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Alexander Vega
Milena e la farfalla

Milena e la farfalla
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Primo capitolo

1
Il telefono cellulare stava suonando da un bel po’, spandendo nell’aria una musichetta campionata che si rifaceva alla sigla di “Mac Gyver”, noto telefilm di fine anni ’80. Suonava, smetteva e ricominciava.
Milena, alla fine si svegliò, con un gran mal di testa e non avendo la più pallida idea di dove fosse; però era suo il telefonino che stava suonando, anche se la suoneria sembrava attutita, lontana.       
Si guardò attorno di nuovo e stentava ancora a riconoscere quell’appartamento. Diede un’occhiata al suo ingombrante orologio da polso: 6 e 30. Chiunque stesse tentando di mettersi in contatto con lei tramite il suo cellulare doveva essere  in pericolo di vita, o solo un gran rompipalle.
Si mise seduta sul letto di “non sapeva chi” e sentì con la mano sinistra qualcuno al suo fianco: “qualcuna” più precisamente.            
–  Oh mamma!   
Sull’altro lato del letto c’era una prosperosa bionda, apparentemente nuda sotto le lenzuola, che continuava a dormire beatamente. Tutti intorno erano sparsi vestiti suoi e, con assoluta certezza, della ragazzona che aveva giaciuto con lei quella notte.
Il motivo di Mac Gyver ricominciò daccapo, che palle! Adocchiò  il suo giubbotto in pelle marrone sul divano, poco più in là, nel disordinato monolocale. Alzò le lenzuola e si accorse che sotto la t-shirt, chiaramente non sua, visto che le stava larga, non indossava le mutandine. Alla fine si alzò e corse verso il divano, alla ricerca del suo i-Phone; frugò nelle tasche del giubbotto e lo trovò. Lesse sul display il nome di chi la stava chiamando: Diego.                                                                                                     
–  Oh cazzo! Merda, merda, merda!                                                                                                   
Rispose: –  Pronto?  
–  Cazzo Milena, dove stramaledetto cacchio eri finita? Sono sotto casa tua… Mi servi per un servizio sul ritrovamento di un cadavere e dovremmo già essere in viaggio –  disse la voce dall’altro capo.
Sospirò un’altra imprecazione, poi disse: –  Scusami Diego ma c’è un problema, mi sono appena svegliata e non ho la più vaga idea di dove mi trovo.             
–  Cosa? È successo di nuovo?             
–  Ehm, credo di  sì.                                                                                                                                            
–  Ok, cerca di capire dove stai, passo a prenderti direttamente lì.
Milena si guardò in giro, alla disperata ricerca dei suoi vestiti poi replicò al telefono:
–  Ma non ho nemmeno la mia macchina fotografica e al momento non trovo nemmeno i miei slip.  
–  Ma porca di quella…                                                                                                                             
–  Sta’ calmo, ok? Userò il mio i-Phone come macchina fotografica ma adesso fammi vestire, dopodiché scenderò in strada e ti indicherò la via esatta, così potrai passare a prendermi. Ti richiamo io.                                                                                                                                             
–  Aspett…
Milena interruppe la conversazione.                                                                                                                                           
Si tolse la maglietta extra large dell’altra tipa e rimase completamente nuda. Al contrario dell’ancora sconosciuta padrona di casa lei era una ragazza minuta, e i suoi seni erano praticamente inesistenti, anche se al momento i capezzoli erano ben turgidi. Arrivata a ventiquattro anni aveva smesso di sperare in una miracolosa crescita, iniziando ad apprezzare la delicatezza della loro piccola forma. Appena sopra il grazioso sederino, sotto la maglietta, si intravedeva un tatuaggio tribale.                                              
I capelli erano castano scuri, e li portava corti, con la riga da un lato, rasati solo sopra l’orecchio destro e con un ampio ciuffo che scendeva verso sinistra. Al momento era piuttosto spettinata però.                                                                                                                                                              
Al naso aveva un piccolo piercing, sulla narice sinistra, ricordo di adolescenziale ribellione.                                                                                                                                                                    
In quel disastro trovò la sua canotta, poi i suoi pantaloni da militare con molte tasche e subito vicino vide anche la sua T-shirt nera. Degli slip, però nessuna traccia. Guardò l’orologio al polso pensando a Diego che stava aspettando sue notizie e quindi prese una decisione: al diavolo gli slip! Quindi, canotta, T-shirt, pantaloni militari, giubbotto… mancavano gli anfibi. Li trovò subito dopo, sotto il tavolino di fronte al divano. Incredibilmente aveva ritrovato pure entrambi i calzini ai piedi del letto quindi, slip a parte, era pronta ad uscire.                                                                                                                                      
Si avvicinò alla misteriosa bionda che continuava a dormire e tentò di svegliarla; quella brontolò qualche cosa di incomprensibile e si girò dall’altro lato.                    
Il telefonino ricominciò a suonare.
–  Un attimo, cazzo! – rispose, interrompendo subito la chiamata.
Voleva lasciare un messaggio alla tipa che dormiva su letto ma trovare carta e penna in quel casino sembrava un’impresa impossibile. Vide la porta del bagno, poi la borsetta della giunonica ragazza e le venne un’idea, frugò nella borsetta, prese qualcosa e corse dentro al bagno: per un attimo le venne in mente di scrivere sullo specchio, col rossetto che aveva trovato, “Benvenuta nel mondo dell’AIDS” ma poi, più saggiamente, scrisse “Devo andare, ci vediamo questa sera, ciao. Se vuoi chiamami” seguito dal numero del suo cellulare.
Uscì come una scheggia dal bagno e raggiunse la porta d’ingresso. La aprì, uscì e la richiuse lanciandosi giù per le scale. A metà rampa si fermò e tornò indietro, fino alla porta di ingresso. Cercò il campanello e lesse il nome: Greta Manninger. Ok, la biondona era pure straniera, buono a sapersi. Ripiombò giù per le scale e dopo quattro rampe trovò il portone d’uscita. Una volta in strada cercò il numero del palazzo e la via.
Ora poteva richiamare Diego.       

Nell’attesa dell’arrivo di Diego fece in tempo a prendersi un caffè in un bar lì vicino, anche se il mal di testa era diventato ancora più forte, dopo la sbornia della sera precedente. Alle 7 e 05 arrivò il suo amico a bordo di una Panda bianca. Appena lo vide si sbracciò per farlo accostare. L’auto si fermò e lei salì subito a bordo, poi ripartì a razzo, sgommando.   
Diego aveva trent’anni, capelli lunghi, tirati all’indietro e legati con un codino, occhialini e barbetta curata. Indossava dei jeans, mocassini, una camicia e una giacca elegante blu.                                   
–  Meno male che è ancora presto e non c’è traffico… e che io vivo non lontano da qui – disse.                                                               
–  Oh merda, ho un mal di testa terribile. Mica hai un’aspirina o qualcos’altro?                       
–  Sicuro guarda, faccio il giornalista di cronaca nera per hobby, mentre come primo lavoro faccio il farmacista e sono sempre ben fornito di medicinali che porto in giro con me… – rispose con tono sarcastico mentre svoltava all’ennesimo incrocio.                     
Lei gli mostrò il dito medio.                               
–  Di chi si tratta questa volta? Una lei o un lui?                     
–  Una lei… – rispose Milena mentre appoggiava il capo allo schienale del sedile.                                                              
–  Di nuovo? Allora è confermato. Sei definitivamente diventata lesbica!
–  Non sono una lesbica, chiaro? – disse lei con un leggero scatto di rabbia. –  Almeno non definitivamente, devo ancora decidere… – aggiunse poi tornando in sé.                       
–  Ok, ok, guarda che non c’è nulla di male nell’essere lesb...
Diego si accorse che lei lo stava praticamente fulminando con lo sguardo e preferì interrompere la frase, concentrandosi sulla guida.
–  Piuttosto, cosa abbiamo? – chiese Milena anche per cambiare discorso. 
–  Il cadavere di una donna ritrovata sul lungomare dopo una telefonata anonima fatta al 113, probabilmente da una prostituta che batteva da quelle parti.                                       
–  Ma a voi giornalisti di cronaca nera, chi vi informa di queste cose?
–  Mai rivelare le proprie fonti, mia cara.                         
–  Neanche a me, la tua ormai stretta collaboratrice? – chiese facendogli gli occhi dolci.  
–  No, neanche alla mia cara collaboratrice bisex preferita.          
–  Ah - ah, spiritoso. E stronzo!       
–  Sei bellissima quando ti arrabbi – rincarò la dose lui.      
–  Fottiti… adesso zitto e pensa a guidare. E vai piano, altrimenti ancora un po’ torniamo indietro nel tempo.
–  Vecchia battuta, riciclata da un film con Bruce Willis. 
–  Sì, ma tu non sei Bruce Willis, quindi guida piano!

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