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MayaDesnuda
Il libraio

Il libraio
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Primo capitolo

1. LA LIBRERIA

Era in un angolo. Forse anche un po’ nascosta. Certamente non evidente agli occhi di chi non aveva voglia di cercarla. Una piazza strana. Quella in cui sorgeva. Da un po’ ormai. Vi aveva posto le radici in un certo qual senso.
L’uomo vi era frettolosamente passato davanti più e più volte. Sempre di corsa. Senza prestare troppa attenzione, perso nell’ansia di essere puntuale, di non deluderla, di ricordare tutte le sue istruzioni o meglio i suoi ordini: “occhi bassi, niente sorriso, non devo parlarle e non devo guardarla fino a quando lei non me lo ordina”. L’uomo ripeteva le istruzioni che lei gli aveva scritto su quel cartoncino di pergamena color glicine come una sorta di mantra. Immerso nei suoi pensieri e nel ritmo cadenzato con cui le ripeteva non si era accorto del sorriso malizioso con cui il libraio, al suo passaggio, si affacciava sulla soglia e lo osservava. Ogni volta. Come in una sorta di danza. E sullo sfondo. Lei. La libreria.
Antro magico, un po’ stregato. Certamente oscuro e affascinante. Lei. Come gli ricordava l’altra. Colei a cui apparteneva. In ragione della quale respirava. In fondo ancora non si capacitava di essere finito in quella situazione. Alla sua età poi. Eppure eccolo lì. Dimentico di tutto. Felice di fatto. Persino nell’attesa. Persino nell’assenza.
 
Era entrato poi. Una mattinata piovosa e grigia. Il tipico autunno di quella città del nord che Lei amava e lui non riusciva ad odiare. Nonostante fuggisse appena possibile verso quel mare di cui non poteva fare a meno. Tornava sempre. Era andata così anche quella volta.
Era tornato ad aspettarLa. Anche se sapeva che non sarebbe arrivata. Non stavolta.
Ne aveva diritto del resto. Lei era libera. Era lui che era legato. Piegato da fili invisibili. Avvolto da corde così sottili da essere impalpabili ma tanto resistenti da non poter essere in alcun modo spezzate.
Si era messo a cercare un libro. Vagava tra gli scaffali, scrutando i ripiani, sollevando copertine. Leggendo una riga qui e una là. Avvolto dal profumo rassicurante, avvolgente come una coperta, come le braccia di Lei dopo..., che aveva avvertito da subito aleggiare nella libreria. Profumo di casa.
Cuoio. Strisce di cuoio cremisi avvolte intorno al dorso. Lettere dorate impresse. Marchiate a fuoco. L’uomo accarezzava ritmicamente la rilegatura antica del volume che teneva in mano. Lo aveva trovato. Era Lui. Perfetto per Lei.
Si vedeva nell’atto di donarglielo. Come già aveva fatto con se stesso. Consegnarlo nelle sue mani. In ginocchio. Nudo. Il capo chino. Le braccia tese. Le mani a stringere delicatamente il cuoio. Il guinzaglio a sfiorare terra. Ondeggiante. In attesa della sua presa. La presa di Lei. Sul guinzaglio. Sul dono. Su di lui. Finalmente.
L’uomo si era riscosso. E sollevando lo sguardo dal libro che stringeva con forza tra le mani aveva incrociato quello del libraio. Che sorrideva apertamente ora. Come se sapesse. Come se avesse capito. Come se avesse precisa cognizione di chi era lui. E di chi attendesse.
Ne era certo. Il libraio sapeva. Non solo. Il libraio capiva. Forse per questo si era sentito subito a casa lì. Come tra le mani di Lei. Sotto i suoi piedi. Avvolto. Legato. Serrato. Sicuro, totalmente.
Aveva risposto al sorriso del libraio, mentre pagava. Si erano detti tutto con quel sorriso. Riconosciuti e compresi. Era stato uno squarcio violento e prezioso quel sorriso. Ne era stato rassicurato. Non aveva potuto parlare con nessuno della sua presa di coscienza. Solo con Lei. Ma a Lei apparteneva. Era diverso. In lei trovava ragione e scopo.
Ora mentre usciva sapeva di avere trovato un amico. Quando l’assenza di lei lo avesse torturato più dei suoi colpi. Quando si fosse sentito incapace di soddisfare tutti i suoi capricci. Incerto. Insicuro. Debole. Avrebbe varcato quella soglia. Si sarebbe lasciato avvolgere dal profumo famigliare del cuoio e rassicurare dal sorriso del libraio.
Lui lo avrebbe aiutato a diventare quel che lei meritava. Lo sapeva. Ne era certo.
Sorrideva l’uomo ora. Mentre ad ampie falcate lasciava la piazza battuta dalla pioggia.
Se si fosse voltato lo avrebbe visto. E forse avrebbe anche afferrato il senso di quel mormorio: “... lo schiavo perfetto”. Il libraio quasi ridendo malizioso lo aveva ripetuto sommessamente fissando dalla soglia l’uomo che si allontanava. Poi era scomparso nei meandri del suo antro. Preparandosi ad una nuova missione.

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