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Scarlett B.
Lo specchio. I mille riflessi dell'eros

Lo specchio. I mille riflessi dell'eros
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Primo capitolo

CAPITOLO UNO

Anna è seduta in cucina, la casa è vuota. Fra poco rientreranno Beba e Chicco e ci sarà la solita confusione, ma per adesso tutto è silenzioso.
Beba e Chicco, sono i suoi fratelli, tutt’ora imprigionati in qui nomignoli infantili, che tanto aveva invidiato quando erano bambini, perché lei, che era la maggiore, era stata sempre e solo Anna.
Da quindici anni erano solo loro tre, da quel giorno quando, a due settimane dai diciott’anni di Anna, i loro  genitori erano morti in un incidente stradale.
Uno zio di Vicenza che non vedevano mai, fratello maggiore del padre, si preoccupò del funerale e di tutto il resto e scoprì anche che c’era una polizza sulla vita da riscuotere, che previdentemente i genitori, professionisti e benestanti, avevano stipulato, lasciando i tre orfani in condizione di essere indipendenti economicamente; Anna era maggiorenne, potevano cavarsela. Si fermò da loro tre giorni e se ne tornò a Vicenza tranquillo. Da allora, non si fece più sentire, solo i saluti a Natale. Altri parenti non se ne conoscevano e loro tre costruirono, dalle ceneri di quella disgrazia, una famiglia indipendente.
Beba aveva quattordici anni e Chicco dodici. Anna sentiva pienamente la responsabilità dei suoi fratelli, frequentava la quarta superiore e non sapeva gestire una casa, non aveva mai pagato una bolletta, non aveva idea delle mille necessità della vita domestica.
Nei primi tempi, Celestina, la donna che da sempre aiutava la madre e li aveva visti crescere, continuò a venire e a occuparsi della casa, ma poi Anna, preoccupata per i soldi, le chiese di smettere e si sobbarcò totalmente la gestione domestica.
Anna si ricordava bene, di quella prima notte, dopo il funerale, quando si ritrovarono in casa soli. Lei e Beba avevano sempre dormito insieme, mentre Chicco aveva una stanza tutta per sé. Beba, che non aveva versato una lacrima durante tutta la cerimonia funebre, prese il suo pigiama e andò a dormire nella stanza di Chicco. Erano passati quindici anni e dormiva ancora lì. Nominalmente la sua stanza era diventata quella dei genitori, ma, di fatto, lì ci stavano solo i suoi vestiti e le mille carabattole di cui si circondava, ma a dormire andava sempre da Chicco.
Anna intuì, fin da quella prima notte, che avrebbe dovuto opporsi a quell’abitudine, ma non trovò mai né le parole, né l’autorità per intavolare l’argomento e la cosa si consolidò. Volle illudersi che, stante l’anomalia della loro situazione, qualunque cosa potesse generare sicurezza e contenere il senso della perdita, fosse, di per sé, positiva.
Della sua intuizione che ci fosse qualcosa di malsano in quell’intimità, Anna ebbe invece la riprova, circa un anno dopo, quando una notte, sentendo dei rumori provenire dalla stanza di Chicco, si alzò silenziosamente e andò a sbirciare dalla porta socchiusa. Quello che vide la paralizzò: i suoi fratelli stavano facendo l’amore ed era Beba a condurre la cosa, era evidente.
Rimase paralizzata, nel vano della porta alla luce della abat-jour, a guardare Beba che, con i suoi piccoli seni ancora infantili e i capelli sciolti, semplicemente stava cavalcando Chicco, muovendosi con la voluttà di un’amante esperta e Chicco che, ad occhi chiusi, teneva serrate le mascelle e le mani a stringere i fianchi della sorella.
Tornò a letto sconvolta: la consapevolezza di agire in qualche modo era pari solo a quella di non sapere da che parte cominciare. Non poteva consigliarsi con nessuno e non sapeva cosa fare. Non chiuse occhio.
Il mattino successivo, trovò una piccola macchia di sangue sulle lenzuola, le cambiò e non disse nulla. A colazione Beba era sorridente e ciarliera come il solito, mentre Chicco sembrava imbambolato. Ingollò due biscotti e un sorso di latte e uscì di corsa, farfugliando di essere in ritardo per l’autobus.
Anna sentì un peso tremendo che la schiacciava, l’idea di aver mancato gravemente al suo ruolo di sorella maggiore e aver permesso, con la sua inerzia, un abominio, ma non trovò mai, negli anni a seguire, il coraggio di farne parola con Beba, né tanto meno a Chicco che non avendo manifestato alcun dolore per la perdita dei genitori, lei sospettava covasse chissà quali disagi. Del resto, nessuno diceva mai niente a Beba, nonostante quel suo carattere dolce e affettuoso, era ingovernabile, non accettava né regole, né imposizioni. I loro genitori l’avevano capito da tempo e se ne erano fatti una ragione, Anna fece altrettanto. Si limitava ad osservarli ansiosamente in attesa di un segnale che le confermasse che quella calma era solo apparente: ma entrambi mangiavano con appetito e dormivano senza problemi, Chicco continuava disciplinatamente a fare i compiti come aveva sempre fatto e Beba li trascurava, esattamente come aveva sempre fatto.
Anna si era prima diplomata e poi laureata, nonostante le incombenze domestiche e il peso dei fratelli. Era architetto e aveva cominciato subito a collaborare con uno studio di cui ora era socia.
Beba, secondo il suo stile, si diplomò a fatica, s’iscrisse all’università, frequentò diverse facoltà, facendo qualche esame, ma non si laureò mai. Beba era bella e convinta che questo fosse più che sufficiente, faceva lavori saltuari da ragazza immagine, cubista, modella, indossatrice. Era piena di uomini che portava regolarmente a casa inglobandoli per qualche tempo nella vita familiare, almeno fino a quando era convinta di esserne innamorata. Poi, regolarmente, tutti sparivano per essere sostituiti da altri.
Anna si era abituata a quella corte dei miracoli e qualche volta si divertiva persino, accantonando in fondo alla coscienza le obiezioni che la promiscuità incessante della sorella, le scatenavano. Chicco invece, li detestava cordialmente dal primo minuto che mettevano piede in casa e li riempiva di scortesie, sperando di allontanarli. Quando qualcuno sembrava durare più degli altri, Chicco diventava intrattabile, parlava a fatica e stava il più possibile fuori di casa. Beba fingeva di non accorgersi dei modi scontrosi del fratello e ogni notte, spesso dopo aver messo alla porta uno dei suoi fidanzati, tornava a dormire con lui.
Sulla natura di quelle notti, Anna non aveva nessun dubbio, da quella prima volta in cui i rumori l’avevano svegliata, si era abituata a sentire i sonori orgasmi di Beba.
È una cosa mostruosa, lo sa bene, ma non può farci nulla. Beba e Chicco sono ormai due adulti, quello che succede tra loro, è pienamente condiviso da entrambi, non ci sono argomenti da spendere al riguardo.
Chicco, nonostante l’assenza di un’educazione e di una guida, non ha mai dato problemi, almeno apparentemente, sempre rigoroso, puntuale, disciplinato: sta facendo la specializzazione di medicina, anestesia e rianimazione e inanella un 30 via l’altro. È sempre stato uno studente brillante, quando Anna andava ai colloqui con i suoi insegnanti, tornava carica di lodi e questo tacitava, almeno un poco, la sua coscienza, convincendola che nonostante tutto, almeno Chicco era a posto.
Chicco ha anche una ragazza, Sara, una compagna di corso, severa e determinata, per nulla femminile, l’esatto contrario di Beba che ha l’aspetto di una bambola.
Anna pensa a tutte queste cose, mentre sente il rumore della porta dell’ascensore e la chiave girare nella toppa. Riconosce i passi di Chicco che, infatti, un momento dopo la raggiunge in cucina.
La bacia allegramente sui capelli e dice:
– Ciao sorellona, tutto bene?
Lei lo guarda e non può fare a meno di pensare a quanto sia bello suo fratello. Chicco, Francesco in realtà, è alto, longilineo, porta i lisci capelli biondi scuri, lunghi sulle spalle, ha grandi occhi dorati e un sorriso incantevole. Da bambino, entrambi i genitori, in genere severi e poco inclini all’espansività, lo riempivano di baci e moine, era il più piccolo e il maschio tanto atteso. Il padre lo vedeva già ereditare lo studio di commercialisti che aveva messo in piedi con la moglie. Lui si prendeva tutte quelle tenerezze come dovute e ne approfittava per fare tutto quello che voleva, anche se era bravissimo a far credere di ubbidire puntualmente.
– Io bene e tu? Ci sono notizie di Beba, si sa se ceni a casa?
– Mi ha mandato un messaggio dicendo che si ferma fuori per l’aperitivo, ma poi viene a cena con un amico.
– Uno nuovo? Sai chi è?
– Ha detto solo che è un tesoro.
Si guardano con complicità e sanno entrambi cosa significa quell’espressione. I fidanzati di Beba, all’inizio, sono sempre dei “tesori”.
– Va bene, prepariamo la cena. Viene anche Sara?
– No, vuole studiare, rimane a casa.
– Quella ragazza è un vero rullo compressore, non mi meraviglierebbe se avesse un incarico prima di te!
– Puoi scommetterci che l’avrà, il primario la corteggia già e non fa che parlare di tutte le cose che faranno insieme non appena potrà inserirla definitivamente in reparto.
– Attento fratello, quello vuol mettere su casa e bottega con la tua bella...
– Ne dubito... ha settant’anni e tre by-pass, deve andarci piano.
E mentre sorride divertito all’idea del maturo professore che insidia la severa e intoccabile Sara, apre il frigo e comincia a tirare fuori roba, cercando di inventarsi una cena. Dei tre, è certamente il più dotato in cucina e le sorelle lo lasciano fare volentieri. Beba, veramente, in casa è completamente inutile, anzi, è la principale responsabile di un disordine insanabile, produce enormi quantità di panni da lavare e riesce a spargere le sue innumerevoli cose in tutte le stanze della casa, pur avendone una tutta per sé e, per di più, anche la più grande.
Chicco decide di preparare il pollo al curry, uno dei piatti che gli vengono meglio e Anna vede che comincia ad affettare la cipolla fine.
Lo lascia fare e va a preparare la tavola, mettendo in fresco il vino adatto. Apparecchia per quattro, con il servizio bello, quello che usano quando hanno ospiti, altrimenti Beba, che ha smanie di snobismo, la rimbrotta.
Verso le 21, quando Anna e Chicco si sono ormai bevuti diversi aperitivi in attesa della sorella, Beba si presenta a casa, accompagnata da un certo Luigi.
È bella Beba-Beatrice, bellissima, ha grandi occhi sognanti incastonati in un visino da bambina, la bocca eternamente imbronciata, una cascata di capelli biondo scuro come quelli di Chicco, il corpo è slanciato, il seno piccolo ed infantile, un sedere rotondo e gambe lunghissime.
Ogni volta che Anna la guarda, Anna che è altrettanto bella, seppur in modo diverso,  perché ha una gravità nei tratti e una maturità di modi che la rendono distante anni luce dall’eterna adolescenza che sembra non voler abbandonare la sorella e che costituisce il suo fascino principale, ogni volta che la guarda, Anna, sente che a Beba non capiterà mai nulla di male, che il suo modo di essere provvisorio ed incosciente, la terrà al riparo da guai, molto più dell’accortezza che ha sempre governato le sue scelte.
Quando Beba entra in casa, di colpo lo spazio sembra ridursi, la sua risata, frequente, argentina e il suo modo di prendere possesso dell’intero territorio lasciando in giro le sue cose, riempie di colpo gli ambienti e la casa si anima.
Luigi, che appare un attimo spaesato, osserva in disparte questo rituale di rientro a casa che fa Beba, che bacia i fratelli, accende lo stereo, si sfila le scarpe con un calcio e resta a piedi nudi, seduta finalmente, in attesa che qualcuno serva in tavola.
E intanto non smette un attimo di cicalecciare, mentre sorseggia il vino che Chicco ha  stappato.
– Ah, ragazzi, non sapete che giornata! Ho i piedi distrutti, cinque ore ci hanno tenuto ad aspettare, in piedi, per quel maledetto casting, vero Luigi? Ah, perché Luigi l’ho conosciuto oggi al casting per i ragazzi immagine del locale che vi dicevo ieri. Se ci prendono, avremo da lavorare almeno quattro sere a settimana, il Fuzzy sarà il locale che tira di più quest’inverno, vedrete se mi sbaglio, farà il pieno tutte le sere. Dio, c’erano decine di persone, certe squinzie e certi truzzi! Ma noi siamo i più belli, prenderanno di certo noi, non possono non prenderci, vero tesoro?
E nel dire questo, stravaccata sulla sedia, con i piedi sul grembo di Chicco, bicchiere ormai vuoto in mano, lancia un bacio sulla punta delle dita a Luigi che le si è seduto di fronte.
Chicco osserva Luigi che è bello, indubbiamente e anche giovane, più piccolo di Beba; non può avere più di 22 anni ad occhio e croce. Del resto, Beba non ha mai portato a casa uomini che non fossero adoni, tutti giovani, palestrati, abbronzati, tatuati, trendy nel vestire, accessoriatissimi...
Anna e Chicco si sono spesso chiesti se l’adolescenza infinita di Beba basterà a metterla al riparo dalla inevitabile delusione del primo uomo che le farà notare come il tempo stia passando anche per lei. Per adesso, sembra che questi ragazzini che periodicamente compaiono sulla scena, non si rendano conto che Beba tanto ragazzina non è più  e sembrano  sentirsi perfettamente a loro agio con lei.
Per tutta la cena, Beba monopolizza la conversazione, con quel suo parlare cinguettante e leggero e racconta aneddoti della giornata che Luigi si affretta a confermare, ansioso di compiacerla, pur rimanendo complessivamente silenzioso.
La seconda bottiglia di vino è finita e Beba è parecchio su di giri. Si alza, prende Luigi per mano e sparisce nella sua camera.
Anna guarda Chicco, che ha contratto impercettibilmente la mascella e guarda fisso dentro il suo bicchiere vuoto. Sa, per esperienza, che questi sono i momenti peggiori per lui, che, infatti, si scuote e dice:
– Anna, ti spiace se esco a prendere una boccata d’aria? Ci pensi tu qui? Altrimenti faccio io quando torno...
– Tranquillo, vai pure, ci metto un attimo.
E Chicco esce precipitosamente di casa. Anna resta ancora un attimo seduta e sente che avrebbe dovuto fare qualcosa molto tempo fa per arginare questa vicenda, anche se non ha mai capito bene che cosa. Il legame che sembra unire i suoi fratelli sfugge a qualsiasi comprensione per le forme e i modi che assume, sembra inossidabile al tempo e agli altri. Anna si sente in colpa, maledettamente responsabile, ma anche impotente. E stanca. Molto stanca.
Chicco non tornerà a dormire, Anna già lo sa. In queste serate, va a trovare Antonio, il suo amico di sempre e dorme da lui. Anche quello con Antonio è un rapporto che Anna fatica a comprendere, quando sono insieme, lui e Chicco, sembrano isolarsi da tutto e lei ha spesso avuto l’impressione che lui sia molto più intimo con Antonio che con Sara che, le poche volte che frequenta la casa, mantiene un comportamento distaccato e formale, da ospite occasionale.
Subito dopo la morte dei suoi genitori, Antonio, che già era sempre per casa essendo compagno di scuola di Chicco e suo amico per la pelle, cominciò a essere onnipresente; lui e Chicco passavano ore chiusi in camera o sparivano per interi pomeriggi, rientrando all’ora di cena, misteriosi e complici.
Anche in quel caso, Anna sentiva confusamente di dover fare qualcosa, dare qualche regola, imporre qualche divieto, ma lo sforzo di gestire la casa e le minute necessità quotidiane, la sfiniva e poi non le era affatto chiaro quali regole e quali divieti avrebbe dovuto imporre, le mancavano i riferimenti. I loro genitori erano sempre stati piuttosto permissivi o forse distratti, presi com’erano l’uno dall’altra e dal lavoro che li accomunava, i figli sullo sfondo di una scena dove loro erano assoluti protagonisti.
E poi Chicco, al contrario di Beba, non aveva mai dato alcuna preoccupazione: era un ragazzino giudizioso, uno studente eccellente, non creava difficoltà di sorta e aveva imparato presto a dare il suo contributo alla gestione della casa. Quindi, ad Anna, erano mancati un po’ gli argomenti per disquisire su Antonio e sulle loro scorribande.
Anna si sentiva spesso esausta per lo sforzo che le era costato tenere in piedi la famiglia. I primi tempi, la sua preoccupazione principale, era il denaro. L’assicurazione che avevano riscosso era consistente, ma doveva durare per molti anni, fino a quando loro non fossero stati indipendenti. Da un paio d’anni, Anna aveva cominciato a guadagnare bene con lo studio e l’imminente laurea di Chicco lasciava presagire un futuro economicamente sereno. Beba non avrebbe mai contribuito all’andamento economico della famiglia, entrambi i fratelli lo sapevano bene: quello che le fruttavano le serate in discoteca o un servizio fotografico se ne andava tutto in scarpe e vestiti, e lei era sistematicamente al verde.
Al contrario di quello che faceva Beba che conglobava i fratelli in ogni sua storia sentimentale, la vita privata di Anna, era un mistero per il resto della famiglia. Aveva avuto parecchie relazioni, ma nessuno di quegli uomini aveva mai varcato la soglia di casa. Spesso passava il weekend fuori e i fratelli si divertivano a immaginare le situazioni più intriganti, ma lei comunque non raccontava nulla al suo rientro e tacitamente le cose andavano avanti così da parecchio tempo.
Adesso Anna non aveva nessuna relazione, era sola già da un po’: non le era ben chiaro cosa volesse da un rapporto con un uomo, continuava ad escludere ipotesi su ipotesi e qualunque candidato sembrava mostrare difetti insormontabili. Aveva cominciato a convincersi di essere semplicemente inadatta a costruire relazioni e il suo essere sempre così algida e riservata, contribuiva all’immagine di donna volutamente solitaria
Continuava ad accettare inviti a cena, ma tutto sembrava sempre fermarsi lì. Né Beba, né Chicco facevano mai domande, ma era evidente che Anna, nonostante l’affidabilità e il ruolo da capo-famiglia che si era assunta facendo da riferimento ai fratelli, sembrava prendere le distanze da tutto e non era raro trovarla seduta in casa apparentemente in ozio completo, con aria assorta.
Da qualche tempo, Anna era attratta, seppur in un modo che non riusciva a comprendere, da un certo Andrea, che era costretta a vedere quasi ogni giorno da quando allo studio era stato commissionato il progetto di ristrutturazione di un albergo.
Andrea era il capo-cantiere, architetto mancato e artista incompreso, insolente e attaccabrighe; si beccavano in continuazione, lui sembrava fare il possibile per contrariarla e aveva sempre da ridire su tutto. Lei era, allo stesso tempo, indispettita e attratta da questo comportamento indisponente che lui le riservava.
Una sera, che erano rimasti soli un studio, impastoiati in una discussione infinita sulla scelta delle moquette, Anna si scoprì a guardarlo con desiderio. Lui era alto, dinoccolato, aveva mani da pianista, un look vagamente british, lo trovava attraente, seppur lontano dai suoi canoni. Nella foga della discussione, lui si era slacciato i polsini della camicia e ne aveva arrotolate le maniche. Anna gli fissò gli avambracci, tatuati entrambi all’interno; lui se ne accorse e smise di parlare, fissandola insistentemente negli occhi con l’abituale insolenza. Lei deglutì, imbarazzata, e tornò a guardare le moquette, stropicciando nervosamente i campioni, ma il silenzio si fece pesante e denso di attesa. Lui le prese una mano, infilandosi l’indice in bocca e cominciò a succhiarlo. Lei tratteneva il respiro, aveva la bocca secca e l’intero suo corpo le sembrava stranamente ingombrante. Aveva le mutande bagnate come il suo dito e quando tutto il suo corpo non chiedeva che una cosa, lui si sfilò il dito di bocca, prese la sua cartella appoggiata per terra e uscì a grandi passi dallo studio.
Anna rimase come inebetita, a fissare la mazzetta delle moquette per qualche minuto, poi si scosse, prese anche lei la cartella, spense le luci e se ne andò a casa.
Aveva sufficiente esperienza di uomini e situazioni insolite per non essere sorpresa più di tanto, tuttavia quell’unico, inesistente contatto l’aveva innegabilmente turbata e l’idea di dover rivedere Andrea già l’indomani, la innervosiva.
Tornando a casa, non trovò nessuno. D’abitudine non si accordavano la mattina sulle presenze della sera, tutti andavano e venivano senza preavviso, ma la cosa le sembrò comunque insolita.
Approfittò della solitudine per ripensare all’episodio in studio e più in generale, all’anomalia della sua vita sentimentale. Seduta in penombra in salotto, con un yogurt in mano, le scarpe calciate lontano e i piedi allungati su di uno sgabello, ascoltava il rumore del silenzio e il rumore dei suoi pensieri.
Non si era mai innamorata; di questo era certa. Le era sempre stato facile conoscere le persone, gli uomini in particolare. Nonostante il carattere austero, lasciava trasparire una certa disponibilità e la sua bellezza faceva il resto. Aveva fascino, il fascino della severità, gli uomini ammiravano quel suo essere tutto d’un pezzo e l’alterigia con cui condiva ogni suo gesto, ogni sua affermazione. Seduceva uomini a ripetizione, tuttavia, le sue relazioni restavano sempre superficiali, lei non si dava mai del tutto e si annoiava rapidamente, cercava scuse per diradare gli incontri per poi sparire definitivamente. Le piaceva il sesso estremo, si dimostrava sempre molto disponibile a qualunque gioco erotico ed era una partner fantasiosa, totalmente disinibita. Nonostante questo, nessuno aveva mai insistito per rivederla, né lei si era riproposta, semplicemente archiviava e passava oltre. Le piacevano gli uomini maturi, il tipo dello squalo, imprenditori, professionisti, uomini egoisti e senza scrupoli, spesso sposati, con poco tempo a disposizione e scarsa propensione alla tenerezza.
Si era abituata a questi incontri frettolosi, spesso brutali, dove era evidente che gli uomini rincorrevano fantasie malate, stereotipi di trasgressione, teatrini della vanità dove i soggetti recitanti erano ininfluenti. Non era lei, Anna, l’oggetto del desiderio, ma la sua disponibilità in contrasto netto con l’apparente rigidità, quella sua totale adesione a qualunque modello, quell’idea che lei contribuiva a consolidare d’incontro in incontro, che con lei si potesse far tutto, che non fosse necessario alcun riguardo...
Non sapeva nemmeno lei perché avesse sposato quell’approccio di totale sottomissione, le era venuto spontaneo e poi aveva fatto in modo di riproporlo, catturata dall’effetto di lusinga che la sua cedevolezza creava nei suoi partner. Non aveva mai nemmeno pensato che in quegli incontri ci potesse essere qualcosa di gratificante anche per lei... il desiderio soddisfatto che leggeva negli occhi nei suoi partner, le era più che sufficiente. In questo senso lei e Beba erano opposte: era evidente che Beba rincorreva, prima di ogni altra cosa, il suo di piacere e i suoi partner, non erano che strumenti, più o meno funzionali, alla sua soddisfazione.
Si era chiesta più volte cosa si provasse a essere così totalmente ingorde ed egoiste come era sua sorella, ma non aveva mai trovato l’energia per indirizzare in questo senso nessuno dei suoi rapporti, anche solo per il gusto di sperimentare qualcosa di diverso. Prendeva quello che le davano, di qualunque qualità fosse, senza chiedere, senza discutere e se ne stancava comunque presto.
C’era una spessa crosta di solitudine intorno a lei e le piaceva starci rannicchiata dentro, non voleva cambiare, non voleva aprirsi. Il lungo esercizio alla disciplina e al rigore, le responsabilità susseguite alla morte dei suoi genitori, l’aveva come disseccata, si sentiva interdetta a qualunque sentimento, estranea alle pulsioni che sembravano agitare i suoi simili e tenerli in un costante stato di eccitazione.
Adesso, questo spiacevole episodio con Andrea imponeva una sua presa di posizione per evitare che lui la ridicolizzasse agli occhi degli altri colleghi: era decisa a far finta di nulla, dimostrandogli con i fatti che niente era in realtà, successo. L’indomani sarebbe andata in studio, avrebbero battibeccato come sempre su ogni singolo particolare e nulla, nel suo comportamento, avrebbe lasciato intendere che fra loro ci fosse qualsivoglia intimità crescente. Era certa che lui non avrebbe cercato una seconda occasione, era troppo pieno di sé per correre il rischio di un rifiuto. Si sentì sollevata a questo pensiero e proprio mentre si alzava per accendere la luce, sentì aprirsi la porta di casa e la risata squillante di Beba, riempì di colpo tutto lo spazio.
Dallo scalpiccio, intuì che non era sola, Anna si avvicinò all’ingresso dove Beba, ancora con il piumino addosso, stava baciando Luigi, ormai divenuto ospite fisso della casa.
Fu Luigi ad accorgersi di lei, che li guardava nel vano della porta, appoggiata allo stipite. Scostò Beba con delicatezza e disse:
– Ciao Anna, tutto bene?
– Certo e voi?
Beba, togliendosi sciarpe, piumino e stivali in un sol colpo, disse:
– Non sai che giornata! Abbiamo fatto un provino per delle foto pubblicitarie, cercavano una coppia per una pubblicità di jeans, ma non sappiamo nulla. Ci chiameranno nei prossimi giorni. Sarebbe una gran cosa, visto che se vanno bene i jeans, poi c’è il resto della collezione e non cambieranno certo i protagonisti se funzionano, vero tesoro?
– Dovete mangiare?
– No, siamo di passaggio, mi cambio e andiamo ad una festa. Chicco?
– Non si è visto.
– Ah...
Beba si trascinò dietro Luigi nella sua stanza e Anna capì, dal modo con cui chiudeva accuratamente la porta, che il cambio d’abito presupponeva anche una sveltina e per evitare di sentire i gorgheggi della sorella, si chiuse in uno dei bagni e lasciò scorrere l’acqua calda.
Immersa nell’acqua, continuò a rimuginare sulle sue storie sentimentali e nel definirle sentimentali si sentì decisamente ridicola, vista l’evidente assenza dei medesimi, senza poter fare a meno di confrontarle con il gioioso saltabeccare di letto in letto di Beba. Un po’ avrebbe voluto essere come lei, ma capiva anche che la serena promiscuità di Beba, era innata e non si poteva praticare a comando.
Il ricordo dell’episodio con Andrea, per quanto inconsistente persino come fantasia, la eccitò e nel vapore della vasca bollente, si dischiuse la figa con le dita e si penetrò, godendo della morbidezza dell’interno. Si masturbava spesso, in fondo era la pratica che le generava la maggior soddisfazione e con pochi movimenti esperti, l’orgasmo non si fece attendere. Aveva un’intera collezione di fantasie adatte allo scopo e le piaceva immaginarsi in situazioni estreme e anche dolorose, più la fantasia era spinta, più l’orgasmo era rapido.
Chicco invece era indecifrabile in questo senso: aldilà dell’eterna relazione epidermica con la sorella, dei cui modi Anna aveva un’idea fin troppo chiara, la storia con Sara, l’unica che lui avesse mai palesato, era incomprensibile.
Sara non frequentava quasi mai la casa: nelle sue rare visite, i gesti fra lei e Chicco erano controllati e per nulla intimi, tutto il contrario delle manifeste effusioni che Beba si scambiava tranquillamente davanti a loro con tutti i suoi fidanzati.
Anzi, Anna sospettava che Sara e Chicco non avessero per nulla rapporti intimi, ma non poteva esserne certa. Tutta la loro storia sembrava avere tutte le complicità tranne quella dei sentimenti, studiavano insieme, avevano un progetto di carriera comune e facevano anche qualche vacanza insieme, ma nulla faceva pensare che questi due provassero una reciproca attrazione sessuale.
Stranamente, nella loro casa, dove sembrava albergare un’allegra anarchia delle regole, erano in realtà molte di più le cose non dette che quelle manifeste e c’erano omertà e segreti che pesavano come macigni...
Anna si era così a lungo colpevolizzata per le anomalie che erano cresciute e prosperate in quella casa, che non le restava più la forza per entrare nel merito di nulla e accettava supinamente ogni nuova intemperanza di Beba o le sparizioni misteriose di Chicco.
Si era spesso chiesta se quel loro coabitare sarebbe continuato per sempre. Beba era imprevedibile, sembrava incapace di legarsi a qualcuno, ma Anna non si sentiva per niente di escludere che un giorno, senza alcun preavviso, sarebbe arrivata a casa, raccogliendo tutte le sue cose e sarebbe sparita dietro all’uomo di turno... era nel suo stile...
Chicco sembrava già più omologato, ipotizzare un futuro di casa e famiglia per lui era già più probabile, anche se Sara sembrava molto lontana dall’icona dell’angelo del focolare. Te la potevi immaginare a far nottate china su di un microscopio, non certo su di una culla.
Lei, Anna, comunque non si sarebbe mai sposata, non ne aveva alcuna intenzione e non aveva investito un solo minuto del suo tempo per realizzare un simile progetto. La sola idea di lasciare quella casa che lei amava, che i suoi genitori avevano scelto nello stile della “Milano da bere” a dimostrazione del loro successo professionale e della loro posizione sociale, quell’appartamento comodo, protettivo, al quinto piano di quel palazzo gentilizio, le pareva impossibile. E altrettanto impossibile che qualcun altro venisse a viverci.
Quando si decise a uscire dal bagno, la casa era nuovamente immersa nel silenzio. Dalla porta socchiusa della stanza di Beba s’intravedeva il letto sfatto e una montagna di vestiti buttati alla rinfusa.
Anna decise di andarsene a letto, lesse un’oretta e poi cadde in un sonno pesante, dove le parse, a un’ora imprecisata, di sentir rincasare Chicco.
Il mattino dopo, Anna si preparò e uscì di casa senza aver incontrato i fratelli, le porte delle camere da letto erano chiuse e regnava il più perfetto silenzio.
Allo studio c’era già Andrea, arrivato stranamente in anticipo e come lei aveva previsto il suo comportamento fu del tutto asettico. Lei tirò un sospiro di sollievo e si propose di dimenticare quell’inezia fra loro il più in fretta possibile.

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