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Heathcliff
Il gusto del disonore

Il gusto del disonore
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Primo capitolo

1. JUANITA

– Juanita...
Juanita aveva già guadagnato abbastanza per quella sera, e non aveva voglia di un altro cliente. Si era già lavata e struccata e infilata le mutande di cotone bianco al posto del perizoma rosso e nero, e una camicia da notte rosa stampata a fiori. Non aveva altri appuntamenti e non voleva più ricevere nessuno. Tuttavia si affacciò alla finestra quando si sentì chiamare per nome. Guardò giù, e un sorriso le allargò le labbra sensuali quando vide Ace.
– Sei arrivato tardi, spiacente ma ho chiuso le gambe. – se per il soldato americano le avrebbe riaperte volentieri: pagava bene, era bello, e a letto la faceva godere come pochi.
– Juanita, non sono venuto per scopare. – subito almeno, non finché Juanita non avesse lenito fra le sue tette il disgusto che gli avvelenava lo stomaco. – È solo che non ho voglia di dormire da solo. Ma ti pagherò ugualmente.
Juanita scese le scale, in camicia da notte e scalza. Non era la prima volta che Ace la vedeva nella sua versione casalinga, e sapeva che lui l'avrebbe trovata bella come sempre. Peccato solo che non fosse venuto per scopare, pensò con rammarico mentre apriva la porta, ma una volta che lui fosse stato nel suo letto era ancora da vedere come sarebbe andata a finire. Poi se lo trovò davanti, e cominciò a capire perchè lui quella sera non fosse in cerca di sesso. Il soldato americano sembrava a pezzi. Aveva un brutto livido in faccia, come di chi ha rimediato un cazzotto da uno che li sa dare forte, sangue rappreso sotto il naso, e una ferita ancora aperta sul labbro superiore. Senza contare le condizioni pietose della sua t-shirt grigia, e lo sguardo avvilito che aveva negli occhi.
– Hai perso l’incontro? – gli chiese, col tono quasi piatto di chi si aspetta una risposta affermativa.
– No, l’ho vinto.
– Da come sei messo si direbbe che le hai prese. E hai tutti i vestiti sporchi e strappati... ma che diavolo hai combinato stasera dopo il match? – Lo invitò ad entrare in casa, esaminando le sue condizioni con sollecitudine. Ace era solo di due o tre anni più giovane di lei, ma le ispirava un senso di tenerezza quasi materno.
– Ho fatto a pugni con un amico. – Cosa doveva dire, con un tizio che voleva incularlo a tutti i costi?
– Begli amici che hai, se ti conciano così. Guarda qui, sei tutto un livido. Ti fa molto male? – Gli sfiorò il viso contuso.
– Un po’, ma lui comunque è conciato peggio. Perché non sei venuta a vedermi combattere stasera? – Il tono di Ace era amaro come il sapore che aveva in bocca, quasi un’accusa. Perché sapeva che se lei fosse stata presente non avrebbe potuto succedere quello che poi era successo; se lui avesse avuto una donna accanto a sé non avrebbe potuto farsi donna lui stesso, e baciare un uomo, masturbarlo fino all’orgasmo, e averne uno lui, solo a sentire un grosso cazzo duro cercare di forzargli il culo. Aveva ancora la stoffa degli slip e dei jeans umidiccia di sperma, e non vedeva l’ora di levarseli e cancellare con una doccia la prova di quanto lo aveva eccitato quello che Chris Benoit aveva cercato di fargli.
– Sarei venuta volentieri. Ma avevo un cliente che mi voleva per tutta la serata, cena e dopo cena. Non potevo rifiutare, sai anche tu com’è... – rispose lei.
Sapeva anche lui com’era, perché battersi nei combattimenti clandestini del Minnie Bar non era molto diverso da prostituirsi. Si pattuiva una cifra e quello che il suo corpo avrebbe dovuto fare e subire per guadagnarsela. Poi stava a lui farselo piacere o meno, e uscirne fuori alla meno peggio. Come Juanita Ace vendeva il suo corpo per appagare gli istinti degli altri, e nel frattempo appagava il suo, e che fosse violenza anzichè sesso non cambiava di molto le cose. Era solo più pericoloso e lo faceva sentire ancora più vivo.
Seguì Juanita in camera sua, si spogliò e riuscì a farsi una doccia prima che lei gli si incollasse addosso con quel fare da gatta in calore che invariabilmente glielo faceva drizzare. Il che era ovviamente quello che lei voleva, per poi mettersi a cavalcioni del suo cazzo e goderne a più non posso. Per certi versi non avrebbe saputo dire perché pagava Juanita. Era stata lei ad adescarlo dopo che aveva vinto il suo primo combattimento clandestino sul ring del Minnie Bar. Gli aveva preso la testa e gliel’aveva tuffata nella scollatura, e lui si era perso su quei due grossi meloni sodi che sembravano voler scappare dal reggiseno a balconcino che glieli faceva ancor più sporgenti. Li aveva leccati e succhiati tormentandole i capezzoli con la bocca e con le dita, l’erezione che gli montava nei pantaloni, finchè lei non gli aveva sussurrato ansimante “Scopami, scopami, non resisto più”.
L’aveva portato nel bagno degli uomini, si era appoggiata a un lavandino e si era alzata la gonna. Sotto non portava niente e la sua fica era pelosa e bagnatissima. Ace aveva sentito il cazzo tendersi spasmodicamente nell’urgenza di entrarle dentro e l’aveva sbattuta a colpi feroci, strappandole un urlo ad ogni spinta, del tutto incurante della fila di uomini che entrava in bagno per liberarsi e poi si fermava a guardare lo spettacolo. Dopo che avevano finito di scopare come animali in calore lui ci era rimasto un po’ male quando lei asciugandosi in mezzo alle gambe gli aveva detto “Sono cento dollari. Di solito ne chiedo di più, ma tu mi sei piaciuto e ti faccio lo sconto.”
Ma non voleva mettersi a discutere con una puttana messicana per cento dollari quando ne aveva appena vinti venti volte tanto, e comunque era stata una gran bella scopata. Il fatto che lei ne avesse goduto quanto lui non cambiava la regola che le puttane vanno pagate. Anche lui ci aveva provato gusto come non mai a fare a pezzi il suo avversario a suon di pugni, e non per questo si meritava di meno i soldi che aveva vinto.
Da quella volta tutti i weekend dopo il match Juanita se lo portava a casa, e lo scopava fino a sfinirlo. Gli lasciava passare la notte nel suo letto, al mattino lo svegliava con un pompino e mentre lui si rivestiva gli chiedeva i soldi. Più lo scopava e più gli chiedeva, come se fosse stato lui a decidere e a pretendere. Ma a lui non importava pagare. Gli piaceva il modo in cui Juanita riusciva a farlo sentire, e cioè un uomo a disposizione di una donna, un corpo fatto per soddisfarne un altro, poco più che un cazzo duro per appagare le sue voglie. Gli piaceva anche che fosse lei a prendere l’iniziativa, esattamente come in fondo gli piaceva che la prendesse Chris.
Ma doveva smetterla di pensare a Chris, visto era venuto da Juanita per dimenticarsi di lui. Dopo la doccia si era infilato nudo sotto le lenzuola accanto a Juanita, e aveva nascosto la faccia fra le sue tette, cercando di cancellare in mezzo a tutto quel morbido il ricordo della consistenza diversa, più dura e più soda, del corpo di Chris che ancora gli riempiva le mani. Non era facile, per quanto la femminilità di Juanita lo avvolgesse di carne liscia e profumata, e lui ci sprofondasse beatamente come in un guanciale. Gli occhi chiusi, la bocca nell’incavo fra i seni, e l’odore dolce e tenue di pelle di donna nelle narici, Ace non riusciva ad abbandonarsi alle sensazioni voluttuose che il corpo di lei gli prometteva. Chris gli impregnava i sensi come un veleno, ed Ace non vedeva che lui dietro le palpebre chiuse, il suo viso, il suo corpo e il suo sesso, il suo sesso soprattutto, sporgente dalla patta aperta dei calzoni, quasi minaccioso, e così grosso da far sentire lui meno uomo. Nelle orecchie aveva ancora la sua voce che lo istigava a lasciarsi andare, e nelle narici il puzzo d’alcol del suo fiato, e il miscuglio irresistibile del profumo che aveva addosso e dell’odore naturale della sua pelle e del suo sudore, così diverso dalla fragranza di Juanita, e così simile al proprio da farlo impazzire.
Per quanto le sue mani accarezzassero mollemente le natiche polpose e soffici di Juanita, in un gesto che aveva sempre provocato la reazione istintiva del suo cazzo, era evidente che stavolta non era quello che desideravano, e rimpiangevano la sensazione insolita e diversa della pelle ispida di Chris, e del suo torace robusto e muscoloso, e coperto di folti peli biondi che ora avrebbe voluto percorrere in lungo e in largo con la lingua assetata di un corpo di uomo come il suo. Per la prima volta la sua virilità restava inerte fra le braccia di Juanita, come disorientata dal contrasto fra quello che aveva a disposizione adesso e quello che un’ora prima aveva appena assaggiato senza saziarsene. La sua stessa indifferenza verso di lei lo riempiva di angoscia, e si vergognava di se stesso per il fremito caldo che invece gli ribolliva nel cazzo ogni volta che Chris gli tornava in mente. E poiché l’erezione di Chris gli fotteva il cervello praticamente senza sosta, presto quei fremiti ripetuti gli irrigidirono la mazza in una tensione che il corpo di Juanita non poteva alleviare. Voleva Chris e voleva un cazzo, anche se poteva ammetterlo solo con la faccia sprofondata fra i seni di Juanita. Il suo membro prese a strofinarsi in automatico sui fianchi nudi di lei, ma senza cercarla davvero, soltanto per il piacere fisico della sua pelle calda e setosa contro il glande. In realtà sentiva ancora il cazzo di Chris premergli con prepotenza fra le natiche e spingere senza complimenti sulla fessura, e il desiderio di prenderlo dentro ora gli sembrava così netto che teneva le mani sul culo di Juanita per riuscire a tenerle lontano dal proprio.
Ignara, lei sentiva solo la lusinga della sua erezione contro la coscia. Si mosse contro di lui, con un mugolio di incoraggiamento. Aveva la sua faccia schiacciata sui seni, e anelava la sua bocca sulla carne sensibile dei capezzoli. Tuttavia era una professionista, e i suoi desideri venivano dopo quelli del cliente. Se tutto quello che Ace voleva quella notte era il conforto materno di due grosse mammelle tra cui nascondersi, sia pure a malincuore lei non avrebbe insistito, e si sarebbe accontentata del piacere di starsene fra le sue braccia. Non che fosse facile, perché Ace l’aveva attratta fin dalla prima volta che l’aveva visto fare a pugni sul ring del Minnie Bar, e le era venuto a piacere sempre di più dopo ogni weekend passato con lui. A letto era un animale fatto per il sesso, e fuori dal letto aveva un modo di fare un po’ scontroso e un po’ impacciato che le sembrava irresistibile quanto il broncio di un ragazzino. E adesso, con l’erezione di lui addosso, lasciarla spingere a vuoto le sembrava uno spreco. Scese a cercargli il cazzo con la mano, e lui la lasciò fare, ma senza incoraggiarla. Si mosse contro di lui, aprendo le gambe e offrendogli il bacino. Lui mugugnò che non gli andava, e per la prima volta in vita sua si tirò indietro davanti a una fica che gli si offriva nuda e aperta. Come per dimostrarlo, la sua asta perse qualcosa del suo vigore, e si ammorbidì tra le dita di lei che cercavano di guidarla fra le sue cosce.
– Juanita… per favore. Non stasera. – mormorò Ace al colmo dell’imbarazzo. La sua erezione era tutta per Chris in quel momento, e il contrasto lo spiazzava sgradevolmente. – Juanita …sono davvero a pezzi, ho male dappertutto.
– La piccola Juanita ha un rimedio per tutto. Tu mettiti giù comodo, al resto ci penso io.
Si accoccolò fra le sue gambe aperte. Poteva rinunciare al piacere per sè, ma non a quello di dar piacere a lui.
– No, Juanita, smettila, non ne ho voglia...
Lei approfittò del cedimento della sua erezione per ingoiarglielo tutto in un boccone. Ace boccheggiò di piacere. La bocca di lei prese a masticargli il cazzo fra la lingua e il palato, e quello le crebbe prodigiosamente in gola finchè dovette accontentarsi di succhiarne solo la punta gonfia e liscia.
– Juanita fermati, non ho voglia di un pompino – disse lui sempre più debolmente, perché il piacere gli saliva a ondate nei lombi e diventava sempre più difficile resistere a quel risucchio vorace. E non era certo la sensazione deliziosa di alloggiare il cazzo nell’antro caldo e morbido della bocca di Juanita quello cui voleva sottrarsi, né il massaggio irresistibile della lingua di lei tutto attorno. Il problema era che per quanto lei ci sapesse fare lui non riusciva a non pensare che fosse Chris a farlo godere in quel modo, e a quel pensiero il cazzo gli si faceva più duro e il piacere più intenso, e lui chiudeva gli occhi, si abbandonava sul letto e rivedeva Chris intento a prendersi amorevolmente cura del suo uccello. Per quanto Juanita fosse bella e sensuale, erano la bocca sottile di Chris e le sue guance ruvide di barba che Ace immaginava intorno al suo cazzo adesso, e non avrebbe voluto ripensare a lui. Era nel letto di Juanita per dimenticare tutto quello che era successo con Chris e per sentirsi di nuovo uomo, ma il suo corpo non gli dava scelta. Non era lei che il suo cazzo voleva adesso, ma le mani e la bocca di Chris addosso, e il suo cazzo dentro. L’uccello gli pulsò di desiderio nella bocca di Juanita alla sola idea. Se invece di prenderlo a pugni l’avesse lasciato fare... L’avrebbe sverginato, violato, aperto e infilzato sul suo grosso spiedo come un capretto. Ancora quella scossa di eccitazione dalla testa alla base del cazzo.
– Juanita smettila, per favore. – Perché tanto non era lei che vedeva china sul suo membro, ma Chris che lo spompinava con una bramosia che di rado aveva trovato in una donna. Risentiva la sua lingua stuzzicarlo energicamente sopra e sotto l’orlo del glande turgido di piacere, girare tutto attorno avvolgendolo come un serpente, picchiettargli di colpetti avidi il frenulo e raccogliere dalla sua piccola fessura tutto il fluido che stillava.
– Oh Juanita… fermati...
Lei rispose solo con un lungo mugolio la cui dolce vibrazione lo fece fremere, e lui rinunciò a dissuaderla. Vaffanculo, per quella notte aveva già resistito abbastanza. Aveva bisogno di godere di nuovo pensando a Chris Benoit, o non sarebbe mai riuscito a toglierselo dalla testa. Le mani gli si posarono d’istinto sulla testa di Juanita e presero a imprimerle il ritmo giusto per portarlo all’orgasmo, il respiro gli si ruppe in piccoli gemiti e mugolii cui Juanita rispondeva coi suoi senza staccare le labbra dal cazzo, e presto Ace non fu più in grado di censurare niente di quello che la sua fantasia sovraeccitata partoriva accoppiandosi coi suoi desideri più segreti.
Il cazzo di Chris diventò il protagonista incontrastato dei suoi pensieri. Rivedeva ogni dettaglio come se l’avesse ancora sotto gli occhi, la forma e le dimensioni, le vene e le nervature dell’asta, e il modo in cui la sua cappella superba non era già completamente esposta come la sua ma il prepuzio ne avvolgeva l’orlo inferiore finchè la sua mano non aveva tirato la pelle verso il basso rivelandola in tutta la sua grossezza. La risentiva scivolare nel pugno e bagnargli abbondantemente il palmo di fluido che adesso avrebbe dato non so cosa per poter raccogliere con la lingua, e presto si trovò a pensare di fare a Chris quello che Juanita stava facendo a lui. Quella fantasia fece subito salire la sua eccitazione alle stelle, e si sforzò di dominare l’impulso di accelerare il ritmo e venire per avere il tempo di assaporarla fino in fondo e passare al resto.
– Juanita – disse prendendola per i capelli e allontanandole la bocca. – Fallo durare...
Lei ubbidì e cambiò il modo e il ritmo di stimolarlo in modo da mantenere il suo piacere costante senza farlo arrivare al culmine, ed Ace gliene fu immensamente grato. Il film nella sua mente non era ancora finito, e sentiva che venire ora gli avrebbe lasciato il bisogno di masturbarsi poco dopo pensando al seguito. Il seguito era che Chris tornava da lui e glielo ficcava dentro prima che lui riuscisse a dire no. Lo schiacciava contro il muro in un vicolo di Tijuana, gli abbassava i jeans a forza e lo inculava senza complimenti, lì per strada, insultandolo di brutto per come l’aveva trattato qualche ora prima.
– Juanita… – disse Ace quando gli sembrò di non poter più resistere senza il cazzo di Chris. – Mettimi un dito nel culo.
China sul suo cazzo, lei riuscì a mascherare la sua sorpresa, ma in cuor suo restò del tutto spiazzata: quello era un tipo di richiesta che i suoi clienti abituali non le facevano mai, perché nessun macho messicano avrebbe mai corso il rischio di passare per puto, frocio. Un po’ insicura, fece come se il dito avesse dovuto infilarlo nel suo: lo bagnò bene di saliva e del succo della sua fica, poi lo appoggiò al buchetto di Ace e lo spinse dentro il minimo indispensabile.
Ace fremeva. Il dito di Juanita era piccolo e timido, e non poteva in nessun modo recitare la parte del cazzo di Chris come lui avrebbe desiderato. Andava appena oltre lo sfintere, non spingeva e non scavava, restava lì senza energia, quando lui avrebbe avuto bisogno di sentirsene riempire. Fu lì lì per chiederle di metterne due o tre e affondargliele dentro con tutta la sua forza, ma non ne ebbe il coraggio, e si limitò a cercare di sentirlo più che poteva coi movimenti del bacino, mentre intanto aveva preso a stantuffare velocemente il cazzo nella bocca di lei. Le appoggiò le mani sulla testa per tenerla in posizione, poi lasciò che la sua fantasia lo riportasse nel vicolo, a subire senza possibilità di scampo i colpi di un Chris Benoit arrapato e furioso, che lo fotteva e sculacciava insieme.
– Oh, succhiami Juanita… succhia! – Chris… Chris! Venne con un rantolo strozzato, afferrando convulsamente i capelli di Juanita per costringerla a lasciargli il cazzo e innaffiarle la faccia di sperma. Subito dopo, mentre ancora il sesso gli pulsava caldo di piacere annullando ogni altro pensiero, baciò la bocca di Juanita gocciolante del suo seme e glielo leccò via dalle guance ad occhi chiusi.
Poi si allungò di fianco a lei, abbracciandola da dietro, il cazzo stanco appiccicato al cotone della sua camicia da notte e il naso seppellito nei suoi capelli lucidi e profumati, cercando di tenere a bada la vergogna che gli montava dentro come nausea.
 
Juanita, non dovrei dirtelo e non te lo dirò mai, ma mentre me lo succhiavi ho pensato a un uomo, e adesso ho paura. Perché mi vengono in mente quelle cose, cose fra uomini, e grossi cazzi e tutto il resto, tutto il loro corpo così uguale al mio e più è uguale più mi piace, e io vorrei buttarmi con la bocca sulla loro pelle e leccare il sapore del loro sudore. Com’è prendere un cazzo in bocca Juanita? Lo fai solo per i soldi che chiedi in cambio, o ti piace davvero l’odore e il sapore del cazzo e dalla sborra? A me eccita più di qualsiasi profumo, Juanita, lo so e l’ho sempre saputo, da come mi piace il mio e leccarmi via la sborra dalle dita. E ti piace nel culo, Juanita? Com’è quando ti sbatacchiamo le budella, godi davvero come ci vuoi far credere per i soldi che spendiamo? E la senti la mia sborrata calda che ti inonda il culo? Dio Juanita, solo per una notte vorrei essere al tuo posto, vorrei essere te, per sapere cosa si prova a soddisfare un uomo, e poi scegliere. Ma ho troppa paura. Così domani dimenticherò Chris e dimenticherò tutto quello che ho fatto stanotte, tornerò uomo da cima a fondo e ti scoperò come vai scopata, Juanita.
 
Juanita stava finendo di truccarsi davanti allo specchio del bagno. Tutte le mattine, per uscire anche solo a far due compere, Juanita si vestiva, pettinava e truccava come se andasse a un appuntamento amoroso. Essere bella e seducente per lei era una necessità interiore oltre che un lavoro, e non avrebbe mai sopportato che qualcuno la vedesse sciatta. Mentre Ace sonnecchiava ancora nel suo letto, lei si era sfilata la camicia da notte di tela e gli slip di cotone bianco per mettere intimo di pizzo, una gonna nera a balze che le arrivava appena sopra il ginocchio, e una maglietta rossa aderente e scollata. Le scarpe le aveva scelte sempre rosse, col tacco alto. Non le interessava essere elegante, quello che voleva era che gli uomini si girassero a guardarla. Che la desiderassero, che guardassero le sue natiche ondeggiare al ritmo dei suoi passi e sognassero di afferrarle, aprirle e infilarci il cazzo in mezzo. Per il resto, potevano pensare di lei quel che gli pareva. Si stava mettendo il mascara, gli occhi spalancati e la bocca socchiusa, il busto proteso verso lo specchio e il sedere all’infuori, quando sentì le mani di lui accarezzarle le gambe dal basso. Guardò giù, e vide lo vide accosciato ai suoi piedi, nudo come un verme e bello come un angelo. La bocca le si aprì in un sorriso.
– Ace, ti sei già svegliato? Stavo giusto uscendo a prenderti qualcosa per colazione. C’è qualcosa che vuoi in particolare? – Le piaceva farlo sentire coccolato e viziato, anche se poi gli chiedeva i soldi.
– Quello che voglio per colazione ce l’ho già qua, non c’è bisogno che esci. – Prese a baciarle una gamba, risalendo dal polpaccio alla coscia sulla sua pelle ambrata. – Ma tu continua pure a truccarti.
Le alzò la gonna per arrivare con la bocca fin su dove la coscia si fa culo, e le mordicchiò delicatamente la carne soda e soffice delle natiche. Lei ebbe un piccolo brivido, e rise.
– Se fai così mi fai il solletico – disse dimenando i fianchi. Ace lasciò ricadere l’orlo della gonna in modo che la sua faccia ci stesse nascosta sotto, poi scostò le mutandine di pizzo di Juanita e infilò il naso tra la fica e il culo. L’odore di femmina gli piaceva ancora. Il cazzo gli si era risvegliato mentre spiava Juanita prepararsi per uscire; non sapeva neppure lui perché, ma osservare una donna farsi bella gli faceva sempre quell’effetto; e adesso che era accucciato fra le sue gambe con le labbra a pochi centimetri dalle labbra della sua fica un’erezione di marmo sporgeva rigida e vogliosa dal suo ventre piatto. Allungò la lingua sulla pelle sensibile alla fine della fica, e leccò come un cagnolino. Juanita mandò un mugolio, e allargò un po’ le gambe. Le labbra lì sotto le si dischiusero come a invitare la lingua di Ace ad entrare. Lui infilò la lingua nella fessura che gli si apriva sotto, cercando il suo sapore insieme dolce e acidulo di donna. Lei diede un sobbalzo, e gli disse in tono di finto rimprovero.
– Smettila Ace, così non riesco a truccarmi bene. Mi fai sbavare il mascara.
Lui si mise più comodo in ginocchio fra le sue gambe, e buttò indietro la testa in modo che la sua bocca aderisse perfettamente alla fica di lei. Fece andare la lingua avanti e indietro, dal clitoride al perineo, e Juanita iniziò a vibrare, e ad accompagnare i suoi gesti coi movimenti del bacino. Guardandosi allo specchio, estrasse dalla profonda scollatura del top entrambi i seni e cominciò a toccarseli con tutt’e due le mani. Mugolava forte, e i suoi gemiti non facevano che accrescere il desiderio di Ace di alzarsi, farla piegare sul lavandino e scoparla da dietro riempiendosi intanto le mani dei suoi seni. Ma prima voleva farla venire così, con la bocca, e si accontentò di lisciarsi l’erezione pulsante con la mano, e stringere nel pugno ora le palle tese ora la capocchia gonfia di sangue bollente. Sentiva il sapore di lei farsi più intenso man mano che il suo succo gli colava in bocca, e la sua carne diventare più scivolosa e liscia, e insieme più turgida e più consistente man mano che il piacere le montava fra le gambe. Le infilò la lingua all’interno della fica più che riuscì, e Juanita gliela cavalcò come un cazzo, incitandolo a fotterla più forte. Le cosce le tremavano di eccitazione, e ora si aggrappava con una mano al bordo del lavabo per reggersi, mentre con l’altra continuava a palparsi il seno e passare da un capezzolo all’altro. Gemeva, piano ma incessantemente, e sussurrava a Ace di farla godere con una voce densa di desiderio che lo mandava dritto in paradiso. Avrebbe continuato a leccarla per ore anche solo per ascoltare il suo piacere, perché i suoi gemiti e le sue preghiere guarivano come un balsamo miracoloso la sua virilità ancora ferita. Ma l’eccitazione che gli induriva il sesso era sempre più difficile da controllare, e il suo cazzo aveva bisogno di uno sfogo più gratificante delle carezze volutamente incostanti della sua mano. Si concentrò sul piacere di lei con l’impazienza di dedicarsi al proprio, e le succhiò il clitoride fino a che Juanita non si sentì venir meno dal piacere e raggiunse l’orgasmo ripetendo il suo nome come un mantra. Poi, dopo che la sua lingua ebbe accompagnato gli ultimi spasmi di piacere della sua fica e raccolto le ultime gocce del suo succo, si alzò in piedi in tempo per sorreggerla nel suo abbandono. La sollevò tra le braccia e cercò di baciarla, mentre lei rideva e si schermiva.
– Smettila, non mi piace il sapore della fica. Sono puttana, ma non lesbica!
La portò in cucina e l’adagiò sul tavolo, e le sfilò la maglietta e il reggiseno di pizzo con le mani avide dei suoi seni e il respiro corto. Lei se li lasciò brancicare con un mugolio e si sollevò la gonna aprendo le gambe davanti a lui. Per quanto fosse appena venuta, non vedeva l’ora che lui infilasse la sua grossa verga nella sua fica ancora palpitante del piacere di prima e la scopasse fino a un altro orgasmo.
Ace non la fece certo aspettare per molto: il suo cazzo anelava la stessa soddisfazione, e appena lei aprì le gambe si infilò dentro con un colpo deciso. Ace quasi vacillò a quella sensazione; la testa gli scattò indietro e la bocca gli si schiuse in un gemito. Afferrò il busto di Juanita con entrambe le mani e la tenne ferma mentre si spingeva dentro di lei con affondi lenti e misurati, centellinando il piacere per farlo durare. Si chinò a baciarla, e stavolta Juanita non serrò le labbra e ricambiò il suo bacio mungendo la sua lingua come la sua fica gli mungeva il cazzo ad ogni colpo. Ace la baciava e la scopava pieno di una gratitudine che lei non poteva sapere, ubriaco delle sensazioni che il suo corpo di donna gli dava. Gli sembrava di farlo con lei come se fosse di nuovo la prima volta, e di rado il gusto di fottere era stato così intenso. Solo la sensazione dell’umido calore del suo interno gli mandava fremiti di godimento lungo la spina dorsale. Poi stringeva i glutei e scivolava in avanti, senza fretta ma fino alla base del cazzo, e il piacere gli percorreva inesorabile il sesso dalla punta alle palle, ogni centimetro che affondava un centimetro in più di piacere che provava, fino a quella fitta pulsante che segnava il fine corsa, e gli contraeva il cazzo in un crescendo di godimento che non poteva fermare se non bloccandosi dentro di lei. Di tanto in tanto spezzava il ritmo, e aspettava che l’ondata di sperma che sembrava montargli nei testicoli tesi pronta a tracimare si riassestasse dentro di lui abbastanza da permettergli di continuare ancora qualche minuto, e regalare a Juanita altri affondi che la sospingessero verso il culmine. Quella volta più che mai la sua virilità aveva bisogno del piacere di lei come conferma, e nello stesso tempo il suo istinto più animale premeva per godere, godere lui e godere subito, perché la tensione che gli si era accumulata dentro era come nitroglicerina pronta ad esplodere alla minima scossa.
– Juanita… – mormorò ansimando sopra di lei, quasi a volerle chiedere il permesso di lasciarsi andare. Lei spinse avidamente il bacino verso di lui. – Scopami Ace… scopami più forte che puoi...
Ace sentì i fianchi di Juanita imprimere il ritmo che volevano al proprio sesso, e si abbandonò a quello. Accelerò i movimenti, sentendo come se la fica di lei si facesse più elastica e bollente ad ogni spinta, e l’avvolgesse più stretto ad ogni contrazione, e non passò molto che l’ondata di sperma tornasse a spingere inesorabilmente per riversarsi dentro di lei, e lui se ne lasciò trascinare senza più opporsi. Le martellò il sesso senza più freni, affondando in lei nel gorgo dell’orgasmo. Juanita andò giù con lui, e boccheggiando sentì il piacere sommergerla nel momento in cui lui anche cedette alla prima ondata. Ace sentì le sue grida più acute sovrastare i propri gemiti rochi e spinse con tutto se stesso dentro di lei l’ultima decina di colpi, lasciandole in corpo fino all’ultima goccia di sperma. Poi lo tirò fuori e si chinò su di lei, svuotato di tutto e colmo di riconoscenza, cercando la forza di riprenderla in braccio e portarla sul letto per abbracciarla come voleva. Grazie Juanita, avrebbe voluto dirle, anche se prima di andarsene avrebbe lasciato sul tavolo duecento dollari, non sai quanto ne avevo bisogno; grazie per avermi fatto sentire di nuovo uomo.

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