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Paola Thy
Paolin@47

Paolin@47
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Primo capitolo

CAPITOLO 1

Dell’infanzia, adolescenza e primi turbamenti
 
 
Paola ed io siamo una coppia normale ed innamorata. Sono quasi certo  che delle due affermazioni la cosa che colpisce di più è il normale. Quando si dice innamorata, infatti, sembra ormai quasi  un luogo comune, qualcosa che serve a giustificare chi non si separa. Insomma, in realtà sono tutti convinti che se una coppia sta insieme come noi da un quarto di secolo dicendo che è ancora alle prese con l’amore è per tre motivi: si ama davvero o dice di farlo (cosa alla quale in genere sono in pochissimi a voler  credere), per abitudine, soffocamento naturale degli istinti, in una specie di quiescenza dei sensi, oppure per convenienza, figli, soldi, abitudine e chissà quanti altri motivi riuscirete a trovare.
 
Innamorata insomma è un concetto che difficilmente siamo disposti ad accettare coniugandolo con il verbo “passare” (degli anni) con l’aggiunta dei sostantivi “cellulite”, ”pancetta”, “chili”, “noia” e degli aggettivi “scoglionato”, “attempato”, “imbiancato”, detto dei capelli, “appesantita”, e degli avverbi “irrimediabilmente”, “deludente”, “stancamente”, “solitamente”.
 
Al massimo siamo disposti a concedere dopo 25 anni, ma anche dopo molto meno, “affezionata”, “abituata”, “solida” ma innamorata nella sua accezione profonda, affettiva, mentale, erotica proprio no.
 
Già. Fa più presa, è più tranquillizzante dire: siamo normali. Normali è rasserenante, non ci pone conflitti, non ci misura con gli altri, ci pone subito per definizione fuori di ogni competizione, non impone  comparazioni e non ci porta a fastidiose valutazioni introspettive. Se una coppia è normale è al massimo come noi e quindi il concetto non è scomodo, è appagante.
Ma se dico che dopo 25 anni una coppia è innamorata e ha pulsioni vitali ancora molto forti, questo è scomodo. Magari ci porta a riflettere sulla “differenza” tra quello che credevamo potesse essere, quello che magari speravamo e quello che è. Come se ci ponesse di fronte al film delle passate illusioni e delle attuali certezze, nello stridente contrasto tra la forza delle nostre passioni di un tempo e la rasserenante tranquillità dell’acquisito e del certo, anche se non appagante. Il sesso,  per esempio. Quello per il quale eravamo disposti a fare follie, e non mi dite che non era così. Quello che abbiamo immaginato e immaginiamo ancora di fronte ad un film, ad un’immagine, ad una fantasia, ad un sogno. Quello che speravamo, credevamo, volevamo trovare magari con lei, la moglie, e che ora è così lontano da lei. Per colpa sua - diranno quasi tutti - come i tanti che mi scrivono su internet. Per distrazione di lui, come diranno le tante che si lamentano con le amiche o nelle rubriche sui giornali. Per colpa della vita, di una legge immutabile diranno i saggi, quelli che hanno sepolto da sempre le emozioni perché sono scomode e comportano rischi.
 
Allora nel “normale” iniziale molti hanno subito visto e sentito la serena  accettazione, la tranquillità. Normale significa solitamente litigare un po’, non parlarsi per qualche ora, convivere piacevolmente, sopportarsi, non distinguersi troppo dagli altri, fare un paio di viaggi all’anno, sfogarsi quando si torna a casa, far l’amore una volta al mese (magari anche due… pensando normalmente a quel film porno, a quell’ immagine della nostra infanzia, a quel ricordo particolare ed inconfessabile) concedersi spazi piccoli e colpevolizzati di autoerotismo segretissimi e sofferti per sentirci per cinque minuti come ci piacerebbe essere qualche volta e come nessuno deve solamente immaginare che vorremmo essere (o magari siamo).
 
Ecco normale va bene, è accettabile. Innamorata è un’illusione. Una contraddizione che tutto sommato a qualcuno lasciamo anche cullare ma fino ad un certo punto.
 
Paola ed io siamo normali, ma solo perché, ci sentiamo ancora capaci di provare assieme le emozione di allora, e siamo innamorati perché le vogliamo provare assieme, noi due, sapendo che ne siamo capaci. Capaci di scriverci una lettera d’amore, di giocare con la nostra fantasia, di sorprenderci, di vivere la sensualità che ancora riusciamo a provocare in noi e negli altri perché ogni età ha i suoi parametri di bellezza e di sensualità ed il segreto è solo quello di non inseguire quelli delle altre età. Sentirsi belli e sensuali non ha a che fare con i centimetri della vita, con l’altezza o la larghezza, con le smagliature, con le maniglie dell’amore o con i glutei un po’ scesi. È uno stato di grazia, un sentimento che alberga nella testa, che si confronta con l’oggi, non con ieri.
Ci piace stare assieme. È normale anche questo. Dovrebbe esserlo. Ci piace essere complici, ci piace anche essere ogni tanto avversari. Ci sembra questo normale. Ma da poco abbiamo scoperto, ecco perché scriviamo queste righe, che la nostra normalità non è condivisa. Per molti, tanti, troppi, l’insoddisfazione sembra essere compagna accettata e serenamente sopportata (nel migliore dei casi) del matrimonio.
Insomma “mia moglie certe cose neppure le immagina, neppure le pensa, cara Paola (ci scrivono e mi scrivono migliaia di internettiani)” ed io che la capisco e l’accetto perchè in fondo è mia moglie, la madre dei miei figli, avrei invece bisogno…”
 “Mio marito neppure sospetta quello che penso, è distratto, stanco, e del resto lo capisco. Ma come faccio a dirgli che non riesco ad eccitarmi, che non sono quei rapporti da due minuti che possono risvegliarmi.”
Alzi la mano chi non ha letto o sentito decine di volte queste frasi.
Ho citato non a caso la nostra rubrica, la nostra home page perché forse dobbiamo anche a internet la svolta della nostra intesa, l’arricchimento umano e, perché no, erotico del nostro rapporto. A quel Paolina47 di qualche anno fa, ormai, restiamo affettivamente legati come ad una persona cara di famiglia, ad un alter ego bivalente nel quale ci siamo entrambi identificati, che abbiamo mandato in avanscoperta in un mondo dove temevamo di “scottarci”, che affrontavamo con curiosità pari alla diffidenza e che preso nel giusto verso ci ha dischiuso nuovi orizzonti.
Ecco perché siamo qui, per testimoniare per tentare di dire a molti: il matrimonio non è “per forza” come molti raccontano. Non c’è solo tolleranza e sopportazione, non ci sono solo bianchi e neri, sante e troie, fedeli ed infedeli, sesso vero e sesso sognato.
Non ci sono solo mogli e amanti matematicamente ed ineluttabilmente distinte. Varrebbe la pena di ricordare a tutti, proprio a tutti, non chiamatevi fuori, è un consiglio spassionato, che la noiosa moglie di uno spesso è la stessa focosa amante di un altro (e viceversa) e questo dovrebbe farci riflettere un po’ sulla considerazione che abbiamo della nostra compagna e del nostro compagno.
 
La nostra è una storia come la vostra. Che parte da traumi, da esperienze, da delusioni e sofferenze, da esperimenti e da amarezze, da gioie e da curiosità. Solo che non abbiamo avuto paura di rimetterci in gioco, di scommettere ancora su di noi, di vivere e di continuare ad emozionarci. Per un figlio, per un biglietto, per una rosa, per un sogno, per una fantasia, per una esperienza. Ecco perché voglio essere, vogliamo essere, perché sarà proprio Paola a raccontare alcuni passaggi, così espliciti, così crudi qualche volta, perché molte delle cose che vi racconteremo  sono sensazioni, sogni, speranze, emozioni che siamo certi tutti, proprio tutti, chi in un modo o chi un altro, hanno dentro. Anche quello stanco signore con ciabatte e occhiali sprofondato nella poltrona accanto. Anche quella appesantita signora con la patetica crema della speranza che neppure ci guarda mettendosi a letto e sprofondando nel solito profondo sonno in cinque minuti o dopo un primo e quarantasette secondi davanti alla tv non prima di aver preteso di guardare “quel” telefilm perché di partite proprio non se ne può più.
 
Mi sono dimenticato innanzi tutto di dirvi chi sono. Sono un avvocato di discreto successo, diciamo, ma voglio partire da chi sono stato. Un bambino assolutamente come tutti, forse con una carica erotica un po’ accentuata tanto che per me, sin da piccolo, la scoperta del piacere fu immediata e spesso cercata. Trovai subito un mondo molto colpevolizzante nei confronti dell’autoerotismo. Lo vivevo con fortissimi sensi di colpa. Mentre io ero del parere di Woody Allen: “mi piace la masturbazione, in fondo è far sesso con qualcuno che si ama”.
Ero dotato di grande fantasia, di grande sensibilità e con il passare degli anni i sensi di colpa… ne aumentavano la forza. Adolescenza come quella di tanti: grandi innamoramenti, grandi tormenti, grandissime gioie, molte delusioni. La storia di tutti. Un pizzico di voglia di amare, persino platonica, e il bisogno forte di essere. Ero un buon sportivo, assolutamente non bello, 1,70 di altezza ma neppure da buttar via. Un uomo di quelli che non fanno girare le donne, che non si fanno scegliere ma devono scegliere e faticare la conquista, anche se onestamente devo riconoscere che pochi sono stati i miei insuccessi. Uno come tanti insomma.  Educazione sessuale a casa un po’ sotto lo zero, molto autodidatta e pieno di grandi ideologie amorose.
Sono certo che la metà di voi si è riconosciuta in quello che ho detto.
 
Per la verità devo aggiungere che il fatto di aver avuto lo sviluppo piuttosto presto con erezioni significative mi crearono qualche problema psicologico insolito. Attorno ai 10-11 anni qualche volta si andava a far pipì assieme con i compagni e quando lo estraevo diciamo così turgido anche se non proprio eretto tutti mi prendevano in giro perché dicevano che era sproporzionato, che era enorme, anche perché io ero piccolo di statura, e mingherlino. Allora nessuno di noi capiva che in futuro avrebbe potuto essere un vantaggio. Per quel momento, per i ragazzi, era solo un’anomalia che mi creò non pochi patemi. In realtà la dotazione, (così rientriamo subito nel contesto della normalità) una volta cresciuto, ho poi verificato essere assolutamente normale, discreta al massimo, ma allora in effetti faceva piuttosto scena.
La vita sessuale dell’adolescente Pino, il sottoscritto, fu identica a quella di tanti forse; ad essere proprio precisi, un po’ sotto la media per la timidezza, per i sensi di colpa, per l’eccessiva idealizzazione dell’amore che avevo.
La prima imbarazzante prepotente, languida, lunga e dolorosa erezione fuori controllo dai pensieri e dal volere la ebbi un giorno in spiaggia. Era la prima volta che andavamo assieme al mare con la mia ragazza di allora, Gemma, molto carina. Tra noi, sino a quel momento, c’era stato tanto romanticismo, passeggiate per mano, lunghe teorizzazioni sull’amore, ancora dopo sei mesi, neppure un bacio serio perché lei era titubante. Capita la situazione? Lei era molto carina, aveva un corpo maturo, bei seni che avevo solo intuito sotto i golf, gambe eleganti che mi ero accontentato sì e no di sbirciare al massimo nelle rapide e distratte aperture delle gonne kilt che indossava spesso, ma sempre con il terrore che lei potesse notare quel mio sguardo non proprio casto. Pensavo che il mio desiderio così violento, così sessuale, così, credevo, morboso avrebbe potuto offenderla. Quel giorno, appena in spiaggia, lei si sfilò pantaloni e maglietta (cosa che ovviamente già di per sé mi sconvolse) e rimase in costume come non l’avevo mai vista: un costume inatteso per una timidina come lei. Bianco, lasciava trasparire i capezzoli già pronunciati ed evidenti e lo slip era scartatissimo. Stavo per sfilare i miei pantaloni e l’erezione fu improvvisa, violenta, e dirompente. Mi accorsi che desideravo quel corpo così acerbo eppure così attraente più di ogni altra cosa. Forse non sapevo neppure come, ma il desiderio era nuovo e palpitante. Avevo sotto un costume nero, di quelli che si portavano allora con vita bassa. Situazione improponibile. Lui proprio non ci stava dentro neanche un po’. Trovai una scusa assurda per non togliermi i pantaloni. Tutta la mattinata la passai così, con i pantaloni lunghi in spiaggia e in erezione perenne e dolorosa, mostruosa quasi, soprattutto quando lei uscì dall’acqua con il costume ancora più trasparente. Particolare che poi ho imparato a non trascurare ma che allora non misi a fuoco: sembrava che la mia eccitazione fosse moltiplicata anche dalla gelosia che provavo per gli evidenti sguardi degli altri della comitiva. Ero seccato ma nello stesso tempo orgoglioso e stimolato.
Ricordo che passarono un paio di anni prima che le confessassi la verità! E fu l’occasione più dolce ed erotica, forse mai provata. Eravamo di nuovo in spiaggia ma era maggio, non c’era nessuno. Era il tramonto e stavamo dietro le cabine. I nostri rapporti erano andati avanti ma non moltissimo. C’era stato il primo bellissimo bacio, avevamo vissute le prime scoperte del nostro corpo, dei nostri desideri, le prime carezze. Ma lei non mi aveva mai sfiorato ad esempio.
Per meglio dire lo aveva fatto, ma come se fosse un contatto casuale, uno strofinamento accidentale. Quel giorno le dissi la verità su quella famosa mattinata in spiaggia, dell’erezione non stop. Rise tanto, con  un fare adulto e comprensivo,  poi si fece seria e iniziò uno dei momenti più sensuali della mia vita.
– Tu pensi – mi chiese – che se una donna volesse toccare un uomo, sentire com’è dovrebbe prendere l’iniziativa, dirlo, farlo capire o sarebbe inopportuno?
Ero seduto con la schiena appoggiata alla cabina, lei, davanti a me trasversalmente stesa su un fianco con il seno destro quasi appoggiato sulle mie gambe. L’erezione in quel momento era così evidente che gli attillati pantaloni di velluto che a quei tempi  si  portavano non facevano altro che “amplificarla” invece che nasconderla. Si avvicinò e mi diede un lungo incredibile bacio. Durante il bacio la sua mano si spostò sino ad arrivare lì, dove lui mi faceva già male per quanto era stretto nei pantaloni. Lei sospirò, si sistemò meglio, si mise la mia mano sul seno e iniziò ad accarezzarlo, a toccarlo, sopra i pantaloni, a valutarlo.
– È davvero duro, disse, bello ma  lasciamolo dentro per ora… – Furono momenti incredibili. Era la prima volta per me (sì, ero piuttosto indietro), lei continuava sempre più sicura, lo sfiorava, lo accarezzava aiutata dal velluto dei pantaloni, lo sentiva con le punta delle dita, poi con il palmo della mano. Istintivamente, senza tradire  alcuna inesperienza, con affettuosa e incuriosita attenzione.
– È carino com’è fatto – disse Gemma – ma non lo voglio guardare ancora. Senti... anche a te credo succeda come a me quando mi tocchi. Dell’orgasmo, dico. Potrei per una volta darti io un po’ di piacere come tu fai a me? Ne hai voglia, si può fare qui, così, nei pantaloni?
 Ero sconvolto, emozionato, il cuore a 200 battiti, eccitatissimo e sentivo che sarebbe bastato davvero poco. Ero via di testa, le gambe molli. Accarezzai la sua mano che lo premeva con dolcezza. Le suggerii  piano un movimento di carezze appena ritmiche, spingendo di più. Lei aveva il respiro affannato, un’attenzione ed una delicatezza  straordinarie mentre lo accarezzava con impegno e dedizione e quando intuì che ormai mancava pochissimo aumentò istintivamente il ritmo soffermandosi con le sue dita sulla mia punta e scorrendo poi più lentamente verso il basso affondando le unghie nel velluto dei pantaloni blu lasciando come un solco di piacere e di voluttà sulla stoffa. L’orgasmo fu una scossa di tale intensità che lei si spaventò, fece un piccolo salto indietro, senza peraltro lasciare il contatto e chiese: – Ti ho fatto male ? – Istintivamente le presi la mano e la spinsi ancora sui pantaloni per qualche secondo. Lei lasciò fare abbandonandosi. Restammo immobili e stringendoci fortissimo con quanta forza avevamo ripetendo “ti amo, ti amo ti amo” piangendo, tutti e due dalla gioia. Una vistosa macchia si stava facendo largo scurendo il velluto. Lei guardò, sorrise e fece la cosa più erotica che una “debuttante” potesse mai fare: ci passò piano sopra la punta delle sue dita destinandomi, mentre accennava questa nuova innocente e complice carezza, uno sguardo di una dolcezza e di una accettazione che non si possono dimenticare.
– Fa così “vero”? – sussurrò sorridendo e avvicinandosi piano al mio orecchio come se qualcuno potesse sentirci.
– Si è normale – risposi col poco fiato che ancora avevo.
Il golf legato alla vita e messo davanti servì a coprire la prova del primo momento di sesso reciproco vissuto nella nostra vita. Non ricordo come tornammo a casa, in che stato, ma sentii che in quel giorno qualcosa di importante era successo. Avevo coniugato per la prima volta in vita mia, sensualità, amore, erotismo, il dare ed il ricevere. Per qualcuno la faccio un po’ troppo lunga per una cosina così. Lo so… eppure è dal gustarsi questi momenti con affetto ma anche con tanto erotismo e sensualità che secondo noi si può cominciare a vedere le cose in modo diverso.
 
Ma l’incontro con la propria sessualità, specie se per anni è stata soffocata da tanti sensi di colpa non è sempre facile. Gemma era donna davvero, capace di vivere con intensità ciò che la vita proponeva e di crescere in fretta. Molto più in fretta di me, purtroppo. Apparentemente fragile ma dotata di un coraggio straordinario.
Io ero un ragazzo sorpreso, affascinato dalle prime sensazioni forti che mi sembravano ancora una volta, troppo per me. Avevo bisogno di conferme continue, avevo bisogno di escludere gli altri e qualsiasi altro pericolo potesse secondo me frapporsi tra me Gemma e quello che avvertivo come  il nostro mondo esclusivo. Avevo paura ad andare avanti, a crescere in quelle sensazioni, ad affrontare ciò che sarebbe inevitabilmente seguito e per questo volevo congelare quella situazione, cristallizzare quel momento sulla spiaggia e riviverlo tutti i momenti.
Le mie risorse, la mia sensibilità, i miei sogni si impoverirono e si inaridirono nel momento in cui Gemma aveva bisogno di ben altro.
Io ancorato al bisogno di conferma fisica, di dedicare ogni momento possibile alla nostra acerba sessualità, alle prese con una gelosia dolorosa e demolente.
Lei sempre più donna alla ricerca di una stabilità emotiva e di un rapporto autentico.
Fuggì avanti. Là dove io non potevo immaginare e non potevo più raggiungerla.
Quando mi disse una sera di aver a lungo passeggiato in spiaggia con un amico (che aveva diversi anni più di noi) e di aver pianto tanto con lui capii solo che aveva riservato ad altri un momento che doveva essere nostro per il mio modo di vedere e non mi posi affatto il problema del perché.
 
In una giornata caldissima di luglio mentre stavamo abbracciati in un letto (lei nuda io in slip come ancora pretendeva) mi disse che quello l’aveva baciata.
Fu in quell’istante che compresi che non sarei stato io a cogliere il momento più intenso del quale avevamo tanto parlato: “la prima volta”.
Fu una sensazione dolorosissima.
Il respiro era bloccato, i pensieri frullati. Non so quello che dissi e feci. Non lo ricordo.
Lei se ne andò offesa e ferita a vivere la giusta storia della sua vita lasciandomi a leccare ferite gravissime che avrebbero inciso in modo pesante su tutto il resto della mia vita.

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