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Francesca Ferreri Luna
La cavigliera dalle pietre azzurre

La cavigliera dalle pietre azzurre
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Primo capitolo

Capitolo I

Damster si rigira il bicchiere tra le mani. La bottiglia, ormai vuota, al suo fianco. Guarda attraverso il vetro trasparente il liquido rosso che riempie ancor per metà quel bicchiere da osteria, 20 cl, non uno di più non uno di meno. Un bicchiere serio insomma.
Quando si trova in questa condizione gli viene l'agitazione. Saper di poter finire il vino e non averne di scorta è una cosa che lo fa star male, fisicamente. E non per poter continuare a bere, no, non è questo. È solo l'idea di poter continuare. Se volesse.
Le campane gli ricordano che sono le 9 di sera. A fine agosto c'è ancora l'apertura serale del bar del paese, per i pochi vacanzieri, e l'ultimo giro dei fedelissimi. Quattro o cinque in tutto, i vacanzieri s'intende, mai di più. Però almeno ci sono quelli. Da settembre il paese sarebbe ritornato nella sua normalità. Dieci abitanti, età media ottantanni, e solo un piccolo via vai di figli e parenti più giovani che, dai paesi vicini, verranno a controllare se i vecchi hanno resistito un altro giorno. Spesso dispiacendosene.
Castello è un paese così, su questa rocca dimenticata a picco sulla valle, nella quale si allarga il paese più grande e che fa comune: Pievepelago. All'orizzonte, verso sud, un crinale che li divide dai toscani. Da sempre. A nord, il monte della Rocca, ad est il Cimone. Quattro scenografie, dai colori cangianti durante l'anno, ma immobili nel tempo e nello spazio.
 
Damster esce dalla Capanna e si avvia verso il bar. Cento metri in linea d'aria. La sua casa, ereditata dal nonno Sandro Benassi, originario del posto, era stata chiamata Capanna dal resto della comunità, 4 stanze su due piani, e un bagno che solo recentemente era stato inserito nell'abitazione. Una capanna appunto all'inizio, che con il passare degli anni e di tre generazioni era diventata una casa abitabile. Ma il nome gli era rimasto appiccicato addosso e sarebbe stata sempre la Capanna. Almeno finché non sarebbero morti gli ultimi abitanti del paese.
L'aveva venduta qualche anno addietro subito dopo la morte della madre, per via di quella storiaccia accaduta * (* vedi Il sacrificio della lepre, 2011, Damster edizioni) ma poi l'aveva ricomprata un paio di anni prima. E l'aveva trovata esattamente come l'aveva lasciata.
Da Tino, così si chiamava il negozio–bar–alimentari–farmacia–ristorante tutto stipato in 20 metri quadri di spazio, quattro avventori. I soliti. Quelli del caffè dopocena e della grappa ammazzacaffè. A finire i discorsi lasciati in sospeso un'ora prima, quando avevano lasciato il locale dopo almeno 4 giri di mezzo bianco e un paio di spritz locale.
Damster non è avvezzo a questi riti quotidiani, preferisce bere da solo. Leggendo un buon libro oppure arrovellandosi su un mistero che avrebbe dovuto risolvere. Già perché Damster investiga, almeno questo, ufficialmente, è quanto cerca di fare intendere ai propri clienti.
 
– Ehi Damster, qual buon vento? – chiede Tino asciugando un bicchiere.
– Sono a secco, Tino, continui a darmi bottiglie fallate... – risponde Damster sorridendo e si avvia verso lo scompartimento dei vini. L'area più rifornita del negozio.
Tino aveva preso in gestione il negozio un paio d'anni prima, dopo la morte di Berto. Dopo che era successo quel gran casino proprio a causa di Damster. Ora alcuni protagonisti di quella vicenda se n'erano andati, e le nuove generazioni, si sa, hanno la memoria più corta. Damster era potuto tornare in paese. Senza più sentirsi addosso l'odio di una comunità che non gli aveva perdonato di aver risuscitato i fantasmi di una vicenda che sarebbe stato meglio lasciar perdere. Ma così non è stato. Damster è fatto in questo modo. Non riesce a resistere e a trattenersi davanti alla verità. Gli è necessaria, soprattutto in quel caso specifico, dove doveva recuperare l'onore del nonno e, di conseguenza, quello del padre e del proprio.
 
Tino parla volentieri con Damster e la cosa è reciproca. I discorsi che riempiono l'aria angusta del locale sono sempre irrimediabilmente quelli. La caccia, il tempo, i funghi, i danni dei cinghiali e dei caprioli. Con Damster si possono affrontare altri argomenti. E per Tino sono boccate d'ossigeno.
Damster sceglie il vino, un paio di bottiglioni di rosso toscano. Giusto per sentirsi per un po' con le spalle coperte. Rifiuta l'invito ad unirsi all'ultimo giro di grappe ed esce salutando cortesemente.
Si ferma un attimo nella piazzetta, alla sua sinistra, sulla collinetta, la casa di Sandra. Sembra passata una vita ormai. È stata venduta subito dopo la sua morte ed ora viene gestita da una agenzia immobiliare che l'affitta settimanalmente. In questi giorni è occupata da una famiglia di livornesi. Che fortunatamente stanno per tornarsene a casa. Non c'è l'ha con loro, Damster. Piuttosto non capisce come persone possano venire in vacanza in quel luogo.
 
Lo scampanìo del campanile sveglia Damster. Puntuale come tutte le mattine. Sette e trenta spaccate.
Giornata limpida, pulita. La prima di questa settimana. Si inizia a respirare l'odore dell'autunno che avanza. Degli autunni dolci e colorati di queste zone.
Caffè nero allungato con vino rosso e via. La giornata abbia inizio. Non mangia appena alzato Damster, preferisce pensarci un po' su.
Prende un bastone, il solito. Di sambuco. Leggero e forte. Sale in auto e via verso il bosco. Giusto per controllare com'è la situazione. Ama andare a funghi e si sta avvicinando il periodo migliore. Meglio non farsi trovare impreparati.
 
Verso le dieci è già di ritorno, entra da Tino, incrociando lo sguardo di una donna seduta ad un tavolino sulla terrazza. Begli occhi, indubitabilmente. Azzurri come il cielo di quel giorno.
– Buongiorno Damster... si muove qualcosa?
– Niente di che, bosco quasi perfetto, aspettiamo ancora qualche giorno, dammi un bianco.
Damster afferra un pezzo di pizza e comincia ad addentarlo.
– La signora fuori ti sta cercando, Damster...
– Me? – risponde sorpreso.
– Già.
– E che vuole?
– Che ne so io? – risponde Tino divertito. – Di certo è scombussolata, era verde quando è arrivata.
– Uhm, aliena?
– Non credo, probabilmente non ama guidare in montagna...
– Beh, lasciamola riprendere fiato. – Damster trangugia il bicchiere in un sol fiato, si pulisce la bocca con la manica della camicia e finisce la pizza rimasta.
– Dammi un altro bianco, grazie.
 
 
– Mi stava cercando? – chiede Damster sedendosi di fronte alla donna.
– Damster suppongo... – accennando un sorriso
– Sì, sono io, come sta? Si è ripresa dal viaggio?
– Sveva, mi chiamo Sveva. Sì un po' alla volta. Arrivare qui è stata un'impresa. Due ore da Modena... e gli ultimi chilometri, poi... tutte quelle curve...
– Due ore? Per dove è passata? – Chiede ironico Damster.
– Vabbè, non sono abituata a girare per queste strade....
– Ok, ok, non volevo prenderla in giro... – risponde sorridendo Damster, passando dagli occhi azzurri al seno raccolto e offerto in un piacevole décolleté sotto una maglietta blu molto aderente.
Sveva si aggiusta il lembo della maglietta, giusto per riportare gli occhi di Damster sui propri.
– Matilda mi ha dato le indicazioni per trovarti.
È passata dal lei al tu. Matilda era un argomento sufficiente per accorciare le distanze.
– Bene, Matilda hai detto, come sta piuttosto?
– Bene, bene, in gran forma. Mi ha detto di chiederti, a proposito, quando ti degnerai di andarla a trovare....
Improvvisamente il tono fra i due è diventato più intimo, come se la comune conoscenza avesse tolto di mezzo tutta la ritualità necessaria affinché due persone inizino a conoscersi.
– Matilda sta bene, mi fa piacere... tornerò a trovarla non appena scendo in città. In ogni caso ci sentiamo spesso.
– Sì, me lo ha detto. Con il vostro sito, con il vostro gruppo su facebook...
– Esattamente, anche se con il sito c'entro poco. Comunque a cosa devo la tua visita? – Lo sguardo di Damster cade di nuovo sulla scollatura di Sveva. Questa volta volta se ne rende conto e coglie l'occasione di spostare lo sguardo salutando il livornese già pronto per l'aperitivo.
– Non c'è... – inizia Sveva – un posto più... tranquillo?
Damster, si guarda attorno, il livornese è entrato al bar e sulla terrazza non c'è nessuno.
– Più tranquillo? – Chiede.
– Sì, capisco. Siamo soli... ma non mi sento a mio agio... qui.
– Ok, non c'è problema. Da queste parti l'unica cosa che non manca è la tranquillità.
Damster invita Sveva a seguirlo.
– Vieni con me, ti porto nel posto più tranquillo del mondo.
Si incamminano verso la Capanna poi deviano verso un sentiero che li porta sotto allo sperone di roccia, in un piccolo spazio pianeggiante dove si vede il mondo. Quello di Damster.
Due massi delimitano questo spiazzo, sotto, il burrone. Invita Sveva a sedersi su un masso, Damster si appoggia con la schiena a quello vicino.
– Volevi la tranquillità? Eccotela, servita su un piatto d'argento.
– Ma è... sicuro? Non è che che cado sotto con il masso e tutto il resto? – Sorride Sveva.
– Tranquilla, sei seduta su un masso fermo lì da qualche secolo. Dimmi allora, a cosa devo la tua visita. Deve essere qualcosa di importante se ti sei presa la briga di venirmi a trovare quassù.
Damster stavolta è ipnotizzato dalle gambe, che, sotto una corta gonna di jeans, cercano di trovare una posizione per stabilizzare il corpo della donna. Una piccola cavigliera con alcune pietre azzurre risalta sulla pelle ambrata di fine estate.
– Sì, è qualcosa d'importante. Per questo ho preferito venire qui. Potevo parlartene anche per telefono ma è una storia troppo complicata e sono sicura che non ci saremmo intesi.
– Dici?
– E poi preferisco guardare in faccia le persone.
– Ah, ok. In genere anche io. Poi se le persone sono molto carine come te, tanto di meglio...
Damster si morde il labbro. Come al solito non riesce a stare zitto. Si tratta pur di una probabile cliente, non necessariamente deve farle la corte.
Sveva si agita un pochetto, abbassa lo sguardo, si liscia la gonna con una mano.
– Ti ringrazio ma il motivo della visita è un altro.
Damster incassa e riprende quel tono di minima professionalità che a fatica riesce a mantenere.
– Raccontami...
Sveva trattiene un respiro guardando negli occhi Damster. Libera l'aria e inizia a raccontare.
– Dunque si tratta di questo. – Sospira. – Barbara è la mia migliore amica. È sposata da dieci anni con Marco. Senza figli. Apparentemente una coppia felice.
Damster sta per intervenire ma preferisce percorrere con lo sguardo le linee del corpo di Sveva.
– Apparentemente però... – continua Sveva mettendosi a posto una ciocca di capelli castano chiari che la brezza le ha portato sugli occhi. – Sta di fatto che Barbara sia convinta che il marito abbia una, come dire, una tresca. Insomma una storia. E questo la sta facendo andare fuori di testa.
Damster segue il piede irrequieto, dondolante, di Sveva. La cavigliera le sta proprio bene.
– Barbara non ha dei motivi tangibili per pensarlo ma lo sente. Come spiegarti. Quando c'è qualcosa che non va... l'irrequietezza ti prende. Poi ti fai delle domande e vengono i dubbi... Ehi! – si blocca Sveva – mi stai ascoltando?
– Certo, certo – risponde Damster guardandola negli occhi ma continuando a pensare alle pietre azzurre ciondolanti.
– Beh, guardami in faccia quando parlo!
– Continua pure... – risponde l'uomo – scusa ma quando guardo una persona che parla non riesco a concentrarmi bene sulle parole. – La prima risposta venuta in mente a Damster, la più stupida ovviamente.
– Siamo messi bene... – conclude Sveva. E riprende:
– Vabbè, allora guardati pure quello che vuoi ma stammi ad ascoltare.
Damster fa il segno di ok con le dita e si lascia prendere dal movimento nervoso della mani di Sveva. Piccole, snelle... decisamente belle mani.
– Ti dicevo di Barbara e di quello che sta passando. Ora il problema è abbastanza semplice, vorrebbe la verità. Vorrebbe sapere cosa sta succedendo. Vorrebbe sapere come comportarsi...
– Posso chiederti una cosa? – Interviene Damster senza togliere lo sguardo dalle mani.
– Certo...
– Ma perché vieni a chiedermi tu di intervenire? E non Barbara ad esempio. Che mi sembrerebbe la cosa più normale, più logica...
– Sì, sarebbe più logica ma lei non lo farebbe mai. – Sveva si porta le mani dietro il corpo per il disappunto di Damster.
– Perché? – chiede l'uomo.
– Perché è fatta così, cosa vuoi che ti dica. Si tiene tutto dentro e questo la sta facendo sbarellare. Non vuole affrontare la situazione direttamente, è sempre pronta a giustificare e giustificarsi ma così non risolve nulla. Ha perso dieci chili in tre mesi e può solo peggiorare...
– E così ti ha chiesto aiuto...
– E così mi sono offerta di aiutarla, lei non me lo chiederebbe mai direttamente.
– Ma perché io? – Chiede Damster. – Voglio dire, ci sono decine di agenzie investigative che non fanno altro.
– Conosco Matilda, e lei conosce te...
– Ok, capito. Sono l'investigatore specializzato in corna...
Sveva sorride, riporta le mani davanti al corpo e si porta un dito alla bocca, come a togliersi una pellicina. Per nascondere il sorriso e l'imbarazzo. Damster guarda l'altra mano appoggiata alla gonna. Sì, vero. Se la immagina proprio stretta al proprio cazzo.
– Matilda dice che sei molto bravo in questi affari...
– Diciamo che ho dovuto far di necessità virtù. Non posso permettermi di scegliere i clienti come vorrei. E i clienti che mi arrivano hanno tutte storie simili. Donne che tradiscono uomini, uomini che tradiscono donne e tutti che tradiscono tutti...
Damster guarda verso il crinale che comincia ad assumere un colore sempre più rossastro.
– Raccontami di più di Barbara e il marito. Dimmi tutto quello che dovrei sapere. – Conclude Damster voltandosi di nuovo verso Sveva lisciandosi i lunghi capelli arruffati dal vento.
 
– Qui ho scopato per la prima volta. – Damster lo dice indicando a Sveva una piccola area sotto la rupe, lungo il sentiero che li riporta al paese.
– Romantico... – sorride Sveva.
– Diciamo che era la prima volta che avrei voluto scopare...
– Pure bugiardo sei... – questa volta Sveva ride di gusto, dando una pacca sulla spalla di Damster.
– Bugiardo e inaffidabile. – Puntualizza Damster.
– Ho scelto proprio bene... – e ridono assieme.
– Se ti accontenti di quel che passa il convento ti invito a pranzo... – propone Damster.
– Volentieri... mi devo fidare?
– Mai...
Damster le allunga il braccio sulle spalle e insieme raggiungono la Capanna.
 
– Spiegami bene questa cosa degli annunci... cioè... Marco ha un profilo su Annunci69... Scambio coppie, singoli inascariti, bisex, trisex, voyeur, feticisti, master, slave e compagnia varia. Che sta cercando? Vorrà prendersi una vacanza dalla solita routine matrimoniale...
Damster si porta il bicchiere alla bocca e controlla che nella bottiglia ci sia altro vino. Consolato dalla sua presenza continua:
– Se ho ben capito Barbara è andata a sbirciare nel pc di Marco e trova nella cronologia questo sito. Il pirla ha pure dimenticato di disconnettersi per cui è riuscita ad entrare nel profilo come fosse al suo posto. E qui trova di tutto.
Sveva annuisce. Rifiuta il tentativo di Damster di versare altro vino nel proprio bicchiere.
– Basta, basta, altrimenti mi tocca passare qui la notte...
– Credi che mi dispiacerebbe? – Dice Damster con un sorrisino che è tutto un programma
– Lo so che non ti dispiacerebbe affatto. Matilda mi ha parlato molto di te. – E sorride abbassando lo sguardo come per far intendere che sa molte cose, anche quelle che non avrebbe dovuto.
– E che ti ha raccontato Matilda?
Sveva sorride ancora e alza gli occhi verso Damster.
– Che sei... diciamo... molto pericoloso.
– Pericoloso? Mai ucciso nessuna.
– Dai che hai capito...
– No, che non ho capito. Spiegami meglio.
 
Damster in queste occasioni dà il peggio si sé. Mezzo annebbiato dall'alcool, è convinto di avere questo ascendente nei confronti del genere femminile e si comporta come fosse per davvero la realtà. Gioca a fare il seduttore da manuale e quasi sempre realizza magre figure. Ma forse è proprio per questo che scatena un mix di emozioni positive nei cuori femminili. E a volte raggiunge dei risultati inaspettati e imprevedibili che non fanno altro che, erroneamente, convincerlo che le sue tattiche sono valide.
Sveva è affascinata da questo personaggio. Damster è un bell'uomo nel complesso. L'importante è non fare troppo caso alla sua trascuratezza, al modo in cui vive, al modo in cui parla, al... insomma è inutile allungare la lista.
 
– La cosa particolare – riprende il discorso Sveva – è che Marco è iscritto come... come gay.
– Gay? – Damster beve un altro sorso di vino. – Beh che c'è di male? Non ho questo tipo di problemi...
– Mettiti al posto di Barbara, cazzo! Non solo probabilmente la sta tradendo, ma pure con uno... o più uomini!
– Diciamo che la sta tradendo. Poco importa con chi.
– Eppure importa sì, come fai a non capire?
– Cosa c'è da capire? Che Marco ha scoperto che gli piacciono i bigoli?
– Sei una delicatezza che mi sorprende... – Sveva si alza di scatto e volge le spalle a Damster seduto sulla sdraio sotto al gazebo allestito alla bellemeglio di fronte alla Capanna.
– Vuoi un caffè? – Chiede Damster.
– Capisci cosa vuol dire esser tradita? Con un uomo? – Sveva sbotta rivoltandosi verso Damster. – Capisci quanto sia difficile farsene una ragione? Lottare con un'altra donna è doloroso ma è comunque sempre una donna come sei tu. Può esser più bella, più giovane, più... porca! Ma è sempre una donna. Puoi combatterci contro. Capisci? Con un uomo no, cazzo!
Damster si alza faticosamente dalla sdraio.
– Ci vuole una grappa...
Sveva lo guarda incredula. Sembra che abbiano parlato del tempo e delle stagioni che non sono più quelle di una volta. Lo segue con lo sguardo chiedendosi se sia mai possibile che possano esistere personaggi simili. Poi esclama:
– Porta una grappa anche a me!
Damster si ferma all'ingresso, si gira lentamente, e sfodera il più bel sorriso del repertorio.
– Porto la bottiglia, baby!
Sveva solleva gli occhi al cielo.
– Ussignur... – mormora tra sé.
 
La bottiglia di grappa sta finendo. Sveva ha bevuto un solo bicchiere. Piccolo.
– Quindi io, secondo la tua idea, dovrei iscrivermi al sito, farmi un profilo e vedere di beccare Marco per portarmelo a letto. – La vista e soprattutto i pensieri di Damster sono sempre più annebbiati.
– Più o meno, sì.
– Cioè, fammi capire... devo fare il busone e vedere se abbocca?
– Dai non parlare così...
– Ok, ok scusa... però il senso è questo.
– Sì.
– E una volta che mettiamo... ci sia l'occasione per... consumare. Come mi debbo comportare?
– Boh, mica ci ho pensato...
– Si dà il caso che io ci pensi, invece. E l'entusiasmo come vedi non è propriamente alle stelle.
– Ma non devi consumare dai... – e Sveva non riesce a trattenersi dal ridere.
– Che ti ridi? – Damster è parecchio infastidito.
– Mi sto immaginando... ti ci vedo sai? – E continua con la risata. – Dai che mi fai stare male... Non è importante consumare, dobbiamo solo capire fino a che punto Marco è coinvolto da queste storie. Se è un interesse così, nato per caso, oppure è una sua abitudine, che so, un suo modo di vivere.
– Mettiamo di arrivare a delle conclusioni. Barbara cosa ci guadagna?
– La tranquillità. Almeno credo. – Risponde dubbiosa Sveva.
– Sarà... – Damster si versa l'ultimo goccio di grappa. – Non ne sono troppo convinto. – Conclude guardando la mano di Sveva che si porta alla bocca una sigaretta. Le labbra che si aprono, la sigaretta appoggiata, la brace che si accende. Gli occhi della donna sono fissi dentro ai suoi. Damster sta vedendosi attraverso lo sguardo della donna: un uomo di mezza età, sfatto, con gli occhi arrossati e lucidi dal troppo alcool bevuto. La barba di venti giorni, i capelli lunghi e arruffati. Un fisico che a fatica si tiene assieme...
Eppure sorride. Eppure Sveva gli sorride.
 
– Vuoi una risposta oggi?
– Non mi dispiacerebbe... – risponde Sveva.
Sono appoggiati alla C3 della donna. Il sole si è nascosto dietro il bosco ma il cielo è ancora limpido e luminoso.
– Ci devo pensare, è un tipo di lavoro nuovo per me.
– Non troppo diverso da quello che fai abitualmente.
– Sì, forse hai ragione... non è troppo diverso. Devo capire bene come muovermi.
– Se hai bisogno sai dove trovarmi. – Damster ha l'impressione che la risposta di Sveva sia sottolineata da un bagliore nei suoi occhi. Ma forse è solo un suo desiderio.
– Ti so dire non appena decido – continua Damster avvicinandosi alla bocca di Sveva che, prontamente, si sposta offrendogli la guancia. – Se ne ho voglia! – conclude indispettito.
– Sono convinta che tu abbia già deciso per il sì. – Rimarca Sveva sorridendo.
– Non farla troppo facile, sono un tipo che si fa desiderare... – si fa valere Damster.
– Come no... – E appoggia le labbra su quelle di Damster. Poi si siede in auto e chiude la portiera abbassando il finestrino.
– Allora aspetto tue nuove, cerca di deciderti entro l'anno, mi raccomando. – Dice Sveva ingranando la marcia e avviandosi verso l'uscita del paese.
Damster è immobile, guarda l'auto scendere per i tornanti, si lecca le labbra per sentire il sapore della donna, immagina le mani di Sveva attorno al suo cazzo, immagina la propria lingua partire dalla cavigliera per salire fin su.
 
– Ueh bischero! Vieni che ti offro l'aperitivo!
Il livornese lo sta chiamando dalla terrazza del bar.
Perché no, si chiede Damster. In fondo è quasi ora di cena.

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