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Il momento giusto per amare

Il momento giusto per amare
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Sinossi

C'è un momento giusto per amare? A dispetto della giovane età, i due protagonisti sembrano essere stati traditi e rivoltati dai sentimenti, sentendosi allo sbando e incapaci di entrare in completa sintonia con un partner, per vivere una relazione convenzionale.
Gabriel Hammersmith ha ventun anni, è ricco e vive da solo a Manhattan, nella parte più esclusiva della city, da studente fuori sede. Inoltre è legato sentimentalmente all'affascinante Josh, il fotomodello più famoso del momento. Tuttavia, la sua esistenza apparentemente perfetta, nasconde una quotidianità di soprusi e una vita votata alle dipendenze più distruttive.
A una squallida festa piena di eccessi, conosce casualmente Patrick Carson, un giovane escort, estremamente più spontaneo e scanzonato di quanto lui sia mai stato.
L'incontro con il bellissimo sconosciuto, nell'illusione che la loro notte rappresenti qualcosa di più di una squallida sessione di sesso a pagamento, lo aiuterà a mettere in discussione la sua relazione con Josh; poco propenso però a farsi scaricare senza sfoderare tutte le sue armi migliori.
Ma anche Patrick, in contrasto con la facciata spensierata, ha delle cicatrici profonde nell'anima, che lo fanno guardare con scetticismo alle relazioni amorose esclusive. Oltre ad aver inquadrato subito il carattere debole di Gabriel, che lo spinge a non fidarsi completamente del giovane.
Un flipper di emozioni tra persone incapaci di mostrarsi a nudo e aprire la porta all'amore; ma quando arriva il momento giusto è impossibile voltare le spalle a un richiamo così primordiale, che spinge a ribellarsi al proprio atteggiamento rassegnato per afferrarsi con tutte le forze alla vita.
Perché, come scopriranno Gabriel e Patrick,  quando il vero amore arriva non si può fare a meno di aprirgli completamente il cuore!

Precedentemente pubblicata nel 2012 da Lite Editions in una serie di cinque racconti a puntate, con il titolo È amore... questa è stata la prima storia lunga di genere M/M scritta da Lily Carpenetti. Rinnovato e ampliato, il libro nato dal vecchio feuilleton vi farà entrare in sintonia con due personaggi che sono degli anti eroi, ma che vi conquisteranno con la loro normalità estremamente umana. Per continuare a mostrare fiducia nei sentimenti, con la ferma convinzione che il momento giusto per amare arrivi per tutti.

Primo capitolo

Capitolo 1

È amore...



Guardandosi nervosamente attorno, il giovane Gabriel pensava che non si sarebbe mai abituato a quell’ambiente. 
Feste esclusive dove lo champagne e la coca scorrevano a fiumi. Il posto giusto dove incontrare la gente che conta, per vederla tirar fuori il peggio di sé. 
All’interno della villa c'era di tutto: uomini d’affari che conversavano amabilmente fumando un sigaro e sorseggiando un brandy, coppiette che si scambiavano apertamente effusioni, incuranti degli estranei attorno; oltre ad ambiziose modelle, o attricette, in cerca di facile notorietà, buttate sui divani in modo scomposto, dopo aver evidentemente ecceduto con alcol o altro. Mentre all’esterno, in piscina, i più festaioli si scatenavano tra tuffi e schiamazzi. 
Sapeva che Manhattan era anche questo, ma non avrebbe mai immaginato di trovarcisi in mezzo. Anche se la sua vita era drasticamente cambiata dopo aver conosciuto l'amore, o quello che si illudeva fosse amore.
Josh, il suo Josh, bello come il sole e con il solito sorriso idiota stampato sulla faccia - segno che, come era solito fare, non si era privato di nulla nel lasso di tempo in cui era sparito - lo avvicinò, per iniziare a baciarlo esplicitamente sul collo, ansimando di desiderio. Lui si scostò schifato, anche se già sapeva come sarebbe andata a finire.
«Dai tesoro, non fare il guastafeste, tanto so che piace anche a te dare spettacolo. Magari uno di questi giorni organizzo una cosa a tre» ridacchiò l'uomo, guardandolo in modo allusivo.
Anche il tono della sua voce tradiva il fatto che aveva bevuto parecchio e forse si era fatto. Gabriel lo allontanò da sé, cercando di farsi strada verso la porta per andarsene finalmente da quel posto. Non aveva nulla a che spartire con quella gente, si chiedeva ancora il perché il compagno si intestardisse a portarlo con sé. Sarebbe stato più libero venendoci da solo.
Non che si fosse mai fatto un problema a tradirlo apertamente, mascherando il tutto con un'ingenuità spiazzante. Lo considerava un cretino e probabilmente lo era. Nessuna persona sana di mente, o con un minimo di amor proprio, avrebbe continuato quella relazione malata, solo per poter stare accanto a uno degli uomini più belli del mondo.
Fece per uscire dalla stanza, ma Josh non era il tipo da accettare un no, non da lui. Lo afferrò per un braccio e lo trasse nuovamente a sé. Lo strinse con forza, per ficcargli la lingua in bocca e muoverla spasmodicamente contro la sua. A Gabriel parve di soffocare, ma quando avvertì la mano dell'amante che scorreva lungo la schiena, per infilarsi nei pantaloni, un’ondata di eccitazione lo stravolse. 
Era vero, quel modo di fare dell'amante lo faceva impazzire, e si odiava per questo. Il sesso con lui era qualcosa di perverso, a volte violento, ma durante l’atto il suo corpo era tutto un fremito: bramava quelle particolari attenzioni del partner. Godeva nel sentirsi un oggetto. 
Subito dopo, provava vergogna e disgusto per se stesso, ma non poteva fare a meno di ricaderci non appena l’altro faceva qualcosa per riaccendere la passione. Come ora: lo stava attizzando come non mai. La mano di Josh si era aperta sulle sue natiche, sotto la biancheria, per strizzarle con forza, prima di spingere due dita nell'insenatura, a stuzzicare il suo ano. Senza un minimo di preparazione faceva male, era impossibile penetrarlo, ma era proprio quel dolore a provocare la sferzata di adrenalina sul suo corpo.
Se la bocca di Josh non fosse stata ancora pressata sulla sua, si sarebbe sicuramente sentito un  gemito stridulo uscire dalla sua gola. L'assalitore lo udì ugualmente perché quel corpo fra le sue braccia urlava di piacere. Si staccò da Gabriel solo per un attimo, lasciando che la saliva impiastricciasse il mento liscio del ragazzo, per sussurrargli all’orecchio con voce gutturale, mentre continuava a giocherellare con le dita sulla zona più delicata e sensibile del suo corpo, scavando per penetrarlo.
«Lo sapevo, è questo che vuoi. Vedi? Sei tu che lo cerchi. Questo è il modo in cui vuoi essere trattato, da essere lascivo quale sei.»
Gabriel avrebbe voluto gridare di no, che non era vero, ma ogni parte di lui affermava il contrario: il suo corpo urlava di sì. In quel momento desiderava che continuasse, era completamente in balia dell'amante e avrebbe fatto qualunque cosa gli avesse imposto.
La coppia era un po’ defilata, all'interno del grande salone, contro la parete più distante, rispetto al tavolo delle bibite, che catalizzava l'attenzione degli ospiti; inoltre nessuno stava facendo caso a loro. Riprendendo a baciare il compagno in modo frenetico, come un affamato che avesse trovato finalmente qualcosa di cui nutrirsi, Josh lo spinse nella stanza accanto, un piccolo salottino dove, al  momento, non c’era nessuno. Lo buttò sul divanetto di velluto, si gettò sopra di lui e, mentre con la mano premeva sul suo membro turgido, la lingua scivolò avida sul collo, insalivandolo tutto. 
Josh non aveva mai fatto mistero di quanto lo trovasse eccitante, pur dimostrandosi scostante e definendolo un tipo piuttosto ordinario e palloso, il classico universitario cervellotico. Ma adorava la sua aria innocente e smarrita, che riusciva a risvegliare in lui gli istinti più animaleschi. Soprattutto quando cedeva alle sue pressioni e la parte razionale si spegneva, trasformandolo nel partner ideale, desideroso di assecondare ogni sua perversione. 
In particolare, Josh lo spingeva a farlo in luoghi dove potevano essere visti: era la cosa che lo attizzava di più e la sua paura incrementava l’eccitazione dell'uomo.
Gabriel si morse una mano per non urlare, ardeva dal desiderio di essere toccato in ogni zona erogena e lo voleva dentro di sé più di ogni altra cosa, il più in fretta possibile.
«Chiedimelo» ordinò l'uomo, digrignando i denti.
La voce era feroce, suonò come un ruggito al suo orecchio, mentre contro di sé sentiva premere ciò che tanto desiderava.
«Lo voglio» mormorò supplicante.
Sentiva il proprio viso stravolto dal sudore e i riccioli appiccicati a fronte e guance. Lo specchio in fondo al salotto gli rimandò un'immagine desolante del proprio aspetto, tanto da fargli immediatamente distogliere lo sguardo, in un eccesso di pudore.
Era veramente lui quello che stava annullando la propria dignità per delle emozioni totalizzanti, capaci di farlo sentire vivo? Ne aveva bisogno: ne era in un qualche modo dipendente.
«Cosa?» continuò a insistere Josh, premendo sadicamente sul suo inguine. «Dillo!»
«Fottimi» cedette, con voce supplicante. «Ficcamelo nel culo, ti prego. Non ne posso più, scopami!»
L’altro rise compiaciuto, slacciandogli i pantaloni. Era consapevole che fosse quello che voleva sentire, ma il gioco non sarebbe finito così presto. Quell'uomo si divertiva un mondo a farlo impazzire, prolungando il più possibile l'attesa del piacere. Inoltre doveva prepararlo: rendere più morbida e scivolosa quella stretta insenatura. Da quel punto di vista era sicuro: Josh era un esperto e, sebbene i rapporti fossero spesso violenti e dolorosi, non gli aveva mai procurato danno.
Il partner gli sfilò i pantaloni e i boxer, prima di spingergli le gambe all’indietro, ai lati della testa, esponendo così le sue natiche per riprendere a giocherellare con l’ano. Lo baciò, infilando la sua lingua guizzante più profondamente possibile, aiutandosi in quel massaggio erotico con le dita, mentre lui lo incitava con mugolii di piacere e desiderio. Percepiva anche la sua impazienza: a quel punto, il membro doveva scoppiargli in mezzo alle gambe. Ma doveva essere ancora lui a chiedere, a supplicare di penetrarlo. Il gioco funzionava così. 
Con la lingua Josh prese a lambirgli i testicoli, premendo sulla prostata durante il passaggio, mentre le dita continuavano a esplorare le sue calde pareti interne, cercando di coordinare i due movimenti. Evitò di prendergli il pene in bocca, avrebbe rischiato di farlo venire subito, per quanto era al culmine dell’eccitazione.
Lo sentì staccarsi, provando freddo dove la lingua aveva lasciato una scia di saliva. Poi due forti sculacciate si abbatterono sulle sue natiche, scuotendolo tutto e amplificando le sensazioni che provava nel ventre.
Gli occhi gli si riempirono di lacrime per il bruciore, ma dalle labbra sfuggì solo un mugolio di piacere.
«Ne vuoi ancora?» lo canzonò il suo carnefice, sovrastandolo in posizione semi eretta.
Lui ansimò ancora una volta, prima di prostrarsi completamente.
«Ti prego» supplicò con voce accorata. «Fottimi, ficcamelo dentro. Aprimi il culo!»
Sì, era il momento, Josh amava quando lui si lasciava andare completamente: era un manipolatore, la consapevolezza di essere l'unico a conoscere quali tasti toccare lo esaltava. 
Osservò dalla scomoda posizione Josh che si apriva velocemente i pantaloni, senza darsi la briga di toglierli, semplicemente abbassandoseli alle ginocchia insieme agli slip. Un preservativo ricoprì  quel membro svettante e lo penetrò con violenza, facendolo sobbalzare. Lo aspettava e il suo ano era abbondantemente inumidito, ma quella spinta così violenta lo fece sentire veramente aperto in due. Josh amava prevaricare e violentare e lui lo sapeva, ma il dolore non faceva parte della sua concezione di piacere, anche se non ebbe molto tempo per pensarci. Quegli affondi dentro di lui stavano sortendo il loro effetto, si stava avvicinando all’orgasmo. Era madido di sudore e tutto il suo corpo tremava di piacere. Il suo membro, sotto la pressione del corpo dell’altro, esplose in uno schizzo liberatorio, imbrattando il suo addome. Un istante dopo, anche i muscoli di Josh si contrassero, segno che era arrivato all'apice. Con un grugnito, si accasciò ansante contro il retro delle sue gambe, per recuperare le forze.
Erano entrambi spossati, i loro sensi ancora frementi, ma non potevano rimanere così a lungo. Avvenivano sempre episodi di sesso esplicito durante quelle feste, ma non sarebbe stato dignitoso per nessuno dei due farsi trovare in quella posizione. Così Josh si alzò per ricomporsi e Gabriel iniziò a fare lo stesso, anche se per lui le cose erano un po’ più complicate, visto che era tutto appiccicoso del suo stesso sperma. Si rivestì comunque e, affrettandosi a uscire dalla stanza, espresse un timido e vergognoso: «Vado a cercare un bagno.»
Josh non ebbe alcuna reazione e non disse nulla, si limitò a fissarlo con un sorriso soddisfatto, accendendosi una sigaretta, per uscire anche lui dall'ambiente, di sicuro alla ricerca di un drink.
Gli occhi di Gabriel bruciavano di umiliazione mentre si chiuse la porta alle spalle. Si abbandonò per un attimo, reclinato in avanti, contro la superficie liscia del lavandino, senza avere il coraggio di alzare gli occhi sullo specchio.
Non aveva ancora vent’anni quando aveva conosciuto quel modello così bello e carismatico. Gli era sembrato meraviglioso che avesse dimostrato interesse per lui e non aveva opposto resistenza al suo approccio in macchina, dopo solo un paio d’ore dalla loro conoscenza. Era stata la sua prima volta: per il carattere timido e riservato, non si era mai palesato con qualcuno, prima di quella sera. Allora, i modi di Josh erano stati piuttosto delicati; il suo lato perverso era emerso successivamente, a poco a poco, man mano che si frequentavano, trascinandolo in una lenta, ma inesorabile spirale di lussuria: un abisso da cui non era più riuscito a risalire. Alle volte credeva di amarlo, in altri momenti lo odiava ma, per quanto si sforzasse, non gli riusciva proprio di allontanarlo. C'era un'irresistibile attrazione tra loro, non appena sentiva le sue mani su di sé, diventava lui il vero perverso, gli chiedeva di umiliarlo e di fargli tutto ciò che mentalmente aveva rifiutato fino a un attimo prima.
Pianse sommessamente, mentre cercava di ripulirsi come meglio poteva. I pantaloni erano a posto, ma la camicia era macchiata in modo vistoso e l’unico modo per evitare di esporsi a sguardi indiscreti era chiudere la giacca sgualcita e sperare così di nascondere l'onta. Anche se nulla poteva ovviare al lerciume che si sentiva dentro.
Si inumidì i capelli, un po' troppo lunghi e ribelli, lisciandoseli all’indietro e uscì in fretta, con l’intenzione di andarsene da solo, al più presto. Non aveva voglia di cercare Josh e farsi riaccompagnare da lui. Inoltre, l’ano gli bruciava da morire e voleva evitare di sottoporsi a un altro di quei rapporti estremi. Il membro dell'amante era più che apprezzabile, in quanto a dimensioni, e in quel genere di rapporto lasciava il segno.
Attraversando il salone, la sua attenzione fu attirata da un ragazzo dai capelli lunghi e l’aspetto accattivante. Un altro modello in cerca di notorietà, forse. Stava chiacchierando con un uomo in età avanzata, con pochi capelli e l’addome pronunciato: una coppia proprio male assortita, pensò.
Gabriel si soffermò un attimo a osservarli, prima di capire. Vide l’uomo estrarre di tasca una mazzetta di banconote fermate da un una molletta luccicante, probabilmente d’oro, per rigirarsela fra le mani; mentre il ragazzo sorrideva con aria maliziosa. Quella scena sarebbe potuta passare per un’altra dose di immondizia, da aggiungere al cumulo, che si ammassava in quell’ambiente, ma qualcosa colpì il suo interesse. Era ovvio che quel ragazzo vendesse il proprio corpo a vecchi danarosi: un escort di lusso. Ma il suo viso e la postura davano l’impressione che, dietro la maschera da squillo di alto bordo, ci fosse qualcosa di più. 
Non erano affari suoi, ma Gabriel non trovava giusto che un ragazzo così giovane, che poteva avere solo qualche anno più di lui, buttasse via la propria vita a quel modo, solo per qualche centone. 
Da che pulpito! Meditò amaramente: lui azzerava gratis la propria dignità. 
Gabriel era ricco di famiglia e faceva fatica a comprendere come la necessità di denaro potesse spingere qualcuno a vendere il proprio corpo, ma, qualunque fosse la situazione di quel ragazzo, si sentì in dovere di aiutarlo. Senza indugiare oltre, sfoderando una spavalderia che non gli apparteneva, avanzò a passo deciso verso i due, che si stavano già mettendo d’accordo per spostarsi in un posto più consono.
«Quanto ti ha offerto? » chiese al giovane, cercando di mantenere la voce ferma. «Fai tu la cifra, io ti offro il doppio.»
I due uomini, immobili, lo squadrarono con aria critica: aveva ottenuto il loro totale interesse.
Non si fece scoraggiare dal silenzio, era deciso a portare a termine quell’assurda missione di salvataggio.  
«Dai, quanti te ne dà, cento, duecento?» incalzò. «Io te ne darò cinquecento.»
A quel punto, l’uomo anziano protestò, ma il giovane escort sembrava tentato e pronto a prendere la palla al balzo: tariffa abbondante e cliente molto più gradevole. Non poteva farsi scappare l’occasione.
«Mi dispiace, amico» sorrise all'anziano cliente, con fare scanzonato. «Sarà per un’altra volta. Tieni i soldi in caldo, ci vediamo alla prossima.»
Poi seguì il nuovo cliente nel parcheggio, allegro e riconoscente per la buona sorte capitatagli. Gabriel si avvicinò a una lussuosa berlina di ultimo modello della Chrysler di un particolarissimo granito metallizzato, che sembrava appena uscita dalla concessionaria, e sventolò le chiavi davanti al naso del ragazzo.
«Ti va di guidarla?»
«Altroché, con questa andrei anche all’inferno. Dove ti porto?»
«Su una stella» bofonchiò immusonito, sistemandosi sul sedile, facendo fatica a stare seduto.
Il tragitto non durò a lungo. Gabriel non alloggiava in un pensionato universitario, ma nell’attico di un'elegante palazzina dell'Upper East Side, non molto distante dalla villa della festa. 
L'ingresso si apriva direttamente sul salotto, dove troneggiava un grande divano ad angolo di pelle bianca.
«Ti va qualcosa da bere?» chiese un po' impacciato, interrogandosi su cosa dovesse dire a quel tipo.
Gli indicò il fornitissimo mobile bar, mentre il nervosismo cominciava a farsi strada dentro di lui per quel gesto azzardato, mentre la determinazione dimostrata alla festa iniziava a vacillare.
«Preparo degli ottimi Margarita» comunicò allegro lo sconosciuto. «Mi fai compagnia? Sai, quando non mi prostituisco, faccio il barman.»
Il modo di parlare del giovane era cordiale e spontaneo, gli ispirava simpatia, ma l’idea di pagarlo subito e invitarlo ad andarsene si stava facendo strada fra i suoi pensieri, anche se doveva ammettere che la sua figura era veramente gradevole da osservare.
«Mancano gli ombrellini, ma ti assicuro che il sapore è ottimo» rise mantenendo quell'entusiasmo travolgente, tipico dei baristi da club turistici.
Gli porse uno dei drink, chiedendogli con un gesto della mano se potevano sedersi. Nella confusione, Gabriel era rimasto impalato in mezzo al salotto a guardare l’altro armeggiare con le bottiglie. A dire il vero, era rimasto ipnotizzato da quel culetto fasciato dai jeans skinny ondeggiante davanti al mobile bar.
Si sedettero vicini sul divano e l’ospite prese a fissarlo con occhi felini, ammiccanti, di un azzurro così intenso da incantare. Lui beveva nervosamente piccoli e veloci sorsi del suo drink, apprezzandone il sapore dolce, nell’infantile tentativo di nascondersi dietro a quel bicchiere.
«Non devi essere nervoso, non mordo» sussurrò il giovane escort-barista, o barista-escort, senza abbandonare il buon'umore. «A meno che non sia tu a volerlo!»»
Quel fare seducente e la voce roca imbarazzarono Gabriel, ma doveva ammettere che quel ragazzo ci sapeva fare. 
«Stavo scherzando» si affrettò a rassicurarlo. «Possiamo fare quello che vuoi.»
Il padrone di casa scattò in piedi per ricercare il portafoglio nei pantaloni e porgergli le banconote promesse, quasi scusandosi per il gesto. L’altro non si scompose, le afferrò e se le ficcò in tasca, poi avvicinò il viso con fare suadente, umettandosi le labbra.
Impacciato, lo studente cercò di intavolare una conversazione.
«Non mi hai detto come ti chiami. Io sono Gabriel.»
«Ciao, Gabriel. Io sono Patrick» rispose pronto, come il presentatore di un programma televisivo. «Dico sul serio, non devi sentirti teso. Da quel che ho capito, tu sei il tipo che ama coccole e preliminari. Non temere, sarò molto dolce.»
Coccole e preliminari? Se solo avesse saputo!
«No, non hai capito» obiettò Gabriel con poca convinzione. «Non era mia intenzione...»
Patrick aveva eliminato lo spazio fra loro, sporgendo la parte superiore del proprio corpo sopra di lui. Era vero, Gabriel provava imbarazzo, anzi, era ostaggio di un disagio palpabile, quasi una sorta di repulsione. Non era pronto per quelle attenzioni, sentiva un blocco nello stomaco e un impellente desiderio di sfuggire a quel contatto.

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