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Marco Peluso
Viola come un livido

Viola come un livido
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Primo capitolo

I


Erano le sei e mezza del mattino e la città cominciava lentamente a svegliarsi. I giochi delle luci del cielo che illuminavano lentamente i vecchi palazzi del centro di Napoli, mentre le luci dei lampioni andavano lentamente a sfumarsi. E quelle facce! Cristo, la gente all’alba è davvero orrenda. Sembrano di gomma! Sembrano dei corpi di gomma privi d’anima, che ciondolano lentamente, senza far trasparire un cazzo di niente dai loro patetici occhi.
Solo lavoratori per lo più. Brava gente con un posto di lavoro, inquadrati oppure a nero, ma tutti lì per strada a camminare come zombie. Tutti in fila per pagarsi da vivere, per pagarsi l’auto, la casa, il televisore, la famiglia. Un esercito di operai, impiegati, venditori di calzini, venditori ambulanti negri o cinesi, e ancora rumeni pronti ad andarsi a spaccare la schiena per dodici ore di fila in qualche cantiere, o gente disperata che va a cercare un lavoro per poi svegliarsi ogni mattina all’alba pur di tenerselo.
Io invece di norma all’alba ci andavo a dormire. No, non lavoravo di notte. Lavoravo a stento io.
Sei ore al giorno per cinque giorni alla settimana in uno schifoso call center. Uno di quegli scatoloni dove vengono ficcate trecento facce, tutte felici e sorridenti. Tutte intente a sorridere ad altra gente o ascoltare altra gente. Mentre a me non andava per niente né di sorridere né tanto meno di parlare con la gente. Ma purtroppo ero uno dei tanti pezzenti del mondo. Un tipo non brillante come John Travolta né buono come John Kennedy. Un niente! Un niente come tutti al mondo, in fondo. Uno che non sarebbe mai riuscito a ficcare il proprio nome nei libri nella storia, o magari anche solo ad arrivare alla pensione. Uno come tanti! Un inculato in un mondo dove il sogno americano è solo un grosso cazzo di gomma su per il buco del culo.
Così lavoravo il meno possibile. Marcavo malattia almeno due giorni alla settimana, e qualche volta per intere settimane.
Perché? Beh, ero ridotto male a trentadue anni e con quattro anni di alcool alle spalle, e altri ancora davanti. Ma non era quello il vero motivo.
No, il motivo era semplicemente che non mi andava di fare un cazzo di niente. Niente, se non bere tutta la notte fino all’alba, masturbandomi o scrivendo racconti violenti che nessuno avrebbe mai letto.
Dunque la mattina era sempre difficile svegliarsi, a volte addirittura impossibile, e non mi restava che marcare malattia per guadagnarmi il diritto a starmene a casa senza fare un cazzo di niente. Ma comunque fosse quella mattina ero in strada, e non ci stavo di certo per andare a lavorare, come tutta la brava gente in giro, la brava gente che affollava le strade come una massa di formiche attorno un cadavere.
No, ero lì per una donna! In strada alle sei e mezza del mattino per una donna.
Cazzo, non avevo chiuso occhio, se non a stento un’oretta e mezza. E dunque stavo di merda. E per lo più con quattro latte di birra in corpo.
Ma andava bene!
Sì, ero per strada per vedere una donna e dunque non poteva che andare bene. Anche se raramente, o molto più probabilmente “mai”, mi sarei messo per strada all’alba solo per una donna.
Già, le donne erano sempre un problema in fondo. Le donne chiedevano sempre agli uomini di svegliarsi presto per andar con loro al mare, a fare qualche scampagnata in un cazzo di bosco o anche solo per andare a fare jogging per strada. E a me non andava di fare niente di tutte quelle cazzo di cose.
Dunque finivo spesso per fottermi solo delle mezze pazze raccattate nei più luridi bar nei pressi della stazione centrale (proprio dove stavo) o qualche donna fidanzata o sposata, ormai insoddisfatta del proprio gelido bravo cittadino al proprio fianco. Ma con il tempo anche quelle andavano sfumando. Con il tempo anche quelle chiedevano cose come attenzioni, telefonate, o giri in centri commerciali o magari a qual che cazzo di mostra d’arte. E quelle avevano sempre qualche cazzo da dire!
Sì, sempre le solite cose.
Sempre i loro sogni di cui non mi fotteva un cazzo. Le delusioni nella loro vita. Qualcuno che le aveva violentate da ragazzine o quel che un giorno sarebbero riuscite a fare grazie al proprio talento. E  personalmente non me ne fotteva un cazzo di niente dei talenti che non avevano o di chi glielo avesse piantato dentro. Di loro rimaneva solo la fica d’interessante. Ma quelle erano convinte di avere qualcosa oltre la fica; magari un cervello! Forse addirittura un’anima. E quando si accorgevano che del loro cervello o anima (inesistenti) non me ne fottesse un cazzo, ecco che mi mollavano di punto in bianco, lasciandomi da solo nel mio cesso a tirarmi qualche sega. Ed era proprio durante una sega che avevo conosciuto la ragazza che stavo andando a trovare.
Alessandra, così si chiamava. O meglio, la conobbi come Violasan. Solo dopo seppi che il suo vero nome fosse Alessandra.
Già, Violasan! Una ragazzina di ventisei anni davvero particolare.
La conobbi in una di quelle video chat dove gli uomini entrano per tirarsi una sega e le donne per sgrillettarsi, o forse per sentirsi volute almeno una volta nelle loro misere esistenze.
Io non volevo di certo essere voluto. No! Volevo solo tirarmi una sega. Solo che a differenza dei più in quella chat non mi andava di tirarmelo guardando una vecchia o una cicciona. Cazzo, a 'sto punto meglio un porno!
Quando poi chi si vede? La piccola Violasan.
Beh, per essere bella era bella! Una ragazzina piccoletta ma dalle belle forme, dalla pelle chiara e liscia, grossi occhi verdi, labbra rosse come petali di rose e dei lunghi riccioli castani che le coprivano le piccole spalle.
Un vero amore! E in quella chat era la più ambita di tutte. Certo, tra grassone e vecchie rinsecchite non ci voleva poi tanto, ma di certo avrebbe fatto la sua porca figura anche tra molte belle ragazze. Solo che alla piccola Violasan non le andava sempre di spogliarsi.
No, mentre tutti lì in quella chat continuavano a dimenarsi smanettandosi il cazzo e scrivendo con la mano libera roba del tipo “Viola le tette, Viola il culo, Viola facci sborrare, Viola ti piace il cazzo”, la piccola Violasan continuava a giocare con quei giochini da pc. Quelli facili! Forse ridicoli.
Così mentre se ne stava bella sorridente davanti la cam, seduta nel suo soggiorno, si sentivano solo suoni del tipo “Tin, ping, pum”, intanto ché gli altri continuavano a scrivere cose del tipo “Viola lo vuoi il mio  cazzo? Viola ti sborrerei in faccia, Viola la figa, Viola ho diciotto centimetri di cazzo solo per te”.
Solite cose! E tra un “Viola le tette, Viola la figa” e tra un “Ping, tin, tom, pum”, ogni tanto la piccola Violasan prendeva a scrivere qualcosa in quella chat. Qualcosa senza senso!
“Per favore c’è un Medium o un sensitivo nella stanza. Mi serve per una cosa seria” prendeva a scrivere. E ovviamente lì non ce ne stavano di medium o sensitivi. No, solo un branco di segaioli. E il branco di segaioli ogni volta che Violasan scriveva sta frase prendeva a dimenarsi riprendendo a scrivere i loro rituali “Viola tette, Viola culo, Viola figa”.
Una noia!
Ma c’è da dire che di tanto in tanto la piccola Violasan smetteva di cercare il Medium per cominciare a darsi da fare.
Cazzo, si toglieva tutto e si ficcava le dita persino su per il culo. E perché lo facesse? Nessuno lo sapeva. Era un mistero! Un vero mistero come il perché le servisse quel cazzo di medium.
Ma intanto la piccola Violasan si dava da fare a sfondarsi fica e culo a colpi di dita. Se la stantuffava come se stesse prendendo un enorme cazzo dentro, anche se di cazzi non ne guardava mentre lo faceva.
No! Continua a menarsela da sola, senza fottersene manco di essere guardata.
Se la sfondava e basta. Come a volersi accoltellare, come a volersi trapassare l’anima con le proprie dita.
Io ovviamente nel vederla me lo tiravo in mano, ma difficilmente riuscivo a venire.
Era arrapante, sì, ma ci stava qualcosa di triste nel mondo in cui si ficcava le dita nella passera. Qualcosa di doloroso.
Era come se stesse piangendo, la piccola Violasan. O forse lo avrebbe fatto dopo, una volta finito di accoltellarsi il cuore con le dita.
Ma intanto noi tutti continuavamo a menarci il cazzo davanti a lei. Urlandole di tutto. Urlandole “sei una sporca cagna Viola, avanti Viola che ti piace il cazzo. Violasan ti sfonderei il culo a colpi di cazzo. Viola sei solo un secchio pieno di sborra. Avanti Viola sfondatela tutta quella fica, brutta troia”. E lei continuava. Continuava a menarsela lì da sola, come se il resto del mondo non esistesse. Come se fosse da sola con se stessa, lottando con se stessa. E una volta finito, riprendeva con la solita storia, proprio come se niente fosse successo.
“Per favore c’è un Medium o un sensitivo nella stanza. Mi serve per una cosa seria. Non rispondo a nessun altro. È inutile che fingete, altrimenti vi blocco” riprendeva a scrivere. E ancora i tipi e scrivevano di tutto. E questo succedeva ogni volta che la piccola Violasan entrava in quella cazzo di chat. Che si masturbasse o cercasse il medium, tutti erano lì per la sua fica, e la piccola Violasan forse era lì per non sentirsi sola.
Anch’io c’ero, e non capivo certo a che cazzo le servisse quel dannato medium. Come non capivo perché non si sgrillettasse ogni sera invece di farlo a stento una volta ogni due o tre settimane. Ma intanto lei continuava a starsene lì ferma davanti quella cazzo di cam, facendo i suoi giochini, ascoltando musica classica o di De Andrè, mentre continuava la ricerca del suo cazzo di medium.
Beh, una sera mi ruppi per davvero il cazzo di tutta quella storia. La tipa mi arrapava parecchio, o forse volevo solo capire che cazzo cercasse in quella fottuta chat piena di porci; compreso me.
Così mi decisi a contattarla. 

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