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Oxè awards 2007. I migliori racconti erotici

Oxè awards 2007. I migliori racconti erotici
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Primo capitolo

I PRIMI CALDI
di Dante Bernamonti

 
— Dio se fa caldo.
Terribili i primi caldi.
Se la chiamassi? È ancora ora, sarà sola e chissà cosa starà facendo.
Però mi levo la giacca, perché davvero fa troppo, troppo caldo.
Sì.
La chiamo.
Adesso. —
E subito dopo l’ultimo pensiero si domanda con che voce abbia parlato.
Giurerebbe che fossero stati solo pensieri, parole solo “dentro”.
Ma non ne è così sicuro, con ‘sto caldo, forse si è parlato a voce, da solo, davvero e manco se ne è accorto.
Prende il telefono, cerca nella rubrica, alla terza lettera digitata ecco che lei appare sul display, 033… Poi dà l’invio e attende.
La giacca a giacergli sulla spalliera della poltroncina, alle spalle.
— Ehi, sono io. Cosa stai combinando adesso?
Lei gli parla del ritorno a casa, della cucina, dell’attesa che qualcuno lì da lei torni come tutte le sere a breve.
Lei ha poco, pochissimo tempo.
— Ma dove sei esattamente?
Della casa di lei dove mai ha messo piede lui conosce ormai ogni centimetro quadrato da tanto, tanto tempo.
È sul divano, ha tolto le scarpe, sfilato le calze. Si stava massaggiando le gambe perché se le sentiva gonfie. Perché anche da lei fa caldo.
Molto caldo. Il primo caldo.
Atteso ma capace di stupire ugualmente.
— Avrai lasciato a terra tutto per pigrizia, poi sgridi lui perché e disordinato — l’uomo la prende in giro. Un gioco farlo lievemente.
— E a cosa stavi pensando?
— Ma hai poi letto le cose che oggi ti ho chiesto di leggere? Le hai lette attentamente? — e ride nel formulare la domanda.
Lei si schernisce, sa che lui adora quel tono di voce quasi infantile di quando lei gioca a negarsi, e lo accontenta.
— Dai, tanto lo so che l’hai fatto…
— L’hai fatto. E…? E poi?
Lei comincia dapprima titubante a raccontargli.
Del desiderio che si è insinuato dapprima lento, serpente in cerca di una tana ben nascosta. Sì, lei aveva letto.
Di giochi folli. Di passioni. Di interminabili silenzi carichi di spilli a pungerle la mente. A lucidarla sotto.
— E ora?
— Sì, mi fa piacere se vuoi farlo adesso.
— E se ti sei immedesimata in quei gesti e quelle storie, cercale dentro di te adesso. Cerca me, io sono qui, che aspetto.
Dall’altro capo del cellulare solo fruscii all’inizio.
Che l’uomo legge, decifra, incollato al telefono come se volesse farne parte e tutt’uno col suo orecchio. Il piccolo rumore del cellulare che si posa sul divano.
Il sordo istantaneo eco del fermaglio della gonna. Lo scivolo quasi languido della cerniera lampo.
Poi l’ombra di un gemito di molle e lui immagina lei spingersi, puntarsi, sollevarsi, come l’ha vista fare altre volte, su altri letti, per sfilarsi, senza nemmeno alzarsi, dalla gonna.
— Brava, così è perfetto.
Ora è il rumore del respiro di lei che inarca e solleva le reni, per sfilarsi anche le microscopiche mutande. Deve avere il cellulare stretto tra collo e capo perché, oltre al respiro, il fruscio della camicetta si trasmette, inconfondibile e netto.
— Toccati adesso.
— Reggi il telefono così col collo torto come fai quando ti chiamo e stai cucinando, e usa entrambe le mani, falle scivolare sulle cosce, lente, chiudi gli occhi per rileggere le cose chi ti hanno eccitata oggi, leggile ad occhi chiusi, col pensiero, meglio.
— … mi piace il rumore del telefono che sfrega sai? Ora usa le mani entrambe per allargarti le cosce.
Nel telefono il rumore del tessuto su cui poggia il cellulare di lei, e viene sfregato e stretto, si mescola al respiro che le si addensa assai velocemente.
E le si accorcia.
— Ora che sono larghe porta le mani a convergere al centro, allargati le labbra come se volessi aprirti.
Ansima, lei, adesso.
— Immagina sia io ad aprirti e guardarti dentro il sesso.
— Ora leccati le dita, coprile di saliva, poi torna a portarle, cariche del fresco della tua stessa saliva fin quasi dentro. È la mia lingua, è la mia saliva che ti sta lavando.
— Affondale adesso, voglio che scompaiano quanto più a fondo te lo consenta il dolore al polso. Poi muovile come sai mi muovo io, lì dentro.
Lei rantola una parola che l’uomo non riesce a decifrare, poi la sua voce si fa bava al suo orecchio.
L’ascolta, perso nei suoni che lei gli sta regalando.
Ascolta i tempi del respiro che sono sovrapposti a se stessi quasi, tanto si sono fatti svelti e incongruenti col moto del diaframma.
Il gemito delle molle del suo divano vecchio, lei che dice sempre che ormai è ora di cambiarlo, e non si decide mai a farlo.
Una due tre volte lo scatto delle molle all’infiggersi dei piedi nei cuscini, mentre lei si inarca e sta godendo.
— Ora ti lascio. Ti bacio. Torno a casa — le dice con voce dolce, appena sente che il respiro di lei si sta placando.
Che scende definitivamente l’ultimo ritorno dell’onda più lunga nel suo ventre.
— Domani ti darò da leggere altro. Sei una brava allieva, sai? Sono contento.
— Un bacio. E datti da fare che lui tornerà a casa presto, sono già passate da oltre mezz’ora le otto.
Spegne il cellulare raccogliendo il bacio, perché esistono i baci dati e i baci detti, e lei da casa può solo dirlo.
Lei fa scivolare le cosce dal divano, nude, posa al suolo i piedi larghi e parla.
— E ora prendimi, scopami, bastardo! Che ti sei divertito abbastanza e ora tocca a me di farlo.
Ride al suo uomo a casa, che mica sempre rincasa così tardi, seduto dall’inizio lì di fronte, coi pantaloni aperti, eccitato e teso, oltre i denti della lampo, che la sta guardando.
Poi si sdraia con la schiena allo schienale.
Lui le solleva, in ginocchio tra le sue cosce aperte, le gambe e se le posa sulle spalle.
Poi con una spinta secca, le sale dentro.
È calda, fradicia e subito un istante dopo lei sta già godendo.

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