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Lily Carpenetti
Right Side Up

Right Side Up
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Primo capitolo

PREFAZIONE

No. No. No!
Come siamo finiti così?
Il sangue, che sta creando una pozza sul terreno, mischiandosi a sporco e ghiaia, riempie l'aria del suo odore acre, ferroso; tanto da coprire l'essenza speziata del dopobarba che tanto amo.
Un senso di nausea mi assale e le tempie, che pulsano per il panico, mi fanno provare un capogiro, che mi getta totalmente in confusione. La notte è silenziosa, neanche un'anima in giro, mentre rimaniamo qui, abbandonati a terra.
La pelle del suo volto è madida di sudore, mentre perde velocemente colore.
Sta morendo.
Parker Aames rischia seriamente di morire qui, in questo posto isolato. Lo sento venir meno tra le mie braccia, senza che io possa fare nulla per cambiare le cose.
Devo muovermi, trascinarlo al sicuro, seppur le distanze mi sembrino ingigantite, mentre io stesso faccio ancora fatica a respirare.
Aiuto!
No, nessuno accorrerà in nostro soccorso: è tutto nelle mie mani.
Non volevo che lui si esponesse in questo modo.
Non volevo che mettesse a rischio la sua vita, per me.
Ho finito per trascinarlo a fondo, in questa merda. Ma non avrei mai voluto che finisse così.
Io...
Volevo solo che mi amasse!

 


I

La musica è ripetitiva e ritmata, un sottofondo avvolgente con nessuna pretesa di intonare una melodia, ma con l'unico scopo di accompagnare la serata in modo, se non allegro, almeno spensierato. Un venerdì sera come tanti, tutti uguali in un luogo, dove gli impiegati e professionisti del centro vengono a bere un bicchiere insieme per salutare il weekend e, spesso, si intrattengono fino a notte fonda. Un posto informale, ma con un'ampia scelta di alcolici di qualità.
Qui, sotto alla luce soffusa degli spot colorati, non si beve vino, ma neppure birra. Questo è il tempio dei long drinks, ma soprattutto della regina degli shottini: la tequila, che scivola giù per la gola, come la lingua sinuosa di un'amante impertinente e ti sega le gambe con estrema rapidità.
Quante cazzate si sono fatte sotto l'effetto della tequila: quanti si sono ritrovati in letti sconosciuti, con estranei che hanno faticato a riconoscere il mattino seguente?
Ma l'aria è festosa: tutti ridono e hanno voglia di divertirsi, o ostentare un divertimento obbligato da luogo e momento.
Io, dal canto mio, non mi sento coinvolto da questa frenesia del sorridere a tutti i costi. Rimango curvo al bancone a far roteare tra le dita il bicchierino semi pieno: il secondo, da quando sono arrivato. Ho iniziato bene, ingoiando a collo il liquido ambrato, che mi ha bruciato gola e budella. Ma ora indugio, avendo assaggiato solo un sorso, come fosse miele, da gustare con attenzione.
Siamo lì da quasi mezz'ora e, a parte esprimere la mia preferenza sul drink, non ho ancora detto una parola. Dom sembra essersi rassegnato al mio mutismo: ha cercato di coinvolgermi con qualche argomento a caso, ma davanti ai miei assensi gutturali, si è limitato a gustare un Manhattan, rimproverandomi di non averlo imitato.
Per me, il bere è associato a gioia e allegria, ma nel mio animo non c'è traccia di  spensieratezza. Mi sento piegato e non ho alcuna voglia di abbandonarmi a una sbronza triste, anche se forse ne avrei bisogno.
«Invece di giocarci, dovresti berla. Se la butti giù, come prima, non ti ucciderà» tenta ancora di scuotermi.
Sospiro e continuo a fissare il bicchierino. Se lo ascoltassi, dovrei ordinarne un altro, mi sentirei in dovere di farlo, ma tre sarebbero davvero troppi. Potrei fare una di quelle cazzate da tequila, tipo finire a letto con Dom, o peggio: umiliarmi, scrivendo un messaggio al mio ex ragazzo, per supplicarlo per l'ennesima volta di raccogliermi e riprendermi con sé. Cosa del tutto inutile.
«Parla, Chico o mi pentirò di essere uscito con te» continua il mio amico, strattonandomi leggermente il braccio buono, quello adagiato sul bancone; mentre, l'arto ingessato se ne sta lì, appeso al collo, come se non facesse parte del mio corpo.
Ha ragione, sono una compagnia deprimente. Certo, è stata sua l'idea di uscire e io ho accettato dopo diversi tentativi, ma questo non giustifica il mio atteggiamento.
Eppure, non ho molto da dire.
«Lo scorso sabato era il suo compleanno» mormoro semplicemente, rivolto più al bicchierino che vibra tra le mie dita, che a lui.
«Uh» afferma, prendendo tempo con dei calcoli mentali. «Il sedici, ok. E...?»
«E niente» mi incasso nelle spalle ancor di più. «Gli ho scritto un messaggio. Buon trentaseiesimo compleanno!»
«Ok, e lui?»
«Niente» piagnucolo. «Ha risposto, per educazione, perché non sia mai che Parker Aames non si dimostri educato e corretto. Ma ha scritto semplicemente: Grazie. Ma sai qual è stata la cosa migliore?»
Ora, mi sono voltato verso Lafferty, che mi fissa con gli occhi sgranati, reclinando il capo da parte a parte, in attesa della mia rivelazione.
«Si è firmato P. A. Come nelle comunicazioni di lavoro. Ha voluto mettere un paletto, capisci? No, non un paletto: un intero steccato!»
«Sì» sbuffa esitante lui. Dalla sua espressione capisco che i miei occhi umidi e quei discorsi mi fanno apparire come un pazzo, patetico. «Non credi sarebbe il caso di passare oltre? Che ne so, guardarti un po' intorno, spassartela, per dimenticare. Non esiste solo Parker Aames a questo mondo.»
Evito di scoppiare in lacrime, mugolando: Ma io lo amo!
No, torno a fissare la tequila, ingobbendomi ancor di più.
Sento il suo sospiro sconsolato, mentre si prepara a dirmi qualcos'altro, dopo un sorso al suo long drink.
«Finirai per impazzire, il testosterone ti darà alla testa. Non so se il dottore te l'ha detto, ma con un braccio al collo, si può scopare tranquillamente. Da quando ti conosco, non sei mai stato in astinenza per così tanto tempo, sono passati più di venti giorni da quando vi siete... ehm... lasciati»
Lo sento a disagio a cercare di tirarmi su. Devo dire anche che non è bravo a farlo. Ma non demorde, pur avendo bisogno di altri due sorsi di alcol per continuare. «Chico, tu non sei Josh Hartnett e non siamo ancora in Quaresima. Spero almeno che ti masturbi... con un po' di allenamento, ci puoi riuscire anche con la sinistra. E poi, ricordi? Più passa il tempo, più diventa dura...o duro...fa niente, lasciamo perdere le citazioni. Il punto è che la vita va avanti e non si vive senza sesso!»
Ce l'ha fatta, non mi ha tirato su di morale, ma mi ha fatto venir voglia di bere. Butto giù quella roba, rabbrividendo tutto, e ne ordino un terzo bicchierino, solo perché così si fa, senza avere un reale bisogno o desiderio di alcolici.
Quando Lafferty mi riaccompagna a casa, sarebbe semplice invitarlo a salire. La mia volontà si colloca più in basso dello zerbino e sento caldo, molto caldo: quel caldo che ti fa venir voglia di spogliarti, solo per cominciare a sudare seriamente. Ma non lo faccio, un guizzo di correttezza, o di masochismo, mi schiaffeggia, spingendomi a trascinare le gambe traballanti su per gli scalini d'ingresso, da solo. Dom non insiste, ha capito e rispetta la mia decisione, anche se la giudica assurda. Non approfitterebbe di un ubriaco, non più: i tempi goliardici sono passati. Ora, siamo adulti e cerchiamo di comportarci da tali, anche se fa male crescere. L'amore fa male, tanto; molto più di un arto rotto.
Ma a Parker Aames non interessa nulla di come sto, a lui importa solo il fatto di avermi rotto un braccio e aver provato il desiderio di prendermi a pugni. Così, è stato più sicuro lasciarci. Già, sicuro. Questa parola mi fa salire il vomito, più dell'alcol.
Non mi preoccupo nemmeno di accendere la luce, una volta entrato nell'appartamento, cerco a tentoni la strada per la camera, solo per collassare a pancia sotto, sul letto. Non ho bevuto troppo, ma abbastanza da non preoccuparmi di cambiare gli abiti. Per lo meno, questa notte non sognerò quel semi dio, che ho avuto la fortuna di conoscere in senso biblico più e più volte; almeno, spero. Dom mi ha incoraggiato a sfogarmi, non può sapere che, dopo i miei sogni erotici, è diventata un'esigenza costante, più che un semplice sfogo.
Come avevo previsto, nel mio barlume di coscienza, la notte scorre tranquilla, con un sonno da oltretomba, senza sogni. Il risveglio però è un incubo. Mi sento scuotere, come se il letto ondeggiasse, venendo investito da un senso di vertigine, prima di capire che non è il letto a vibrare, ma la mia gamba. Oddio, è il cellulare in tasca, devo rispondere.
Negli attimi infiniti, che impiego per frugare nei pantaloni, alla disperata ricerca del diabolico oggetto vibrante, svariati pensieri colpiscono il mio unico neurone semi addormentato: penso ad aver dormito troppo, per l'intero weekend, ritrovandomi in ritardo per la riunione del lunedì mattina, allo studio. Oppure, alla probabilità di un malore di mia madre; o ancora, mille altri eventi imprevedibili, su cui la mia mente rifiuta di focalizzarsi.
«Pronto» biascico penosamente, con una voce che spaventa pure me.
Non ho idea di chi ci sia all'altro capo, non ho avuto la forza di sollevare il viso per sbirciare sul display. Ma credo di averlo lasciato interdetto con il sussurro cavernoso.
«Felix, tutto bene?»
Cazzo, cazzo, cazzo.
Si tratta di Thomas Aames, il mio capo. Sono fottuto!
Lo spavento mi trasmette una scossa di adrenalina, che mi fa schizzare in posizione seduta sul letto, facendomi rendere conto di essere ancora vestito di tutto punto, dalla sera precedente: scarpe e giubbotto compresi.
Fai schifo, Callejas!
E non ero neanche completamente ubriaco...
«Uh, sì» mi schiarisco la voce, nella speranza di recuperare un tono decente. «Devo essermi preso un'infreddatura.»
«Mi dispiace» mormora. «Avevo intenzione di invitarti a pranzo...»
«Che ore sono?» È l'unica cosa che mi passa per la mente, cercando di ripigliarmi, ringalluzzito da quell'invito.
«Quasi le undici, ma se hai bisogno di tempo per prepararti, possiamo trovarci verso l'una. Sempre che tu ti senta di uscire.»
«Sì, sì, certo, mi sento già meglio. Si tratta di un semplice raffreddore, nulla di grave» farfuglio.
Cazzate, in realtà la testa mi scoppia e temo di dare di stomaco da un momento all'altro, per quella sveglia traumatica. Ma ho deciso di accettare l'invito e niente mi sarà d'ostacolo.
«Passo a prenderti all'una, allora?» Chiede conferma, con un tono molto caldo e invitante.
Io accetto e ci salutiamo, ripetendo ancora una volta l'orario dell'appuntamento.
«Ah, Callejas» aggiunge prima di chiudere la conversazione. «Un'aspirina potrebbe aiutarti. Fa miracoli con i dopo sbornia!»
Perfetto. Ora, tutta la famiglia Aames è convinta che io sia un alcolizzato, o un ragazzino che non si sa controllare.
Merda!
Il sessanta per cento dei lavoratori, considera liberatorio ritrovarsi il venerdì o sabato sera, a bere con gli amici e alza volentieri il gomito. Non vedo perché io dovrei vergognarmi della cosa. Come sostiene Lafferty: la vita va goduta e un buon bicchiere ti aiuta a prenderla meglio!
Bene, ma adesso ho solo due ore per rendermi presentabile, al fine di evitare che il mio capo continui a considerarmi un irresponsabile. Dunque, basta perdere tempo.
Ma perché Thomas Aames dovrebbe pranzare con me il sabato, invece che con la moglie? Forse si tratta di un pranzo di lavoro e sarà presente anche Bertier. Oddio, quello si accorgerebbe subito del mio aspetto malsano, accrescendo la pessima considerazione che ha di me. Anche se, dopo il mio incidente al braccio, si è dimostrato meno ostile.
Mi decido a muovermi, aggirandomi per la casa senza una meta precisa. Credo che la maggior parte dei miei neuroni sia ancora anestetizzata, ma mi reco in bagno, scalzando via le scarpe e gettando il giubbotto a terra: certe pessime abitudini sono dure a morire.
Mi rifiuto di soffermarmi a pensare su cosa direbbe Parker riguardo alla mia sciatteria e svuoto la vescica, prima di lavarmi a lungo il viso, incapace di sciacquare via quei cerchi viola sotto agli occhi, per non parlare delle sclere iniettate di sangue. Estraggo il flacone di Tylenol dall'armadietto del bagno, scacciando ancora i ricordi del mio premuroso ragazzo, che me le aveva portate, e mi affretto a preparare una dose massiccia di caffeina, che dovrebbe far risorgere la mia coscienza.
Tutti i movimenti sono rallentati, complici i giri a vuoto che mi ritrovo a fare, per colpa della confusione che ho ancora addosso, ma poco prima dell'una, sono pronto e il mal di testa è, quasi, soltanto un ricordo. Sì, sono pronto e il mio aspetto è pure gradevole: aspirine, caffeina e doccia possono fare miracoli, specialmente se uno ha una buona capacità di ripresa.
Spero solo, che il mio capo non abbia scelto un ristorante formale per il meeting: indosso la giacca sotto al cappotto, ma ho evitato la cravatta; sfoggio un abbigliamento più sportivo che elegante.
Quando raggiungo la Mercedes nera davanti a casa, imposto il miglior sorriso e mi sforzo di apparire rilassato e disteso.
«Buongiorno» esclamo con voce forse un po' troppo squillante, accomodandomi al posto del passeggero.
«Buongiorno, Felix» risponde lui sorridente, a sua volta. «Noto con piacere che sei riuscito a rimetterti in sesto»
Mi sento avvampare e abbasso lo sguardo.
«Sono contento del fatto che tu abbia ripreso la tua vita di sempre» aggiunge, mettendo in moto.
Già, lui non ha mai fatto mistero di disapprovare la mia relazione con Parker. Dunque, preferisce che esca con gli amici e mi ubriachi, piuttosto.
«Non ho messo la cravatta, spero che la nostra meta non sia un ristorante elegante» mi affretto a informarlo.
«No, tranquillo, il tuo abbigliamento andrà benissimo» Mi tranquillizza, anche se lui è agghindato di tutto punto. Ma credo sia il suo marchio di fabbrica: Thomas Aames vive in giacca e cravatta.
«Ho pensato a un ristorante sulla costa, ti piace l'aragosta?» Spiega, gettandomi nel panico.
Oh, Dio del cielo, ti prego, no: fa che quest'uomo non mi porti in uno dei posti che ho frequentato con Parker. Non potrei reggere all'impatto emotivo: il mio ricordo di quel giorno sulla spiaggia è così dolorosamente piacevole, che mi farebbe implodere.
«Cape Cod...?» Balbetto con la gola serrata.
Scruto il suo profilo e lo vedo irrigidire la mascella, stringendo le labbra.
«No» risponde, tranquillizzandomi. «Avevo pensato, piuttosto di andare verso la parte Nord di Boston.»
Nonostante mi senta sollevato, dalla differenza di destinazione, la tensione del guidatore non mi comunica nulla di buono.
«Parker ti ha portato a Cape Cod?» Chiede a bassa voce.
Io annuisco, ma lui non aggiunge altro. Noto stupore e riflessione che si alternano sul suo volto, in una frazione di secondo. Come se quell'evento avesse chissà quale significato: più profondo di quello affettivo che ha per me.
«Verremo raggiunti da Bertier, sul posto?» Azzardo.
«No, saremo solo io e te. Non abbiamo avuto molte occasioni di parlare con tranquillità, negli ultimi giorni.»
La voce e l'espressione sono tornate distese, ma ora il nervosismo si è trasferito su di me, immaginando che Thomas voglia parlare della mia, da poco conclusa, relazione con suo fratello.
Ci fermiamo in una delle piccole località costiere, per entrare in un bel ristorante, più elegante di quelli scelti da Parker. In fondo, non posso certo pensare che Thomas Aames frequenti le locande di pescatori.
Io, dal canto mio, devo smettere di fare paragoni tra i fratelli. Ma soprattutto, devo tenere Parker Aames fuori dalla mia mente. Farlo uscire dal mio cuore sarà più difficile, ma temo che dovrò rassegnarmi a fare pure quello, prima o poi.
«Tutto bene?» Mi scuote il mio accompagnatore, porgendomi il menu.
«Sì» mi affretto a rassicurarlo, con un sorriso tirato. «Mi sono svegliato con il mal di testa, ma ora è passato.»
«Mi riferivo al fatto che ti sei perso nei tuoi pensieri» sussurra.
Quando fa così, mi fa sentire bene. Mi ha usato per spiare Parker, si è dimostrato subito contrario alla mia relazione con lui, tanto da trattarmi con freddo distacco, ma quando Thomas Aames fa il protettivo, io mi sento accolto e coccolato. Sono come un cagnolino che desidera solo compiacere il padrone e questo non mi rende fiero di me stesso.
Annuisce, guardandomi con un'espressione incoraggiante, prima di iniziare a darmi consigli sui piatti migliori del locale.
Non tocca nessun argomento personale. Dopo diversi commenti sul cibo, ci inoltriamo in una conversazione sul caso che stiamo trattando, coinvolgendoci nelle considerazioni riguardo alla materia che ci ha sempre uniti.
Questa è un'altra differenza tra il rapporto che avevo con Parker e le mie uscite con Thomas: con il mio ex partner riuscivamo a tenere ben separate la sfera personale da quella lavorativa. Certo, lavoravamo insieme, a volte anche a casa sua, ma i due mondi non si mescolavano. Invece, sembra che con Thomas riusciamo ad avere un rapporto personale, solo passando attraverso il lavoro.
Se scopassimo, ci ritroveremmo a elencare le norme del codice penale, anche a letto.
«Mi piace vederti sorridere» afferma, dopo una pausa, mentre mi accarezza con quegli occhi chiarissimi.
Sussulto, oddio, no, sono alle solite: faccio pensieri inappropriati e mi ritrovo a sfoggiare un'espressione ebete. Abbasso lo sguardo, mentre sento salirmi il sangue alle guance e balbetto qualche scusa, ammettendo di aver leggermente perso il filo del discorso.
«Anch'io» ammette, prendendo il bicchiere per bere un sorso di vino, che io ho tatticamente evitato.
«Mi sono distratto, studiando i tuoi lineamenti.»
Thomas Aames sta flirtando?
Mi sto sentendo male!
Come siamo arrivati a questo punto? Stavamo parlando della Northern Way e, all'improvviso, ci ritroviamo a guardarci negli occhi, con lui che sorride sardonico.
Non riesco a sostenere il suo sguardo. Mi sento un topolino in trappola. Mi ha invitato a uscire per rendere più intima la nostra conoscenza? Vuole propormi una notte in albergo?
Tutto il mio corpo vibra al pensiero di quell'opportunità, ma le tempie mi pulsano e la sola eventualità mi mette in allerta.
«Felix, ti ho fatto presente in più di un'occasione quanto io tenga a te, non solo a livello professionale» continua con quella voce carezzevole, che mi tocca nel profondo. «Mi sento in un qualche modo responsabile per te. Capirai bene il perché io non approvassi il tuo legame con Parker.»
«Ti assicuro che non ho mai corso il genere di pericoli che temi, assieme a lui» mi affretto a precisare, con la voce che mi muore in gola. Non voglio che lui sottolinei ancora una volta quanto io e Parker fossimo male assortiti e non gradisco che continui a considerare suo fratello un violento. Ma non riesco a oppormi con lo slancio che vorrei. L'atmosfera intima mi fa vacillare.
Cerco di guardarlo in viso, anche se la cosa mi crea un misto di imbarazzo e soggezione, e lo vedo esitare, per poi abbassare lo sguardo con flemma.
«Meglio così» conclude, asciutto.
Torniamo a parlare dei piatti che abbiamo gustato e lui mi consiglia un paio di dolci che, a detta sua, sono molto appetitosi. Non è un uomo che ama i dessert, non l'ho mai visto ordinarne uno, ma sembra sicuro di ciò che afferma e, davanti alla mia indecisione, mi consiglia di provarli entrambi.
Mi ha inquadrato bene: sono il genere di persona che aspetta per tutto il pasto il momento di gustare il dolce, per il quale conserva sempre uno spazietto nello stomaco.
Durante il tragitto per tornare in città, lascio aperto un po' il finestrino, con il permesso di Thomas, e mi godo l'aria fresca della costa che mi scompiglia i capelli, mentre osservo il panorama.
Una lunga strada sul mare. Sembra un'immagine simbolica: il mio percorso verso il futuro. Una direzione incerta, specialmente sul piano delle relazioni.
Lui non si è più sbilanciato in commenti personali e quell'aura intima, che ci ha accompagnati per qualche minuto al ristorante, non è più tornata. Ma Thomas rimane un mio punto debole.
Dovrei rinunciare alla mia ossessione per Parker, rassegnandomi alla fine di quella storia, e gettarmi tra le braccia del mio capo, come sognavo fino a qualche mese fa? Ma non posso fare a meno di interrogarmi su che genere di relazione potrebbe esserci tra me e un uomo simile. Lui è sposato e ci tiene alle apparenze, dunque sarei sempre un amante, destinato a vivere nell'ombra. Ci sono milioni di coppie così e tante riescono a trovare un equilibrio, per non far soffrire nessuno.
Eppure, il pensiero mi opprime. Forse perché, in qualche modo, finirei per copiare il mio modello genitoriale.
Ci salutiamo davanti alla palazzina dove alloggio e il suo sorriso mi tranquillizza. Non dovrebbe: è un sorriso che esprime attaccamento, un'espressione confidenziale, non un semplice atto di cortesia. Ma mi beo di quell'affetto che passa da lui a me in quell'istante.

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