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Improvvisamente ho voglia di fragola... Racconti erotici

Improvvisamente ho voglia di fragola... Racconti erotici
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Primo capitolo

Strip-tease
Marzia67

Eccola, bellissima. Viene avanti che pare quasi che danzi. Avanti.
Un passo dopo l’altro. Lenta.
Con quel vestito azzurro stretto stretto. Che sembra le sia stato dipinto addosso.
Che le si vedono le curve dei glutei che salgono e scendono come due stantuffi di un motore e le bocce tonde dei seni spinti da sotto e strizzati di lato per farli trasbordare dalla scollatura, che sembrano un fiume in piena durante un’alluvione.
Con quel suo modo di muoversi che pare una bambina viziosa. Si mette un dito in bocca, lo fa scivolare tra le labbra socchiuse. Due labbra che sembrano due lamponi tanto sono rosse e polpose. Che ti verrebbe voglia di morderle fino a farne uscire il succo. Morderle e inghiottirle. Tutte. Ecco la lingua. Ecco che se la passa sul dito. Lentamente. Che vorrei essere io quel dito, vorrei. Mi lascerei leccare tutto, mi infilerei dentro quella bocca grande, più grande di tutta la voglia che mi cresce dentro quando fa così.
Socchiude gli occhi, adesso. Lo so cosa vuole. Vuole farmi morire. Lo sa che non resisto, così. Si piega in avanti, appoggia i palmi sulle ginocchia. Ecco, lì in mezzo vorrei stare, in quella piega di carne che separa quei due mondi di piacere. Tondi, morbidi, bianchi. Che sembrano fatti di panna montata, di nuvole, di fiocchi di neve. Guarda com’è profonda. Deve essere così comoda e calda.
Dai, adesso comincia. Cosa aspetti?
Getta indietro la testa, scuote i capelli così biondi che luccicano. Che sembrano stati filati ad uno ad uno con fili d’oro zecchino. Guardala. Lascia che una ciocca le si fermi tra le labbra, poi la scosta con una mano e lascia che questa scivoli lungo il collo (così lungo che pare quello di un cigno). Indugia sui seni, scende ancora. Ancora, dai. Sì, tra le gambe. Solleva il bordo della gonna. Solo quel tanto che basta per far vedere il pelo.
Mi fa impazzire. Impazzire.
Adesso mi volta le spalle e intanto cammina in là.
Si allontana, ma solo un po’. Mica va via. Porta le mani sui fianchi e comincia.
Oddio, adesso comincia a ondeggiare. E intanto con le dita afferra la stoffa del vestito. La solleva un po’, piano, sempre di più. Ancora.
Si cominciano a scorgere le due curve simmetriche dei glutei, poi il taglio centrale. Sempre di più. Ancora. Eccolo, tutto scoperto. Tutto tondo. Perfetto, con il filo del tanga che scompare nel mezzo.
Anche quello vorrei essere. Vorrei scomparire là dentro come fa lui. Soffocare in quella carne. Che bella morte sarebbe.
Ecco, si piega in avanti per farlo ancora più tondo. Me lo sbatte davanti come fosse il vessillo vittorioso di una battaglia.
Sì che hai vinto, lo sai che con me vinci sempre tu.
Adesso girati ancora, dai. Ecco, così. Una spallina, dai. Giù l’altra. Splendida. Adesso le plastiche rotondità dei seni sono libere, vive, frementi. Come è giusto che sia.
Le prende tra le mani, le schiaccia tra le dita, le accarezza voluttuosamente.
I capezzoli, come si sono fatti grossi. Duri e dritti come soldatini. Sembra voglia staccarseli di dosso.
Giù il vestito. Via tutto.
Panna. Sì, panna e nuvole e fiocchi di neve. Tutto questo insieme. E lamponi anche.
Solo il tanga adesso. Ma è così piccolo. Un triangolino di stoffa perso in una montagna di neve.
Tonda. Quanto tondo.
Poi lo scosta leggermente, solleva la gamba. Il pelo è così corto che si vede proprio bene. Com’è rosa. Tutto rosa. Una polpa.
La lingua, vorrei mettercela tutta. Farla sparire là dentro. Se anche non la riavrò indietro, non importa. Gliela lascio, purché la tenga sempre là dentro. Per sempre.
La apre. Scosta i petali rosa che sembrano ali di farfalla. Una farfalla enorme. E dolce anche. Come deve essere dolce.
Un dito, poi due, tre. Sì, muovili bene, lo so che ti piace. E anche a me piace. Grida, dai. Fammi sentire quanto ti piace.
Poi abbassa anche il tanga. Lo rialza come per rimetterselo, lo abbassa di nuovo.
Dio, che tormento.
Poi avanti. Allarga le gambe, si piega sulle ginocchia. È lì, ferma ad un passo. Così vicina che ne sento l’odore. Profumo di ambrosia, di bosco, di mare.
Mi mette i seni davanti agli occhi che pare che me li voglia infilzare con quei capezzoli duri. Poi si volta ancora. È qui davanti, il suo culo mi sovrasta. È così vicina che potrei infilarci il naso in quel triangolo vuoto che formano le sue cosce. Bianche, anche quelle. E piene. E sode.
Adesso vieni. Avanti, così. Sì, vieni. Sei mia adesso. Tutta mia.
Eccola, viene verso di me. Adesso è mia.
La sua bocca… sì… il suo sesso… mio, adesso… sì…
Gocce di sudore gli imperlano la fronte stempiata. Corrono lungo il collo grassoccio, si insinuano nello scollo e muoiono dilatandosi in una bolla scura sulla stoffa della camicia.
Con una mano tiene il turgido rigonfiamento della sua bramosia, compresso tra la ben più imponente protuberanza del suo ventre e le cosce adipose, mentre con l’altra tamburella nervosamente sul tavolino. Tende un braccio verso la ballerina e le infila un foglio da cinquantamila nello slip.
Appena in tempo. Si accendono le luci, la musica si ferma. Lo spettacolo è finito.
Si passa un fazzoletto sulla fronte, si aggiusta i pantaloni cercando di dissimulare le macchie di piacere sprecato che gli sono spuntate all’inguine, tra le gambe. Ingolla l’ultimo sorso di whisky rimasto in fondo al bicchiere di fronte a lui, paga il conto al cameriere ed esce dal locale. Perdendosi nel buio di un vicolo.
Le quattro. Ancora due ore in compagnia della sua solitudine. Poi sarà ancora una volta l’alba.

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