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Alberto Guerra
Ilaria Martini, detective, e il caso “Bolognese D.O.C.”

Ilaria Martini, detective, e il caso “Bolognese D.O.C.”
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Sinossi

Eleonora è una donna qualsiasi, due figli ancora piccoli, un marito importante ed una vita tranquilla e agiata in un piccolo comune dell’entroterra romagnolo.
All’improvviso sparisce nel nulla, poche tracce di sé che lasciano pensare ad una fuga volontaria ma il tutto è ancora avvolto nel mistero e  la Polizia brancola nel buio.
L’improvvisa scoperta di un computer segreto, accuratamente nascosto, convince il marito ad affidarsi ad un investigatore privato nella speranza di scoprire, con l’aiuto di quel computer, cos’è realmente accaduto alla donna.

L’investigatore si chiama Ilaria Martini, una giovane donna che trovo da subito talmente antipatica ed arrogante da affibbiarle il nomignolo di ‘Culo Secco’. Mi ha coinvolto contro voglia nelle sue indagini, ho provato a rifiutarmi, in fondo conosco appena la donna scomparsa, ma l’odiosa ragazza sa usare bene l’arma del ricatto.
Le mie conoscenze di informatica unite ad un passato non troppo trasparente mi rendono il soggetto giusto per aiutarla in questa ricerca, ed addentrandoci nei segreti di quel computer scopriamo un passato inquietante, intime confidenze, una doppia vita sconosciuta a chiunque e svelata in un libro scritto e pubblicato sotto falso nome.

È un intrigo di personaggi ambigui, di erotismo e perversione, di scelte di vita estreme forse discutibili ma di certo coraggiose. 
È un libro dentro al libro, racconti di amori forti e trasgressivi, di sesso e di piaceri nuovi vissuti da due protagonisti diversi, da due opposti punti di vista.

Primo capitolo

I
Trovo sempre piacevole venire in questo piccolo comune dell’entroterra romagnolo, ha un’aria tranquilla e serena che non trovo in nessun altro luogo. Niente stress, traffico, vita frenetica, sembra che tutto viaggi al rallentatore.
Nonostante il caldo torrido di queste mattinate di fine giugno parcheggio volutamente fuori dal centro, amo passeggiare sotto i portici antichi e guardare le vetrine di negozi che sembrano resistere chissà come all’arroganza ed allo strapotere dei centri commerciali.
Cammino sovrappensiero respirando questa aria pacifica quando un rumore improvviso mi fa sobbalzare. Mi giro e vedo un bambino riverso per strada con la bicicletta sotto al corpo; fortunatamente non ci sono auto nei paraggi, dev’essere caduto da solo.
Poco distante c’è la madre, anch’essa in bicicletta, che lo guarda preoccupata. Cerca di avvicinarsi ma è in palese difficoltà, ha l’altro figlioletto seduto sul seggiolino agganciato al manubrio, così decido di intervenire.
Lo aiuto a rialzarsi e noto immediatamente grosse lacrime spuntare dietro ai suoi occhi.
«Bravissimo!» mi affretto a tranquillizzarlo, «sei riuscito a cadere proprio come un acrobata, senza farti assolutamente nulla. Non ho mai visto un ragazzo abile come te!»
Mi fissa incredulo, col labbro tremante, senza dire una parola.
Gli spolvero le ginocchia per liberarle da qualche sassolino ed osservo le sue mani, dove alcuni graffi a breve inizieranno a sanguinare.
«Ma tu lavori al Circo?» domando per distrarlo da quelle piccole ferite.
Fa segno di no con la testa e cerca lo sguardo della madre.
«Beh, allora sei davvero in gamba» col fazzoletto gli tampono le mani e annuisco. «Vedi, cadere in bici succede a tutti, qualcuno si fa anche male, ma tu sei stato velocissimo. Proprio così, veloce e con movimenti da vero acrobata. Guarda qua, non ti sei fatto assolutamente nulla.»
Deglutisce le lacrime e continua a fissarmi in silenzio.
«Giusto?» insisto sempre sorridente. «Non ti sei fatto niente, vero?»
Inorgoglito dai miei complimenti scuote vigorosamente la testa, lasciandosi andare pure lui un vago sorriso.
Mi complimento da solo per l’inatteso risultato e per la prima volta alzo lo sguardo verso la madre.
È ancora in bilico sulla sua bicicletta, un piede a terra e l’altro sul pedale, e probabilmente non si è accorta che nella concitazione la gonna le è rimasta impigliata alla sella.
Dalla mia posizione, ancora chinato, scorgo chiaramente le mutandine bianche e le sue lunghe gambe abbronzate. Probabilmente indugio troppo con lo sguardo e nonostante gli occhiali da sole credo che lei se ne accorga, infatti muove il bacino in avanti per far scendere la gonna.
Così mi alzo, raccolgo la bici e lo zaino del bimbo e mi avvicino a lei.
«Non so proprio come ringraziarla» dice con occhi riconoscenti. «È stato davvero gentile.»
Appoggia una mano sulla mia spalla e scuote la testa. «Non posso credere che è riuscito addirittura a non farlo piangere» abbassa la voce trattenendo a fatica il sorriso. «È incredibile, si guarda le mani e non piange!»
«È solo un graffio» minimizzo.
Mentre le parlo ho ben altro per la testa. È decisamente una bella donna, penso, forse non più giovanissima, non il tipo di donna che sono abituato a notare quanto meno, ma decisamente interessante. Soprattutto dopo aver sbirciato sotto la sua gonna.
Mi scappa persino un’occhiata istintiva alla sua scollatura, dove è ben visibile la base di un florido seno, morbido e bianco.
Devo essere impazzito!
Con un notevole sforzo torno ad alzare gli occhi e scopro che è arrossita, evidentemente a disagio da quei miei sguardi insistenti. Sto facendo la figura del viscido maniaco, mi comporto come se volessi saltarle addosso!
Che cavolo, è una perfetta sconosciuta, bella sì ma non la stra-fica che ti lascia senza fiato. E sicuramente non più una ragazzina.
Non riesco proprio a capire cosa mi sia preso, forse è colpa del troppo caldo.
Finalmente, dopo quella lunga disamina silenziosa, riesco a scuotermi e torno a sorridere cordialmente. «È stato un piacere signora, ora scappo, rischio di fare tardi all’appuntamento!» accarezzo i capelli del ragazzino. «Ciao campione. Sei proprio fantastico, così un volo e neppure un graffio!»
Un ultimo cenno del capo e mi allontano a passo deciso imponendomi di non voltarmi indietro.

    Neanche due ore più tardi entro nel bar della piazza, il classico bar che ti aspetti di trovare in un paese del genere, con la sala biliardo, i tavolini di formica sotto la veranda ed una giovane barista che esibisce con orgoglio un poderoso decolté.
L’incontro appena concluso è stato proficuo, con ottime prospettive, ne nascerà di certo un importante contratto. La Syncro-Mec è una affermata realtà nel settore della robotica di precisione, ed è ormai certo che si affiderà alla mia società per i nuovi applicativi gestionali e la sicurezza informatica.
È la terza volta in meno di un anno che faccio visita alla Syncro-Mec, e continuo a stupirmi delle sue dimensioni, immagino che dia lavoro a buona parte degli abitanti di questa ridente cittadina.
E presto, molto presto, darà lavoro anche alla società di informatica che rappresento, una collaborazione da cui potrebbe dipendere la vita stessa della mia piccola azienda.
Sono appena le dieci e trenta, non proprio l’orario per un aperitivo ma devo brindare, devo festeggiare l’esito di questo fondamentale incontro.
Mentre con passo deciso mi avvicino alla prosperosa barista, mi accorgo di lei.
Non c’è alcun dubbio, è proprio la madre del ragazzino caduto in bicicletta, la bella donna con cui ho fatto la figura del deficiente. È seduta all’interno del locale con la tazza del cappuccino fra le mani e un quotidiano aperto davanti.
Preso dall’euforia professionale mi ero quasi dimenticato dell’accaduto, ma ora mi sento stranamente felice di rivederla. Cambio idea, niente aperitivo, mi limiterò ad un caffè.
Pago, prendo la tazzina e le vado incontro. «Guarda che combinazione!» esclamo forse troppo sorridente. «Tutto bene il bimbo?»
Lei solleva gli occhi e il volto le si illumina. «Oh, che piacere rivederla!» mi porge la mano senza alzarsi. «Per lo meno avrò l’opportunità di ringraziarla come si deve.»
«Che ne dice se passiamo al tu?»
«Molto volentieri. Io sono Eleonora, per tutti Eli.»
«Piacere Eli» le nostre mani sono unite da diversi secondi e nessuno dei due lascia la presa. «Io mi chiamo Mirco, per tutti sempre Mirco.»
Ridiamo e mi siedo al suo tavolo.
«Cosa posso offrirti per sdebitarmi, Mirco?» chiede con un bellissimo sorriso.
Chissà perché trovo un fondo di malizia in quella domanda, ma probabilmente è in me la malizia, ed infatti ho in mente una risposta di cui mi vergogno al solo pensiero.
Non riesco a capire come mai quella donna mi faccia un simile effetto, so solo che mi sento incredibilmente attratto, ed ho davanti agli occhi l’immagine del suo slip bianco.
Il mio silenzio sembra rendere espliciti quei pensieri. «Lo sai che riesci ad imbarazzarmi come da un po’ non accadeva?» afferma mordendosi la punta della lingua.
«Scusami, mi sto comportando da vero cafone!»
«Non ho detto questo. È che…» abbassa lo sguardo sul suo cappuccino, «sono diversi anni che un uomo non mi guardava così.»
«Scusami, ma fatico a crederlo. Probabilmente sono molti anni che nessuno è così sfacciato da guardarti sotto la gonna senza dirti che è rimasta impigliata alla sella.»
Scoppia a ridere e si copre il volto con le mani. «Immagino di essermi resa ridicola.»
«No, per niente ridicola.» Avrei in mente altri aggettivi come sexy, eccitante, o anche peggio ma ritengo sia meglio tenerli per me.
«Forse» proseguo, «uno più educato di me avrebbe evitato di fissarti a quel modo, ma non so dirti cosa mi sia preso, non riuscivo a distogliere lo sguardo. Ed ora non so come scusarmi.»
Torna ad appoggiare una mano sulla mia, trovo piacevole quella sua abitudine di cercare il contatto fisico. «Smettila di scusarti, se proprio devo essere sincera… mi ha terribilmente imbarazzato ma per certi versi è stato piacevole. Come ti dicevo non mi capitava da tempo di ricevere quel tipo di attenzioni.»
«Ed io ribadisco che mi sembra strano, molto strano.»
Fa spallucce. «No, non è affatto strano, soprattutto in paesini come questo. E poi so di non essere più una ragazza, una come lei» con lo sguardo indica la procace barista, «ho quarantadue anni e due figli.»
«Quarantadue anni?» fingo di stupirmi anche se in realtà è grosso modo l’età che le avrei dato, e così ora so che ha quasi sette anni più di me. «Allora li porti benissimo. E comunque per una donna è l’età migliore, soprattutto una bella donna come te. Probabilmente il fatto che tu abbia due figli così piccoli ti rende una donna felicemente sposata e scoraggia molti pretendenti.»
«Beh, sposata lo sono, questo è certo. Magari sorvolerei sull’aggettivo…» fa spallucce ed immagino stia scherzando. «Però non sono affatto convinta che questo sia il mio momento migliore, come dici tu.»
Si guarda attorno e seguendo il suo sguardo scopro che è interessata ad un gruppo di pensionati seduti ad un tavolino all’angolo.
«Pensa» sospira, «sto già dando scandalo secondo le regole bigotte di questo paesino. Fra poco tutti sapranno che la moglie del Sindaco prendeva il caffè al bar con uno sconosciuto.»
«Sei la moglie del Sindaco?» sbuffo con ironia. «Allora è questo il vero motivo per cui tutti ti stanno alla larga!»
Ritrova il sorriso. «Mettiamola così, chi può dirlo? Comunque torniamo a noi, come posso sdebitarmi per la gentilezza di stamattina?»
La fisso nuovamente e cerco di liberare la mente da idee balzane. «Sono qua per appuntamenti di lavoro, rimarrò anche a pranzo in zona. Non è che accetteresti un invito a pranzo?»
Immagino già la risposta, ma spero ugualmente.
«Purtroppo i ragazzi frequentano il Circolo Estivo solo di mattina per cui saranno a casa per pranzo, altrimenti un modo per accettare il tuo invito l’avrei trovato. A costo di scandalizzare mezzo paese. Ma così…» fa ondeggiare i suoi lunghi capelli. «Mi dispiace, temo che dovrò sdebitarmi in qualche altro modo.»
Faccio davvero una gran fatica a mantenere il controllo, mi sembra che in ogni sua frase ci sia un sottinteso. Di certo sono io che colgo sfumature che non esistono, ma allora perché continua  a fissarmi a quel modo?
E comunque, dopotutto, cosa ho da perdere?
È una donna mai vista e che di certo non rivedrò mai più, una donna per la quale provo un desiderio esagerato, insolito, perché non provare ad alzare il tiro?
Al massimo mi guarderà scandalizzata chiedendo se sono impazzito.
E forse impazzito lo sono per davvero. «Ok, niente invito a pranzo» annuisco sporgendomi sul tavolo per avvicinarmi a lei. «Allora mi chiedevo… posso farti una domanda che giudicherai molto sconveniente?»
Le scappa da ridere ma si trattiene mordicchiandosi l’interno della guancia. «Cosa intendi per sconveniente?»
Alzo gli occhi al cielo. «Ormai la figura da cafone l’ho fatta, andrò fino in fondo. Prima, in strada, quando ti è rimasta la gonna impigliata…»
Attendo un attimo la sua reazione e pure lei si sporge sul tavolo. «Sì?»
Sembra incuriosita, non seccata, ed è già un buon segnale. «Beh, insomma, mi è sembrato che tu fossi senza mutandine, e non posso vivere con questo dubbio.»
Ovviamente è un bluff, so benissimo che le indossava, ma è la prima tattica che sia venuta in mente. Decisamente non un granché come tattica…
Infatti, come immaginato, i suoi occhi si spalancano scandalizzati, increduli davanti a tanta sfacciataggine, poi però la vedo scoppiare in una fragorosa risata. «Non so cos’hai visto, ma ti posso assicurare che le indosso! Non dev’essere affatto comodo andare in bicicletta senza slip!»
L’ha presa sul ridere, meglio del previsto, decido quindi di non arrendermi. «Allora forse si trattava di un perizoma.»
«Tu sei veramente pazzo!» scuote la testa divertita. «No, non è neanche un perizoma. Ogni tanto mi piacerebbe indossarlo ma deve esserci il motivo, non trovi? Non lo si usa certo per la sua comodità…»
«Beh, ormai fa parte della normale biancheria femminile, anche se immagino lo si indossi principalmente per seduzione, per provocazione.»
Sbuffa e alza gli occhi al cielo, come se seduzione e provocazione non facessero per lei.
Possibile? Così bella e già così rassegnata?
C’è qualcosa che mi sfugge in lei.
«Tu comunque staresti molto bene!» concludo con un cenno di approvazione.
«Sai essere molto galante e ti ringrazio, ma potrei deluderti…» torna ad indicare con lo sguardo l’esuberante barista. «Non sono più tonica come lei!»
Immagino voglia fare la modesta, qualche ora fa l’ho osservata attentamente e sono convinto che abbia un fisico ancora interessante.
Forse non snello e slanciato come quello di un’indossatrice ma comunque armonioso, ben fatto e proporzionato.
«D’inverno le donne possono barare grazie all’abbigliamento, possono nascondere i difetti, ma d’estate è molto più difficile. E tu indossi un vestitino talmente leggero che penso di aver valutato molto bene.»
Continua a scuotere la testa in un eccesso di modestia che trovo forzato, sono convinto che sia consapevole della propria bellezza, forse fatica solo ad accettare il tempo che passa.
È facile notare nei suoi lineamenti l’innegabile bellezza della ragazza che è stata, una bellezza sfociata nel fascino disincantato della donna matura.
Ha tuttora due occhi bellissimi, anche se leggermente tristi, ed un sorriso sconcertante, con labbra carnose e morbide. Mi fanno morire quelle labbra, tutto in lei mi fa morire, e mi sento prigioniero di un desiderio assurdo che non riesco a frenare.
Motivo per il quale non intendo demordere. «E comunque» proseguo, «non mi hai convinto. A me sembrava che sotto non avessi niente.»
Mi fissa cercando di rimanere seria. «Vorresti dire che mi hai visto una natica?»
«Io credo di aver visto molto di più!» non è vero ma mi piace turbarla.
Divertita fa ondeggiare nuovamente la testa, senza preoccuparsi del suo rossore. «Lo so cosa pensi, mi trovi sciocca e frivola a ridere di queste cose con uno sconosciuto, ed in effetti è così che mi sento, oggi: sciocca e terribilmente frivola. Questo tipo di attenzioni da parte di un uomo giovane e gentile come te mi hanno colto alla sprovvista.»
In effetti sono sorpreso dalla piega che sta prendendo questo casuale incontro, c’è qualcosa che mi turba in lei, un vago alone di sensualità latente, un’ombra di malizia che contrasta con la sua aria semplice e genuina.
Ovviamente mi guardo bene dal dirglielo. «Tutto penso di te fuorché sciocca e frivola.»
Prende un profondo sospiro. «Allora sono curiosa di sapere cos’è il ‘tutto’ che pensi di me.»
«Sicura?» la provoco.
Si sporge. «Sicura.»
Rifletto qualche secondo. «Penso che sei troppo modesta, Eli, troppo autocritica. Se ti guardassi attorno ti accorgeresti che fra le donne della tua età sei un fiore stupendo. Ed è così che ti vedo, un fiore all’inizio dell’estate, un fiore che ha solo bisogno di un po’ di acqua per tornare rigoglioso.»
La mia frase sembra averla colpita, si fa seria e lo sguardo vaga per un po’ nel vuoto.
Poi sulle sue labbra spunta nuovamente l’ombra di un sorriso. «Non sono un’esperta di similitudini, ma temo di aver capito cosa simboleggia l’acqua.»
«Sentiamo…» la provoco col cuore che ha aumentato i battiti e col sesso che sta prendendo volume all’interno dei pantaloni.
Non sembra a disagio, è stranamente padrona della situazione.
«Non è con l’acqua che dovrei essere… annaffiata, giusto?» ghigna con un’ombra di malizia.
«Mettiamola così. In maniera poetica.»
«Beh, poetica…»
Scoppiamo a ridere entrambi, attirando l’attenzione dei pensionati.
«Ora però rimango col mio dubbio» torno alla carica.
«Riguardo alla biancheria?»
«Esatto.»
Mi fissa con aria furbetta. «Dovrei simulare un altro incidente in bicicletta e restare con la gonna impigliata sulla sella?»
«A dire il vero pensavo a qualcosa di meno pubblico. Vorrei essere l’unico a fare questa verifica.»
«Addirittura? Pensavi ad un luogo appartato…» abbassa lo sguardo visibilmente intrigata. «Ed io dovrei fidarmi?»
«Chissà… in fondo sei tu che hai chiesto come sdebitarti, giusto?»
Con un cenno degli occhi indica i pensionati. «Qui già la gente mormora, figurati se mi allontano con un estraneo!»
Continuo a fissarla in silenzio, accennando un vago sorriso. Se volesse, una soluzione potrebbe trovarla, ne sono certo, però è combattuta.
Dopo qualche lungo minuto di attesa sembra decidersi. «Hai ragione, ho un debito con te, sarei un’ingrata…» prende un profondo respiro. «Ho la bici sul retro del bar, dove c’è la porta di servizio. Tu esci dall’ingresso principale e fai il giro di tutto l’isolato…» inclina la testa. «Se sei fortunato mi trovi lì.»
Ammetto che sono sempre più stupito, anche se di preciso non so ancora cosa attendermi. Evito di illudermi benché il cuore abbia ulteriormente accelerato i battiti.
Fingiamo di salutarci come due semplici conoscenti, ci stringiamo la mano e le consegno il mio biglietto da visita. «Nel caso fossi sfortunato… qui c’è il mio cellulare.»

Esco sotto un sole accecante, avvolto dal caldo umido, e mi avvio lungo il marciapiede senza voltarmi indietro. Sono molto emozionato, lo ammetto, anche se è molto probabile che si stia prendendo gioco di me. Nella vita reale non esistono fortune simili…
Procedo comunque a passo spedito, aggiro l’edificio e trovo un piccolo vicolo che svolta dietro al bar, stretto e pavimentato di porfido.
Quando la vedo il cuore si ferma per un attimo. È davvero là, accanto all’ingresso posteriore del bar, la bici ancora appoggiata al muro.
Quando mi vede sparisce dietro una porta metallica pochi metri più avanti.
Mi affretto nel timore di perderla, raggiungo quella porta e dopo essermi guardato attorno entro. C’è un piccolo ingresso ed una scala che sale, niente altro, il tutto appena visibile ai miei occhi ancora abituati alla forte luce solare.
Salgo le scale in silenzio, due gradini alla volta, i battiti del cuore che pulsano persino nei timpani. In cima trovo un lungo corridoio che prosegue diritto con finestre sprangate su un lato e porte chiuse sull’altro, mentre alla mia destra c’è un secondo corridoio, più stretto e buio.
«Sono qui!» sussurra la voce di Eleonora da quella penombra.
Mi avvicino e lentamente le mie pupille si adattano, consentendomi di vederla.
«Siamo in un vecchio palazzo comunale in disuso» sorrisino, «quindi di mio marito.»
«Speriamo non gli venga in mente di passare da qua proprio stamattina.»
«Adesso viene utilizzato come magazzino per le associazioni di volontariato, non è certo il suo settore preferito. Io sono presidente onorario di una di queste associazioni, motivo per cui posseggo la chiave della porta posteriore, ma lui neanche lo sa.»
«Quindi possiamo rilassarci?»
«Io non sono affatto rilassata.»
Mi avvicino, appoggio la mano alla sua coscia e risalgo lentamente. «Lo so, lo sento. E non credo sia per tuo marito.»
«No, in effetti non è per lui. Mi sto chiedendo cosa accidenti ci faccio qui…» la sua voce è un fiato, e trema leggermente.
«Volevi sdebitarti, no?» ormai sono sotto la gonna e raggiungo il sedere. «Ed ora, ahimè, ho la prova che mi sbagliavo, indossi la biancheria, e non è neppure un perizoma. Però non mi sbagliavo sul tuo lato B, al tatto è davvero meraviglioso. Starebbe alla grande col perizoma!»
Lo penso realmente, è pieno e rotondo, con natiche lisce che accarezzo volentieri.
«Avevo capito che volessi guardare, non toccare…»
La sospingo dolcemente contro il muro e premo il mio corpo al suo, in modo che senta l’erezione che mi tortura sotto ai pantaloni. I nostri visi sono quasi a contatto, sento sulle labbra il suo respiro affannato.
«A dire il vero» bisbiglio sfiorandole la bocca con la mia, «non so più cosa volevo. So solo che ti desidero da impazzire.»
Non posso resistere oltre, inclino la testa e la bacio con passione, un bacio che lei ricambia con labbra dapprima tremanti e poi sempre più spregiudicate e appassionate.
Le mie mani ora scendono dalle natiche, raggiungono l’interno coscia e si insinuano in mezzo, arrivando a sfiorare il rigonfiamento del suo pube morbido.
Lei si abbandona a quel contatto, inarca la schiena e divarica maggiormente le gambe.
È terribilmente eccitata pure lei, lo sento, le dita che scivolano sotto l’elastico trovano la sua fica umida, le grandi labbra gonfie e bollenti.
Continua a baciarmi con sempre maggiore trasporto ed io mi faccio più intraprendente, la mia mano si sposta davanti, entra interamente nello slip e prende a toccarla con decisione, strappandole un gemito.
«Stiamo esagerando Mirco» sospira con la voce rotta dall’emozione. «Mi sa che stiamo esagerando…»
Ma quando le mie dita la toccano meglio, nel punto più sensibile, si lascia sfuggire un gemito roco e mi abbraccia forte, affondando la testa sulla mia spalla.
Devo quasi sorreggerla, si è completamente abbandonata contro il mio corpo, inutile tergiversare oltre. Con gesti rapidi apro i pantaloni e libero finalmente il mio sesso eccitato poi le sollevo una gamba. Quando sente la pressione contro il suo ventre solleva il volto e mi fissa languida, sembra ancora combattuta.
I nostri corpi sono accaldati, gocce di sudore ci imperlano la fronte e rendono le mani scivolose, ma l’atmosfera è elettrica, carica di sconvolgente erotismo.
In quel buio corridoio un polveroso raggio di sole filtra da una finestra chiusa male ed illumina i nostri volti, rendendo finalmente esplicita l’eccitazione dipinta nei suoi occhi lucidi.
Quando sposto di lato lo slip ed appoggio il mio sesso al centro di quelle morbide labbra vaginali vedo la sua bocca spalancarsi lentamente ed emettere un profondo e sensualissimo gemito che accompagna tutta la mia penetrazione.
Sento le sue mani aggrappate alla schiena, i suoi seni contro il mio torace ed il caldo umido di quella fica morbida che avvolge tutto il mio cazzo.
È una sensazione intensa ed emozionante, che mi lascia senza fiato.
Non pensavo potesse piacermi fare l’amore così, in piedi contro il muro di uno squallido corridoio, ma in questa calda mattina di fine giugno sto scoprendo molti altri piaceri che non credevo di apprezzare a questo modo.
Come ad esempio una donna come lei, una donna con diversi anni più di me dalla bellezza naturale e disarmante, una donna qualunque che mi sta mostrando il suo disperato bisogno di essere amata.
E forse l’emozione più forte è proprio quella, sentirla godere così, abbandonata fra le braccia,  con i suoi gemiti trattenuti che accompagnano ogni mio affondo, col sorriso incredulo che illumina quel viso stravolto dal piacere.
Ed il suo piacere si riflette nel mio, moltiplicandolo all’infinito.
Quando esco dal suo corpo spalanca occhi increduli ed imploranti che mi affretto a tranquillizzare con un bacio, non ho certo intenzione di fermarmi ora. Con gesti decisi la invito a volgersi contro il muro per darmi le spalle, la faccio chinare appena, sollevo la gonna sulla schiena e torno dentro di lei, amandola da dietro.
I suoi gemiti sono ora più forti, quasi gridolini trattenuti, e si volta verso di me per mostrarmi con occhi languidi tutto il suo piacere. Da quella posizione posso vedere il suo bel sedere morbido che ondeggia ad ogni mio affondo, e lo trovo irresistibile.
La sua schiena incurvata e la fessura fra le natiche sono accentuate dai giochi di luci ed ombre che ci avvolgono in quel malandato corridoio, rendendo il tutto simile ad un sogno.
Nonostante l’aria stagnante di quell’edificio sento il profumo della sua pelle accaldata, un vago e piacevolissimo aroma di ambra speziata. Mi chino a baciarla dietro al collo mentre il mio bacino si muove sempre più veloce.
«Decisamente non mi sbagliavo» sospiro al suo orecchio, «hai un culo meraviglioso, Eli! Un culo bellissimo e sensuale!»
Quei miei complimenti l’hanno gratificata, lo noto da come si china maggiormente, col volto e le mani appoggiate al muro per farsi osservare meglio. Anche la sua libido ne risulta accresciuta, il suo corpo è scosso da continui fremiti e i suoi sospiri sono sempre più espliciti, più intensi.
Infatti pochi minuti più tardi volge la testa all’indietro. «Non resisto più Mirco, non resisto più, ti prego…»
Vuole godere, vuole che la faccia godere adesso, senza ulteriore indugio, ed i suoi occhi mi fissano imploranti.
La afferro per i fianchi e la amo con foga, con crescente vigore fin quando un intenso orgasmo la scuote facendola gemere a voce alta, in maniera scomposta.
I suoi sospiri si perdono nel vuoto di quel magazzino silenzioso, diventano frasi sensuali sussurrate a denti stretti che si trasformano in un unico lunghissimo ‘Sì…’.
Quando languida mi implora di fermarmi non ho ancora raggiunto l’orgasmo ma la assecondo, è stato comunque fantastico sentirla godere a quel modo.
Torna a girarsi verso di me ancora ansante, il viso arrossato e lucido di sudore.
«Lo so cosa pensi» sospira, «la stessa cosa che penso io: sono una puttana. Ti conosco appena, ci siamo visti per la prima volta un paio di ore fa ed abbiamo già scopato. Sono davvero una puttana.»
«Eli…» provo a ribattere ma mi interrompe subito, appoggiando due dita alle mie labbra.
«Lasciami finire. Da quando ti ho visto chinato sull’asfalto che mi guardavi sotto la gonna ho sentito un brivido che non provavo da tempo, un’emozione indescrivibile. Già lì mi sono sentita puttana, a godermi i tuoi sguardi impertinenti, e già lì ho pensato che mi sarebbe piaciuto fare l’amore con te.  Non immaginavo certo potesse succedere, non immaginavo che ti avrei rivisto e tanto meno che tu potessi provare interesse per me. Ma ora che è successo… ora che mi sono lasciata andare come una puttana non sono affatto pentita, lo rifarei altre cento, mille volte!»
«Te lo ripeto, Eli, sei troppo autocritica. Io ti trovo incantevole, una donna meravigliosa che ha bisogno di tornare a credere in se stessa, di sentirsi viva. Hai il mio biglietto da visita, conosci il mio telefono, il cellulare e l’indirizzo mail. Per altre cento, mille volte… dipende solo da te.»
Solleva la testa e mi bacia sulle labbra. «Sei… non lo so, sei speciale. Continui a farmi sentire la donna che avevo ormai dimenticato di essere. Ti sono cento, mille volte riconoscente. Ed ora ho molto di cui sdebitarmi, moltissimo…» mi inebria con un sorriso sensuale. «E farò del mio meglio per riuscirci.»
Inumidisce le labbra con la lingua, sorride maliziosa e lentamente si inginocchia ai miei piedi.
Non lo davo per scontato e di certo non glielo avrei mai chiesto ma ora so che avrei dovuto aspettarmelo da lei. Non mi sbagliavo, è una donna calda e passionale, una donna che forse ha solo bisogno di riscoprirsi, di ritrovarsi.
E me lo dimostra immediatamente, applicandosi con incredibile ardore in questo meraviglioso rapporto orale.
Appoggio le mani al muro con le braccia tese e guardo verso il basso, la osservo affondarsi il mio cazzo fra le labbra come se da anni non aspettasse altro.
Lo lecca, lo bacia, lo accarezza e lo succhia regalandomi sensazioni fantastiche.
Porto una mano fra i suoi capelli e la tengo lì appoggiata, senza alcuna pressione, mi piace percepire il movimento della sua testa, seguirla mentre si avvicina e si allontana dal mio pube.
Purtroppo anch’io ero ormai agli sgoccioli e non posso gustarmi queste attenzioni quanto vorrei, non così a lungo.
«Sei bravissima, Eli, mi fai impazzire. Non riesco più a resistere…»
Alza gli occhi verso di me e mi sorride con lo sguardo, senza interrompere ciò che sta facendo con tanta passione.
Si aiuta anche con la mano e aumenta l’intensità fin quando sento i muscoli delle gambe irrigidirsi ed il piacere irradiarsi lungo tutto il corpo. Con un lungo sospiro raggiungo un orgasmo fantastico e lei continua a farmi godere così, nella sua bocca, senza mai rallentare.
Quando si rialza in piedi è bellissima, incredibilmente sensuale. Si sta pulendo le labbra col dorso della mano e lo fa con delicatezza, tenendo su di me quel suo sguardo malizioso.
«Se davvero volevi sdebitarti» le sorrido riprendendo fiato, «ci sei riuscita in pieno, non ricordo di averlo mai trovato così piacevole…»
Inspira profondamente, e il tono è quello di un addio. «Ed io non ricordo di averlo mai trovato così divertente…»
«Esperienza da ripetere, quindi.»
Ha gli occhi lucidi mentre sistema il vestito in maniera decorosa. «Forse è meglio che ti dimentichi, Mirco. È meglio che di noi mi rimanga questo meraviglioso ricordo.»
«L’hai detto tu, no? Cento, mille volte ancora…»
«Ti stancheresti di me molto prima. Sei un uomo pericoloso per una donna come me, Mirco. Sono sposata con due figli, non posso permettermi di soffrire.»
«Ed io non posso permettermi di insistere, non dopo queste tue parole» la stringo forte, sappiamo entrambi che sarà il nostro ultimo abbraccio. «Ma se dovessi cambiare idea, chiamami quando vuoi.»

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