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Oxè Awards Duemilatredici. Vol I - Le autrici

Oxè Awards Duemilatredici. Vol I - Le autrici
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Primo capitolo

CALORE NEL FREDDO
di Aristobimba
Fa freddo fuori, incredibilmente freddo.
Sono le cinque di pomeriggio e l’atmosfera invernale è nera come la notte. Nemmeno le luci della stazione di Milano riescono a far emergere i corpi dalle ombre, rivelando solo le sagome mobili delle persone che si aggirano tra quelle più imponenti e regolari dei treni. Serpeggio tra la gente trascinandomi pesantemente appresso la valigia fino al binario e al treno e alla carrozza e, finalmente, al mio scompartimento.
Man mano che i minuti passano, lo spazio accanto a me si riempie di persone, vicinissime ma come sempre estremamente lontane. La mia testa è completamente tuffata in un libro nemmeno troppo entusiasmante e il treno parte, in un’armonia dissonante tra l’atmosfera ovattata dell’esterno e il vociare vorticoso nei corridoi.
Fa freddo dentro, incredibilmente freddo.
Il capotreno passa facendosi luce con una torcia e avvisa che un guasto ha spento l’elettricità nella carrozza: niente riscaldamento, niente luce.
– Se lo desiderate potete spostarvi nella carrozza di prima classe senza pagare il supplemento – spiega.
Ma la mia pigrizia prende il sopravvento: mentre tutti gli altri raccolgono borse, bambini, pacchi e pacchettini e traslocano rapidamente sostenendosi e fomentandosi a vicenda nelle lamentele contro le Ferrovie dello Stato, io penso alla valigia già posata sulla griglia portabagagli, indosso il cappotto e chiudo il libro e gli occhi.
– Alla fine non si sta così male –  dice una voce maschile dalla poltroncina accanto alla mia. Non mi ero neanche accorta che fosse rimasto qualcuno!
– Già, – rispondo – stavo cercando di leggere ma con questo buio mi sembra difficile.
– Dove vai?
– A Vicenza. E tu?
– A Udine. Incredibile quello che combina la neve... pensa che stamattina ci ho messo quattro ore da Gallarate a Milano!
Domande usuali e risposte preconfezionate si trasformano un po’ per volta in un dialogo sempre meno banale: dal classico argomento meteo passiamo alle origini, al lavoro, agli studi, alla vita, agli interessi socio-cultural-musical-cinematografici passando per i massimi sistemi con un pizzico di ironia. L’oscurità ci nasconde al punto che non ho nemmeno bisogno di rivolgere il viso verso di lui e guardarlo, ma parlo semplicemente fissando un punto di buio di fronte a me. Una miriade di informazioni compongono un percorso che segue il filo della sua voce calda e dolce, che mi guida pian piano all’interno di lui anche se lo conosco appena da mezz’ora.
Quando il treno sosta in una stazione di passaggio la fioca luce esterna disegna i nostri profili e l’intimità tra di noi cresce man mano che colgo dettagli del suo aspetto e del suo cuore. È come se fossimo due linee che, da parallele e lontane, iniziano a viaggiare l’una accanto all’altra, proprio come i binari, per poi convergere per un disegno ineluttabile. L’impossibilità di vedere scioglie la lingua e la mente aprendola ad orizzonti sempre più lontani mentre mette all’erta tutti gli altri sensi: comincio così a percepire la vicinanza, il calore che emana dal suo corpo, lungo tutto il mio profilo sinistro, e mi trapassa fendendo il gelo della carrozza. Non so se è un movimento intenzionale o spontaneo ma so che di sicuro è naturale questo avvicinarsi progressivo dei nostri corpi. Quello che era prima solo uno scambio di calore a distanza diventa uno sfioramento leggero, proprio come la conversazione che scorre tra di noi senza sosta.
 
Sono affascinata. Non incarno certo quel tipo di donna che attacca bottone con chiunque: sono difficile, selettiva, timida, diffidente. Questo viaggio però sta prendendo tutt’altro significato, perché si sta svolgendo molto più dentro di lui che verso la meta. È inevitabile scivolare via via più vicini, a parole e insieme fisicamente: il primo tocco vero e sicuro che avverto è la sua mano sulla mia coscia, così al tempo stesso sensuale e incorporea da confondermi. Eppure vado avanti a parlare, come se nulla stesse accadendo di nuovo. Non ho nessuna paura, solo un senso di attesa crescente. È una mano grande, bella da sentire attraverso il nylon delle calze mentre muove impercettibilmente le dita. Lo imito e riproduco a specchio i suoi movimenti, incontrando la ruvida tela dei jeans sotto cui al contatto sento tendersi il muscolo. Tutto diventa ancora più fluido: le parole, i movimenti, io. Non mi ero accorta di essere bagnata fino al momento in cui sento un suo dito penetrarmi con facilità, dopo aver strappato le calze con le unghie e scostato le mutandine appiccicose del mio umore. È ovvio che accada: entrarsi dentro è ciò che abbiamo fatto dalla partenza.
Spudoratamente ricambio il suo tocco e incredibilmente la mia voce suona ancora ferma mentre il flusso di parole procede senza soluzione di continuità. Aderiamo l’uno all’altra come due metà di un biscotto, insinuandoci reciprocamente nel nostro intimo più profondo. Sento che solleva i braccioli delle poltroncine che ancora ci separano e, senza chiedere, gli monto addosso con bramosia. Riempie tutti gli spazi vuoti dentro di me: carne alla carne, spirito allo spirito.
Il nostro dialogo continua moltiplicandosi su due livelli, di cui uno scorre placido e l’altro sempre più concitato: sembra tutto apparentemente immutato ma so che riesce a cogliere i sospiri tra il ritmo cadenzato delle mie parole.
Sono completamente vestita e insieme totalmente nuda: le sue mani stringono ora violentemente le mie, non mi ha toccato che lievemente e indosso ancora il cappotto abbottonato a metà, così come sento il suo attraverso la pelle delicata tra le gambe. Ma al tempo stesso è così profondamente dentro di me che lo percepisco ovunque, dai piedi ancora infilati negli stivali al seno ignorato, dal cuore alla gola. Il suo alito mi accarezza il collo sempre più caldo mentre il gelo raffredda l’alone appena fuori di noi.
So che tra un attimo e solo per un attimo smetteremo di parlare.
E, senza preavviso, la luce si riaccende: dura una decina di secondi, giusto il tempo per incrociare i suoi occhi grigi carichi come nuvole di un temporale, abbinati a capelli color argento. Il disegno soffice e rosa della sua bocca mi si stampa nel cervello come impresso su una pellicola fotografica e non resisto dall’appoggiare le labbra sulle sue mentre la luce se ne va ancora.
L’orgasmo è un’esplosione che genera silenzio fuori e rumore dentro, un fiotto caldo nelle mie viscere che va ben oltre l’utero.
Abbiamo finito le parole, quelle che rimangono le voglio leccare direttamente dalla sua lingua.
Una voce metallica annuncia la mia fermata.
– È la mia fermata – esclamo prevedibilmente.
 
Fa freddo fuori, incredibilmente freddo.
Avvolta nella nebbia del binario osservo il treno che riparte e sento il suo sorriso dietro il finestrino buio, che rispecchia quello dentro di me.
All’improvviso mi viene in mente un dettaglio: non ci siamo mai presentati, non conosco nemmeno il suo nome.
Meravigliosamente perfetto.

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