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Tony Moore
Pensiero proibito

Pensiero proibito
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Primo capitolo

1. Prologo. Pensiero proibito.
Il potere eccitante di quella fantasia lo teneva incatenato su baratri di incubo e sogno. Si era affacciata timidamente nella sua testa per poi divenire ossessiva, un’idea dai profili sfumati che da subito si era presentata come trasgressiva, stimolante, intrigante. Marco le era andato incontro, con sorpresa prima, con curiosità poi. Vi aveva girato attorno, spogliandola, scoprendola con esasperante timidezza. Aveva indagato, indugiato, quindi le si era accostato, avido di scoprire e scoprirsi. Inavvertitamente, istintivamente, le era andato vicino, troppo vicino, per avere la forza di ritrarsi, per poterne rifuggire l’ammiccante fascino. Il suo immaginario erotico era estremamente fervido. Talora si ritrovava a desiderare assistere, per poi prendervi parte, ad un rapporto lesbico. Altre volte si immaginava coinvolto in un rapporto a tre, con la propria compagna, in compagnia di un altro uomo o di un’altra donna. In alcuni casi era l’idea di un’orgia a suggestionarlo, o lo scambio di coppia ad intrigarlo, altre volte pensava con eccitazione all’inversione dei ruoli nell’ambito della coppia. Sua moglie Tiziana, compagna di vita, era presente in ogni sua fantasia, irrinunciabile, fondamentale. Nessuno di quei sogni ad occhi aperti aveva ragione di esistere senza la sua donna, nessun gioco lo avrebbe coinvolto senza il coinvolgimento di lei. Era la fucina dei suoi sogni proibiti, ne era l’inconsapevole ispiratrice ed interprete. Immagini, in bianco e nero o a colori, nitide oppure opache, nella sua mente il potere dirompente di quell’erotismo struggente prendeva forma, acquistava sostanza, colore, suoni, diveniva pelle, profumata, sudata, diveniva carne, in tumulto, bagnata, diveniva voce, bisbigli o grida, diveniva sguardi, movimento appena abbozzato o convulso. L’idea di un incontro al buio lo intrigava, come il prender parte ad amplessi proibiti fra le dense ombre in una dark room dai profili sfuggenti, o nella ricercata semi oscurità di una stanza d’albergo o, ancora, nella sala poco affollata di un cinema ove solo un tenue baluginio avrebbe disegnato intermittenti giochi d’ombre attorno ai corpi in calore. Era un mondo di chiaroscuri, di eleganti e misteriose mascherine, di legacci atti ad imbrigliare, ma anche a liberare, di tutine integrali atte a coprire o svelare, guepiere che invitavano all’azzardo, corsetti ricamati, finemente decorati, romantici e velati baby doll di raso e pizzo, sensuali ed intriganti sottovesti, seducenti camicie da notte dalle ammiccanti aderenze, coordinati e completini dal gusto retrò o di atmosfera, graziosi e preziosi reggiseni rifiniti in fiocchetti e merletti, reggicalze ma anche giarrettiere capaci di incantare ed accendere, accattivanti body dalla linea sexy che velavano e svelavano, culotte e collant aperti al cavallo dall’eccitante rete traforata o satinati al tatto, piccanti autoreggenti, guanti, ma anche raffinate scarpine dai tacchi alti o più aggressivi stivali, si affacciavano nella sua mente, di fantasia in fantasia.
Sua moglie era sempre lì. La immaginava nella sua iniziale ritrosia, nell’eccitante volgere della titubanza in progressivo lasciarsi andare. La vedeva completamente nuda mentre si lasciava baciare, carezzare, mentre curiosa si esplorava, si masturbava, mentre dedicava le attenzioni delle sue labbra, delle sue mani, delle sue carni ad altre labbra, ad altre mani, ad altre carni. Ogni volta la vestiva, la spogliava, la offriva, in quel dedalo intriso di peccato, ove amava perdersi, ove avrebbe voluto abbandonarsi per non ritrovarsi.
In quel libro nero del suo erotismo segreto, era l’idea di un adulterio consapevole, condiviso, a farla da padrone. Non era sicuro di voler rendere reale quella fantasia, eppure l’immaginare la moglie corteggiata e conquistata, ma anche coccolata, esplorata, posseduta, certamente amata, da un altro uomo o da più maschi contemporaneamente, da pensiero timido era divenuto, per la sua mente, un impulso incontrollabile che non lo abbandonava. Non ricordava come fosse capitato, forse un immagine, una fotografia, un filmato, uno scritto, o semplicemente un’idea fuggevole, spontanea, di fatto era stato ammaliato e rapito da quella suggestione. Inizialmente era rimasto ai margini, non aveva aggredito un mondo che non conosceva, dal quale era rimasto incuriosito, divenendone attento osservatore, scrupoloso esploratore. Nessun pregiudizio, nessuna ipocrisia, solo il desiderio di conoscere e di comprendere, di confrontarsi. Nessuna porta chiusa, nessun confine invalicabile, bisognava conoscere il nuovo prima di combattere la tentazione di giudicarlo, per infine rendersi conto che in fondo non c’era niente da sindacare ma solo frutti da cogliere o non cogliere in ragione del proprio sentire e del rispetto di se stesso e degli altri. Non vi erano morali da assecondare o alle quali contrapporsi, non vi era tempo da perdere nel rinnegare le scelte altrui, nel vivere la vita d’altri dimentichi della propria. Vi erano solo vie da scegliere, strade da percorrere o da abbandonare.


(continua)

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