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Bonifacio Vincenzi
Il nipote della vedova

Il nipote della vedova
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Primo capitolo

1
La cerimonia funebre si era appena conclusa e davanti la chiesa si era formata una folla impressionante di ragazzi, donne e uomini di tutte le età.
Era domenica, una domenica di una primavera appena iniziata, ma nell’aria si avvertiva ancora la scia fredda dell’inverno. Resisteva tenace, quell’inverno, non voleva lasciare il campo. Una resistenza inutile. Ormai le foglie degli alberi avevano iniziato a tingere di verde il paesaggio. Tutto mutava gradatamente, impercettibilmente.
I presenti avevano ascoltato in religioso silenzio il vecchio sacerdote. Un bel discorso il suo, forse un po’ troppo scontato, ma profondamente sentito. Aveva elogiato l’imprenditore di successo, ma soprattutto l’uomo, il grande benefattore che non aveva mai smesso di far sentire la sua presenza caritatevole verso i più bisognosi. Poi la sua voce era diventata più quieta, più dolce e le sue parole avevano tratteggiato la figura discreta e fondamentale della vedova del caro estinto e tutti l’avevano guardata di sottecchi.
Una donna dal fisico asciutto, di media statura, stava in piedi in prima fila col capo eretto. Indossava un abito nero, il viso provato da cui traspariva una lotta tenace per controllare il pianto.
Una gran bella donna di trentasette anni, occhi chiari, capelli biondi, ancora troppo giovane per rimanere vedova. Ma c’era da aspettarselo, aveva ventitré anni quando lo aveva sposato e lui cinquantadue. Ventinove anni di differenza. Un matrimonio d’amore, lei ne era certa. Ma nessuno mai l’avrebbe creduta: lui era già troppo ricco per non dar adito a pettegolezzi sulla presunta vera ragione del loro matrimonio.
Armando Galizia, capo indiscusso della Galizia Group, la società che gestiva una catena di supermercati specializzati nella vendita di prodotti biologici che aveva da poco raggiunto l’ambito traguardo dei 100 negozi aperti in tutto il territorio nazionale, ora era morto.
Alcuni uomini in nero avevano infilato con professionale delicatezza la sua bara nell’elegante carro funebre.
La vedova aveva seguito con dolorosa attenzione la meticolosa operazione degli addetti all’agenzia di pompe funebri.
Quattordici anni, pensò. Quattordici anni insieme. Ed ora mi lasci sola. Ora sono ricca. Ma che valore ha questa ricchezza se tu non ci sei più?
Una voce leggermente rosa dall’emozione interruppe i suoi pensieri.
Marco. Il caro nipote Marco! Tanto caro anche ad Armando, 18 anni compiuti  da appena due mesi,  ora all’ultimo anno di liceo, era accanto a lei. Bruno come lo zio, era un poco più alto di lei. Le aveva infilato il braccio sotto il suo per sostenerla.
«Zia Marta, devono salutarti» le disse con un filo di voce.
Si spostarono di pochi passi e davanti la chiesa iniziò la sfilata di amici e conoscenti. Continue e interminabili strette di mano. Centinaia di mani. Mani delicate, mani ruvide, mani salde, mani molli, mani sudaticce, mani fredde, mani calde…
E parole, tante infinite e inutili parole appena sussurrate, quasi balbettanti.
Quanta ipocrisia, pensò Marta. Quanta inutile, sciocca ipocrisia. Piangono della loro morte, dell’avvenire, non di quella di Armando. A stento trattengono il moto della loro gioia interna. Questa volta non è toccato a loro. Questa volta se la sono cavata.
Avrebbe voluto gridare questo a tutti quanti loro, Marta. Ma non lo fece, non poteva farlo. Anche lei era una sopravvissuta. Anche lei era ancora viva.
Subì, sorretta da Marco, fino allo sfinimento e per un tempo interminabile, tutto il rituale di quella vicinanza, tutti quegli sguardi velati di lacrime, trovando, a tratti, conforto  solo negli abbracci dei cari amici e nei baci bagnati delle amiche di vecchia data.
Poi tutto finì e gran parte della folla si disperse.
Rimasero solo le persone più vicine alla famiglia, per accompagnare il feretro nell’ultimo tratto verso il cimitero.
Marta vide in lontananza Olga, la sorella di Armando. Si sentì sollevata. Rappresentava ciò che rimaneva della famiglia di Armando e della sua. Marta non aveva più nessuno. Figlia unica, aveva perso entrambi i genitori cinque anni prima in un terribile incidente automobilistico. Erano stati travolti da un tir. Una scena raccapricciante che Armando aveva cercato inutilmente di evitarle. Il telegiornale nazionale, con grande disappunto di suo marito, la sera dopo ne aveva trasmesse le immagini. Lo shock per Marta era stato tremendo.
Marco teneva sua zia sottobraccio e la guidava con delicatezza infinita. L’auto di sua madre era parcheggiata poco più avanti.
Olga, col volto provato, li aspettava appoggiata alla macchina su cui sarebbero saliti per imboccare la strada che portava al cimitero.

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