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Scarlett B.
Il lato oscuro

Il lato oscuro
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Sinossi

C’è un unico istante perfetto nell’amore, uno solo: un istante in cui non si notano le crepe nel soffitto, non si sente quella piega fastidiosa del lenzuolo o il gelo delle piastrelle, non c’è troppo caldo o troppo freddo, i rumori sono attutiti e lontani, gli odori, i colori e i sapori sono perfetti ed armonici... un unico solitario istante prima che il mondo si palesi nuovamente con tutta la sua imperfezione, tutta la sua sgradevolezza...
Mi sono sempre chiesta se quell’unico istante sfuggente sia sufficiente a giustificare tanti conflitti, tante falsità, tanti giochetti, tante bugie, tante meschinità, insomma, tutti gli ingredienti principali dei rapporti tra esseri umani, specialmente se di sesso opposto.
Oggi, dopo i terremoti emotivi dei quindici anni, la sperimentazione dei venti, l’inquietudine dei trenta e la rassegnazione dei quaranta, oggi certamente posso rispondere, senza tema di smentita, che no, non basta.
E sapendo che non è sufficiente, anzi avendone la prova inconfutabile dell’esperienza ripetuta, è lecito chiedersi come sia che in questo inganno effimero e menzognero ci si ricada sistematicamente tutta la vita, rincorrendo quell’unico istante di perfezione assoluta nei luoghi e nei modi più impensati...

Primo capitolo

CAPITOLO 1
Sono sdraiata in un letto sfatto, fra lenzuola sgualcite, con un rivolo appiccicoso di sperma che mi si stempera su una coscia. Lo guardo rivestirsi. C’è qualcosa di molto poetico in un corpo giovane, specialmente quando, non sapendosi osservato, si muove in tutta la sua armonia.
Vedo la testa arruffata spuntare dal maglione a collo alto, slabbrato e informe e mi delizio a quel minuscolo colpo di reni col quale indossa i jeans consunti e a vita così bassa che mi chiedo sempre come possano contenere il contenuto e contemporaneamente, rispettare la decenza.
A piedi ancora nudi, con uno sbuffo, si scosta i capelli che ricadono sulla fronte e mi guarda, finalmente.
E io capisco che sono irrimediabilmente e definitivamente preda di questo bisogno di frutta acerba, di ciliegie a dicembre e di castagne a luglio...
Nicola, l’arruffato efebo coi jeans sdruciti che ora si sta infilando le sneakers, è solo l’ultimo di una lunga serie. Non lo amo, come non ho amato nessuno dei suoi predecessori e come certamente non amerò quelli che lo seguiranno, almeno fino a quando potrò permettermi queste primizie. Ma ne ho bisogno ed è un bisogno che, sordo ad ogni logica, ad ogni convenzione sociale, ad ogni decenza, sembra aumentare più la mia maturità si fa completa e si stempera in un principio, seppur lontano, di vecchiaia.
Ricordo bene come è cominciato. Avevo 38 anni e facevo l’insegnante, come ora del resto. Professoressa di latino al ginnasio di un liceo esclusivo della città. Rigida, severa, temuta, un tripudio di golfini gemelli di cachemire e di fili di perle discreti, capelli sempre raccolti. Un prototipo, single risaputa in odore di zitellaggio senza speranza. Quindi acida, quindi carogna, quindi incorruttibile. I miei alunni lo sapevano bene e sentivo il peso delle loro battute crudeli mentre scorrevo la matita sul registro in cerca della vittima di turno.
Non che non ci fossero stati uomini, tutt’altro. Diciamo che la sera, smessi i golfini e le perle, sciolti i capelli, avevo una vita tutt’altro che morigerata. Diciamo disinvolta, diciamo pure eccessiva, seppur con molta, molta discrezione. Solo che, nonostante la lunga esplorazione, quell’amore tanto sognato, non era venuto e si era trasformato in una serie di relazioni sempre più malate ed imperfette, sempre più insoddisfacenti.
Di regola non davo lezioni private, mai. Ma quel quattordicenne brufoloso e timido che viaggiava fra i tre e i quattro nei compiti di latino e faceva scena muta alle interrogazioni, mi aveva intenerito. Sapevo che non era particolarmente dotato e che avrebbe sempre sudato le sufficienze concesse con larghezza da insegnanti ormai rassegnati, ma mi feci convincere dalla madre, che trepida e palpitante, mi pregò di dare una chanche alla sua creatura.
Concordammo una cadenza di tre pomeriggi la settimana per due ore: un impegno massacrante per il povero ragazzino che zoppicava pure in tutte le altre materie.
Arrivava puntuale, timoroso e affannato, carico di libri  e non posso dire che non si impegnasse. Alla fine del secondo appuntamento, sentii suonare il campanello di casa e il ragazzino si affrettò a spiegare:
«È mio fratello, è venuto a prendermi, mia madre non poteva.»
Andai ad aprire e me lo trovai davanti: era alto, altissimo, un giaccone blu stile marinaio, lunghi capelli biondi lisci, gambe sottili fasciate dai jeans. Aveva degli incredibili occhi scuri, che spiccavano stranamente in quel colorito pallido e un sorriso beffardo e canzonatorio che mi fece immediatamente venire la voglia di mandarlo a casa con una nota sul diario.
Prima che potessi interloquire, sbottò:
«Così sei tu la maestrina di mio fratello... beh, niente male.»
Tanta impudenza mi lasciò di stucco e replicai, col tono più gelido che riuscii a trovare:
«Suo fratello ha finito, arriva subito» calcaldo volutamente sul “suo” come a voler rimarcare che fra estranei, quali noi eravamo, ci si dà del lei.
Mi voltai impettita e sentivo, nel percorrere il corridoio, il suo sguardo divertito, che mi fissava il culo. Ancora non lo sapevo, ma in quel dietrofront così deciso, stavo firmando un armistizio, anzi, una resa completa.
Due settimane dopo, non ricordo come, finimmo a letto insieme.
Lui era vorace, crudele ed insaziabile. E poi c’era l’odore, quell’odore di innocenza che mi inebriò mentre gli sfilavo, famelica, la camicia e mi buttavo a leccargli il petto glabro e scarno per scendere poi a succhiargli il cazzo mentre la sua mano mi afferrava i capelli e regolava il ritmo.
E per un ex-adolescente degli anni ’70 qual ero, infarcita di letteratura classica, mi ritrovai a rivivere i tormenti del protagonista di “Morte a Venezia” e capii che avevo incontrato il mio Tadzio...

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