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Michele Cogni
Prigioniera dell’Ombra

Prigioniera dell’Ombra
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Primo capitolo

I
L'alba, di un rosso leggermente violaceo, lasciò filtrare i suoi luminosi raggi attraverso gli spessi tendaggi porpora che velavano le due alte finestre a cuspide, le quali interrompevano la lunga parete curva, perfettamente a semicerchio, dell'ampia stanza. Un grande letto a baldacchino in legno scuro, dalla tonalità tendente al nero, era sistemato proprio tra le finestre, con la testata quasi contro al muro dalle grandi bianche e marmoree pietre squadrate.
Una giovane mano, dalle dita lunghe e sottili, strinse la sontuosa coperta di seta arabescata vermiglia e oro, imbottita di piume, e la tirò alta sulla testa dai lunghi lisci capelli scuri, ricoprendola totalmente e riportando l'oscurità sotto le coltri.
Qualche ora più tardi, quando la stanza era ormai invasa da una più che chiara penombra, la coperta fu scagliata bruscamente di lato e una giovanissima ragazza si sollevò a sedere sull'alto materasso. Sbadigliò alcune volte, scosse i capelli e li gettò indietro, quindi si alzò e scese dal letto.
A piedi nudi, sull'immenso tappeto che copriva quasi interamente il ligneo pavimento della stanza, si diresse verso una delle due finestre, con le mani afferrò lo spesso tessuto e tirò con entrambe forte verso l'esterno, lasciando entrare la piena luce. Istintivamente chiuse gli occhi voltando la testa a sinistra, colpita dalla veemente luminosità di quello strano piccolo sole, i cui raggi le scaldavano ora la pelle nuda del collo e delle braccia. Dopo essersi abituata alla luminosità, guardò fuori e il panorama non mancò di stupirla e affascinarla, come accadeva ogni mattina da più di un mese. Da quando era prigioniera nella torre.
Davanti a lei, il grande lago scuro, immoto, sembrava all'inizio occupare l'intero sguardo, poi però gli occhi venivano calamitati dai monti che lo circondavano, verdi di altissimi pini in basso e candidi di ghiaccio e neve sulle cime, come un anello prezioso di giada e avorio, indossato dalla bianchissima e altissima torre che si ergeva, come un dito puntato verso il cielo, sulla piccola isola al centro del lago.
 Ogni tanto immaginava di vedere navi da guerra, battenti la bandiera gialla con gigli blu del regno di suo padre, giungere all'attacco della torre. Oppure i Ganseiger, i cavalieri alati, guardie reali in armatura scintillante che, in groppa ai loro feroci grifoni, avrebbero conquistato la sua prigione per ricondurla a casa. Come sempre, però, nulla turbò la quiete irreale del luogo, così, quando si stancò di guardare e fantasticare, la ragazza abbandonò la finestra dirigendosi verso una delle due massicce porte che intervallavano la dritta parete bianca la quale interrompeva a metà la stanza semicircolare.
Quella di destra, che aprì, conduceva al bagno; l'altra era quella che dava sull'atrio il quale conteneva la vertiginosa scala a chiocciola in pietra che risaliva lungo tutta la torre e l'incredibile e misteriosa piattaforma di spostamento magico, che consentiva di salire o scendere i trentatré piani e ritrovarsi istantaneamente in quello desiderato, semplicemente pensando di farlo.
La porta naturalmente era aperta, senza serratura o chiusure, come tutte le porte della torre tranne una. Era una curiosa prigione la sua: poteva muoversi e andare ovunque, nella torre e fuori. Probabilmente il motivo era che comunque non avrebbe potuto fuggire: non c'era alcun altro luogo dove andare. Nei giorni passati, dopo aver superato la paura e lo shock del suo rapimento, la ragazza aveva iniziato a esplorare, dentro e fuori l'edificio, in cerca di una via di fuga, un indizio per comprendere dove si trovasse o chi fosse davvero l'uomo misterioso che l'aveva condotta lì.
Solo in due luoghi non era entrata. La stanza in cima alla torre, perché la porta, nonostante lei avesse spinto e picchiato con tutte le sue forze, non aveva accennato a muoversi, e i sotterranei. In verità quelli non erano chiusi, ma, quando aveva provato a discendere la tortuosa scalinata in pietra nera che conduceva in quelle profondità, le grida, i suoni orribili e i lamenti inumani che aveva iniziato a udire sempre più forti, l'avevano atterrita a tal modo che era subito fuggita via per non tornarci più.
Rabbrividendo ancora al solo pensiero entrò nella stanza da bagno. Essa era decisamente curiosa, sfarzosa e dotata di caratteristiche che la stupivano sempre. La prima cosa che come sempre catturava la sua attenzione era l'immenso specchio che dominava l'ambiente. Sembrava incredibilmente vecchio, con qualche macchia scura qua e là lungo la superficie, soprattutto sui bordi esterni e sulla cornice di legno dorato un poco scrostata, eppure era sontuoso, bellissimo, anche se come sempre lievemente inquietante all'inizio. Ogni volta in cui vi osservava la sua immagine riflessa, era come se lo stesso specchio la guardasse dentro, intimamente e profondamente.
La principessa osservò per qualche minuto la ragazza che appariva davanti a lei, i lunghi lisci capelli sciolti, la corta e semplice camicia da notte bianca, che ogni sera ritrovava sulla sedia accanto al letto, perfettamente lavata, stirata e con un profumo di fiori misteriosi. Le sottili lunghe gambe e braccia e il viso dagli occhi scuri, diabolici come le avevano detto spesso diverse persone nella sua infanzia e adolescenza.

 

(Continua)

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