Abbiamo 1780 visitatori e un utente online

AA.VV
Oxè Awards Duemilatredici. Vol II - Gli Autori

Oxè Awards Duemilatredici. Vol II - Gli Autori
0.0/5 di voti (0 voti)
Primo capitolo

IL PELLEGRINAGGIO
di Agramante


Eravamo arrivati tardi al porto e avevamo trovato soltanto un passaggio di ponte. Niente cabine, ma non era un problema per me: per starle vicino avrei dormito anche sui cocci di bottiglia; né per lei, che si adattava senza problemi alle situazioni più scomode. Poi, mentre stavamo nella taverna, sorseggiando vino speziato lei e acqua pura io, in attesa che il personale smorzasse le luci, per sdraiarci sulle panche, si era avvicinato un marinaio, bruno come un saraceno, alto, riccio di capelli, che portava all’orecchio un anello d’oro che scintillava quasi come i suoi denti d’avorio. Lui si era comportato come se io non esistessi e cercò di apparire bello e scanzonato davanti a Flavia che, da parte sua, rispondeva civettuola e seducente. Il pirata fece commenti cortesi sulle forme prorompenti di Flavia, si prodigò in doppi sensi banali ai quali lei rispondeva ridendo sguaiatamente, si informò sulle condizioni di lei e quando seppe che aveva solo un passaggio di ponte sulla sua nave la invitò cortesemente nella sua cabina per riposare. Io, che mi ero illuso e che continuavo a sperare di poter portare Flavia sulla retta via, mi sentii avvampare per la sua lasciva arrendevolezza, ma non potevo farci niente: l’accordo al quale dovevo sottostare per accompagnarla nel suo pellegrinaggio era che ognuno potesse fare i propri comodi quando e come volesse.
– Voglio andare a conoscere il tuo Cristo – mi aveva detto Flavia, che era una delle più spudorate prostitute di Catania, un giorno nel quale io, un prete che cercava modestamente di svolgere la sua missione tra gli immigrati, le avevo fatto visita, come succedeva spesso. E io che, nonostante tutto, continuavo a sperare nella conversione di lei, m’ero proposto di farle da guida. Lei aveva accettato ponendo le sue condizioni, e ora eravamo lì. Lei a civettare con il marinaio e io a macerarmi per la perdizione della sua anima; perché, nonostante gli accordi, ero preoccupato e quando fu passato tanto tempo che l’allarme superò il livello dell’ansia e si avvicinò pericolosamente a quello del panico, mi diressi verso gli alloggi dei marinai e, senza che nessuno mi fermasse, trovai Flavia facilmente, nonostante la confusione che cresceva man mano che mi avvicinavo. Intorno ad una porta aperta c’era una ressa incredibile e quando infine riuscii a guardare dentro vidi Flavia nuda, nera, bella e sudata, in mezzo ad un numero incredibile di membri tesi, di tutti i colori e di tutte le dimensioni, che lei cercava di sollazzare contemporaneamente. Urli, risate, sospiri, bestemmie. Chi entrava nella stanza doveva mettere la sua mercede in un piatto situato su di un tavolo basso. C’era già molto denaro e perfino alcuni orecchini d’oro. Il pirata che stava alla porta voleva che pagassi, ma io, dopo aver cercato angosciosamente lo sguardo di Flavia stretta fra tre marinai che si servivano contemporaneamente dei suoi tre orifizi, riuscito ad incrociarlo per un attimo, me ne ero andato con lo stomaco in disordine.
La notte sognai una cascata impetuosa d’acqua bianca e spumeggiante e la mattina trovai me stesso e la panca sulla quale mi ero disteso fradici per la mia polluzione notturna.
– Hai trovato un protettore? – le dissi il giorno dopo quando, era mezzogiorno, uscita dalla cabina del marinaio che, poi seppi, era la cabina di tutti i marinai, venne a sedersi accanto a me sul ponte.
– Lo sai che non ho bisogno del magnaccia. Qui lui è a casa sua e fa l’ospite. Mi presenta gli amici. Che male c’è se insieme ci guadagniamo qualcosa? – E mi mostrò il bottino ingente della sua scorribanda notturna. – E poi, prima di presentarmi agli amici, mi aveva abbondantemente scopata! Ha un gran cazzo, il saraceno! – aggiunse soddisfatta.   – Come stai? Io ho dormito in cabina e sono completamente riposata. Se vuoi, posso cercare di rimediare una cabina anche a te: tra i marinai ci sono quelli che preferiscono inculare i maschi!
Il suo tono era beffardo. Non aveva nessuna considerazione degli sforzi ai quali sottoponevo il mio corpo per respingere le tentazioni indotte dalle sue grazie. Non l’aveva mai avuta.
Il giorno in cui l’avevo conosciuta, di lei se ne raccontavano di tutti i colori: l’etiope, nera come il carbone, con il petto e i glutei esagerati. Che usava tutti i fornici per consumare il suo meretricio. Labbra gonfie e vellutate. Le prostitute straniere, in gran parte, erano povere donne, spesso belle e sfacciate mentre praticavano il mestiere, ma umili, modeste e indifese, quando le incontravi in privato. Donne che si guadagnavano da vivere tra povertà e vergogna. Flavia invece era diversa. Esercitava la sua professione senza nessuna inibizione. Dava scandalo girando per la città vecchia discinta e pitturata. Metteva in mostra la migliore parte della sua merce per indurre i clienti ad acquistarla e si diceva che fosse capace di prodursi in caroselli e in specialità lussuriosi e acrobatici. Allora ero andato dalla ragazza per cercare di sollevarla dall’abisso di ignominia in cui sembrava crogiolarsi lascivamente. Mi presentai come un cliente e lei mi condusse verso il grande letto situato in sala, ma io le dissi che lì mi sembrava di stare troppo allo scoperto; allora lei mi condusse in uno stanzino dove c’era solo un letto ad una piazza, ma io chiesi ancora qualcosa di più intimo e segreto e Flavia chiuse a chiave la porta dello sgabuzzino, ma poi, quando di nuovo chiesi un ambiente più lontano da occhi indiscreti mi aveva risposto:
– Se cerchi un rifugio dagli occhi degli uomini, lo hai trovato, qui non ci vedrà nessuno, ma se cerchi un rifugio dagli occhi del tuo Dio, scordatelo: non potrai nasconderti nemmeno nella parte più profonda dell’inferno.
– Allora lo sai! – avevo risposto io severamente – non sei la fiera selvaggia senz’anima che avevo immaginato!
– E tu, prete, avevi pensato di nasconderti dal tuo Dio? – aveva ribattuto lei, sarcasticamente; – pensavi di poter compiere atti impuri su di me senza che lui lo venisse a sapere?
Io allora le avevo confessato che la vera intenzione che mi aveva spinto ad incontrarla era quello di convertirla e lei aveva risposto ancora ridendo:
– Sarà pure che vuoi convertirmi, ma mi guardi con occhi voraci come tutti gli altri uomini. Paga per un buco qualsiasi e dimentica il tuo Dio, almeno per un quarto d’ora: vedrai che un po’ riuscirai a rilassarti!
Io me ne ero andato, ma la mia fermezza non l’aveva commossa, come avevo sperato. Tutte le volte che andavo a farle visita, invece di ascoltare i miei rimproveri, mi invitava a copulare con lei, illustrandomi ogni volta una diversa sua specialità amatoria e, talvolta, mi invitava ad assistere, di nascosto, ai suoi accoppiamenti insoliti e disinvolti. Io la rimproveravo, sottraendomi alla tentazione del peccato, ma poi stavo per ore a riflettere sul male che, nonostante me, Flavia continuava a commettere.
Io sapevo che Flavia mi provocava perché ero religioso e voleva mettere in contraddizione i miei voti con le mie naturali debolezze di uomo, ma allora il ribrezzo per la carne immonda era tanto radicato nella mia interiorità illuminata dalla luce di Dio, che la redarguivo severamente e, quando lei, sfacciata e irridente, mentre snocciolavo i miei precetti di virtù, magari si alzava le vesti per mettere in mostra il pube circondato da peli arricciati o, girandosi lascivamente, il sedere tondo e carnoso, nauseato dall’ostentazione impudica degli strumenti del peccato, scappavo via lasciandola a crogiolarsi nella sua libidine impenitente.
Il viaggio per il Libano durava alcune settimane, a seconda della direzione in cui spirava il vento, e io vedevo Flavia molto di rado. Lei era impegnata a farsi manomettere da tutto l’equipaggio e il pirata, mi disse lei in uno dei rari momenti in cui stavamo insieme a sorseggiare una bibita nella taverna, aveva trovato il sistema di invitare ai festini anche passeggeri facoltosi che pagavano profumatamente per essere coinvolti in piaceri inusitati e trasgressivi.
Flavia mi raccontò che la notte precedente avevano provato una figurazione interessante: lei era stata fatta accomodare seduta sul membro più imponente dell’equipaggio. L’uomo era sdraiato sul pavimento e lei, dandogli le spalle, si era calata lentamente e voluttuosamente per compiacere partecipanti e spettatori, ingoiando nel buco elastico del sedere tutto l’enorme pene oleato. Un giovane, ancora quasi glabro, si era posto carponi tra le gambe allargate dei due e aveva cominciato a leccare appassionatamente la succulenta vagina di lei. Gli spettatori avevano cominciato a masturbarsi, poi uno si era messo alle spalle del giovane efebico e lo aveva sodomizzato. A quel punto ognuno che ne aveva desiderio aveva cominciato a penetrare l’ultimo della fila. Lei, comodamente infilata sul pene che la dilatava ferocemente e leccata voracemente, godeva ancora di più nel vedere tutte quelle facce di uomini sudanti che ondeggiavano nel mare magno della libidine più sfrenata, tra sospiri, mugolii, urli e sghignazzi. E lei era il centro verso il quale tutte quelle energie erano dirette.
Io ero allibito, nauseato soprattutto dalla visione del giovane che leccava il sesso di Flavia e nello stesso tempo veniva sodomizzato da tutte le quindici persone che gli stavano dietro. Non pontificai, quella volta, ma espressi sommessamente il mio dolore per come lei insozzava il proprio corpo.
– Ma non ti vuoi bene neanche un po’? – le avevo detto. E Flavia rimase colpita; per qualche istante mostrò un po’ di disgusto per ciò che faceva:
– Sì, forse dovrei tenere un po’ di più a me stessa – ma poi si riscosse, si alzò e si diresse verso gli alloggi dei marinai e con la solita insolenza, mentre si allontanava, disse: – Stasera voglio prenderne almeno sei contemporaneamente: bocca, culo, fica, mani e petto. Guarda un po’ che zinne!
E si era lascivamente scoperto il petto mostrandomelo tutto nella sua generosa abbondanza.
– Cerca di non mancare allo spettacolo! – aveva aggiunto sarcasticamente.
Io non c’ero andato invece. Avrei dovuto approfittare per non tralasciare nessun tentativo di riportarla sulla retta via, ma non mi andava di assistere alla assoluta spudoratezza con la quale si gettava nella mischia. Lei veniva insultata pesantemente dai suoi amanti, ma invece di vergognarsi rispondeva con altrettanta pesantezza e ciò, invece di irritare i maschi, finiva per creare un’atmosfera di complicità che in genere si verificava solo in ambienti esclusivamente maschili, in una caserma o su una nave, per esempio. Flavia, insomma, finiva sempre per diventare il leader di un gruppo nel quale lei era la sola femmina. E a questa atmosfera di allegra solidarietà con i suoi stupratori non volevo assolutamente assistere.
Il giorno dopo Flavia lo passò quasi tutto con me. Tra la taverna e il ponte. Era una bella giornata di sole, il mare piatto e i delfini giocavano con la prua affilata della nave.
– Non vai con i tuoi amici? – le avevo chiesto ad un certo punto.
– No, non mi va – aveva risposto laconica. Flavia, che aveva avuto una educazione religiosa essenzialmente animistica; quando si era scoperto un capello bianco, aveva dato fondo a tutte le pratiche magiche che conosceva, ma non c’era stato niente da fare. Alcuni mesi dopo ne aveva scoperto un altro. Allora aveva deciso di visitare la tomba di un santone potente. Venerato profondamente nella sua nuova patria e adorato da un numero imprecisato di persone che lo consideravano un dio incarnato. Quindi aveva parlato con me e mi aveva chiesto se avessi voluto accompagnarla a Gerusalemme a visitare il sepolcro di Cristo. Sapevo quale era la molla che aveva spinto Flavia a fare il pellegrinaggio e sospettavo che mi avesse chiesto di accompagnarla per avere una raccomandazione presso quello che lei riteneva fosse il mio Dio, ma ciononostante speravo che Egli, nella sua infinita benevolenza avesse scelto questa via contorta per riportare nel gregge quella pecorella smarrita.
La notte, la mattina dopo saremmo sbarcati nel porto di Sidone, Flavia la trascorse su una panca nella taverna, accanto a me. Io non le chiesi niente, e la mattina dopo, s’era alzata molto prima di me, me la trovai davanti vestita elegantemente e sobriamente, assolutamente diversa dalla sgualdrina sguaiata della parte precedente del viaggio. Nessuno la riconobbe, neanche il pirata che stava accanto alla scaletta di sbarco e che ci guardò senza battere ciglio quando abbandonammo la nave.
Durante il viaggio verso Gerusalemme seppi da Flavia che si era agghindata in quel modo perché, dato che Cristo era stato famoso per la sua castità, e dato il posto elevato che quella disposizione del corpo e dell’anima aveva nella religione di lui, aveva pensato, dovendo chiedere una grazia, di non irritare il santone presentandosi in abbigliamento frivolo. Aveva deciso inoltre di aggiungere i lauti guadagli che aveva raccolto sulla nave alla somma che già prima della partenza aveva destinato ad elemosina per il santuario. Nonostante però ci tenesse a mostrarmi che il suo atteggiamento più modesto era determinato da scelte utilitarie, la ragazza era veramente più modesta, più discreta, più educata nelle maniere e nel linguaggio. E io non potevo fare a meno di ammirare la sua scelta di non commettere atti impuri l’ultimo giorno del viaggio. Anzi, cominciavo a sentirmi a mio agio mentre la accompagnavo e provavo una serenità che in passato non avevo mai provato, quando ero impegnato nella lotta quotidiana contro il male che si era annidato soprattutto nel corpo e nell’anima di Flavia.
– E tu credi di potere imbrogliare Dio, vestendoti da persona per bene? – avrei voluto dire a Flavia – non credi che Lui ti possa vedere dentro come attraverso un vaso di vetro? – Ma la ragazza era tanto ingenuamente sicura dell’esito del pellegrinaggio che decisi di tacere. E poi non volevo guastare il piacere della compagnia e temevo che anche un piccolo diverbio potesse rompere quell’incanto.
A Gerusalemme la piazzetta su cui stava la chiesa che conteneva il Santo Sepolcro era sempre piena di gente e di più in corrispondenza delle feste della Santa Pasqua. Flavia, dopo che avemmo preso alloggio in un albergo lussuoso, l’unico in cui erano rimaste camere libere, che costavano un occhio della testa, decise che sarebbe andata a parlare con Cristo la sera del venerdì, ricorrenza del martirio di lui. Io cercai di sconsigliarla a causa della ressa che ci sarebbe stata, ma lei era convinta che Cristo sarebbe stato più misericordioso con lei, in occasione di quella ricorrenza.
Poco prima del tramonto ci presentammo davanti alla chiesa e fu già un problema entrare nella piazza. Difficilissima si presentava l’impresa di entrare nella chiesa, ma noi eravamo entrambi giovani e forti ed entrambi eravamo spinti da un ansia esuberante sicché in poco tempo ci trovammo davanti alla porta. Io stavo avanti e Flavia, che tenevo per mano, veniva dietro di me. Io spingendo e sgomitando attraversai la folla e fui dentro, ma, cercando di trascinarmi dietro Flavia, ella mi sfuggi di mano e restò al di là della soglia. Tornai indietro, andando contro la corrente dei pellegrini, riuscii ad afferrare di nuovo la mano di Flavia, per aiutarla ad entrare, ma, ancora una volta la mano scivolò e lei non riuscì ad entrare. Flavia sembrava sconvolta dall’orrore, ma io non riuscivo a capire perché fosse sconvolta per un fatto sì, spiacevole, ma non al di fuori delle sue capacità di affrontare le situazioni reali.
Tornai ancora indietro e provai ancora, ma non ci fu niente da fare. Poi, all’improvviso, quando tornai l’ennesima volta indietro per cercare di farla entrare, Flavia non c’era più, era scappata via; e non mi restò che tornare in albergo anche io. Quando la ritrovai, nella sua stanza, era distesa sul letto, a faccia in giù, con la testa sopra un braccio ripiegato. Io la raggiunsi e la abbracciai, cercando di consolarla di una circostanza che mi sfuggiva. Lei non si sottrasse dal mio abbraccio e non si sottrasse neanche quando cominciai ad asciugarle il viso con i baci.
– Ci sono io – le dicevo – che cosa c’è? Io non ti lascerò mai. In me avrai sempre l’amico fraterno e, se vorrai, l’amante appassionato. – L’avevo detto, e mi sentivo sollevato per aver scoperto i recessi più remoti della mia anima, anche se sapevo che per me si stavano aprendo le porte dell’Inferno; ma lei non mi ascoltava. Era presa in un suo delirio e sembrava che niente del mondo materiale la interessasse. Dio, che conosceva l’abisso di immondizia dove l’avevano portata i peccati di lei, non aveva voluto che entrasse nella chiesa del Santo Sepolcro. Per lei, davanti alla porta c’era come un muro trasparente ed elastico che la respingeva. Io cercavo di convincerla che si trattava di suggestione, ma lei non sentiva ragione. Quando cercai di consolarla per tutta la notte lei, gentilmente, mi respinse. Non era più la Flavia arrogante e sarcastica, ma cambiando la pelle continuava ad essere dura come l’acciaio. Passai la notte disperato per l’angoscia di lei, ma contento perché avevo preso la decisione di passare la vita con lei e l’indomani le avrei chiesto di sposarmi.
Invece l’indomani mattina, all’alba, mi si era presentata Flavia, bellissima, nel modesto abito da viaggio, e mi aveva informato che essendo peccatrice lei avrebbe fatto penitenza fino a che Dio non avesse deciso che era degna di entrare nella chiesa del Santo Sepolcro. Avrebbe vissuto da anacoreta nel deserto e si sarebbe cibata di ciò che avrebbe trovato e delle elemosine degli abitanti del luogo. Io mi gettai alle sue ginocchia, le baciai i piedi, calzati di sandali, la scongiurai di sposarmi e di vivere con me. Lei mi rispose che mi amava, ma di un amore fraterno, languido e infinito, ma che tutto l’ardore che il suo corpo e la sua mente sapevano esprimere erano ormai diretti a Gesù. Mi baciò, mi coccolò, mi accarezzò, mi fece giurare che non l’avrei mai avvicinata, durante la penitenza e, dopo avermi consegnato i soldi che aveva guadagnato nella traversata, si avviò a piedi verso il deserto.
Vivemmo quindi quaranta anni in due grotte distanti tra loro circa un chilometro. Ogni tanto, quando la nostra ricerca di cibo ci portava ad avvicinarsi tanto da vederci, la salutavo alzando il braccio e lei mi rispondeva, mi sembrava, amorevolmente.
La notte continuavo a sognarla: a volte stavamo mano in mano a guardare un tramonto purpureo, a volte eravamo scatenati in vorticose battaglie erotiche. Continuavo ad avere nella testa l’idea di poter vivere con lei e la fede non m’era più ritornata. “Dio - pensavo - perché non hai permesso che passassimo una normale vita umana, come tutti gli altri abitanti della terra?”
Un giorno di primavera, la mattina, alzandomi dalla nuda terra sulla quale dormivo, incontrai lo sguardo di Flavia che mi scrutava divertita.
Flavia era sempre bella ai miei occhi, ma si era dimagrita e aveva un viso allungato e sofferente. Sospettai che fosse ammalata, ma non mi soffermai sull’idea, tanta era la felicità di averla vicina.
Arrivammo a Gerusalemme il pomeriggio del venerdì santo e non capivo come Flavia avesse potuto tenere un conto così difficile. Ci trovammo, quasi inconsapevolmente nella piazza ancora stracolma, come tanti anni prima, ma questa volta era come se fossimo spinti dal vento favorevole, entrammo nella chiesa trionfanti. Lì Flavia si inginocchiò, pregò il Signore e il viso le divenne disteso e luminoso. Io diedi in elemosina molto del denaro che Flavia mi aveva consegnato, ne tenni una parte e poi, senza fretta, ci avviammo serenamente alle nostre caverne.
Dopo qualche tempo, non avendola più vista, neanche di lontano, andai alla caverna di Flavia e trovai il suo corpo disteso, circondato da fiori profumati, circonfuso di una luce irreale; era morta. Non sapevo da quanto, ma il corpo era intatto come se avesse dormito. Allora la trasportai vicino alla mia caverna e la seppellii, adagiando sulla tomba i fiori che stavano nella caverna di lei e che continuarono a profumare per anni. Quindi andai da un pastore, che nel passato, ogni tanto, mi aveva offerto un tazza di latte, gli consegnai ciò che mi restava del denaro e lo pregai, se voleva farmi una gentilezza, mentre lui continuava a ringraziarmi, incredulo, di seppellire il mio corpo accanto a quello di Flavia, quando sarebbe venuta la mia ora. I nostri resti sarebbero stati vicini, anche se la sua anima era nella gloria dei cieli e la mia sarebbe precipitata negli abissi dell’inferno.

Specifiche

Share this product