il mattino dopo mi sentivo pieno di energia.

Appena Roberta arrivò, la convocai in ufficio per rivedere tutto il lavoro che ci avrebbe impegnato al massimo nei prossimi giorni.
All'improvviso, lei...
«Ha visto la villa?»
Fui laconico: «Sì.»
«E il parco è grande?»
«Beh, sì, ma perché me lo chiedi?»
«Ma così... domandavo. Dovrò passarci diverso tempo per lavoro e pensavo che forse avrei potuto approfittarne per abbronzarmi un po'.»
«Beh, se vuoi abbronzarti, in quel parco puoi prendere tutto il sole che vuoi.»
«Bene, grazie mille, ne approfitterò senz'altro  - il suo entusiasmo la faceva addirittura sembrare più giovane dei suoi 18 anni -  tra poco comincia la bella stagione, e mi piace essere abbronzata prima di andare alla spiaggia.»
«Ora però torniamo al lavoro. È urgente comprare un computer nuovo. Tu occupati di cercare tutta la documentazione, scritture private, fatture ecc. che fanno parte della gestione parallela. Poi organizzeremo il lavoro che verrai a fare alla villa, e quando andarci. Per cominciare, direi venerdì pomeriggio e, se puoi, tutto il sabato.»
«Per me va bene, nessun problema.»
Senza un apparente motivo, volevo osservarla meglio: l'avrei fatto quando si sarebbe alzata per uscire dall'ufficio.
«Bene, non c'è altro, puoi andare. Ci vediamo dopodomani.»
Prese la cartelletta della firma e lentamente, forse troppo lentamente, si diresse alla porta. La osservai con un minimo di attenzione, cercando di immaginare come potesse essere in costume da bagno. Carina lo era: bionda naturale, di quel biondo che hanno i discendenti siculi dei Normanni. Non molto alta, non arrivava al metro e settanta, in carne senza essere grassa, tailleur scuro con un accenno di minigonna, collant neri coprenti. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a ricordare le sue gambe. Eppure, quando l'avevo assunta eravamo in estate, e non indossava certo i collant.
Arrivato a casa, mi preparai un panino con un velo di burro e salmone affumicato islandese.
Dopo il caffè, un po' di Tv e poi a letto.
Quando mi svegliai mi sentivo in forma, ottimista, quasi allegro.
Alle dieci varcavo il cancello della villa.
Per prima cosa, malgrado la temperatura ancora fresca, spalancai tutte le finestre, perché si disperdesse quel sentore di chiuso che aleggiava negli ambienti.
Non mi restava altro da fare che rifornire dispensa, bar e cantina: conoscevo una rivendita di vini e liquori lì vicino.
Dedicai le tre ore successive in varie verifiche, poi tornai in ufficio.
Roberta era dietro la scrivania.
«Dunque, come ti avevo accennato, per cominciare a lavorare alla villa dovresti venire domani e, se non hai impegni, anche sabato.»
«Per me va bene. Anche sabato.»
«D'accordo, allora. Sabato potresti iniziare a trasferire la documentazione sui dischetti.»
«Volentieri. Comincerò a programmare il computer. Dovrà spiegarmi bene come devo impostare il programma, l'ordine di priorità da dare alle varie operazioni, ecc. Fino alle sei posso senz'altro restare.»
Avevo veramente molto lavoro da sbrigare. Le sette arrivarono senza che quasi me ne accorgessi. Mi fermai ancora mezz'oretta.
Avevo appetito.
Dopo una cena sostanziosa, andai alla villa. La temperatura era straordinariamente tiepida, specialmente se confrontata a quella pungente della sera prima. Preparai un caffè, mi versai un goccio di Ardbeg 1974 full proof e li gustai in giardino, seduto su una sedia in plastica. La notte era veramente splendida! La luna piena si specchiava nel mare calmissimo, di cui si vedeva un gran tratto, ed il silenzio era rotto solo dal lontano transitare di macchine che si dirigevano verso la statale o ne provenivano.
Arrivai in ufficio qualche minuto prima di Roberta.
Quando entrò con la posta, le dissi di fermarsi, perché le volevo parlare.
Contrariamente al solito, e mi chiesi perché l'avessi fatto, la invitai a sedersi. Quando lo fece accavallò le gambe. Senza volerlo, notai che, quella mattina,  non portava collant coprenti, ma chiari.
«Stamattina, per prima cosa, devi andare in banca a ritirare dei contanti. Non c'è altro, per ora.»
Prese gli assegni e uscì. La seguii, distrattamente, con lo sguardo; mi sembrava che la gonna fosse un po' più mini del solito.
Quando tornò dalla banca, salimmo in macchina e andammo alla villa.
Faceva un caldo eccessivo, per la stagione. Il termometro della macchina indicava 26 gradi! In un solo giorno ero passato dal riscaldamento al condizionatore.
Arrivati alla villa, e scaricata la macchina, eravamo entrambi accaldati.
Era quasi ora di pranzo. Le chiesi se avesse delle preferenze, in fatto di cibo.

«Se per lei è lo stesso, preferirei evitare di andare a pranzo. Sa, mi sono messa a dieta... Non ha niente qui? Qualunque cosa va bene.»
Ero d'accordo: anche io, forse per colpa del caldo improvviso non avevo molto appetito.
«Beh, non è che sia ancora molto organizzato ma, se ti piacciono, posso preparare linguine con la bottarga di muggine.»
«Non credo di conoscere la bottarga ma l'assaggerò volentieri.» Fece una pausa e: «Scusi, ma... potrei fare una doccia? Sono sudata e i vestiti appiccicati alla pelle mi fanno sentire a disagio.»
«Ma certo, metto l'acqua sul fuoco e, mentre si scalda, la faccio anch'io... in un'altro bagno, stai tranquilla.»
«Ma io sono tranquilla... dopo tutto ‘sto tempo che lavoro da lei...»
Messa una pentola d'acqua sul fornello, mi godetti una piacevolissima doccia rigenerante.
Ci ritrovammo nel salone, entrambi in accappatoio.
«Adesso, mentre io cucino - dissi a Roberta - tu potresti apparecchiare.»
«Benissimo, dove mangiamo?»
«Mah, non so, sul tavolo del salone.»
«E se andassimo in giardino? - chiese - È una così bella giornata.»
«Ok, ma sbrigati, la pasta è quasi pronta.»
«Faccio in un attimo.»
Scolai, ma non eccessivamente, la pasta, la versai nella zuppiera e vi sistemai sopra la bottarga, la dadolata di pomodoro, ed una manciata di foglie di maggiorana che avevo trovato nel piccolo orto dietro casa.
Mescolai accuratamente e, aiutandomi con una salvietta per avvolgere la zuppiera caldissima, uscii in giardino. La tavola era apparecchiata, il vino era stato stappato, e, maledizione, si stava scaldando sotto il sole cocente. Avevo dimenticato di preparare un secchiello con il ghiaccio. Posai la zuppiera e tornai di corsa in sala, dove trovai il secchiello, e dopo avervi versato metà acqua e metà ghiaccio, lo portai in tavola.
Roberta non c'era ancora,  e non la vedevo in giardino.
Pensando che stesse facendo un giro intorno all'edificio, mi diressi all'angolo della casa chiamando:
«Roberta, la pasta si fredda.»
«Eccomi, arrivo» sentii rispondere, senza riuscire ad individuare esattamente da dove provenisse la voce.
Tornai al tavolo. Mi ero appena seduto, quando arrivò. Non, come mi aspettavo, da qualche parte del parco, ma dal portone della villa: aveva sostituito l'accappatoio con un lenzuolo da bagno che, annodato sotto le ascelle, le arrivava circa a metà coscia.
Mi alzai e scostai la sua sedia dal tavolo, attendendo che si fosse seduta per farlo a mia volta. Non fu per  un gesto di galanteria nei suoi confronti. Perlomeno non lo feci volontariamente in questo senso. Semplicemente, per la prima volta da quando ci conoscevamo, vidi Roberta come donna e, sia pure inconsciamente, mi comportai di conseguenza.
Le servii la pasta e, sedendomi le chiesi:
«Come mai ti sei cambiata?»
«Quell'accappatoio è troppo pesante, per essere indossato sotto il sole. Stavo morendo dal caldo. E poi, così mi abbronzo anche un po’. E lei - soggiunse - non prova fastidio?»
Lo sentivo, eccome se lo sentivo. Rimpiangevo di non essere al fresco nel salone.
«Sì - risposi - in effetti sì. Per fortuna, però - aggiunsi - noi uomini possiamo trovare soluzioni che a voi donne non sono concesse.»
Così dicendo, sfilai per metà l'accappatoio, calandolo fino ai fianchi.
«Visto? - dissi sorridendo - e adesso mangiamo, altrimenti tutto il mio lavoro si rovina.»
«Ma tu - le chiesi - sei proprio astemia?»
«Beh, proprio astemia del tutto no, ogni tanto un po' di vino dolce lo bevo.»
«Vuoi assaggiare un po' di questo? Con la pasta ci sta benissimo.»
«Non vorrei che mi facesse male. Sa, non essendo abituata...»
«Ma no, è impossibile. Comunque non devi berlo tutto, se non vuoi. Assaggialo, tanto per sapere cosa hai bevuto.»
Roberta portò il bicchiere alle labbra, sorseggiando. Finito il pasto, mi versai ancora mezzo bicchiere di vino, e le chiesi:
«Il caffè lo prendi?»
«Sì, grazie. Se vuole posso prepararlo io.»
«Sei molto gentile - risposi - ma ci penso io. Tu puoi darmi una mano a sparecchiare.»
Posate le stoviglie sporche nel lavabo:
«Grazie - le dissi - ora torna pure in giardino, arrivo subito col caffè.»
Appena pronto, posai le tazzine, la zuccheriera e i cucchiaini su un vassoio e tornai in giardino.
Roberta aveva scostato la sedia dal tavolo e, ad occhi chiusi, la testa reclinata all'indietro, e le braccia dietro la nuca, si offriva al sole.
Il telo in cui era avvolta si era leggermente aperto sul fianco sinistro e mostrava tutta la parte anteriore della coscia, fino all'anca. A quanto potevo vedere, non indossava intimo. Aveva sentito i miei passi sulla ghiaia e, socchiudendo gli occhi per proteggerli dal sole, aveva voltato il viso verso di me. Si rialzò sulla sedia, ed il movimento brusco accentuò l'apertura dello spacco: ora potevo vedere praticamente tutta la coscia e la parte laterale del gluteo. Roberta parve non dare alcuna importanza alla cosa, e non tentò di riaccostare i lembi del telo. Io feci mostra di indifferenza e  mi sedetti sulla sedia, accanto alla sua, a nemmeno mezzo metro di distanza.
Sorbito il caffè, Roberta si riallungò sulla seggiola, mentre io accendevo una sigaretta.
Nessuno di noi disse una parola: lei sembrava completamente assorta nel rito dell'abbronzatura, ed io restavo in silenzio perché temevo che il tono della voce potesse tradire il fatto che l'indifferenza che ostentavo era del tutto fittizia. Mentre fumavo, fidando sul fatto che lei, avendo gli occhi chiusi, non potesse sorprendermi, lanciavo rapide ma frequenti occhiate alla sua gamba completamente scoperta e, mio malgrado, mi stavo eccitando.
Finita la sigaretta, guardai l'orologio e:
«Bene, Roberta - le dissi - credo che sia ora di andare. Il dovere ci chiama.»
Ci rivestimmo e ci avviammo verso lo studio, parlando esclusivamente di lavoro.

Il pomeriggio passò rapidamente. Avevo una gran mole di lavoro arretrato da smaltire. Alle 6 entrò Roberta, portandomi la posta da firmare. Prendemmo accordi per vederci l'indomani alle 10. Le chiesi anche cosa avrebbe voluto mangiare a pranzo e lei:
«Per me solo frutta, grazie, possibilmente gialla.»
«Perché proprio gialla?» le chiesi un po' stupito.
«Perché nella frutta, e nella verdura gialla c'è il betacarotene, che aiuta l'abbronzatura.»
Allora è proprio una mania pensai.
«Farò il possibile, ma, certo, in questa stagione sarà difficile trovare pesche, o albicocche.»
«Vanno bene anche le carote, in alternativa.»
«Ok, fidati di me. Puoi andare. A domani.»
Uscita lei, mi ritrovai solo, nervoso e con ancora un bel po' di lavoro da sbrigare.
Sapevo perché ero così irrequieto, perché non riuscivo a concentrarmi: mio malgrado, l'immagine di Roberta, della sua gamba nuda continuava ad affacciarmisi alla mente.
Fantasticavo sull'indomani: chissà se si sarebbe portata il costume da bagno, e se questo sarebbe stato intero o bikini. Optai per il bikini: una fanatica dell'abbronzatura come lei di sicuro non indossava il costume ad un pezzo.
Se ero già così eccitato adesso, come sarei stato l'indomani? Sarei riuscito a resistere o avrei fatto delle avances? E in questo secondo caso, lei, come si sarebbe comportata?
Mi avrebbe rifiutato o mi avrebbe accettato?
Sia nell'una che nell'altra ipotesi, sarebbero sorti dei problemi: se mi avesse rifiutato, avrebbe potuto licenziarsi. Se invece avesse accettato, il rischio era che una relazione fra noi potesse inquinare il nostro rapporto di lavoro, che finora aveva funzionato così bene. E poi... poi, cazzo, aveva venti anni meno di me! Avrebbe potuto essere mia figlia. Dovevo comportarmi correttamente con lei! D'accordo, per ora erano solo mie fantasie: niente mi assicurava che Roberta avesse esibito la coscia con chissà quali intenzioni. Probabilmente per lei era stato un gesto del tutto naturale. Mi ripromisi che mi sarei comportato, qualunque cosa fosse successa, in modo del tutto distaccato, che avrei resistito alle tentazioni, se mai si fossero presentate.
Alle 8 feci un rapido spuntino al bar sotto lo studio, quindi tornai a lavorare fino a mezzanotte passata.
Il sabato mattina mi alzai presto. Passai da una boutique della frutta e verdura dove trovai pesche e nespole. Presi anche mele, pere, banane, ananas, carote e pompelmi rosa. Caricai il tutto nel bagagliaio della macchina e alle nove ero già in studio. La giornata si preannunciava calda come, se non più, della precedente. Spalancai un po' di finestre, bevvi un caffè, fumai una sigaretta, poi un'altra, lessi la posta. Aprii il giornale ma non riuscivo a concentrarmi nella lettura. Ero nuovamente nervoso. Per ingannare l'attesa, riempii i borsoni con la documentazione rimasta. Sentii aprire la porta.
«Buongiorno - disse Roberta con un sorriso - è già qui? Pensavo di arrivare in anticipo e di sistemare io  il materiale rimasto.»
La guardai. Non fu la solita occhiata distratta. La guardai veramente, e al diavolo se lei se ne accorgeva. Indossava una minigonna blu notte con uno spacco sul lato sinistro  che arrivava fin quasi alla linea di cintura e, sotto, un paio di pantaloncini dello stesso tessuto, cortissimi (notai che non portava calze), una camicetta bianca smanicata ed un pull antracite che portava annodato in vita. In mano aveva una borsa da spiaggia.

«Sono venuto presto - mentii - perché avevo del lavoro urgente da sbrigare. Bene - continuai - possiamo andare.»
Sulla strada per la villa il termometro di una farmacia segnava 24 gradi, temperatura più estiva che primaverile.
Arrivati, per prima cosa procedetti al ricambio dell'aria.
Con l'aiuto di Roberta, spalancai tutte le finestre. Voleva mettersi subito al lavoro, ma le dissi che poteva aspettare dopo aver pranzato.
«Allora posso andare in camera e cambiarmi?» Mi chiese raccogliendo la borsa da spiaggia.
«Ma certo - risposi - quando sei pronta puoi andare direttamente in giardino. Io preparo qualcosa da bere e ti raggiungo.»

Come il giorno prima, avvertì il rumore delle scarpe sulla ghiaia e si volse ad osservarmi mentre mi avvicinavo.
Arrivato alla sua altezza, le porsi il bicchiere.
«Cos'è?» chiese
«Praticamente succo di pesca con un goccio di prosecco, tanto per dargli un po' di brio.» Mentii, senza una ragione apparente.
Mi sedetti e, dopo aver toccato leggermente il bicchiere con il suo, sorseggiai la bevanda. Intanto la osservavo al di sopra del bordo della coppa. Indossava un due pezzi, come mi ero aspettato, stampato a fantasia colorata su fondo arancio. Non era carina, come avevo pensato fino a qualche giorno prima. Era bella! Anche se non molto alta, aveva un corpo ben proporzionato, i seni pieni, i fianchi pronunciati, le gambe affusolate, le cosce tornite.
«È sicuro che ci sia solo un goccio di Prosecco? A me sembra che ci sia più Prosecco che succo di pesca.»
«Se non ti piace, lascialo, non devi berlo per forza.»
«Non si preoccupi, ho detto così per dire. E poi, fra noi due, l'esperto è lei, quindi... e poi, mi piace, è fresco, dissetante.»
Finita la colazione, Roberta avrebbe voluto mettersi subito al lavoro, ma io le dissi di rilassarsi, prima di cominciare. Allora lei mi chiese:
«Sa se i proprietari hanno lasciato qualche sdraio, qualche lettino da giardino, per caso? Vorrei abbronzarmi anche di schiena. Se non c'è niente posso sistemare un telo sull'erba.»
Ma certo che c'erano: nella visita di due giorni prima, ricordavo di aver notato dei lettini di plastica con le ruote, addossati contro il muro in cantina. Sapevo anche dove trovare i relativi materassini.
«Sì che ci sono. Mentre tu sparecchi vado a prenderli.»
Dopo aver portato i lettini in giardino, andai in cucina a preparare il caffè. Avevo dimenticato di accendere la macchina, per cui dovetti aspettare che fosse sufficientemente calda. Gettai il primo caffè nel lavabo, prima di preparare quelli che avremmo bevuto.
Roberta si era già sdraiata sul lettino. Quando arrivai alla sua altezza potei osservarla, e quel che vidi non mi deluse affatto: era sdraiata bocconi; aveva slacciato il reggiseno e sfilato le spalline. La parte inferiore del costume era rappresentata da un ridotto perizoma, che non nascondeva, ma anzi esaltava i glutei tondi, pieni e pronunciati, quasi arroganti.
Posai il vassoio sul tavolino. Sembrava non essersi accorta della mia presenza. Dal suo respiro regolare capii che si era appisolata.
Ero indeciso se svegliarla o meno. Personalmente, non avrei rinunciato al caffè, ma lei, probabilmente, in quel momento preferiva dormire. Ne avrei preparato un altro al suo risveglio.
Sorbii il caffè e, facendo attenzione a non far rumore, mi sedetti di sbieco sul mio lettino,  per poi stendervi lentamente le gambe.
Quando però mi appoggiai allo schienale rialzato, questo, evidentemente male assicurato, crollò di colpo con un rumore secco.
Roberta, si alzò su un fianco, facendo perno sul braccio e volgendosi istintivamente verso la fonte del rumore.
A causa del brusco risveglio, non si rese conto che il reggiseno slacciato, era sotto in suo corpo,  e lì rimase quando alzò il busto dal lettino, con solo la spallina mollemente penzolante dall'avambraccio.
Potei così avere una rapida visione del suo seno, prima di distogliere lo sguardo
«Che ore sono?» chiese.
«Tranquilla - risposi sempre voltandole la schiena - ti eri appena appisolata. Sul tavolino c'è il caffè; però sarà tiepido... se vuoi te ne preparo un'altro.»
«Mi va benissimo così, grazie. È già zuccherato?»
«Sì, due cucchiaini, vero?»
Parlare con lei voltandole la schiena mi metteva a disagio. Quando, dal rumore che fece il lettino, intuii che si era alzata a sedere, pensai che si fosse sistemata il reggiseno e mi voltai. Roberta sorseggiava il caffè in piedi. Il reggiseno era una indistinta macchia arancione che spiccava sul bianco e blu delle strisce del materassino. Se mi fossi nuovamente voltato, avrei fatto la figura dello stupido. Mi soffermai con lo sguardo in un punto imprecisato (almeno così pensavo) fra il mento e la fronte. In realtà stavo  valutando quel che vedevo, ed il giudizio era estremamente positivo. I seni erano ben sodi, leggermente, ma solo un'idea, a pera. I capezzoli, di un indefinibile colore tra il terra di siena naturale ed il fragola, erano all'apice di un'areola perfettamente proporzionata, ben disegnata e, particolare che di solito si riscontrava solitamente nelle ragazzine appena puberi, rilevati, convessi rispetto alla convessità del seno.
Lei non era per nulla imbarazzata. Non posso dire che si esibisse in maniera sfacciata: piuttosto portava la sua nudità in maniera estremamente naturale. Non c'era evidente malizia nell'atteggiamento col quale sorbiva il caffè. Non c'era la ricerca di una posizione assunta per attirare l'attenzione: c'era piuttosto la tranquilla consapevolezza di mostrare un corpo sano ed esteticamente pregevole.
Sorrise, ed era un sorriso semplice, spontaneo...
«Se le dà fastidio posso rimettere il reggiseno: per quanto mi riguarda, preferisco espormi al sole nella maniera più naturale possibile. D'altronde, quando le ho chiesto se potevo prendere il sole in tutta tranquillità, intendevo anche questo.»
«Se tu ti senti a tuo agio e... tranquilla, fai pure come credi.»

Fece una breve, solare risatina che non aveva nulla di denigratorio nei miei confronti.
«Beh, senta, in quasi un anno da  che lavoro per lei non c'è mai stato un momento nel quale mi abbia fatto pensare di essersi accorto che io sono una donna e, anche se devo ammettere che qui mi sembra un'altra persona rispetto al mio capo, non posso credere che lei, da un momento all'altro possa trasformarsi in un molestatore o, peggio, in un violentatore. Se avesse avuto queste idee, non credo che avrebbe atteso tutto questo tempo per manifestarle.»
Non sapevo come replicare, così dissi a Roberta che ne avevo abbastanza di sole, e che rientravo in casa.
«Tu - aggiunsi - resta pure, ti chiamo io alle tre.»
«Bene - rispose sdraiandosi nuovamente sul lettino - posso chiederle un favore?»
«Se posso, volentieri.»
«Mi spalmerebbe la crema solare sulla schiena?» disse estraendo un flacone dalla borsa.
Odio le creme solari, il loro odore dolciastro, il senso di unto che lasciano sulla pelle. Comunque, non volevo essere scortese né, tantomeno, darle l'impressione che volessi evitare di toccarla.
Presi il flacone e, vincendo la repulsione, versai un po' di crema sulla mano, iniziando a spargerla a partire dal collo.
«Toglimi una curiosità, di solito le bionde non riescono ad abbronzarsi, ma solo a bruciarsi. Tu, come mai sei così amante del sole?»
«Deve essere un fatto di genetica» rispose con un sorriso. «Evidentemente qualche cromosoma mi permette di abbronzarmi come se avessi la pelle scura.»


Appena dentro, andai direttamente in bagno, a lavarmi la mano ancora unta. Malgrado la temperatura fresca dell'interno, ero accaldato. Mi spogliai completamente, e infilai l'accappatoio, ma anche questo era troppo caldo. Optai perciò per un semplice telo avvolto attorno alla vita, e tornai giù. Mi preparai una piccola porzione di whisky a cui aggiunsi molto ghiaccio e, il bicchiere in una mano e una Zino Davidoff Magnum nell'altra, dopo aver controllato dalla finestra che Roberta fosse sempre stesa sul lettino, mi allungai a mia volta sul divano.
Cercavo di rilassarmi, ma la visione del corpo nudo di Roberta me lo impediva. Non volevo che lei si accorgesse del mio stato di sovraeccitazione, così alla fine dovetti far ricorso ad una pratica autoerotica.
Poi, con tutta calma feci una doccia, mi rivestii e, visto che erano quasi le tre, preparai altri due caffè, portandone uno a Roberta.

Mi sentivo bene, tranquillo, la tensione era sparita. Anche la vista di Roberta che si era voltata, ed ora esponeva al sole le sue nudità anteriori non ebbe alcun effetto. Adesso sembrava tutto estremamente naturale anche a me.
«Coraggio» le dissi porgendole la tazzina «è ora di mettersi al lavoro.»
«Benissimo, sono pronta - rispose e, dopo aver finito il caffè - Posso farmi una doccia veloce? Sono tutta unta.»
«Pensavo che volessi lavorare qui.»
«Come primo giorno, sono stata abbastanza al sole. Preferisco lavorare dentro, anche perché si vede meglio lo schermo.»
«Vai pure, ormai la strada la conosci. Fai come se fossi a casa tua.» Aggiunsi automaticamente.
«Se potessi fare come a casa mia, tornerei domani ad abbronzarmi... e a finire tutta la frutta e verdura che è avanzata.... ma non si preoccupi... so benissimo che non è possibile... che lei ha altro da fare.»
E va bene, mi dissi, se ti piace giocare a poker, beh, piace anche a me. Andiamo a vedere se questo è un bluff.
«Io non ho problemi. Avevo già pensato di fermarmi qui, domani. Come vedi, ci sono ancora parecchie cose da sistemare in casa. Per me - e qui rilanciai - potresti anche fermarti a dormire qui, ma in questo caso sei tu che hai senz'altro un programma migliore.»
«In effetti, saprei cosa fare stasera, ma le confesso che l'idea di dormire in questo posto così bello, sentire il profumo delle piante, passeggiare nel parco al mattino presto e poi stendermi al sole mi attrae tantissimo. L'unico problema è che non ho un ricambio di biancheria, per il resto basterebbe una telefonata per disimpegnarmi la serata.»
Restai in silenzio e Roberta, pensando forse di aver ecceduto:
«Naturalmente, sempre che il suo fosse un invito serio.»
A quel punto, mica potevo dirle che scherzavo.
«Serio lo è, ma... come pensi di risolvere il tuo problema, riguardo alla biancheria?»
«Beh, per una volta, potrei lavarla prima di andare a letto, e poi farla asciugare sul termosifone.»
«Benissimo, allora, puoi restare ma ad una precisa condizione.»
«Quale?» chiese Roberta. Chissà se aveva, equivocando, pensato che...
«Che tu, questa sera, mangi come un essere umano.»
Sorrise...
«Se è tutto qui... d'accordo.»
«Bene, ora vai a farti la doccia, ti aspetto in salone.»

Ero combattuto: da una parte la sua presenza mi faceva piacere. Mi avrebbe evitato di passare la serata in qualche discoteca, dove avrei senz'altro incontrato qualche conoscente. La prospettiva non mi allettava affatto.
Lei arrivò in 5 minuti e, finalmente, potevo riacquistare il mio ruolo, mettendola al lavoro.
Aveva indossato l'accappatoio, e lo teneva ben allacciato ed accollato. Anche lei era rientrata nel suo ruolo abituale, ruolo che anche stavolta mi dimostrò di svolgere con dedizione e competenza.
Dopo averle spiegato come volevo che fosse impostato il lavoro, quale priorità dovevano essere rispettate, quali codici assegnare alle diverse operazioni, ritenni che la mia presenza non fosse più indispensabile.
«Ti piace il pesce?» le chiesi.
«Moltissimo... ma se dobbiamo andare al ristorante...»
«Se vuoi, si può anche andare al ristorante, ma oggi è sabato, e con la bella giornata che è ci sarà senz'altro la calata dei barbari. C'è il rischio che i ristoranti siano pieni e, di conseguenza, di essere serviti male e frettolosamente. Pensavo di preparare io una cenetta. Niente di eccezionale... giusto per mettere qualcosa sotto i denti.»
«Anch'io resto volentieri a casa. Non ho neanche il vestito adatto per uscire.»
«D'accordo, allora. Preferisci un risotto, o spaghetti con sugo di mare?»
«Per me va bene qualunque cosa. Decida lei.»
«Ok. Allora vado a fare spese.»

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