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Heathcliff
Il sergente

Il sergente
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Primo capitolo

1. LA MOGLIE DEL MAGGIORE

Estate 2002, base dell’US Marine Corps di San Diego,  California
 
Agli occhi addosso ci si stava abituando. Adesso non lo mettevano più in imbarazzo, anzi gli piaceva sentirli. Gli accarezzavano l’ego, e a volte anche la pelle, soprattutto quando la esibiva nuda, abbronzata, e tesa sui muscoli. Più gli sguardi erano densi e sfacciati più ne godeva. Gli piaceva mostrarsi, farsi guardare, dagli uomini con invidia e dalle donne con desiderio. Altrimenti, in fondo, il caporale Ace McKenna non sarebbe andato tutti i santi giorni in palestra a costruire millimetro su millimetro un corpo da body-builder da mostrare come un trofeo. E se mai era stato timido, aveva smesso quando il suo corpo aveva preso a sbocciare in un rigoglio di muscoli, e le donne avevano iniziato a guardarlo golosamente.
Non era sempre così però. A volte, gli sguardi degli altri riuscivano ancora a metterlo a disagio, nonostante non avesse niente di cui vergognarsi. Succedeva quando a fissarlo era un uomo, e nel suo sguardo leggeva qualcosa di diverso dallo stupore misto ad invidia che vedeva di solito. Aveva già scoperto di piacere anche agli omosessuali, e quell’interesse lo faceva sentire a disagio. Si chiedeva cosa potesse mai avere di effeminato da suscitarlo, quando lui si vedeva e sentiva uomo al cento per cento, senza pensare che in fondo piaceva a loro per la stessa mascolinità ruvida e spiccia per cui piaceva alle donne, e le loro avances lo facevano sentire in colpa come se ne fosse stato in qualche maniera responsabile.
Così, quando si accorse dell’uomo in divisa che lo osservava mentre lui si asciugava disteso al sole dopo un tuffo in piscina, il caporale McKenna prese subito a pensare al peggio, e si sentì stringere lo stomaco all’idea che un ufficiale potesse avergli messo gli occhi addosso e volesse abusare del suo grado nei suoi confronti. Il suo sospetto divenne quasi certezza quando l’uomo lo si avvicinò, si presentò come maggiore Jeffrey Willoughby, e lo invitò a salire in macchina con lui per andare a bersi una birra in un locale al di fuori della base, ma non trovò il coraggio di rifiutare.
Durante il tragitto il maggiore gli fece alcune domande generiche e banali, quanti anni aveva, da dove veniva, cosa l’aveva spinto ad arruolarsi nei marines e se ci si trovava bene, e lui rispose come pensava di dover rispondere alle domande di un ufficiale, nel tono e nei contenuti. In realtà aspettava inquieto la domanda fatidica che gli avrebbe fatto capire perché mai il maggiore si interessasse a lui, e si sforzava già di elaborare due-tre possibili risposte che pur nel massimo rispetto gli facessero capire chiaramente che gli uomini non gli piacevano e non era disposto a fare esperimenti.
Erano all’inizio della seconda birra e la tanto temuta domanda non era ancora arrivata, quando Willoughby disse qualcosa che fece trasalire McKenna.
– Mia moglie è una tale puttana, caporale McKenna...
– Cosa…? – balbettò Ace sentendosi arrossire inesorabilmente.
– Mia moglie è una troia, caporale McKenna. So per certo che si fa scopare da altri, e nemmeno uno solo. Quando ha voglia si prende un soldato della base e se lo porta a letto.
Ace deglutì a fatica, cercando disperatamente un commento appropriato a quella confidenza fuori luogo.
– Mi… mi dispiace davvero, signore… – disse, così a disagio come se se la fosse scopata anche lui.
– Non ti deve dispiacere, ragazzo. Io credo che tu potresti aiutarmi.
McKenna lo guardò senza capire, ancora troppo ingenuo per immaginare in che modo. Willoughby ricambiò il suo sguardo in un modo vagamente lascivo che fece tornare alla luce tutti i suoi timori.  – Voglio dire… sei un bel ragazzo, atletico e muscoloso. Ti piace scopare, McKenna?
– Uh.. beh, certo che mi piace, signore.
– Voglio dire, ti piace abbastanza o ti piace che più lo fai meglio stai?
– La seconda delle due, signore.
– A vederti in costume da bagno sembrerebbe anche che hai un equipaggiamento di tutto rispetto, caporale.
McKenna si sentì morire dall’imbarazzo.
– Non mi lamento, signore.
– Ti dispiacerebbe seguirmi in bagno, caporale McKenna? Vorrei controllare di persona. Ah, niente di personale, eh marine, ovviamente sarebbe per mia moglie.
McKenna sentì come se il cuore gli affondasse nello stomaco. Iniziava solo ora a capire le intenzioni del maggiore, e non era molto più sollevato che se gli avesse chiesto di andare a letto con lui. Non disse niente, perché non riusciva a replicare niente di sensato. Si alzò, con le orecchie di fuoco e il battito accelerato, e seguì il maggiore nei bagni degli uomini. Il disagio che lo dominava non calò certo quando, appena entrati nei bagni, il maggiore Willoughby gli disse con fare spiccio di slacciarsi i pantaloni e fargli vedere il cazzo.
Ubbidì, sentendo che la vergogna non gli avrebbe permesso di figurare per il meglio. Estrasse i genitali dalla patta aperta pensando che di tutte le ispezioni possibili questa era la più bizzarra e imbarazzante che avesse mai subito.
– Fattelo venire duro. 
Ace guardò giù il proprio sesso raggrinzito dalla timidezza adagiato mollemente sullo scroto.
– Ci provo, signore.
– Che significa “ci provo”? Hai forse problemi di erezione?
– N-no signore – si affrettò a rispondere Ace – è solo che non è abituato… davanti a un uomo... lei capisce, vero signore? 
Si prese il cazzo in mano, e iniziò a carezzarlo e massaggiarlo con delicatezza. Il maggiore non gli staccava gli occhi dall’inguine, ed Ace non sapeva dove guardare. Chiuse gli occhi, cercando di concentrarsi sull’ultima ragazza che si era scopato, ma la consapevolezza di essere sotto esame non  era facile da scacciare. Tuttavia, dal modo in cui il suo membro reagiva velocemente alle sue manipolazioni, ingrossandosi a vista d’occhio, si accorse presto che farsi guardare non gli dispiaceva affatto. Il suo grosso cazzo raggiunse in breve tempo un’erezione piena e turgida che permise al maggiore di apprezzarne dimensioni e consistenza.
– Una bella mazza, caporale, non c’è che dire. Mia moglie ne sarà entusiasta. 
McKenna sentì di nuovo il cuore sprofondargli nello stomaco, ma questa volta all’imbarazzo si mescolò subito un piacevole fremito di aspettativa. Ora che si era eccitato, la prospettiva di infilarlo fra le gambe della moglie del maggiore lo stuzzicava nonostante non l’avesse neppure vista, e l’idea che il maggiore l’avrebbe saputo, e probabilmente sarebbe stato a guardare mentre lui gli chiavava la moglie, gli scaldava ancora di più il sangue che gli gonfiava il sesso.
Comunque, ora che il maggiore glielo aveva visto duro, in realtà avrebbe potuto anche richiudersi i calzoni. Non c’era nessun bisogno di restare lì impalato col cazzo in mano, visto che se qualcuno fosse entrato nei bagni non sarebbe stato semplice spiegare perché si stava segando davanti a un altro uomo. Tuttavia non osava smettere di sua iniziativa, intimidito dai gradi sull’uniforme del suo superiore, e nello stesso tempo compiaciuto di sfoggiare la sua grossa erezione.
– Signor maggiore, vuole che continui, signore? – mormorò col cazzo ben teso stretto in pugno, e mentre lo diceva  si rese conto di sperare in un sì.
– Continua, basta che non ci metti troppo.
McKenna sentiva che se mai sarebbe stato più difficile durare a lungo, perché, contrariamente a quello che aveva temuto all’inizio, adesso lo sguardo sfacciato del maggiore se lo sentiva sul cazzo come una carezza, e amplificava le sue sensazioni. Disse solo che forse era meglio chiudersi in uno dei gabinetti, per evitare equivoci se fosse arrivato qualcuno, e il maggiore lo tirò in uno dei cubicoli e restò a guardare lo spettacolo appoggiato alla parete opposta .
Per un attimo, quando Willoughby girò il chiavistello, il caporale McKenna sentì rimontare l’ansia che lo agitava poco prima. Già trovarsi chiuso nel cesso con un altro uomo non era una situazione che lo metteva a suo agio, e doversi masturbare di fronte a lui lo faceva sentire nudo e senza difese, violato nella sua intimità più privata, e ancora più succube per il fatto che l’altro era un ufficiale. Cercò di rassicurare il suo amor proprio col pensiero che in fondo il maggiore stava cercando uno stallone per quella troia della moglie, perché non era in grado di soddisfarla da solo, e anche la sua erezione ne fu rinfrancata. Si chiese se il maggiore fosse impotente, o ce l’avesse talmente piccolo che la moglie nemmeno lo sentiva, e automaticamente diede un’occhiata alla sua patta. Oh cazzo. Da quel che poteva vedere, non era esattamente così, perché i calzoni della divisa erano belli gonfi sul pacco, e al maggiore evidentemente piaceva guardarlo.
Ace sentì le guance e le orecchie diventargli bollenti. Distolse lo sguardo, ma ovviamente non poteva neppure guardarlo negli occhi, e fissò il pavimento sporco cercando di concentrarsi sulla moglie del maggiore. Si immaginava una donna senza volto, carne morbida e buchi umidi a disposizione, e il maggiore che lo esortava a godere di lei, come un padrone di casa che si compiace dell’ospitalità che offre. E lui affondava in quella fica altrui, riconoscente e smanioso di darle piacere sotto gli occhi del marito, che li osservava e incitava, col cazzo in mano.
A quel pensiero, mentre continuava a masturbarsi, fu preso dal bisogno di controllare che Willoughby ce l’avesse ancora ben chiuso nei pantaloni, e alzò lo sguardo quel tanto che bastava da spiargli la patta, chiusa ma sempre più gonfia. Per un attimo McKenna si chiese cosa avrebbe fatto se il maggiore l’avesse slacciata, e l’idea di un’erezione di tutto rispetto a mezzo metro dalla sua gli mise addosso una sensazione indefinibile e contraddittoria, un moto di repulsione nello stomaco e un sussulto di eccitazione nel membro che stringeva nel pugno. Come se gli leggesse dentro, il maggiore gli rivolse una domanda che era più che altro una constatazione.
– Ti piace farti guardare, eh soldato?
Ace ritenne più prudente non sbilanciarsi troppo, anche se sentiva nel sangue caldo che gli gonfiava il cazzo  quanto il maggiore avesse ragione.
– Non... non saprei signore. Non l’ho mai fatto.
– Adesso ti piace che ti guardi?
Ace si morse il labbro prima di rispondere. – Sì signore, mi piace. 
– Vedrai che ti piacerà anche di più sapere che ti sto guardando mentre ti chiavi quella baldracca di mia moglie.
Ace ebbe un fremito di desiderio per la sconosciuta signora Willoughby a sentire il marito parlarne in quel modo, e accelerò d’istinto il ritmo della mano sul cazzo. Ormai aveva voglia di sborrare, e più cresceva la sua eccitazione più gli piaceva sentirsi gli occhi dell’altro addosso. Gli venne voglia di esibirsi più sfacciatamente, abbassarsi i calzoni alle ginocchia per mostrare e manipolare le palle, e togliersi la maglietta per far ammirare i suoi muscoli, ma non si azzardò ad andare oltre a quel che il maggiore gli aveva detto di fare e continuò solo a masturbarsi con più foga, lasciando che il godimento che lo pervadeva trasparisse dall’espressione del viso e dal respiro affrettato.
– Lei vorrà che tu la faccia godere in ogni modo possibile, caporale, e mi aspetto che tu faccia un buon lavoro con quel grosso cazzo che ti ritrovi. – Disse il maggiore.
– Sissignore… – ansimò Ace sempre più eccitato.
– Voglio che glielo metti a completa disposizione e la scopi finché non capirà più niente da quanto le piace. E che ti dai da fare anche con le dita e con la lingua, perché vedrai che vorrà anche quelle. Ti va bene, caporale McKenna?
McKenna sentì il cazzo pronto a scoppiare di piacere alla sola idea.
– Sissignore, certo che mi va bene! – gemette sentendo che in quel momento avrebbe detto di sì a qualsiasi cosa.  – Sto… sto per venire… signore… vengo!
Un orgasmo più intenso del solito lo fece schizzare sborra dappertutto senza controllo, per accorgersi solo quando l’ultimo spasimo si fu acquietato di aver imbrattato col succo del suo piacere anche la divisa del maggiore. Mortificato e ancora ansimante, il caporale McKenna balbettò delle scuse.
– Non ti preoccupare, ragazzo, non sarà molto diversa dalla mia. – Lo rassicurò Willoughby asciugandosi con un pezzetto di carta igienica. – Peccato piuttosto che non ci sia mia moglie, lei la leccherebbe via così di gusto. Domani sera sei invitato a cena da noi, mia moglie è un’ottima cuoca, vedrai che ti piacerà il menù.
– Non ne dubito, signore. Grazie signore.
 
Il giorno dopo McKenna lo trascorse a pensare di scoparsi la signora Willoughby. Non sapeva neanche che faccia avesse, ma in fondo non gli importava neanche tanto; nelle sue fantasie era tutto un turbinare di tette e culo e fica che gli tenne il cazzo duro dalla mattina alla sera. Nel tardo pomeriggio non riuscì a resistere oltre, e si concesse una sega, giustificandosi col fatto che se fosse stato troppo eccitato avrebbe rischiato di non riuscire a trattenersi e venire troppo presto per i gusti della signora Willoughby. In realtà conosceva abbastanza il suo corpo da sapere che sarebbe stato subito di nuovo duro e pronto a riprendere i giochi, ma l’amor proprio gli faceva ritenere comunque preferibile durare a lungo, in particolare con una donna esperta ed esigente come doveva essere la moglie del maggiore.
Poco dopo Willoughby lo contattò di nuovo per gli ultimi dettagli: dopo cena sarebbe uscito lasciandogli il campo libero, e Ace avrebbe potuto scegliere se fare lui la prima mossa o aspettare quella della signora Willoughby, che certo non si sarebbe fatta aspettare, soprattutto se avesse notato sotto i suoi calzoni il rigonfiamento di un’erezione.
Quando finalmente la vide, Ace non potè impedirsi di provare un moto di delusione. Non che la signora Willoughby fosse brutta: anzi era molto bella, ma di una bellezza delicata ed eterea, troppo algida per fargli ribollire il sangue a prima vista. I capelli biondissimi, lisci, ed estremamente fini, erano pettinati in modo semplice, con la riga in mezzo, e le ricadevano sciolti fino a poco oltre le spalle; la pelle, diafana e sottile, era già leggermente segnata intorno agli occhi di un pallido celeste. La figura era slanciata ed esile, le spalle magre e il seno poco vistoso, e la curva dei fianchi appena accennata. Indossava un abito grigio piuttosto austero, con le maniche tre quarti e la gonna al ginocchio, e scarpe con un tacco medio, in equilibrio tra sensualità e comodità.
Ma poi, quando si sedette in poltrona e accavallò elegantemente le gambe, la gonna salì a sufficienza da mostrare l’orlo di pizzo di un paio di calze color carne, ed Ace quando lo vide cominciò a sentire un piacevole calore diffonderglisi nel basso ventre. Non si preoccupò di distogliere lo sguardo, pensando con ragione che non avrebbe imbarazzato nessuno, e restò con gli occhi fissi sulle cosce lunghe e affusolate della signora Willoughby. La quale si sistemò sulla poltrona dando avvio alla conversazione con fare spigliato, e la gonna invece di scendere salì qualche altro centimetro. Mentre rispondeva un po’ a disagio alle domande garbate della signora, il caporale seguì con lo sguardo il lento ritrarsi del tessuto, e la voce quasi gli morì in gola quando vide comparire il gancio e la fettuccia di un reggicalze.
Il sangue gli affluì al cazzo, riempiendolo di calore e tensione Abituato alla nudità liscia e abbronzata delle ragazze sue coetanee, la seduzione dal gusto retrò della signora Willoughby lo eccitava tremendamente. Nessuna delle donne con cui aveva fatto sesso gli aveva mai fatto trovare un reggicalze sotto la gonna, e ora il desiderio che provava di far risalire il vestito lungo i fianchi della signora Willoughby e ammirare quello spettacolo gli rendeva difficile anche solo seguire la conversazione. Non poteva fare a meno di chiedersi se la signora Willoughby da dove era seduta fosse in grado di accorgersi di quanto era teso sotto i calzoni dell’uniforme che il maggiore gli aveva detto di indossare; l’idea lo metteva terribilmente in imbarazzo, ma aumentava anche la sua eccitazione, e sperava che il profilo della sua erezione risvegliasse la stessa voglia fra le gambe elegantemente accavallate della signora Willoughby.
Lei si alzò dopo poco per portare gli aperitivi, e gli buttò un’occhiata fintamente casuale all’inguine, come per controllare le sue reazioni. Quando tornò controllò di nuovo mentre gli porgeva il bicchiere, e nel notare che il suo pacco sporgeva ancora non riuscì o non volle nascondere un sorrisetto carico di aspettativa.
– Devi essere affamato, caro ragazzo. Ma non ti farò aspettare per molto: la cena è quasi pronta.
Si erano da poco accomodati in sala da pranzo, la signora Willoughby di fronte ad Ace e il maggiore a capotavola, ed erano appena agli antipasti quando Ace si sentì toccare. Proprio lì, fra le gambe, una pressione morbida e calda sui testicoli. Istintivamente, cercò gli occhi della signora Willoughby di fronte a lui. Ma lei sorrideva educatamente al marito, mentre lo ascoltava raccontare della loro ultima vacanza in Florida e massaggiava con la punta del piede i genitali del caporale McKenna.
Ace si inumidì le labbra, e tornò a rivolgere la sua attenzione alle parole del maggiore. Anche se faticava un po’ a seguire l’itinerario del loro viaggio con quel piede velato di nylon color ambra che gli spingeva sul cazzo, e certo avrebbe preferito seguire quella calza fino alle cosce della signora, oltre la fettuccia del reggicalze, e su fino alla sua fessura umida e bollente. Immaginò di scivolare sotto il tavolo, accucciarsi fra le sue gambe, e passarle la lingua dalla punta dei piedi alla fica. Immaginò di sentirla aprire le gambe facendo finta di nulla, e godere silenziosamente cercando di restare impassibile sotto gli occhi del marito mentre gli faceva colare sul mento tutto il succo del suo orgasmo. E poi di fotterla lì sul tavolo dopo aver spazzato via piatti e bicchieri in un colpo solo, mentre il marito si segava furiosamente sentendo la moglie gridare di piacere sotto i suoi colpi.
La cena andò avanti tutta così. La signora Willoughby gli teneva il cazzo in tiro accarezzandolo con la punta dei piedi, e intanto conversava del più e del meno come se niente fosse. Lei evidentemente c’era abituata, mentre lui, diviso fra il desiderio e l’imbarazzo, doveva fare uno sforzo di concentrazione per non perdersi nelle fantasie che quella stimolazione gli faceva sbocciare in mente, e portare avanti la conversazione con disinvoltura.
Quando fu il momento di sparecchiare prima di portare in tavola il dolce, McKenna si offrì educatamente di dare una mano, e si avviò verso la cucina dietro la signora Willoughby, gli occhi incollati al suo culo snello fasciato dal vestito aderente. Non appena ebbero girato l’angolo scomparendo dalla visuale del maggiore, sua moglie  lasciò cadere una forchetta con un gridolino, e si bloccò lì dov’era chinandosi a raccoglierla. Ace finì col pacco  contro il suo sedere sporto all’insù, e per poco non gli sfuggirono i piatti che aveva in mano. Prima che potesse scusarsi la pressione delle natiche di lei gli fece capire che non ce n’era alcun bisogno, e allora d’istinto macinò il cazzo duro contro quel culo in offerta per fargliene assaggiare la rigidità.
La moglie del maggiore diede un gemito, e anziché rialzarsi restò chinata a novanta gradi a strusciare le natiche sulla promettente erezione del caporale. Ace boccheggiò e mandò giù la saliva a fatica, sentendo il calore di quel contatto farsi desiderio bruciante di possederla senza indugi. Lei si strofinò per diversi secondi, finché Ace non fu sul punto di posare i piatti, sollevarle il vestito e scoparsela lì in corridoio, poi si raddrizzò e raggiunse la cucina. Il tempo di appoggiare i piatti sporchi e furono uno contro l’altra, il cuore in corsa, il respiro affannoso e il fuoco nel sesso. La signora Willoughby sentì la fica liquefarsi in un lago di voglia non appena Ace la spinse contro la parete infilandole la lingua in bocca e una gamba fra le cosce, calda e insistente. Il clitoride le pulsava di desiderio contro la stoffa fradicia delle mutandine, e lei si strofinava ondeggiando il bacino sulla gamba di lui alla ricerca spasmodica di un primo orgasmo. McKenna le mise una mano sotto il vestito e le scostò le mutande, affondando due dita nella fica più bagnata che avesse mai sentito. Il sesso di lei si aprì avidamente per farle entrare, e lui sentì il suo succo bollente colargli lungo le mano, poi si contrasse in un sussulto irrefrenabile di piacere, e McKenna sentì il cazzo pulsare di rimando di un eccitazione così intensa che faticò a non slacciarsi subito i calzoni e infilarglielo senza complimenti. La moglie del maggiore Willoughby gli venne sulle dita mordendogli la lingua per non urlare. Ace percepì distintamente tutte le contrazioni del suo orgasmo, talmente eccitato da sentirsele pulsare nel cazzo una ad una, e ne ebbe la mano inondata di liquido.
Era la prima volta che faceva venire una donna che con l’orgasmo avesse una secrezione di fluido così abbondante, e tutta quella sborra di femmina lo ubriacava del desiderio animale di scoparla di brutto e schizzarle dentro la propria in pochi colpi. Quando lei gli si abbandonò addosso ansimando e mugolando sommessamente lui si portò le dita alle labbra per leccarne via quel sapore di fica che gli piaceva più di qualsiasi dessert; poi, del tutto dimentico del maggiore che aspettava ancora il dolce nella stanza accanto, sollevò il vestito di sua moglie e prese a slacciarsi i pantaloni nella smania di penetrarla e venire a sua volta. Ma la signora Willoughby, appagato il primo indomabile impulso di godere che lui le aveva scatenato dentro, riuscì a trovare la forza di respingerlo e riassettarsi l’abito frettolosamente, sussurrandogli sulle labbra:
– Dopo. Mio marito dovrebbe uscire più tardi…
Rientrarono in sala da pranzo, lei con in mano una torta e un sorriso quasi trionfante stampato in faccia, lui dietro, con piattini e posate da dolce, e il cazzo visibilmente dritto sotto i calzoni. La signora Willoughby posò con orgoglio la torta da lei preparata in mezzo alla tavola, e McKenna allungò un piattino davanti al maggiore Willoughby, sicurissimo che lui potesse ancora annusare l’odore della fica di sua moglie sulla sua mano. In realtà, l’idea che il maggiore intuisse che lui aveva già iniziato a darsi da fare con lei, e notasse tanto la sua erezione quanto il profumo di  sesso ancora sulla sua pelle, lo eccitava non poco. Sapeva che in qualche maniera il maggiore avrebbe seguito la scena dopo aver apparentemente tolto il disturbo, magari da una telecamera nascosta in camera da letto, ma si trovò a desiderare che lui non se ne andasse, e stesse a guardarlo scopare con sua moglie masturbandosi sotto i suoi occhi. Confusamente, sentiva che desiderava eccitare lui quanto soddisfare lei, e mostrare anche a lui tutta la sua virilità.
Dopo il dolce fu la volta della frutta, ed Ace si sentì morire di desiderio quando la signora Willoughby prese una banana dalla fruttiera e la sbucciò. Non c’era neanche bisogno che la mettesse in bocca con fare allusivo: gli bastava vedere il cilindro di polpa entrarle fra le labbra per sentire fra le gambe il cazzo pulsare dal bisogno di essere soddisfatto.
– Desideri una banana anche tu, caro? – chiese lei allungandone una al marito.
McKenna sentì il rossore imporporargli le guance, e sperò che il suo turbamento passasse inosservato. Prima che il maggiore replicasse con garbo un po’ annoiato che le banane non gli piacevano, lui si era già visto col cazzo fra le sue labbra, e per qualche istante si perse a contemplare la scenetta dei coniugi Willoughby che si dedicavano al suo uccello gareggiando a chi gli dava maggior godimento. La signora Willoughby gli dovette chiedere per due volte se l’altra banana la gradiva lui, perché la sua mente non seguiva più che i tortuosi percorsi delle sua lussuria. Incapace di interpretare la domanda di lei senza malizia, ritenne più sicuro mentire e rispondere come il maggiore che non gli piacevano le banane, a scanso di equivoci.
La signora Willoughby fece qualche osservazione sul valore nutritivo delle medesime, e sul fatto che il medico gliele aveva consigliate in quanto ricche di potassio, e nel dire quello la punta della sua scarpa tornò a tormentare il cazzo di Ace di sotto il tavolo. McKenna sussultò col respiro spezzato, affondandosi i denti nel labbro inferiore. Ormai era talmente eccitato che se la signora Willoughby l’avesse continuato a massaggiare in quel modo ancora un po’ rischiava di venire nei pantaloni, e le mandò con gli occhi la preghiera muta di smettere. Lei andò avanti languidamente fino a che non lo vide stringere le mascelle contro il piacere che gli montava dentro, poi abbassò il piede con un lungo sospiro.
Come se fosse un segnale convenuto, il maggiore Willoughby annunciò che purtroppo doveva uscire per una mezz’ora, ma pregava il suo ospite di restare ad aspettarlo e far compagnia a sua moglie in quel frattempo. Col cazzo che spingeva duro da fare male negli slip ormai bagnati nell’anticipazione del piacere, il caporale McKenna aspettò contando i secondi che Willoughby lo salutasse, baciasse la moglie e finalmente si levasse di torno.
Willoughby si era appena chiuso la porta alle spalle che Ace fu addosso a sua moglie. La baciò di nuovo infilandole subito le mani sotto il vestito. Glielo sollevò fino alla vita, e si riempì gli occhi della visione del reggicalze di pizzo bianco che le cingeva i fianchi poco sopra l’orlo delle mutandine dello stesso colore, sorreggendo le calze color carne. Quell’abbinamento non aveva la malizia della seduzione premeditata del nero, ma sembrava piuttosto che la signora Willoughby lo portasse abitualmente, e i suoi slip in pizzo erano seducenti ma semplici, da tutti i giorni, come se non li avesse messi apposta per lui. Come se lei fosse davvero una brava mogliettina bon ton, riservata e mai sfacciata nel suo intimo bianco quasi castigato sotto il semplice abito grigio, travolta all’improvviso dalla voglia di esser scopata come una troia.
McKenna perse la testa. Col fiato sospeso, le mise di nuovo la mano fra le gambe, premendo le dita sulla stoffa calda e fradicia delle sue mutande. Lei gemette di piacere e allargò le cosce. Ace affondò un po’ le dita di piatto nel morbido della fica, insinuando la stoffa fra le labbra, e con l’altra mano si aprì i pantaloni. Non resisteva più dal desiderio di infilarlo. Se doveva esser sincero, tutto quell’insieme di baci e carezze che andava sotto il nome di preliminari lui preferiva farlo dopo. La prima botta gli piaceva darla subito, senza complimenti, sfogando come un animale il bisogno di venire che gli pulsava nel cazzo duro come il marmo. Poi, dopo il primo orgasmo, poteva permettersi di dedicarsi ai preliminari, e al piacere di lei. A vent’anni, pieno di voglia e di vigore com’era, ricominciare subito non era mai un problema.
Adesso, dopo che per tutta la sera lei l’aveva stuzzicato fino al limite delle sopportazione, non vedeva più nessun motivo di trattenersi: la fece stendere sul divano, le abbassò con irruenza le mutandine alle caviglie e avvicinò il cazzo alla fica bollente della signora Willoughby. Contrariamente a quel che si aspettava, lei si divincolò e cercò di fermarlo.
– No, aspetta… Aspetta… non subito.
Impaziente e incredulo, McKenna sentì la collera esasperare la voglia, quella troia era talmente bagnata che il suo uccello ci sarebbe annegato, e ora gli diceva di no? Glielo spinse dentro senza starla a sentire. Immaginò solo dopo alcuni affondi che magari lei gli aveva detto di aspettare perché voleva portarlo dove il marito potesse vederli, ma a fermarsi non ci pensò neppure, e continuò a fotterla a colpi serrati.
La signora Willoughby cacciò un gridolino di piacere quando sentì il grosso cazzo del caporale McKenna riempirle la fica di colpo, e gli avvinghiò le gambe intorno ai fianchi. La sua fica agognava quel cazzo dal primo momento in cui Ace aveva messo piede in casa, e ora lo accoglieva dentro come affamata, inseguendo i suoi movimenti come per non lasciarselo sfuggire.
McKenna scivolava dentro e fuori come in trance, e intanto le baciava la bocca e il collo e offriva la sua gola alle labbra avide di lei. Sotto i suoi colpi poderosi, la moglie del maggiore gemeva senza freni le invocazioni più oscene, e quelle parole sconce così in contrasto con il suo aspetto raffinato e sobrio aumentavano a dismisura l’eccitazione tanto di lei quanto di lui. Il piacere le rotolava dentro come una valanga cui non poteva opporsi, mentre Ace a sua volta sentiva fra le gambe il bisogno incoercibile di spingere sempre più forte.
Dopo aver sottostato tutta sera al delizioso tormento che la signora Willoughby gli aveva imposto con le sue continue provocazioni, ora il suo corpo si affrettava d’istinto verso il culmine del piacere, e il suo cazzo teso fino allo spasimo galoppava su e giù senza sosta nel caldo paradiso fradicio della moglie del maggiore. Sentì la signora Willoughby aggrapparsi alle sue spalle e incitarlo ad aumentare ancora il ritmo, e lui la accontentò, sentendo giù nelle palle che non sarebbe riuscito a trattenersi ancora per molto. Lei godette del vigore dei suoi colpi urlando senza pudore tutto il suo piacere, e lui nello stesso momento si lasciò andare e venne con un grido strozzato, estraendo il cazzo appena in tempo per spruzzare ripetutamente di bianco la pelle chiarissima della signora Willoughby.
Ma la voglia che la moglie del maggiore gli aveva messo addosso non si placò con il primo orgasmo. Non avevano ancora smesso entrambi di ansimare che si tirò su e le presentò il cazzo gocciolante di sperma davanti alla bocca, le sollevò la testa e glielo strofinò in faccia. Lei rispose con un gemito di piacere, e socchiuse la bocca pronta ad accogliere il cazzo e leccare via ogni goccia di sborra.
– Vieni, andiamo in camera – gli disse fra una leccatina e l’altra al suo sesso ancora duro.
Ace la seguì volentieri, stimolato dall’idea che presumibilmente ora il maggiore li avrebbe potuti spiare attraverso qualche telecamera nascosta che tuttavia non riuscì a individuare. Non gli era mai capitato di fare sesso sotto gli occhi di uno spettatore, e non si era mai reso conto di quanto quella situazione trasgressiva lo eccitasse. Di colpo, si sentì prendere dalla smania di figurare meglio che poteva di fronte al maggiore, e di far bruciare di desiderio tanto la moglie quanto il marito. Voleva mettersi in mostra, e dimostrare non solo a lei ma anche a lui tutta la sua virilità e la sua prestanza.
Cominciò con lo spogliare la signora Willoughby, sfilandole il vestito, il reggiseno e gli slip. La lasciò in calze e reggicalze, perché il suo cazzo non si sarebbe mai stancato di quella visione, e perché sapeva che anche il maggiore non avrebbe potuto fare a meno di eccitarsi alla  vista della moglie così agghindata. Se la tirò addosso, nuda ed esile contro il suo corpo muscoloso ancora in uniforme, solo il cazzo duro svettante dalla patta aperta, e la baciò di un bacio lungo e profondo. Poi scese con le mani e con la lingua sulla sua pelle chiara, lungo la gola e le spalle, suscitando i suoi gemiti eccitati, e indugiò alcuni minuti leccando a turno i capezzoli. La signora Willoughby sentì il desiderio di godere salire di nuovo alle stelle, il clitoride gonfio e pronto a venire al minimo tocco, la fica aperta e bisognosa di essere già di nuovo riempita. Prese la mano con cui Ace le stava titillando un capezzolo, e se la portò in mezzo alle gambe.
Lui iniziò ad accarezzarla lentamente e delicatamente tutt’intorno al clitoride, mentre il suo cazzo percepiva distintamente l’urgenza di godere della fica di lei, ed era come contagiato dalla stessa tensione. Quando sentì dai suoi gemiti e dal palpitare del suo sesso che la signora Willoughby stava per venire di nuovo, si inginocchiò davanti a lei, tolse la mano, e ci mise la bocca. Una leccata ampia e avida che raccolse tutti gli umori della sua fica, e il bottoncino di lei prese a pulsare freneticamente, Ace succhiò quel bocciolo di carne come avrebbe voluto essere succhiato lui, e lo sentì esplodere nell’orgasmo dopo pochi secondi. La signora Willoughby sussultò e gridò come un animale ferito, poi le gambe non la ressero più e chinandosi in avanti si appoggiò a McKenna stringendo convulsamente le sue spalle larghe. Ace si chiese se il maggiore riusciva a vedere lo spettacolo impareggiabile che la moglie doveva offrire da dietro, il culo ancora sodo incorniciato dal reggicalze, la fica ben aperta che pulsava nell’orgasmo, e tutto quel fluido goloso misto alla sua saliva che le colava fra le cosce.
Si raddrizzò, sostenendo anche la signora Willoughby che ancora tremava, e prese a spogliarsi a sua volta. Si levò ogni indumento dell’uniforme con gesti lenti e compiaciuti, orgoglioso come non mai del suo corpo statuario, e col desiderio segreto di rubare la scena alla moglie davanti agli occhi arrapati del maggiore. Si passò le mani sul torace regalandosi un pizzicotto ai capezzoli che gli mandò fra le gambe una scossa di eccitazione, poi lungo l’addome piatto e  infine con la destra impugnò il cazzo e con la sinistra si prese le palle già di nuovo tese dal desiderio di scaricarsi. Si toccò in quel modo per un minuto buono, in modo da dare alla moglie di Willoughby il tempo di recuperare fiato, e al maggiore tutto l’agio di spiare e ammirare il suo corpo.
Ma ora stava alla signora Willoughby ricambiargli il favore. La fece inginocchiare davanti alla sua erezione, e lei non si fece pregare. Lei stessa attenta a offrire al marito lo spettacolo più eccitante possibile, si prese cura del cazzo del caporale McKenna con una maestria da lasciarlo senza fiato. Il suo scopo non era soddisfarlo subito, ma prolungare più che poteva la sua erezione, e diluire il suo godimento in mille rivoli d’estasi prima di farlo confluire nella piena finale. McKenna aveva avuto molte ragazze con la bocca sul suo uccello, ma nessuna fino ad allora gli aveva procurato sensazioni così intense e struggenti come la moglie del maggiore. Il suo corpo fremeva da capo a piedi, si tendeva sospinto irresistibilmente verso il culmine  e poi restava a vibrare e pulsare insaziato a un soffio dall’orgasmo, quando la signora Willoughby con deliziosa crudeltà gli negava le ultime spinte nella sua gola o gli ultimi colpi di lingua. Sembrava sapere perfettamente quello che Ace stava provando in ogni momento, e manovrava le sue sensazioni con padronanza incredibile, portandolo più e più volte quasi al punto di non ritorno, ma senza mai permettergli di raggiungere l’apice del piacere.
Come lei poco prima, ora Ace gemeva d’impazienza senza ritegno, e un languore irresistibile gli percorreva la pelle di mille fremiti, drizzandogli i capezzoli appuntiti sul petto e indebolendogli le ginocchia. E di nuovo, l’idea che il maggiore potesse vederlo, e potesse intuire dal suo atteggiamento tutto il piacere che quell’esperta succhiacazzi della moglie gli stava regalando, non faceva che acuire le sue sensazioni. Mano a mano che cresceva in lui l’urgenza di venire, la sua immaginazione si perdeva in fantasie sempre più torbide, che ben presto arrivarono a coinvolgere anche il maggiore oltre il ruolo di semplice spettatore. Il caporale McKenna se lo vedeva inginocchiato davanti al suo cazzo a fianco alla moglie, intento a masturbarsi e succhiare golosamente la sua cappella non appena la bocca famelica di quella troia di sua moglie la lasciava andare, e a quella fantasia presto se ne aggiunse un’altra ancora più inconfessabile, in cui era lui a dividere con la moglie l’erezione del maggiore Willoughby. La signora Willoughby dosava accuratamente il godimento che gli dava per impedirgli di mettere fine al gioco troppo presto, ma non poteva prevedere l’effetto dirompente di quelle fantasie perverse sull’andamento del suo piacere: a un tratto lo sentì spingere freneticamente, mentre con le mani le bloccava la testa in posizione, e le riversava in bocca caldi schizzi di sperma accompagnando ogni spasmo con un grido soffocato.
Per quanto bevesse sborra sempre volentieri, la signora Willoughby restò leggermente delusa, perché la sua fica reclamava di nuovo un cazzo che la penetrasse, e avrebbe preferito che lui arrivasse all’orgasmo fra le sue gambe dopo averla soddisfatta. Adesso, invece, bruciava dal bisogno di sentirsi di nuovo riempita e fottuta, e non sapeva come appagarlo finché Ace non l’avesse avuto di nuovo duro. Poi si ricordò della banana che tanto Ace che suo marito avevano rifiutato mentre erano a tavola, ed ebbe un fremito di lussuria fra le cosce. Sussurrò a McKenna di andare a prenderla, e quando lui tornò si fece trovare a quattro zampe sul letto con le natiche all’insù e la labbra della fica ben divaricate, il clitoride che spuntava turgido in mezzo a una colata di umori.
McKenna era venuto da meno di un quarto d’ora, ma gli bastò vedere la signora Willoughby in quella posizione per sentire il desiderio risvegliarsi nel sesso. Levò alla banana il picciolo, ne appoggiò la punta all’ingresso lucido e gocciolante della fica della moglie del maggiore, e la spinse delicatamente all’interno.
– Ohh sìììì… – esalò la signora Willoughby sentendo il frutto riempirla lentamente. – Ora sii bravo e muovila, caporale McKenna.
Ace non aspettava altro, e iniziò a spingerla su e giù, prima molto dolcemente poi con sempre più energia, quando si accorse che la signora Willoughby muoveva il bacino ritmicamente incontro alla banana per sentirla meglio.
– Ora ruotala un po’, poi riprendi a muoverla – gli disse lei con la voce tremante dal desiderio. – Così… bravo, così … così mi fa impazzire! 
McKenna eseguiva le sue istruzioni col fiato sospeso dall’emozione, senza riuscire a staccare gli occhi da quello spettacolo che gli sembrava niente di meno che sublime: non gli era capitato spesso di poter fare giochetti di quel tipo, e la signora Willoughby lo eccitava dieci volte di più di tutte le ragazze con meno della metà dei suoi anni che si era portato a letto fino ad allora. Per quanto più giovani, e in apparenza altrettanto disinibite, nessuna riusciva a comunicargli la stessa intensità di desiderio, e ad esercitare sulle sue reazioni sessuali un incantesimo ugualmente potente. Tutto quello che desiderava era dare a lei il massimo del piacere, ed eccitare più che poteva la libidine del marito che in qualche modo a lui sconosciuto spiava i loro giochi. Avrebbe voluto continuare a masturbarla con quella banana per ore, e aggiungere al godimento della penetrazione il gusto della sua lingua che le titillasse il clitoride, e assaporare ogni suo fremito e gemito di piacere, e portarla all’orgasmo ripetutamente finché lei esausta non l’avesse fermato…
Ma il suo cazzo si era fatto di nuovo duro e teso alla vista della banana che scivolava su e giù nella fica della signora Willoughby, e vibrava di invidia verso quel frutto insensibile che sprofondava a ritmo regolare nel calore elastico e avvolgente del suo grembo senza neppure poterlo apprezzare. Mano a mano che la signora Willoughby lo incitava a spingere più forte, Ace sentiva montargli nei lombi l’esigenza nuda e cruda di penetrarla ancora, e muoversi in lei senz’altro impulso che soddisfare la sua voglia. Una parte di sé non voleva cedere a quell’impulso finché la signora Willoughby non gli avesse detto di mettere il cazzo al posto della banana, ma ora che aveva dentro qualcosa di abbastanza sostanzioso da placare la sua fame lei non aveva fretta, e sembrava del tutto dimentica del cazzo che bramava poco prima.
Ace aspettò finché riuscì a resistere, massaggiandosi il membro con la sinistra mentre con la destra continuava a stantuffare la banana nella fica della moglie del maggiore, ma a un certo punto estrasse la banana e strusciò la punta del cazzo sulla figa madida di succhi, deciso a prendersi la sua parte di piacere. Ma la signora Willoughby lo fermò.
– Ci sono due buchi… – gli disse maliziosamente divaricandosi le natiche con le dita di una mano.
McKenna trasalì senza fiato, mentre un’ondata di desiderio lo percorreva come una scossa elettrica. Il cazzo già appoggiato all’imbocco caldo e scivoloso della fica gli pulsò forte nell’anticipazione di insinuarsi nell’altro buco stretto e appetitoso, e si indurì spasmodicamente nonostante fosse la  terza volta in meno di un’ora. Il desiderio di profanare quelle natiche quasi lo stordiva in una vertigine di lussuria, e respirò profondamente per recuperare il controllo. Strusciò ripetutamente il cazzo sulla fica per inumidirlo di umori, e bagnò di saliva la rosellina tenera e invitante che spuntava fra le natiche della signora Willoughby. Poi la forzò lentamente, procedendo piano dentro di lei un centimetro dopo l’altro. La signora Willoughby diede un grido che pareva di dolore, e lui si bloccò nel timore di farle male, ma dopo circa mezzo minuto lei lo incitò ansimando a spingere fino in fondo, e a rimetterle dentro anche la banana. Ace la accontentò senza indugi, e prese a spingerle allo stesso ritmo la banana nella fica e il cazzo nel culo.
Ben presto perse coscienza di tutto fuorché del piacere che provava e che dava. Il culo della signora Willoughby gli avviluppava il cazzo come se non lo volesse più lasciar uscire, e lui se ne se sentiva racchiudere in una morsa di lussuria che pareva farsi ad ogni colpo più calda e più impellente; si ritraeva a malincuore, e solo per guadagnare abbastanza slancio per subito riaffondare con tutta la sua forza. La signora Willoughby gridava e gemeva con tale enfasi che Ace non era neanche più sfiorato dal dubbio di farle male, ma sentiva chiaramente che più forte spingeva, tanto nel culo che nella fica, più lei godeva delle sue spinte e si avvicinava al culmine. Quando lei venne con un lungo grido liberatorio, lui avvertì le contrazioni delle sue viscere mungergli ripetutamente il cazzo che ormai si tratteneva a stento, aspettando solo il piacere di lei, e spingendo all’impazzata esplose a sua volta in un orgasmo più lungo e più intenso di quanto avesse mai provato. Il piacere si impadronì di lui come un vortice, squassò senza pietà il suo corpo muscoloso, e lo lasciò accasciato sulla schiena della signora Willoughby, spremuto di ogni stilla di succo e di energia.
Lei si riprese per prima, e cercò di scuoterselo di dosso.
– Non abbiamo molto tempo, mio marito sta per rientrare.
Il caporale McKenna, che da quando gliel’aveva infilato nel culo si era del tutto dimenticato anche del maggiore, trasalì e si riscosse dal piacevole torpore in cui stava scivolando. Lei lo fece rivestire in fretta e furia, e a sua volta cercò di ricomporsi, asciugandosi alla bell’e meglio fra le cosce e fra le natiche, aggiustandosi il reggicalze e le calze, e reinfilandosi l’intimo bianco e l’abito grigio.
Quando il maggiore Willoughby rientrò in casa, meno di un quarto d’ora dopo che Ace le aveva sborrato dentro, la moglie e McKenna lo aspettavano chiacchierando in salotto, seduti compostamente uno di fronte all’altro, ma con l’odore del sesso dell’altro ancora sulla pelle.
La signora Willoughby si alzò e andò sorridendo incontro al marito, esclamando in tono di finto rimprovero:  – Sei proprio maleducato, caro! Come si fa a chiamare ospiti e poi sparire per più di un’ora? Meno male che il caporale McKenna è stato così gentile da tenermi compagnia. Promettimi che lo inviterai di nuovo.

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