Abbiamo 1537 visitatori e nessun utente online

AA.VV
Oxè Awards duemilanove, i migliori racconti erotici

Oxè Awards duemilanove, i migliori racconti erotici
0.0/5 di voti (0 voti)
Primo capitolo

INSONNIA
DanzaSulMioPetto

 
 
L’una e mezza… un’ultima sigaretta prima di andare a letto, è dalle sei che sono sveglio.
I pensieri si susseguono incessantemente, vagando tra le nuvole di fumo mentre vado su e giù per la stanza, gesticolando per l’enfasi dei miei discorsi silenziosi.
La sigaretta è finita, ma non ricordo di averla fumata… non posso andare a letto insoddisfatto, devo accenderne un’altra, altrimenti poi non riuscirei a dormire.
Prima meglio bere qualcosa, così da far bruciare di meno la gola, magari creando quel primo intontimento che fa girare un po’ la testa, quello capace di far assopire tutti i pensieri che ossessivamente assediano la mente.
Brandy, gin, vodka? Meglio la vodka, ma quella liscia, non quelle schifezze alla frutta che poi fanno vomitare… qualche sorso e poi accendo la seconda sigaretta.
Mi siedo stavolta, così mi agito di meno e riesco a godermi la sigaretta.
L’intontimento arriva, ma non come vorrei, troppo lieve, appena accennato. Mi sono abituato troppo a bere, quando è così, è una vera maledizione, bisogna scolarsi bottiglie intere per poter ottenere gli effetti desiderati.
Finisco la sigaretta, ma è la terza, non la seconda. Fumo troppo, meglio davvero andare a letto ora.
Sono le due e mezza, non è ancora estate, ma fa caldo come se fosse ferragosto, o forse è per la vodka che ho così caldo?
Inizio a rigirarmi nel letto senza riuscire a prendere sonno, quando sono sul punto di addormentarmi, perdendomi in quei sogni strani del dormiveglia, quelli che sembrano quasi partire da riflessioni, ma che non si sa mai come ci si arriva, ecco che l’impellente bisogno di andare in bagno mi risveglia.
È la fine, so già che ora non riuscirò a riprendere sonno, è come se avessi dormito e poi mi fossi svegliato.
Non è proprio così, perché non ho dormito per niente, ma la sensazione è quella e malgrado la stanchezza non riuscirò a riaddormentarmi.
Sono già le quattro! Non so come sia possibile che siano già le quattro, fumo un’altra sigaretta, prima di andare a fare una doccia.
Mi accorgo mentre prendo il caffè, di aver finito le sigarette, ero certo di averne un altro pacchetto, ma non è così… mi tocca uscire ora, non mi va tanto di fare le uscite impreviste, più che altro non mi va di vestirmi, mi sento più a mio agio senza vestiti.
C’è di positivo che almeno, a quest’ora, l’aria è piacevole e non c’è nessuno per strada. Mi piace percorrere le vie del centro quando sono deserte, quando c’è quella strana atmosfera tipo “Ai confini della realtà”, o anche come “28 giorni”. Però degli zombi ne faccio a meno, preferisco di gran lunga i vampiri, ma forse sono io lo zombi con la faccia che mi ritrovo a furia di notti insonni.
Peccato non avere degli stivali, mi piace come riecheggiano nel silenzio prima dell’alba, quando si cammina sul ciottolato.
Il fatto è che uso solo scarpe da ginnastica e non faccio nessun rumore quando cammino… so essere talmente silenzioso che potrei avere un futuro come ladro o come killer.
 
“Ti va di scopare?”.
“Cosa?”.
“Di scopare… ti va?”.
“In senso letterale o figurato?”.
“Sei scemo?”.
“No, chiedevo per sicurezza”.
“Beh, se non ti va trovo qualcun altro”.
“Sì, a quest’ora c’è una gran folla in giro”.
 
Mi aveva raggiunto al distributore automatico mentre prendevo le sigarette, era a dir poco strano che una ragazza così carina potesse andarsene in giro a quell’ora, facendo queste proposte al primo che incontrava.
Se non fosse stato per i miei jeans strappati e la camicia logora che indossavo, avrei pensato a un tentativo di rapina, ma non mi sembrava proprio una rapinatrice.
 
“Andiamo”, disse afferrandomi per un braccio e trascinandomi via con sé.
 
Lei aveva i tacchi, sandali col tacco, camminando con lei potei godermi finalmente quella melodia dei passi che echeggiano nel silenzio.
Osservando il suo vestito di raso e le scarpe, compresi che non era una uscita di casa per prendere le sigarette, sembrava più che fosse appena uscita da una festa elegante.
In questi casi, però, in genere si va a prendere il cornetto di notte prima di tornare a casa, non uno sconosciuto da portarsi a letto.
La cosa più strana è che mi portò a casa sua, un bell’appartamento, riccamente arredato. Insomma, non le veniva il dubbio che potessi essere un ladro o un maniaco, avevo un’aria così rassicurante da non crearle alcuna preoccupazione al riguardo?
Eppure, per quanto fosse un po’ strana, non mi sembrava del tutto fuori di testa.
 
“Carina la testa rasata… è piacevole strofinarci la mano sopra” disse accarezzandomi.
“Ma perché te li sei fatti così? Non sei calvo”.
“Tu perché ti porti sconosciuti a casa per farci sesso? Sei molto carina, di certo puoi trovare modi più sicuri per portarti qualcuno a letto”.
“Vuoi qualcosa da bere?”.
“Non so, cos’hai?”.
“Vodka liscia… ti piace?”.
“Sì, va benissimo”.
 
Reggevo bene la vodka, e gli ampi sorsi che in genere facevo dalla bottiglia, andavano ben oltre le quantità dei bicchierini che di solito bevono le persone normali, ma un po’ mi stupii nel vedermi servire la vodka in un bicchiere da acqua quasi pieno.
 
“Vuoi ascoltare un po’ di musica?”.
“Sì”.
“Cosa vuoi ascoltare?”.
“Non saprei… cos’hai?”.
“Grace di Jeff Buckley?”.
“Sì, ok”.
 
Mise su il cd di Jeff Buckley, poi prese cartine, sigarette ed erba… e si stese sul divano accanto a me, stendendo le gambe sulle mie e iniziando a preparare la canna.
 
“A te va di fumare?”.
“Sì, certo… ma dopo questo e la vodka non posso dare garanzie su eventuali performance”.
“Tranquillo, a quello poi ci penso io… tu intanto fammi un massaggio, quei tacchi sono micidiali”.
 
Iniziai a massaggiarle delicatamente i piedi, facendo scivolare la mano lungo le sue piante, con lievi pressioni che risalivano dal tallone fino alle dita.
Lei intanto aveva finito di preparare la canna ormai e aveva iniziato a fumare.
 
“Sei bravo a fare i massaggi, si direbbe che ti faccia anche piacere farli… non è che per caso sei uno di quelli a cui piacciono i piedi?”.
“Che domanda indelicata… come se io chiedessi ad una donna che me lo sta succhiando se le piace il…”.
“Non preoccuparti, a me non dispiace… sono già stata con uno a cui piacevano” disse sollevando un piede e accarezzandomi la testa.
“Strofinarci su il piede è ancora più piacevole… comunque, se vuoi, dopo puoi leccarmeli, mi piace farmi leccare i piedi… ora però fuma” disse allungandomi la canna.
 
Mentre fumavo, lei si alzò e si mise in ginocchio tra le mie gambe, sbottonandomi il pantalone.
 
“Però, si vede che ti fanno effetto i piedi”.
 
Iniziò a leccare il mio sesso, facendo scorrere la lingua per tutta la sua lunghezza, fino alla punta.
Poi lo prese in bocca, succhiandolo finché non lo sentiva sussultare… a quel punto si fermava e riprendeva a leccarlo piano, prima di infilarselo nuovamente in bocca.
Ci giocò così per un po’, finché non mi lasciò venire, continuando a succhiarlo anche  quando la riempii con il mio orgasmo, che il suo gioco aveva reso ancor più impetuoso.
 
“Ha un sapore un po’ strano, ma mi piace… non pensavo fosse così”.
“Perché, non l’avevi mai fatto?”.
“La canna è finita, vero?... beh, non importa, tanto sono troppo stanca ora. Me ne vado a letto. Tu chiudi bene la porta quando vai via”.
 
Mi resi conto di non essere riuscito a prendere le sigarette quando lei mi aveva trascinato via dal distributore.
Sul tavolino c’era il suo pacchetto, volevo chiederle se potevo prenderle, ma lei ormai si era già chiusa in camera da letto, probabilmente dormiva già.
Di certo non le avrebbe creato problemi se ne prendevo un paio, avevo troppa voglia di fumare e non potevo aspettare di raggiungere di nuovo il distributore.
 
“Ehi! Sei ancora lì?”.
“Sì, perché?”.
“Non riesco a dormire… vieni?”.
 
La raggiunsi nella camera da letto e la trovai completamente nuda, accarezzata dalla luce dell’alba che filtrava attraverso le tende.
L’arredamento della camera era di un molle decadentismo molto sensuale, da foto in bianco e nero.
Il suo corpo nudo tra le onde di seta bianche delle lenzuola era molto attraente, e quei pochi raggi di sole che riuscivano a passare tra le pesanti tende, esaltavano ancor di più la bellezza della sua pelle liscia.
 
“Prima hai detto che ti piacerebbe leccarmi i piedi”.
“Non l’ho detto”.
“Non in modo esplicito, forse non a parole… ma lo hai detto”.
“Diciamo che forse l’ho detto”.
“Bene. Io ho sonno, ma ho difficoltà a dormire… farmi leccare i piedi mi rilassa”.
“Ed io cosa dovrei fare, leccarti i piedi finché non ti addormenti?”.
“Più o meno, in realtà dovresti continuare anche dopo, perché io ho il sonno leggero, se smetti poi finisce che mi sveglio”.
“Ho detto… anzi, forse ho detto, o lasciato capire, che mi potrebbe piacere leccarti i piedi, ma non ho assolutamente detto di essere un cane. Non ti aspetterai che passi tutto il tempo a leccarti i piedi per farti dormire?”.
“Non proprio tutto il tempo… se ti addormenti mentre lo fai, o riposi un po’, non importa… basta che rimani ai miei piedi, e mi fai sentire il calore del tuo corpo e del tuo respiro… visto che ti piacciono i piedi non dovrebbe crearti tanti problemi, i miei sono belli, vedi?”.
 
 
Agitò i piedi per aria per farmeli guardare attentamente, ma non era necessario, li avevo già osservati attentamente massaggiandoli, ed aveva ragione, erano davvero belli, i miei preferiti… snelli e con le dita affusolate.
 
“Sì, sono belli… su questo non c’è alcun dubbio, ma…”.
“Ma, cosa? Io prima ti ho fatto rilassare, mi sembra giusto che ricambi il favore ora”.
“Io non te l’ho chiesto… e non pensavo l’avessi fatto solo per fare un favore a me… credevo ti piacesse”.
“E questo che c’entra? Anche tu mi farai un favore che darà piacere anche a te”.
 
In effetti, il suo discorso non faceva una piega, era estremamente logico… ed io ero troppo stanco e fatto per potermi mettere a discutere.
Oltretutto non sapevo neanch’io perché mi ero messo a discutere, lei aveva ragione, i suoi piedi mi piacevano.
Sarà stata colpa del suo atteggiamento forse, e poi c’era una specie di magnetismo tra di noi, proprio non ce la facevo a trattenermi dal desiderio di polemizzare.
 
“Ok, almeno così fumo di meno… e magari riesco anche a dormire” le dissi sedendomi.
“Già, fumi troppo e dormi poco”.
“E tu che ne sai?”.
“Uno che si trova alle quattro del mattino a un distributore automatico di sigarette, vestito come se si fosse messo addosso le prime cose che gli sono capitate sotto mano…”.
 
Cominciavo a trovare sempre più snervante la logica delle sue osservazioni, soprattutto se era tale da costringermi a darle ragione e non poter replicare.
 
“E tu invece che ci facevi lì a quell’ora? E per di più vestita come una appena uscita da una festa?”.
“Dai stenditi qui” disse sollevando le gambe per farmi stendere sotto i suoi piedi.
“Potresti almeno dire per favore”.
“Tu potresti essere più galante e offrirti spontaneamente. E poi non mi sembra che tu sia stato tanto educato prima, non mi hai mica detto grazie quando te l’ho succhiato”.
“Tu non me ne hai dato il tempo, sei andata via e non ti sei ne anche preoccupata di accompagnarmi alla porta… sono pur sempre un ospite”.
“Ed io sono stata molto ospitale… ti ho lasciato la casa a disposizione senza cacciarti via quando ho deciso di andarmene a dormire”.
“Grazie… ti sono davvero grato per avermelo succhiato con tanta passione… è stato commovente”.
“Figurati, è stato un piacere per me… ora ti prego, sii gentile, stenditi qui ai miei piedi e leccali… per favore”.
 
Mi tolsi la camicia e mi stesi, lei iniziò ad accarezzarmi il petto e il viso con i piedi, cercando la posizione adatta.
Alla fine si fermò con entrambi i piedi tra le mie mani, sospirando dolcemente non appena cominciai a baciarli.
Non so quando e come mi addormentai, né quanto dormii… di certo so che non dormivo così tanto e così serenamente da diverso tempo.
Il risveglio avvenne in maniera inaspettata e soprattutto molto piacevole.
Aprendo gli occhi mi accorsi di essere completamente nudo, lei era china su di me, intenta a leccare e succhiare con dolcezza il mio sesso.
Sentivo la sua lingua avvolgerlo, come se lo stesse accudendo e coccolando, come se stesse facendo l’amore con lui.
Quando si accorse che ero sveglio, si arrampico su di me e mi baciò con passione sulla bocca.
Continuò a baciarmi, giocando con la lingua nella mia bocca e strofinando il suo sesso sul mio finché non lo sentì entrare dentro lei, poco per volta, sempre più in profondità, fino a sentire il suo piacere stringersi al mio, esplodendo nell’abbraccio del suo ventre.
 
“Di scopare poi non mi andava più, ma fare l’amore con te è stato simpatico… sei molto tenero, anche se fai l’orso” disse alzandosi ed uscendo dalla stanza.
“Simpatico? Tenero? Passi per il tenero, ma il simpatico...”.
“Perché, cos’ha che non va?”.
“Di solito si usano aggettivi un po’ più intensi per descrivere questo tipo di piacere”.
“Io non amo fare quello che fanno tutti gli altri”.
“Ah… la classica rompipalle alternativa!”.
“No, mi stanno sulle palle gli alternativi… gente che finge di essere diversa per darsi un tono”.
“Se la pensi così, possiamo andare d’accordo allora”.
“Per il simpatico comunque… credo che non dovresti sottovalutarlo… non mi conosci, non sai quel che potrebbe voler dire per me”.
“Già, in effetti non conosco neanche il tuo nome… è la prima volta che mi capita”.
“Non conoscere il nome di una persona? Credo ce ne siano molte di persone di cui non conosci il nome”.
“Sì, ma non si tratta di persone con cui sono stato tanto intimo”.
“Intimo?” disse tornando in camera da letto con il caffè. “Cos’hai ti sei ripulito la bocca perché abbiamo fatto sesso? Spero non finirai col comprarmi fiori e recitarmi poesie ora”.
“Avevo ragione… sei proprio una rompipalle! Anche portare il caffè a letto alla persona che ti sei scopata però… non è molto originale”.
“Vero… ma chi ti ha detto che questo è per te”, disse sedendosi su di me e sorseggiando il caffè.
“Sarebbe stato carino portamelo per ringraziarmi per averti leccato i piedi”.
“Ti è piaciuto farlo… e questo è più che sufficiente… per non parlare del fatto che anche il modo in cui ti sei svegliato potrebbe essere una forma di ringraziamento… il caffè, se lo vuoi, è in cucina”.
“Bene, allora che ne dici di alzarti, che mi stai sullo stomaco ed io ho anche bisogno di andare al cesso”.
“Ecco, bravo! Ora si che ti esprimi in maniera corretta… poetica e delicata”.
“E non mi hai sentito ancora ruttare… compongo sinfonie bellissime! Se mi dici il tuo nome, potrei esercitarmi e imparare a pronunciarlo così”.
“Beh, adesso non esageriamo… preferisco quelli liberi e improvvisati”.
 
Da quando stavo con lei, finalmente avevo ripreso a dormire normalmente.
Tutto andava alla perfezione, e in pratica vivevo con lei, nel suo appartamento.
Stavamo davvero bene insieme, giornate intere a ridere e fare l’amore… eppure, restava ancora qualcosa di irrisolto, qualcosa che non mi permetteva di vivere serenamente quella storia.
Lei continuava a voler mantenere l’anonimato, non sapevo niente di lei, né il nome, né cosa faceva nella vita.
Avrei potuto pedinarla, rovistare tra la sua roba quando restavo solo a casa sua.
Ma non volevo ridurmi a questo, volevo che fosse lei a parlarmi di sé, spontaneamente, senza costringermi a ricorrere a giochi poco puliti che avrebbero compromesso il nostro rapporto.
Il tempo però intanto passava e lei non accennava minimamente a cose come il suo nome, il suo lavoro, o il nostro incontro.
Sembrava essersi adagiata su quell’insensato desiderio di restare avvolta nel mistero, approfittando del mio atteggiamento eccessivamente comprensivo nei suoi confronti.
 
“Sai che è da tre mesi che stiamo insieme?”.
“Tre mesi? Davvero? E allora?”.
“Io non so ancora il tuo nome”.
“E con questo? Stiamo sempre a distanza ravvicinata, non hai bisogno di chiamarmi… e poi neanch’io conosco il tuo”.
“Solo perché non mi va di dirtelo visto che io non conosco il tuo… piuttosto come mi hai memorizzato nella rubrica del cellulare?”.
“Leccapiedi… e tu?”.
“Che simpatica che sei… io invece ti ho memorizzata come scamazzapalle!”.
“Scamazzapalle? Carino, molto originale… ma non ti credo… secondo me avrai usato qualcosa di smielato, tipo “amore mio”… dai, fai vedere”.
“Perché andavi in giro a cercare qualcuno con cui scopare e perché non vuoi dirmi il tuo nome?”.
“E tu perché devi fare tante domande?”.
“Perché forse ti amo e voglio sapere chi sei”.
“Mi ami?... e credi che sapere il mio nome e il motivo per cui mi sono comportata in quel modo basterebbe a farti capire chi sono?”.
“No, ma sarebbe un inizio”.
“E chi ti dice che io voglia iniziare?”.
“Dovrai farlo prima o poi”.
“Sai, credo sia meglio che tu te ne vada ora”.
“Cosa?”.
“L’appartamento è mio… se decido di rompere con te sei tu che devi andartene”.
“Stai scherzando?”.
“No, vattene”.
 
L’una e mezza… un’ultima sigaretta prima di andare a letto, è dalle sei che sono sveglio.
I pensieri si susseguono incessantemente, vagando tra le nuvole di fumo mentre vado su e giù per la stanza, gesticolando per l’enfasi dei miei discorsi silenziosi.
La sigaretta è finita, ma non ricordo di averla fumata… non posso andare a letto insoddisfatto, devo accenderne un’altra, altrimenti poi non riuscirei a dormire.
Prima meglio bere qualcosa, così da far bruciare di meno la gola, magari creando quel primo intontimento che fa girare un po’ la testa, quello capace di far assopire tutti i pensieri che ossessivamente assediano la mente.

Specifiche

Share this product