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Francesca Ferreri Luna
Il sacrificio della lepre

Il sacrificio della lepre
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Primo capitolo

INTRO I
Non ricordo come l’uomo si sia avvicinato. Avevo occhi solo per la luce del sole, che cercava di filtrare dalla nebbia della pianura.
Un carabiniere, per quanto in borghese. Lo tradiscono alcuni piccoli particolari che la mia mente registra. Pur di non ascoltare quello che è venuto a dirmi. Pur di ritardare per un brevissimo istante la lama fredda che mi squarcia lo stomaco.
– La signora Santi? Teresa Santi?
– Sì… Sì, sono io.
– Maresciallo Gedde, della caserma dei carabinieri di Pievepelago…
Il cuore manca un colpo. Un singolo, piccolo battito che latita.
– Prego… Mi dica.
– Devo domandarle una cosa.
Nessuna attesa. Nessuna pausa. Ma lo stesso il tempo si dilata all’infinito.
– Conosce una certa Sandra Lunardi?

 



20 / 07 / 2007


Accolgo la luce del giorno come una liberazione. Assieme alla notte è finita anche la vodka, ed io non ho chiuso occhio.
Sandra. Sandra. Sandra. Sandra… Un incidente. L’hanno ritrovata in fondo ad una scarpata: un volo di oltre cento metri. Il decesso risale ad almeno due giorni fa. Ma la vegetazione, il sottobosco tipico di quella zona, l’ha tenuta nascosta. Almeno in parte. Almeno un po’.
Un incidente. Ed io mi sono giocata la memoria storica di vent’anni vissuti insieme.
Scendo in strada e salgo in macchina. Sono appena le sei. L’appuntamento è per le nove. Devo prima recarmi in caserma poi da lì, col maresciallo, alla camera mortuaria per il riconoscimento ufficiale del corpo. Già, il corpo. Penso questa parola per non pensare Sandra. Per disumanizzare l’evento. Per resistere.
Le sei. È veramente troppo presto. Ma che ci faccio qui, ad aspettare…
Lascio la città addormentata. Una città che di giorno si rinchiude contenta in fabbriche ed uffici, la notte in pub e discoteche. Una città non troppo difficile da dimenticare.
Poco traffico e l’aria tersa. Forse troppo. Vedo già le prime colline stagliarsi in lontananza. Sandra… Sandra (no, non più lei: il corpo) scomposta tra le rocce. L’orizzonte che si vela per le lacrime giunte senza preavviso. Non le percepisco nemmeno, gli occhi feriti dalla luce più matura che si leva all’orizzonte.
Supero indifferente gli agglomerati urbani, uno dopo l’altro. Vaciglio, Montale, Colombaro, Pozza. La strada inizia a salire; attraverso le colline intraviste poc’anzi e me le lascio alle spalle. Manca qualcosa, ma so cos’è. Sto ritardando un gesto abituale, nel tentativo di rendere più acuta la consapevolezza di ciò che faccio. L’irrealtà mi circonda ed ho bisogno di piccole certezze. Quelle grandi non posso sopportarle.
Fra un attimo farò partire il solito pezzo… giusto all’altezza del distributore, come sempre (o almeno dal 1978). Ecco le pompe. Ecco l’indice che spinge il tasto del riproduttore. Ed ecco le prime note del blues:
 
Wasted and wounded, it ain’t what the moon did
I got what I paid for now
 
La strada acquista pendenza, dopo che le colline hanno ceduto il passo a rilievi più consistenti.
Una notte, una tenda, uno spiazzo erboso a 1600 metri. Un ragazzo, una ragazza. Un fuoco e l’immancabile chitarra.
 
See ya tomorrow hei Frank can I borrow
A couple of bucks from you, to go.
 
  Qui, dove Teresa diventa Matilda e balla attorno al fuoco che illumina scie di stelle stanche di stare lassù. Qui, dove le bocche si trovano per non lasciarsi, due corpi stretti dentro un solo sacco a pelo. Con la voglia di non tornare più. Di non andare più.
 
Waltzing Matilda, waltzing Matilda, you’ll go
waltzing Matilda with me.
 
E la danza continua tutta la notte. Danza di parole sussurrate, roche, che infiammano il corpo e l’anima.
 
Waltzing Matilda, waltzing Matilda, you’ll waltzing
Matilda with me.
 
Pavullo, Lama Mocogno, Riolunato: ancora qualche chilometro. Sono quasi le otto e il sole di fine luglio, già alto nel cielo, picchia forte attraverso i vetri. Troppo presto, ancora. Come se potesse esserci un momento giusto, addirittura l’ora giusta, per affrontare la morte di Sandra.
Parcheggio l’auto in una piazzola. A lato un vecchio ponte che porta sopra il fiume. È lì che salgo, ed è lì che mi fermo: proprio nel mezzo, sul pilone che divide le due arcate. Non so se guardare l’acqua che arriva o quella che se ne va. Chiudo gli occhi, mi accendo una sigaretta e aspetto che il diavolo mi porti consiglio. Uno qualunque: non sono di gusti difficili.

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