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Oxe duemiladieci, i migliori racconti erotici

Oxe duemiladieci, i migliori racconti erotici
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Primo capitolo

L’ATTESA
Andrea “Lensflare” Debbi

 

È l’una di notte.
Il vento gelido che mi sfiora elettrico ed affilato sembra uno spirito che non trovi pace.
Ha il sapore della montagna, ha il suono della montagna, ha il profumo della montagna.
 
Fermo al ciglio della strada, il bavero del tre quarti alzato, con una mano in tasca e l’altra a tenere ben stretto il telefono in attesa del tuo cenno. Devo attendere un tuo cenno, ogni volta. Rileggo l’ultimo messaggio “..sono appena arrivata a casa, tu che fai?”
 
Devo risponderti?
 
Devo risponderti che sto sfidando il freddo gelido di questa notte d’Aprile, devo risponderti che non sono a casa al caldo come tutte le sere, ma sto attendendo che tu mi faccia un cenno, per poterti dire che mi trovo a portata di pensiero da te, e che se capirò dalle tue parole che ora mi vuoi, sono pronto a suonare al campanello di casa tua?
 
Sibili di un vento che fiacca la mia coscienza sono l’unico suono in questo spettrale silenzio. Pini che si muovono come ipnotizzati, nessuno in strada, neanche i cani randagi.
 
Ed io che sarei già in piedi nel tuo salone, a contemplare il tuo sguardo, rapito dal movimento lieve di quel tuo vestito sempre impeccabile, come se ti fosse stato disegnato addosso. Ed io che sarei già occhi negli occhi, a spezzare con l’anima queste catene, questo inesorabile psicodramma che ci ostiniamo a rappresentare ogni notte, lontani un milione di miglia, ma vicini da farci male, mentre sadicamente torniamo a recitare la solita parte del giusto e dello sbagliato, del che sarà, mentre il desiderio ci consuma dall’interno come un tarlo si ciba del suo Luigi XIV lasciandone nel tempo solo il vetro molato delle ante a testimoniare la grandezza di un qualcosa che non è più.
 
Ed io che avrei di nuovo quel sorriso a metà, come un cielo che scorre di lato, mentre mi sfilo la cravatta con una mano, mentre l’altra convulsamente cerca tra i tuoi capelli, frugando ossessa, mossa dall’anelito di quel bacio che mille volte abbiamo immaginato e che ancora adesso ci eccita ed impaurisce.
E tu che saresti così sorpresa, spalancando quelle rocce di mare tramite le quali mi parli, reclinando la testa indietro ed offrire alle mie labbra anelanti la pelle del tuo collo, delle tue spalle, sospirando un piacere represso per troppo tempo, cercato, nascosto, rivoltato e di nuovo rinnegato, per l’ancestrale umana paura di perdere quel qualcosa di indefinito che esiste solo nella nostra fantasia, o in qualche stringa digitale che rimpalla di notte tra le celle di qualche operatore telefonico.
 
Tu staresti così, evanescente nella penombra, appoggiata di schiena sulla spalliera del sofà reggendo con la mente i tuoi sensi che cadono ai miei piedi come piccoli frammenti di cristallo, scintillanti e fragorosi nella loro voluttuosa fragilità. Abbandonata al mio ardore che esploda come una supernova ad incendiare l’universo dell’umana lascivia.
 
Come un alito del vento screziato del tuo profumo francese la mia mano sui tuoi fianchi, sul dorso quel tessuto raffinato, sul palmo e sotto le dita la pelle di una seta mistica e speziata, calda e tremante fiamma madre dell’incendio che ci vedrà ardere prigionieri dei nostri stessi corpi.
 
Come lama di un rasoio adamantino la passione a rapire i respiri ed ingoiare la notte incipiente, mentre le pupille si abituano alla penombra e le tue curve si cominciano a delineare chiare, mentre il reggiseno cade a terra silente, mentre la mia mano solleva il tuo vestito carezzando le tue gambe, mentre le mie labbra incollate ai tuoi seni vibrano di piacere all’unisono con te, che lasci questo angolo di mondo terreno per librarti nell’aria in un istante di volo emozionale.
 
Tu ora stai glissando, svicolando sull’argomento.. hai immaginato, non sei pronta. Mentre gli unici brividi che sento sono quelli del freddo continuo a rispondere ai tuoi messaggi, rendendomi conto di essere ancor lontano dal ricevere il cenno..
 
Eppure ora i brividi sarebbero ben altri, con te che mi prendi la testa tra le mani come una coppa di Veuve Clicquot ma non per bere, ma per riempirla di nettare divino, facendomi scivolare sul tuo ventre, aggrappato con le labbra a quella pelle vogliosa, ad ascoltare da vicino il tuo respiro farsi ritmato, sempre più rapido per ossigenare un sangue eccitato, mentre assapori ancora il gusto dei miei baci sulle tue labbra, perversamente senti la mia lingua farsi strada tra ben altre labbra, che senti essere parimenti umide, grondanti eccitazione e piacere.
 
Eppure la sensazione sarebbe ben altra, mentre passerei la mia intera giovinezza con il viso incollato tra le tue gambe, ad esplorare il frutto della passione aprendolo pian piano con due dita, spostando le Grandi Labbra per poter assaporare in fondo la delizia del tuo intimo, fermandomi a giocherellare con il tuo piacere, mentre le braccia cominciano a dolermi per lo sforzo di tenerti ferma, mentre sei in preda delle convulsioni, degli spasmi, soffrendo per non urlare al mondo il brivido che ti sta squassando dall’interno.
 
Eppure sarebbe un altro vivere, un altro stringere tra le mie mani, invece di questo freddo pezzo d’alluminio sul quale leggo i tuoi pensieri in risposta ai miei, avere invece i tuoi capezzoli da sfiorare mentre si eccitano, il tuo seno da accarezzare, stringere, palpare per riempirmi di te, per riempire a piene mani della vita florida, rigogliosa, giovane, della vita che vuole essere vissuta e non psicanalizzata, non rinnegata in nome della paura, della indecisione…
 
Sarebbe un altro sapore a bagnare le mie labbra, il mio viso, mentre il tuo piacere mi inonda con un guizzo dei tuoi nervi vinti dall’orgasmo, proiettandoti l’anima fuori dal corpo, stravolgendo le tue certezze, abbattendo completamente le tue difese, mentre il tuo vestito Calvin Klein giace immobile ai nostri piedi, simulacro della tua personalità vinta e vincitrice, mentre oramai persa nel turbine irresponsabile del delirio liberi la tua voce sospirando l’inno alla vita che va vissuta.
 
Il vento si è fermato. Il cenno volutamente non è arrivato. Risalgo in macchina diretto verso casa mia. Stasera l’incontro non è avvenuto… il tempo sarà l’unico testimone di quel che avverrà.

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