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Leonarda Morsi
La colpa sulla pelle

La colpa sulla pelle
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Primo capitolo

I
Il negozio è pieno ad entrambi i piani, sono sette ore che non mi siedo e avrei un unico desiderio: che fossero già le otto per potermi sfilare scarpe e vestiti e sdraiarmi sul divano di casa a leggere un libro.
Ho passato la mattina e le prime ore del pomeriggio a servire le clienti, consigliare modelli di accessori,  assistere alle prove di costosi abiti, aiutare le mie venditrici e supervisionare tutte le attività del negozio. Ora finalmente, con la scusa di un rapido controllo della cassa mi sono isolata dietro al separé, tra la zona vendita e il retro, e chiudo un attimo gli occhi appoggiandomi ad uno sgabello. Per sedersi non c’è tempo, ma un appoggio non me lo riesco a negare. Immagino di essere lì nella mia sala e di alzarmi dal divano solo per mettere sul giradischi un vinile e lasciare che il suo suono analogico, caldo e pieno si diffonda nell’ambiente.
«Barbara, scusa, puoi venire? Il corriere dice che c’è un pacco personale per te! Che faccio firmo io? Lo posso prendere?» urla Daniela dall’altra parte della Boutique sovrastando le voci di clienti e colleghe.
Vorrei ignorarla, vorrei pregarla di arrangiarsi, oppure vorrei andare lì per dirle in un orecchio seccata che se non la pianta di urlare in boutique la uccido; invece mi affaccio dal separé e  la mia attenzione viene attratta dal grande pacco bianco con fiocco rosso che il corriere tiene in mano saltellando da un piede all’altro, pronto a far firmare qualcuno per scappare via con il suo carrellino. Mi avvicino e sto per chiedere spiegazioni ma il ragazzo mi anticipa.
«Signora, è per lei vede? C’è scritto personale, per Barbara Rossi» e mi incoraggia a mettere la firma sul display del suo computer. Odio la penna digitale e così faccio una specie di scarabocchio, che però soddisfa il ragazzino della TNT, che mi sfodera un sorriso compiaciuto. Riprende il pacco e lo appoggia sul bancone. Mentre lo guardo incamminarsi verso la porta sollevo perplessa la scatola e la appoggio nel retro del negozio: è abbastanza leggero e dentro qualcosa si muove. Cosa sarà? Adesso lo apro e mi tolgo il dubbio, ma una vocina acuta mi blocca.
«Barbara c’è da far cassa! Vieni, per favore?» sussurra Marina affacciandosi nel retro con i suoi denti bianchi, perfetti, incorniciati dal rossetto rosso che questa stagione fa parte della “divisa”. E io, come sempre, lascio tutto e corro.

Nelle ultime tre ore e mezza ho fatto talmente tante cose contemporaneamente che il mio cervello non è stato in grado di coltivare alcun pensiero che non riguardasse l’attività contingente, ma ora sono sola. Adoro il negozio dopo la chiusura, senza musica in filodiffusione, silenzioso e  in penombra. I conti se Dio vuole li ho fatti e finalmente mi siedo. Il retro ha davvero troppi specchi, mi guardo e con un solo colpo d’occhio posso vedere il mio riflesso di fronte, di profilo e perfino la coda di cavallo. Ho gli occhi rossi e lucidi di stanchezza e il trucco se n’è inesorabilmente andato lasciando visibili le rughe di espressione a lato degli occhi. Io poi non amo il rossetto, odio il rossetto rosso e davvero detesto il rossetto rosso a fine giornata di lavoro quando, grazie a quel mezzo tramezzino ingurgitato in piedi, ai numerosi caffè e alle chiacchiere, si concentra ai bordi della bocca come quello delle  giostraie del Luna Park. Nello specchio lo sguardo corre veloce dai resti sulle mie labbra al rosso del fiocco del grande pacco appoggiato a terra. Tra stanchezza e lavoro avevo dimenticato; cosa sarà? Chi lo manda? Per una volta Marito avrà fatto un gesto istintivo? Non programmato? Un regalo?
Lo apro piano: c’è una busta nera aperta, un cofanetto da gioiello, una velina che avvolge qualcosa e una scatola da scarpe. Mentre accendo una piantana per illuminare il contenuto vedo un monogramma che conosco molto bene… troppo bene… qualcuno mi ha regalato cose acquistate nel negozio che dirigo! Il cuore inizia a battermi forte. Mi fermo un attimo e decido di iniziare proprio dalla velina: la scarto piano e mi si apre tra le mani una tuta bianca, intera, di seta a manica lunga, con splendidi bottoncini di madreperla che conosco bene. Una quarantadue, la mia taglia! Mi tremano le mani, non so se è l’emozione, la sorpresa o una sorta di lieve timore che mi sembra mi si vaporizzi nelle vene. Apro il coperchio della scatola e trovo un paio di Manolo decolleté nere con tacco otto centimetri a spillo. Manco a dirlo sono un trentotto e mezzo, ancora la mia misura. Un’immagine mi si affaccia alla mente mentre vedo nello specchio che per lo stupore non posso fare a meno di socchiudere le labbra: ieri, o forse l’altro ieri Marina serviva un cliente e mi ha chiesto più volte consiglio sulle taglie delle tute di Miu Miu pregandomi anche di provare proprio queste scarpe, perché il cliente voleva vederle indossate da una donna dalla fisionomia simile alla destinataria. Marina, perfetta come sempre, era andata a cercare il mio numero per farmele calzare comodamente!
Sento un brivido lungo la schiena mentre mi rivedo che porgo la ricevuta della carta di credito da firmare a questo uomo distinto, leggermente brizzolato in jeans e camicia bianca coi gemelli. Non sono sicura di ricordare i lineamenti, ma riconoscerei ovunque quegli occhi verdi, grandi e quasi inquietanti che mi fissavano.
 Il biglietto che estraggo dalla busta è anch’esso nero e scritto con un pennarello grigio chiaro:
Gent.ma Direttrice,
anzi, gentilissima Barbara, questi abiti vogliono essere un omaggio alla sua bellezza e alla sua femminilità. Non hanno sottintesi di alcun genere.
Vorrei però osare ad invitarla a cena al Ristorante I Garganelli domani sera alle ore 20,00.
Se dovesse accettare la pregherei di indossarli per me.
Del contenuto del cofanetto le renderò conto solo domani, qualora venisse.
Con ammirazione
Alberto Bergamini

Non riesco a costruire un pensiero degno di questo nome e inizio a cercare il portagioielli che era scivolato sul fondo della scatola; finalmente lo trovo sotto la velina aperta: è di pelle nera ed è chiuso a scatto con una linguetta dorata. Lo apro trattenendo il fiato e, mentre un freddo innaturale inizia a corrermi nelle vene, vedo un collare di pelle nera, ornato di piccole borchie con pietre rosse, che termina con una chiusura ad ardiglione dorata. Lo tengo tra le due mani, ma per osservarlo bene, senza tremare, mi devo appoggiare al tavolino. Non posso distogliere lo sguardo.
All’improvviso il negozio in penombra mi fa paura, quello che fino a poco tempo fa era un ambiente familiare e rassicurante adesso mi sembra ostile. Devo avvisare la polizia? Devo assolutamente raccontarlo a mio marito, subito. Quest’uomo è pazzo! È pericoloso!
L’orologio segna le venti e trenta, ma io non ho registrato il passare di questa mezz’ora.
Respiro troppo in fretta, devo calmarmi un attimo e riflettere: Bergamini Alberto, ho già sentito questo nome, forse semplicemente perché avendo pagato con carta di credito ha mostrato il documento. Un attimo, mi pare di ricordare che pagando abbia lasciato un biglietto da visita. Apro il cassetto del tavolino e prendo il quaderno dove ogni sera ripongo i biglietti dei clienti  sui cui retro appunto la data dell’acquisto e il valore.
Il raccoglitore si apre nella penultima pagina piena e subito mi salta all’occhio il suo nome: Professor Alberto Bergamini, Primario di neurologia al policlinico Villa Rosa.
 Giro la pagina per leggere attraverso la plastica sul retro e trovo la mia calligrafia 10 maggio - 2500E – pagato VISA. Adesso so perché mi suonava familiare: è un famosissimo chirurgo. Mi chiedo se la notizia mi debba spaventare di più o rassicurare.
Il cellulare mi vibra in tasca, è un messaggio. Meccanicamente mi alzo, prendo il telefonino dalla tasca dietro dei pantaloni della divisa e leggo: è un sms di Marito “Barbara, amore, sei ancora in neg? Io esco ora! Se sei lì passo a prenderti!”

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