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Liviana Rose
Lenzuola rosse in un pomeriggio d'estate. Racconti erotici

Lenzuola rosse in un pomeriggio d'estate. Racconti erotici
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Primo capitolo

LEGATA

Posso sentire il rumore di un orologio tictac.
Una goccia che cade da un rubinetto ogni cinque secondi.
Il battito del mio cuore.
Il respiro no. Perchè inalo aria piano piano per riuscire a capire dov’è.
Non lo sento.
Mi ha sfilato il vestito da sera lasciandomi in autoreggenti e mutandine. Non ho indossato reggiseno con questo abito.
Sorridente, si è tolto la cravatta perfettamente intonata al completo scuro e mi ha bendata, lasciandomi qui ad annaspare in cerca del suo odore e delle sue mani.
Mi ha legato i polsi ai braccioli di questa poltroncina  con la sciarpa di seta e lo scialle che portavo.
 
 
Cerco di ricordare com’è la stanza.
Una scrivania di legno, scuro, al centro rivolta ad una porta-finestra.
Librerie illuminate da faretti tutt’intorno. Tante biografie storiche.
Il divano arancione in un angolo col tavolino da tè.
Si deve essere alzato il vento.
Percepisco sibilo attraverso i vetri e fruscio di tessuto pesante che ricade su se stesso.
Provengono dalla mia destra.
Alzo un piede ancora fasciato nella scarpa da gran sera con tacco, cinturino e swarosky, e cerco di toccare qualcosa. Sì a destra c’è la scrivania.
Di fronte a me in un cubicolo della libreria dovrebbe esserci il giradischi con l’impianto stereo.
Perchè mi ha lasciata qui nel silenzio?
Poteva almeno mettere un po’ di musica.
Qualcosa d’atmosfera. Debussy. Rachmaninoff. Stravinsky...
Dov’è?
“Dove sei?”
Ha sorriso. Eccolo. L’ho sentito.
Deve essere sul divano.
“Il gioco non doveva riguardare l’erotismo?” chiedo per farlo parlare. Ha una voce così sensuale.
Si è alzato e si sta avvicinando. Almeno credo.
È come una scena a rallentatore.
Il rumore dei passi sul parquet.
Un indumento che cade per terra, forse la giacca.
Il click clack di un orologio da polso in acciaio posato su una superficie poco lontana.
E questo rumore?
La porta-finestra. Sento la brezza sfiorarmi la pelle. I capezzoli rispondono all’istante.
Lo studio si affaccia direttamente sul mare.
È una notte in cui l’acqua si infrange fragorosa sulla spiaggia.
Questo suono però non lo riconosco. È qualcosa di vetro contro marmo.
E poi qualcosa di plastica contro marmo.
Un gatto ha miagolato lontano.
 
 
Mi ha sfiorato una coscia. È stato come ricevere una scossa.
Se mettesse in moto quel giradischi adesso, per come mi sento, vedrei meglio Wagner.
Mi sta sfilando le mutandine.
Alzo il bacino per agevolarlo e intanto lo respiro. Sa di mandorle amare e agrumi.
E della crème brulé allo zafferano che ci hanno servita per dolce.
È vicinissimo.
Lo vorrei toccare così tanto... Ma non posso. Sono legata.
Allora allungo un ginocchio e sento che ha ancora indosso i pantaloni.
Facendo forza sulle braccia mi raddrizzo un po’ e allungo il volto. Poso la guancia sulla sua camicia.
Mi fa una carezza e mi spinge di nuovo con la schiena contro la poltrona.
“Toccami” gli dico.
Sorride ancora.
“Toccami ti prego.”
Ho così voglia delle sue mani. Mi toglie le scarpe e poi mi sfila le calze.
Sento un unguento freddo sulla pelle e un intenso odore di talco.
Una punta di cocco anche.
Mi pizzica il naso.
Un bolero in questo istante, ora. Come il movimento delle sue mani che mi spandono l’unguento sui seni e poi sul ventre, attorno all’ombelico, sulle cosce, dietro le ginocchia, sui polpacci, lungo le caviglie...
Dio non poter allungare le braccia e pregarlo di baciarmi!
Deve essere inginocchiato davanti a me, ne sento il suo respiro sulla peluria chiara attorno all’ombelico.
Non mi sta toccando.
Mi pare di udire appena il fruscio di stoffa sfiorata.
Si sta togliendo la camicia.
Alzo un ginocchio profumato di talco e finalmente incontro la sua pelle e i suoi peli morbidi e sottili.
È a torso nudo, inginocchiato tra le mie gambe, e le sue mani stanno giocando col mio corpo, libere di farlo, incuriosite dalla nuova conoscenza, incoraggiate dall’oscurità in cui brancolo.
Aveva ragione. Se togliamo la vista al nostro cervello è costretto a far lavorare di più gli altri sensi. Non ricordavo di saper distinguere così tanti odori e rumori. Come il leggero aroma di caffè o il brusio delle mani sulla pelle. L’urlo del mio cuore che batte forsennato tra le mie gambe.
Adesso ci vorrebbero gli Earth, Wind and Fire o una cosa così.
Una musica allegra col ritornello che ti fa battere il piede sul pavimento anche se non te ne accorgi. Farsi prendere dalla musica e dagli odori, e dai rumori, lasciando che la mente immagini cose che non succederanno e farsi invadere dalla sorpresa dalla realtà.
 
 
La sua lingua mi sta esplorando. È la prima volta che mi assaggia. Sembra strano trovarmi in questa situazione con un uomo conosciuto appena questa sera: un’occhiata, un paio di scambi piuttosto accesi di opinioni, un brindisi con le mani che si sfiorano appena ed eccoci qui nello studio sella sua casa al mare, io legata e bendata, lui libero di tramutarmi nel suo giocattolo.
L’ha già fatto con altre lo so, ma mi piace immaginare di essere la donna più eccitante che abbia mai legata, quella più saporita, quella più sensuale e morbida. Quella che ha gli incastri giusti per il suo corpo, il seno che entra perfettamente nelle sue mani chiuse a coppa, le sue dita odorano di tabacco dolce ricordo di paesi arabi, le natiche rotonde da affondarci il volto col suo dopobarba acceso ma delicato, la fessura accogliente per il suo uccello liscio...
Ora capisco perchè hanno inventato la parola agognare: desiderare non era sufficiente.
Vorrei la sua lingua nella mia bocca, lo mangerei di baci.
Ma va bene anche la sua lingua che fruga tra le mie cosce come sta facendo. Non che in passato mi piacesse particolarmente farmi leccare perchè tanti uomini sanno più o meno dove agire ma poi un due... ed è finita.
Ma quest’uomo sa come muoversi e soprattutto dove. O forse sono io che sono più concentrata e sposto impercettibilmente il bacino per facilitargli il compito.
Che brutta la parola compito: non c’entra nulla con ciò che stiamo facendo, anzi che gli sto permettendo di fare. O forse che mi sta magnanimamente concedendo lui.
È come se fossi una delle poche elette degne di scoprire un piacere così intenso.
Mi piacerebbe mi facesse una foto per vedermi in questo momento. Mi sento bellissima. Intrigante. Misteriosa. Lo so che le luci sono spente, ma ogni tanto vedo un’ombra tremolare come se avesse acceso una lampada o una candela in lontananza. Dovrei provare anche un po’ di paura. Legata dalle mani di un perfetto sconosciuto. So solo come si chiama e che ha gli occhi verdi.
D’improvviso mi rialzo per cercargli le labbra, non è giusto che stia frugando nel mio scrigno segreto senza avermi dato nemmeno un bacio. Nella goffa oscurità che mi circonda sbatto contro la sua testa. Desisto. È la conferma che sono sua prigioniera. Una prigioniera molto fortunata e venerata devo dire.
Si è rialzato e il mio corpo sente subito freddo. Scende a massaggiarmi i piedi, è bello, è fantastico sì, ma io lo vorrei così tanto dentro. Lo attiro con le gambe verso di me, si rialza, sento il suo uccello che esce dai pantaloni che ha ancora indosso, si avvicina, è duro, mi sporgo in avanti col bacino, cazzo queste mani legate, basterebbe una leggera spinta, dai, gli dico, o forse lo penso soltanto, si capisce no che ho voglia di lui? Sto colando sulla poltroncina...
Lo voglio, lo voglio, lo voglio, e pensare che a prima vista non mi era piaciuto, troppo perfetto nel suo abito, troppo omologato, troppo uguale agli altri.
Ma la sua lingua è diversa, è curiosa, è gentile, la fa schioccare sul mio clitoride, dentro di me, mi lecca, mi divora, mi succhia.
Il profumo del temporale, ospite inatteso, entra di soppiatto dalla finestra e mi stringe mentre silenziosamente canto: “I want to know, have you ever seen the rain? Comin’ down on a sunny day?”
 
 
Ho gli occhi chiusi ma vedo mille girandole di colori proiettate sulle palpebre, sento il suo respiro farsi più consistente e le forze che mi abbandonano, i pensieri si annebbiano.
Ho trent’anni, sono direttore commerciale dell’azienda di famiglia, sono nata il dodici, no, forse il tredici di marzo, no, volevo dire maggio, sono alta un metro e sessantasette sessantotto, sì di questo sono sicura, ma non ricordo, non riesco più a pensare, tranne alla sua lingua, alle sue dita, dentro di me, al respiro caldo che si intrufola dentro, arriva, sta arrivando...
 
 
Sì aveva ragione, è possibile raggiungere un orgasmo perfetto la prima volta che si va a letto con una persona! Ho perso la scommessa.
Adesso devo pagare pegno.
Arrivare un giorno, senza preavviso a casa sua, legarlo al letto, e farlo mio!

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