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Primo capitolo


La luce giallastra di un vecchio neon tondo illuminava quella sala, una piccola sala dalle pareti bianco sporco. Uno di quei depositi situati sotto un palazzo.
Cazzo, ci stavano ancora i segni delle pedane su quel pavimento grigiastro. Chissà, magari prima ci tenevano cose come casse di frutta, casse di pasta o casse piene di giocattoli e altre cazzate cinesi. O magari quel posto era stato usato come deposito di coca e hashish dalla mala nigeriana, oppure quella russa.
Era arrivato il nostro turno, invece. Il turno di tutti noi. Il turno di dodici bravi apostoli che se ne stavano ad ascoltare le cazzate del nuovo Cristo di turno.
Cazzo, ci stava un tanfo di sudore misto a quello di segatura lì sotto, e nessuna finestra che facesse andare via quella dannata puzza.
Ti entrava  fin dentro alle narici, stordendoti. Quella stanza ne era satura, ed eravamo noi ad emanare quel tanfo. Tutti noi, lì seduti in cerchio ad ascoltare quello stronzo.
«Stasera, prima di salutarci, vorrei che qualcuno di voi condividesse con il resto del gruppo i progressi fatti» disse Cristo. Un uomo come tanti. Un uomo né alto né basso, né magro né grasso, né calvo né con una folta chioma tipo Johnny Deep o Macho Man Randy Savage.
Sembrava uno di quegli assicuratori d’auto andati in pensione anticipatamente, e che passava il suo tempo a curare il giardino della sua casa presa con il mutuo, lavare la sua auto, fare modellini di velieri o giocare a scacchi con qualche altro cazzone del suo stampo.
Stavolta però toccava a noi. Stavolta eravamo noi il suo hobby per non suicidarsi dopo essere andato in pensione.
Noi, dodici rammolliti lì per un solo scopo. Dodici inutili teste di cazzo lì solo per disintossicarsi dall’alcool.
Beh, anche Cristo aveva detto d’essere stato uno di noi.
Si sa, in fondo è sempre la tattica di far credere al mondo di essere stato come ogni banchiere, avvocato, disoccupato, drogato o macellaio. E lui era come noi! Cristo in passato se l’era  vista brutta andando quasi in depressione dopo aver beccato sua moglie con un collega di lavoro, a scopare proprio nel loro bel letto matrimoniale.
Aveva divorziato e preso a bere. Bicchiere dopo bicchiere. Bottiglia di whisky dopo bottiglia di whisky. Al punto di rischiare di perdere anche il suo bel lavoro.
Ma ce l’aveva fatta! Sì, Cristo era uno in gamba, ed era pronto ad aiutare anche noi.
«Allora, Rino, che ne diresti di parlare tu?» fece Cristo verso uno di nome Rino. Un grassone alto un metro e novanta, lì seduto accanto a me.
Rino si guardò attorno. Tutti guardarono Rino, e anch’io feci finta di guardare Rino, ma la sua enorme e tonda faccia piena di barba riccia e nera mi nauseava.
Così abbassai lo sguardo. Rino si alzò in piedi. Si alzò in piedi come per tenere un discorso davanti alle nazioni unite. E le nazioni unite fissavano con aria compiaciuta il loro nuovo Obama. Quel presidente dalla aria rincoglionita e con addosso un vecchio blu jeans e una di quelle camice di lana a quadri rossi e neri, coperta a malapena da un vecchio giubbotto di pelle marrone.
«Ehm, ciao. Molti di voi già mi conoscono. Per chi non mi conosce, sono Rino. E sono un alcolista» fece Rino.
Cristo sorrise.
«Ciao Rino» dissero in coro e con fare annoiato il resto degli apostoli, compreso me.
Poi mi scoppiò una sorta di risatina, ma riuscì a camuffare la cosa fingendo un colpo di tosse.
Rino si voltò di qualche centimetro verso di me.
«Non fare lo stronzo» bisbigliò.
Io tossii ancora. O meglio, feci ancora finta di tossire, per coprire la mia risata.
Rino tornò a guardare la folla. Il pubblico attendeva il suo show.
«Avanti, Rino» fece Cristo.
«Ehm, beh… ieri ci sono andato molto vicino» disse Rino, guardando quella folla di scemi che lo fissavano sorridendo. «Ero a casa senza niente da fare. Giornata di riposo in fabbrica, il momento più duro della settimana! Il momento in cui ti trovi da solo con i tuoi demoni. Così mi ero prefissato di fare tante cose. Di chiamare qualche vecchio amico, di andare in giro. Invece niente! Me ne sono stato a casa tutto il giorno. In pigiama, a guardare la televisione. Trasmettevano un film con Gary Oldman e Sean Penn, un film in cui quei due facevano la parte di due vecchi amici irlandesi. E quei due bevevano, bevevano, bevevano e fumavano in ogni dannato bar. Così ho avuto voglia! Sì, mi son detto, ora esco, esco e m’infilo nel primo bar che trovo. E l’avrei fatto! O cielo se l’avrei fatto.»
«E poi cos’è successo?» chiese Cristo con il suo fare gentile. Con quel suo fare da primo della classe.
Rino abbassò la testa lentamente. Fissò i suoi enormi piedi ficcati in degli scarponi marroni, e quasi si mise a piangere.
«Poi… poi, poi ho pensato a quanto avrei deluso tutti. A come non avrei potuto più guardare nessuno di voi negli occhi. E così ho resistito! Sì, ho spento la televisione, mi sono lavato e vestito e sono uscito.
Sono andato in giro per Napoli. In giro per le strade del centro, cercando di evitare qualsiasi bar della zona. E ci sono riuscito!»
A quelle parole ci fu un attimo di silenzio. Alcuni guardavano Rino sorridendogli. Alcuni lo guardavano con aria triste, come a voler piangere. Altri non lo guardavano affatto.
Io era tra quelli che non lo guardavano. Me ne stavo lì seduto a guardare il mio orologio che segnava le sette e mezza di pomeriggio, mentre il buon Cristo continuava a fissare con aria compiaciuta il caro Rino.
«Grazie, Rino» fece Cristo. Rino tornò a sedersi, Cristo si alzò in piedi in tutta la sua gloria.
«Allora» riprese a dire. «Voglio che per domani scriviate cinque nomi di persone o di cose capaci di farvi venire in mente l’alcool e cinque nomi che invece vi fanno venire voglia di non bere.»
Tutti annuimmo. Tutti eravamo servi di Cristo. Tutti avevamo voglia di salvare noi stessi e il mondo intero, lì in quell’umido scantinato illuminato solo da quelle orrende luci giallastre.
Poi qualche saluto, qualche chiacchiera, qualche consiglio dato dal nostro buon maestro.
Lentamente uscimmo tutti, salendo delle vecchie scale di marmo grigio, marmo probabilmente una volta bianco.
Rino venne dietro di me. Lo conoscevo già da tempo Rino. Era stato lui ad aiutarmi a trovare lavoro come operaio in una fabbrica siderurgica.
Tredici mesi a piallare pezzi di metallo o pressare lamiere che sarebbero diventate cose come un tostapane, un fornetto a microonde o vassoio da caffè. Tredici mesi a fare cose che avrebbero reso felici molte persone.
Purtroppo venni licenziato a causa del mio vizio di bere.
Quando ci si ubriaca tutte le notti, e spesso fino alle cinque o sei del mattino, difficilmente si riesce ad alzarsi per andare a lavoro. Ma per fortuna era stato lì più di un anno. Dunque avevo diritto alla mia disoccupazione.
Già, otto mesi di paga ridotta data dallo stato. Ed avevo ancora tre mesi di tempo prima di dovermi dare da fare a trovare un lavoro, così da non finire sotto i ponti o con il tubo del gas ficcato in bocca.
Rino invece sembrava resistere in quel cazzo di lavoro. Come facesse, non lo sapevo mica, pensai, mettendomi con lui per strada, e lasciando ancora una volta i nostri amici apostoli.
Mi ficcai una Marlboro in bocca e l’accesi. Abbottonai la zippo del mio giubbotto di pelle nera e sistemai il cappello di lana sulla mia grossa testaccia rasata.
Rino si accese anche lui una sigaretta, dandomi un occhiata mentre camminavamo per strada. In un vicolo a due passi da Piazza Garibaldi; la stazione centrale di Napoli.
«Tutta quella cazzo di birra ti ha fatto mettere su pancia» mi disse.
Io scossi le spalle. Sì, aveva ragione! Non era alto più di uno e settantacinque e avevo le spalle piccole, ma l’alcool mi aveva fatto crescere una pancia come una donna incinta al terzo mese.
Cazzo, ero la prima donna con i peli in petto e una schifosa barbaccia sulla faccia.
Chissà, magari ce ne stavano anche altre, ma per mia fortuna non ne avevo mai conosciute.
Non chiesi a Rino se ne avesse conosciute o meno di donne barbute, mentre uscimmo dal quel vicolo semibuio, ficcandoci in un vicolo più grande. Un vicolo proprio alle spalle di quella grossa piazza che ospita la stazione di Napoli. Quella piazza piena di puttane che la davano via per una ventina di pezzi, marocchini e tunisini pronti a uccidere chiunque, rumeni che si ubriacavano con vodka da discount, e barboni che dormivano sotto i portici dei costosi palazzi pieni di brava gente.
Noi invece eravamo nella zona dei pezzenti. In quel vicolo dove in antichi palazzi prossimi al crollo vivevano anche dieci persone in un solo appartamento. Antichi palazzi illuminati a stento da quei pochi lampioni sotto i quali ci muovevamo come blatte, passando davanti a cassonetti della mondezza o grasse nigeriane che la davano via per soli dieci pezzi.
Una cercò anche di abbordarci… come sempre!
«Tu fare amore bello? Io bocca fica dieci euro» disse la cicciona verso me e Rino.
Io sputai per terra, Rino continuava a parlarmi di un tipo di nome Nicola, e di come questo Nicola una volta fosse riuscito a farsi tre troiette diciassettenni in una sola volta.
La negra ci mandò a cagare e continuò ad urlare fino a che non sparimmo in un altro vicolo. Un vicolo più buio di quello.
Camminammo fino ad arrivare al mio palazzo. A un decrepito palazzo di sei piani.
«Certo che ne hai dette di stronzate stasera lì all’incontro. La cosa sul film con quei due poi meriterebbe l’oscar per la stronzata del secolo» feci verso Rino.
«Bah, quello mi sta veramente cominciando a stare sul cazzo. Lui e tutte le sue stronzate zen. Cristo! Siamo alcolizzati, mica intellettuali o roba del genere. Cioè, non è che voglio trovare il Nirvana. Quello invece che fa? Ci fa parlare come froci e ci da persino i compiti da fare a casa.»
«Hai già in mente cosa scrivere?»
Rino scosse le spalle e si accese un’altra Camel.
«Va beh. Io salgo, che più tardi devo chiamare Anna. Vuoi salire per un paio di birre?»
«Cazzo, un paio di birre, come no! Come se non ti conoscessi. Se vengo su da te, soprattutto dopo le stronzate che mi ha fatto dire quel finocchio, come minimo ci spariamo dieci latte a testa.»
«E cosa ci sarebbe di male?»
«Uhm, te la fai facile. La tua donna non vive qui a Napoli. Invece Mirella domani ha il mio stesso turno in fabbrica. Cazzo! Quella è una maestra ad accorgersi quando ho un dopo sbornia.»
Io sorrisi. Sì, quelle donne ci tenevano per le palle! Ma a quasi quarant’anni, e ridotti come due barboni, potevamo dirci fortunati ad avere una chiavata assicurata.
«Okay, ci si vede domani al corso allora» ripresi, aprendo il vecchio portone del mio palazzo.
«A domani» rispose Rino, alzando la sua enorme mano e voltandosi, prendendo a sparire aldilà del vicolo.
Io entrai nel mio palazzo. Entrai in quel grosso palazzo di sei piani. Quel palazzo di pietra grigia. Quel palazzo in rovina. Quel palazzo senza neanche un portone.
Avanzai in un androne semibuio. Un androne illuminato a stento dalla luce di un vecchio neon.
Un gruppo di mosche, moscerini e falene danzavano attorno a quel neon tondo e polveroso ficcato in cima a quell’arco dove un tempo ci stava un portone.
Non erano diversi da ogni altro essere umano.
La cosa mi fece sorridere. Mi fece sorridere amaramente, mentre abbassando la testa ripresi la strada verso casa. Ripresi a camminare lì in quell’androne di pietre di tufo. In quell’androne umido, dove non ci stavano nomi attaccati sulle cassette della posta. In quel palazzo dove nessuno avrebbe mai ricevuto una lettera, se non le bollette da pagare o un’ingiunzione di sfratto.
Decisi di ignorare eventuali bollette ficcate nella mia cassetta senza nome, o magari la lettera di un qualche padrone di casa incazzato.
Andai avanti in quel palazzo, fino a che non venni colpito da alcuni rumori. Da dei rumori familiari!
«Ti piace prenderlo, vero, vacca?» fece una voce rauca, da dietro una colonna di tufo.
E ancora gemiti. Dei gemiti volgari. Dei gemiti fasulli.
Io avanzai aguzzando lo sguardo, già pronto a tirarmi una sega davanti a quella chiavata.
Ma quello era l’inferno! E nell’inferno non potevano mai esserci buone notizie.


(Continua)

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