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Autori Vari
Peccati di gola 2014

Peccati di gola 2014
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Primo capitolo

KNEAD
Ashara

Dalla finestra spalancata entrava di nuovo un profumo paradisiaco. Delia spense l’aspirapolvere e, col naso per aria come un segugio, annusò, inalando profondamente.
Ragù.
Anche se erano solo le undici e aveva fatto colazione poco più di due ore prima il suo stomaco iniziò a brontolare, come ormai succedeva ogni sabato mattina da tutta l’estate: qualcuno, al piano di sotto, passava la mattinata a cucinare manicaretti e lei, totale inetta dei fornelli, annusava i deliziosi vapori che giungevano fluttuando nell’aria fino alla sua finestra spalancata e poi tristemente sedava l’acquolina con una bistecca ai ferri o un piatto di pasta condita col sugo in barattolo acquistato al supermercato, tra le proteste delle sue papille gustative e le ripromesse – mai mantenute – di impegnarsi a copiare qualche ricetta di GialloZafferano. Alle volte anche la sera profumini invitanti aleggiavano su per le scale del piccolo condominio, stuzzicando il suo appetito e il suo senso di colpa.
Era curiosa, però, di capire chi fosse che cucinava così bene. Era certa che i gustosi effluvi arrivavano dall’appartamento di Danilo, posto proprio sotto il suo, ma riteneva alquanto improbabile che il cuoco fosse il padrone di casa.
Lui la intrigava, e molto... lo trovava carino e appetitoso ma la sua aria da timido professore un po’ sfigato o programmatore introverso (per non dire nerd), che sembrava quasi volersi nascondere dietro gli occhiali dalla montatura spessa, lo dipingeva per uno che passava il tempo libero davanti al pc o a un libro aperto, altro che cucinare.
Nonostante i numerosi tentativi, Delia non era mai riuscita a strappargli più di poche frasi smozzicate e forse anche questo aspetto di lui la stuzzicava: lo trovava sexy in una maniera quasi tenera ed era strano, per lei che di solito apprezzava uomini che non solo erano sicuri di sé ma che non disdegnavano il mostrarlo spudoratamente ai quattro venti.
Probabilmente sua madre o la sua fidanzata veniva ogni sabato a cucinare per lui.
Anche se non aveva avuto alcun indizio dell’esistenza di un soggetto simile nei quasi nove mesi che viveva lì, il pensiero che Danilo potesse avere una ragazza ultimamente la infastidiva. Non sapeva nemmeno se esistesse davvero e già la trovava antipatica.
Con l’odore del ragù nelle narici riaccese l’aspirapolvere e proseguì nelle sue pulizie settimanali.
Però... però la curiosità era tanta. Era cresciuta di sera in sera, di sabato in sabato, di profumo di manicaretto in profumo di manicaretto. E a questa si sommava la voglia che covava ormai da settimane di smuovere un po’ la situazione col vicino del piano di sotto.
Decise che si sarebbe dedicata più tardi ai sanitari del bagno, si lavò le mani, cambiò la maglietta non proprio linda dopo due ore di pulizie e si avventurò sulle scale.
Suonando il campanello con l’ordinata targhetta “Danilo Ossini” non si chiese come giustificare la sua visita: non era una da inventarsi storie, Delia, e quando si metteva qualcosa in testa la perseguiva senza mezzi termini. Anche se non era del tutto sicura di cosa esattamente si fosse messa in testa stavolta.
«Sì?» Venne prima la voce, poi il professore/programmatore (un architetto, in realtà) apparve sulla soglia. La riconobbe, un’espressione di sorpresa gli passò negli occhi e arrossì.
Lei lo esaminò con un rapido colpo d’occhio: maglietta nera sbiadita e chiazzata di farina, non aderente ma nemmeno troppo lasca, jeans stretti, infradito, capelli arruffati, i soliti occhiali. Questa mise gli donava decisamente di più della “divisa” da lavoro, soprattutto i capelli... era molto, molto più carino così. Delia sentì un pizzicorino alla base del ventre.
«Ciao!» Sorrise lei.
«C-ciao!» Balbettò lui.
«Scusa se ti disturbo ma sento sempre un profumino provenire da casa tua... chi cucina?» Chiese lei, spiccia, cercando di sbirciare dentro per vedere la misteriosa cuoca.
Lui la guardò stranito.
«Sono io che cucino.» Rispose, perplesso.
«Non ci credo!»
Lui a quel punto avrebbe avuto tutte le ragioni di mandarla a cagare e sbatterle la porta in faccia. Invece, arrossendo ancora di più e continuando a balbettare, la invitò a entrare e vedere da sé.
L’appartamento era piccolo, esattamente come quello di Delia: un corto ingresso dove campeggiava un attaccapanni di metallo, la porta dello sgabuzzino – aperta a rivelare che non c’era nessuno lì dentro – la zona giorno con divano, tavolo, televisore e angolo cottura, la porta semichiusa che conduceva alla zona notte da cui non proveniva alcun rumore. Tutto era luminoso e ordinato, arredato in maniera semplice ma elegante.
Sul fuoco sobbolliva una pentola dalla quale proveniva il profumo di ragù e sul tavolo c’era una spianatoia in silicone sulla quale campeggiava un mucchietto di farina con in mezzo qualcosa di indistinto. In un angolo del ripiano della cucina, una vaporiera cuoceva verdure.
Pareva non esserci nessun altro.
«Sicuro che non nascondi nessuno in bagno?» Chiese lei con un sorriso malizioso.
«No-oooo! Guarda se non ci credi.»
E lei, impertinente fino all’osso, guardò. Anche il bagno era in perfetto ordine, pulito e splendente. Più del mio, pensò Delia, vedendo con l’occhio della mente i cosmetici sparsi disordinatamente su ogni superficie disponibile.
In camera c’era una rastrelliera con due chitarre, elettrica e acustica. Anche la musica che sentiva di tanto in tanto la sera proveniva da qui, allora. Le piacevano gli uomini che suonavano uno strumento, le piaceva guardare le loro mani muoversi agili e sensibili e appassionate, era quasi come se la musica le portasse le carezze precise di quelle dita.
Pensava spesso che le sarebbe piaciuto andare a letto con un musicista, essere lei stessa lo strumento da cui trarre la melodia del sesso. Con un’occhiata di sottecchi al letto dalle lenzuola blu ancora sfatte sospirò, sfiorando con il polpastrello le chiavi su cui erano avvolte le corde, concedendosi immagini mentali che non si sarebbero potute trasmettere in tv in prima serata. Era tanto che non fantasticava in questo modo…
Si riscosse e si girò per uscire dalla stanza, trovandosi dietro Danilo il cui rossore non era affatto diminuito, anzi, parve aumentare ancora quando si trovarono faccia a faccia. Anche Delia sentì il calore salirle lungo il collo quando inalò il suo profumo. Si scostò, sorpresa dalla propria reazione e non ancora pronta ad elaborare la sensazione.
Fortunatamente lui non pareva irritato per l’invasione della propria privacy e per il fatto che lei avesse toccato le sue chitarre, ma pareva alquanto in imbarazzo. Delia si rese conto di avere esagerato: lui non era un suo amico di vecchia data col quale poteva permettersi di fare l’invadente. Come al solito non era stata capace di mantenersi nei limiti dell’educazione…
Anche se non avrebbe voluto, era ora di togliersi di torno: le piaceva l’aria che si respirava in quell’appartamento (e non solo per il profumo di cibo) e le piaceva lui.
«Scusami, sono stata invadente. Ho risolto il mistero quindi è meglio che io mi tolga di torno e ti lasci cucinare.»
Lui aprì la bocca per replicare ma non emise un suono e lei si avviò verso l’ingresso. Passando accanto al tavolo della cucina col suo mucchietto di farina però la curiosità si rifece sentire.
«Un’ultima domanda poi me ne vado sul serio: che stai facendo di buono lì?»
«Impasto la pizza per stasera. Ho amici a cena.»
«Davvero? Che figata!» E prima di potersi impedire di proseguire: «Posso vedere come si fa?»
Ormai il rossore gli si era diffuso giù per il collo. Delia trovò la sua timidezza peculiarmente stuzzicante. Lui era così diverso dagli uomini confidenti e in fondo un po’ arroganti che frequentava di solito, ma forse questo era un bene.
«Sie...diti pure.» Rispose lui accennando a una delle sedie, incespicando sulle parole, poi si piazzò in piedi davanti alla spianatoia.
Quando allungò le mani verso la farina qualcosa in lui cambiò: ogni traccia del nerd impacciato sparì, lasciando solo un uomo sicuro di quello che stava facendo. Se si poteva dire “solo”.
«Ho già messo in mezzo alla fontana il lievito di birra mescolato a un po’ d’acqua tiepida e ora inizio ad incorporare la farina.»
Le dita della sua mano destra compivano movimenti circolari che facevano cadere un po’ di farina alla volta verso il liquido che giaceva nel cratere.
Con la sinistra prese la brocca dell’acqua e ne versò un po’ al centro della fontana, continuando a mescolare con la destra. Pian piano, aggiungendo l’acqua, la massa si trasformò compattandosi. Ad un certo punto Danilo aggiunse un pizzico di zucchero, del sale e sostituì la bottiglia dell’olio alla brocca. Compiva ogni gesto con concentrata meticolosità sotto lo sguardo curioso di Delia.
La massa divenne una palla liscia e lui prese a lavorarla con entrambe le mani. Erano grandi e forti, le sue mani, precise, con vene in rilievo che davano un tocco forte di mascolinità, ipnotiche nei loro fluidi movimenti circolari. Delia ne era incantata: questo era perfino meglio di veder suonare uno strumento.
«Adesso devo impastare per parecchi minuti.»
Mentre lui spingeva con il palmo contro l’impasto per poi arricciarlo e schiacciarlo di nuovo, i muscoli che guizzavano sugli avambracci infarinati, lei pensò al termine inglese per “impastare”: knead, che veniva usato anche parlando di massaggi... e di dita sui seni.

(Continua)

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