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Lily Carpenetti
ONDA D'AMORE

ONDA D'AMORE
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Primo capitolo

Saltellava leggera lungo l’acciottolato, lieve come i suoi pensieri, come il suo nome. Aria era così: la testa tra le nuvole, spumeggiante, entusiasta di ogni piccola cosa. Si ammirava i sandali mentre proseguiva: non erano nuovi, ma ancora in buone condizioni e a lei piacevano per la loro semplicità un po’ retrò. Preferiva lo stile vintage, a differenza delle altre ragazze della comunità.
La sua famiglia doveva vivere basandosi sulla generosità dei parrocchiani che donavano loro vestiti dismessi ma, mentre le sue compagne si buttavano come falchi su jeans e magliette con lustrini, lei prediligeva gonne lunghe svolazzanti o vestiti poco segnati sui fianchi che la facevano sembrare la protagonista di un quadro impressionista, o almeno così pensava. Aria diceva sempre, scherzando, di essere nata nell’epoca sbagliata. Aveva tutte le parvenze di una donna d’altri tempi: i capelli, morbidi e ricci, scendevano liberi lungo la schiena rifiutando ogni tipo di imbriglio. Talvolta li acconciava con un nodo, a mo’ di coda. Solo a lei, dato il particolare volume di chioma, stava bene quell’acconciatura semplice eppure raffinata: gonfiandosi lungo i contorni del viso, ne ammorbidiva i tratti lievemente spigolosi, incorniciandolo.
Aria non usava trucco, credeva di non averne bisogno. In fondo, a diciott’anni chi mai avrebbe avuto bisogno di pasticciarsi con belletti? Aveva la fortuna di avere la pelle liscia e compatta, priva di imperfezioni cutanee, e poi c’erano gli occhi: tutti le dicevano che parevano due zaffiri con ciglia così folte che avrebbero messo in risalto anche le iridi più spente. Nonostante tutto, lei non si definiva bella perché non rispondeva ai canoni della bellezza classica, con quella magrezza esagerata nel corpo e nel volto. Ma si accorgeva di possedere qualcosa che spingeva i coetanei a guardarla con ammirazione.
Aria continuò a camminare, i piedi calzati nei tanto amati francescani. Lo faceva apposta a proseguire con quel passo cadenzato, vergognandosi un po’ della vanità femminile che la spingeva ad ammirare quegli accessori tanto desiderati. La comunità era situata sul colle, vicino alla chiesa, nella parte vecchia della città. Percorrendo quelle antiche stradine, se ne poteva respirare la storia e ammirare gli edifici.
Si sentiva a suo agio mentre saliva verso la piazzetta, decisa ad andare a spulciare nelle botteghe dei robivecchi alla ricerca di qualche libro. Adorava acquistare manoscritti ingialliti che odoravano di carta di tempi passati. Si sentiva eroica a dare nuova vita alle cose, un po’ come per i vestiti dismessi. Comprare un libro usato, secondo lei, era diverso dal prenderlo in prestito. Non avrebbe mai potuto pensare di abbandonarlo, regalarlo o venderlo dopo averlo letto e averne assaporato le emozioni trasmesse. Già il solo prestarlo sarebbe stata una piccola sofferenza poiché ne era gelosa, come se gli altri potessero leggere i suoi sentimenti dietro a quelli che le aveva trasmesso l’autore. Aria aveva la stanza piena di vecchi libri, ma nessuno protestava, era un vizio che le veniva concesso poiché non ne aveva altri.
Erano le quattro del pomeriggio, la piazza deserta, l’atmosfera innaturale. Aria non si sarebbe stupita nel veder rotolare un cespuglio del deserto, come nei film. Ma era luglio e a quell’ora erano tutti al mare, cosa perfettamente plausibile. Le piaceva godere di quei luoghi in solitudine, come fosse l’ultima creatura rimasta sulla Terra. Avanzò a ritmo sostenuto per girare attorno al parco e, anche lì, neppure un bambino, silenzio assoluto a eccezione degli strilli di qualche gabbiano in perlustrazione, visto che non era poi così lontano dalla zona del porto. Non si accorse della moto parcheggiata, o meglio, non notò nulla di strano in una moto lasciata lungo il marciapiede: capitava spesso, anche se si trovava in contravvenzione. Probabilmente anche i vigili avevano scelto altri lidi, quel pomeriggio. Non vide nemmeno che, sopra la moto, c’era seduto un ragazzo.
– Come siamo allegri. Dove te ne vai di bello? Aria sobbalzò, investita da quella voce roca. Si voltò e… arrossì. Bizzarro, pensò. Lei non si era mai considerata una di quelle ochette che si scioglievano alla vista di un bel ragazzo, frivole e sfacciate. Ma questa volta, si sentì colpita. Era bello, a cavalcioni di quel bolide a due ruote, con una sigaretta mezza consumata che gli pendeva dalle labbra, gli occhiali da sole in testa a mo’ di cerchietto per tenere all’indietro i lunghi capelli biondi. Lo osservò sorridere mentre sollevava un angolo delle labbra e, dall’altro lato, continuava a sostenere la sigaretta. Aria guardò i suoi occhi stretti, probabilmente per colpa del fumo, ma riuscì a intravedere il luccichio delle iridi azzurre. Rimase lì, impalata, a fissarlo, dimenticando la domanda che le aveva rivolto. Il ragazzo non si muoveva, continuando a sorridere con aria beffarda. Non aveva l’aria dell’eroe romantico, piuttosto era il tipo "bello e dannato", uno da cui fuggire. Cosa che lei non fece, non poteva: i piedi erano saldamente incollati al terreno e lo stomaco faceva strane capriole. Guardò, come ipnotizzata, il fumo soffiato fuori dalla bocca di lui con una vibrazione che trovò irresistibile. Dio, quelle labbra! pensò. In un attimo, decise che erano la parte più affascinante di lui.
– Be’? Ti sei incantata? – la incalzò, il tono spicciolo. Aria abbassò lo sguardo imbarazzata, gelosa delle proprie sensazioni.
– Mi hai fatto una domanda… – balbettò. Lui distolse il viso e, togliendo il mozzicone dalle labbra, soffiò il fumo verso il cielo. Era affascinante guardare quella nuvola che si dissolveva nell’aria prima di raggiungere la distesa azzurra. Si distrasse a seguire la coda dello sbuffo, come se lui non fosse più lì. Ma c’era e lei lo sapeva.
– Mi sembravi così pimpante, ero solo curioso – spiegò. – Fa così caldo che vedere qualcuno che saltella mi fa sudare. Questa volta Aria lo fissò senza remore, sorridendo: era come se la barriera fosse crollata in un attimo. Tra giovani succede spesso, pensò, anche se lei non era una che dava subito confidenza, pur essendo un tipo socievole.
– Stavo andando da Fontana a vedere i libri, lo conosci?
– Ci aveva messo lo stesso entusiasmo che qualcun altro avrebbe usato per comunicare di essere in procinto di assistere a un concerto. Vide che lui continuava a non scomporsi, l’espressione imperturbabile di chi non presta troppa attenzione a quello che gli si dice.
– Sì, ci vado ogni tanto a comprare fumetti. Aria notò che anche il tono era indifferente, ma non si lasciò scoraggiare. Prese per positivo il fatto che continuasse ad assecondare la conversazione. Aveva da sempre la sindrome di Pollyanna ed era portata a vedere il bicchiere mezzo pieno.
– Allora potresti accompagnarmi! Io cercherò i libri e tu spulcerai tra i fumetti, magari anche tra i dischi. Ce ne sono tanti da collezione, in vinile. Lo vide storcere la bocca in una smorfia sprezzante.
– Ti sembro tipo da vinile, io? – Era sceso dalla moto e le si era piazzato di fronte. Era molto alto, pensò Aria, o forse era lei a essere bassa. Restava il fatto che si sentiva bene: le piacevano i ragazzi e pensava che loro due formassero proprio una coppia ben assortita. Pensava…
– Che hai da sorridere tanto? Sembri un clown.– Ora le sue sopracciglia si erano incurvate verso il basso, notò Aria, conferendo a quel viso d’angelo un’aria severa, di rimprovero. Ma lei non se ne curò, avviandosi verso il negozio poco distante da lì.
– Su, andiamo – lo incalzò voltandosi verso di lui e si accorse subito che, nonostante l’aria da duro, la stava seguendo, docile.

***
Nella libreria, in silenzio, lui attese che scegliesse i libri. Dava ogni tanto un’occhiata ai giornalini, in verità con poco interesse perché gli sguardi erano rivolti verso quella strana ragazza che, con quel vestito informe, sembrava un palo ammantato di fiori. C’era qualcosa, in quella figura, che lo attirava. Era diversa dal tipo di ragazze con cui era abituato a uscire: un tripudio di curve che facevano fatica a essere contenute nei succinti vestitini, sempre troppo stretti e troppo corti, di una taglia troppo piccola per quei floridi corpi. Erano soli nel negozio, a eccezione del vecchio signor Fontana che non badava a loro. Non c’era nulla che valesse la pena di venir rubato, in quell’angolo di negozio. Rimasero lì un bel po’, quasi un’ora, e gli sembrò un’eternità. La scena si era ripetuta per innumerevoli volte: lei sollevava un volume, se lo rigirava fra le dita con cura e leggeva prima la quarta di copertina, poi la prima pagina. Senza fretta, meditando bene sulla scelta da fare.
– Tutto qui, un libercolo tutto sbrecciato per un euro? – protestò alla fine uscendo, quasi offeso.
– Settanta centesimi, mi ha fatto lo sconto! – lo corresse lei, ilare.
– Già, gli hai fatto perdere tutto il pomeriggio e non gli hai fatto guadagnare neanche i soldi per la cena. Fosse per quelli come te, potrebbe chiudere bottega.
– Esagerato, gli abbiamo tenuto compagnia, altrimenti sarebbe stato solo! Erano tornati al punto di partenza, sempre continuando a scambiarsi botte e risposte con fare apatico da una parte e allegra emozionalità dall’altra, come due attori che recitano seguendo ognuno il proprio copione. L’osservava reggere con orgoglio quel vecchio trofeo tra le dita: niente sacchetto, al risparmio, vista anche l’entità della spesa. Ma se si fosse trattato di un gioiello avrebbe usato la stessa cura? Gli sembrava felice dell’acquisto e ansiosa di iniziare a leggerlo. Insistette per offrirle un gelato, che lei accettò entusiasta. Poco dopo, indugiarono in silenzio, in piedi sul marciapiede assaporando il cono, senza guardarsi: lei poco più avanti, come se non fossero insieme, ma due entità separate messe a caso nello stesso luogo.

***
Aria avvertì il braccio del ragazzo passarle sopra la spalla, senza troppa leggerezza, per sfilarle il libro dalle mani. Si arrestò, voltandosi per fronteggiarlo.
– Onda d’Amore. Ma sul serio leggi questa roba? Sembrava deluso e lei si sentì in dovere di dargli una spiegazione.
– Mi piace far vagare la mente, quando leggo. I classici e i saggi li prendo in biblioteca, ma è bello distrarsi con storie più leggere. Comunque, sembra scritto bene. Una volta i libri rosa erano di qualità.
– Oh, ci credo, questo forse era di mia nonna. È come te. Aria l’osservò reggere il libro con una mano sollevata verso il viso, guardando il dorso sgualcito. Rimase interdetta, indecisa se sentirsi onorata o meno da quell’affermazione.

***
Fuori moda, dalle tinte pallide, poco avvenente, eppure con la promessa di un contenuto spettacolare. Ecco come l’aveva vista lui, al primo sguardo. L’aveva scelta prima ancora di rendersene conto. Così era successo a lei per il libro, l’aveva osservata bene. Aveva visto le sue pupille incollarsi sulla pagina ingiallita. Aveva fatto fatica a staccarsi, tanto che la lettura si era prolungata fino alla seconda pagina. Non lo aveva più riposto e aveva continuato a far vagare lo sguardo sullo scaffale ricolmo. Era già suo, senza che potesse deciderlo. Sentì all’improvviso che anche lei doveva essere sua, non aveva alternative e non era disposto a lasciarne nemmeno a lei.
– Ora me lo dici il tuo nome, signorina Onda d’Amore? La vide ridere imbarazzata, probabilmente più per l’appellativo che per essersi resa conto della poca cortesia mostrata. Ma nemmeno lui si era presentato, in fondo. Erano stati entrambi maleducati, ma trovava questo tipo di maleducazione un mistero affascinante. [...]       

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