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Antonella Aigle
Rossa come il fuoco

Rossa come il fuoco
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Sinossi

Cecilia è rossa come il fuoco e di fiamme arde. Selvaggia, indomita, è in perenne lotta con se stessa. Forse per questo che pecca di ingenuità e permette che sua madre la scopra, durante un ricevimento da lei organizzato, nel bagno delle signore con Goran, il cameriere kosovaro.
La cinica mamma Lara non ci pensa due volte a spedirla in esilio dalla zia Lena, sua gemella, in una piccola città sulla costa.
Contrariamente alle intenzioni della madre, però, a Cecilia sembra quasi di iniziare di nuovo a respirare: le regole di zia Lena e zio Enzo, infatti, non sono impossibili da rispettare. 
Finalmente “a casa”, nella  villetta sul mare, riscopre se stessa, libera di non essere più confinata nel ruolo di “cavallo pazzo”, anche se ne conserva gelosamente la bellezza e il fascino. Sono proprio questi due elementi a condurla sulla strada del piacere e della nuova esistenza da cui si è sempre sentita attratta senza udirne il richiamo o saperne il nome. Melissa, giovane fotografa, le aprirà le porte della moda, nel nudo, della sensualità e della presa di coscienza di tutte le qualità fino a quel momento ignorate. Paolo, suo fratello, andrà ben oltre, facendola emozionare e vibrare come mai nessuno prima. In un mondo dove tutto è lecito, dove il rosso fuoco si incontra con un vortice di passione primordiale, Cecilia amerà, gusterà e adorerà, pur di dar sazietà alla sua vera natura, trovando l’equilibrio necessario per accettare il suo modo di essere, senza dover più giustificare, soprattutto a se stessa, i forti desideri e le emozioni laceranti che la spingono verso un rapporto assoluto e di dominazione. La ricerca del piacere anche attraverso il dolore.

 

Prefazione di Federica D'Ascani

Primo capitolo

Capitolo I

Cecilia arrivò alla stazione arrabbiata. Anzi no, arrabbiatissima, con in volto un enorme vaffanculo al mondo impresso sopra.
Era furente con sua madre che l’aveva mandata in esilio - sì, proprio in esilio - da zia Lena e zio Enzo, con se stessa  per non essere stata un granché furba e con Goran, il cameriere kosovaro, che durante l’ennesima cena di gala del club esclusivo nella White House si era fatto scoprire a scoparla nel bagno delle signore con non poco imbarazzo di tutti i presenti.
Sua madre l’aveva rispedita a casa con l’autista e non le aveva parlato fino al mattino seguente quando, entrata in cucina, le aveva intimato senza tanti preamboli di preparare una valigia.
Cecilia aveva urlato e imprecato, aveva persino pregato quell’ameba di Augusto di farla restare.
A nulla erano valse le sue promesse: tutti, lei per prima, erano consapevoli che sarebbero state disattese.
«Basta, Cecilia» le aveva urlato sua madre che mai e poi mai perdeva il controllo «ho tollerato fin troppo le tue paturnie da adolescente cresciuta. Sei completamente fuori controllo. Ma guardati...»
«Perché, perché?» aveva chiesto lei, stizzita.
«Hai i capelli rosso fuoco» aveva risposto sua madre, esasperata.
«Cazzo, mamma, sai meglio di me che non si giudicano le persone dall’aspetto esteriore.»
«Sì, Cecilia, se oltre all’aspetto esteriore ci fosse dell’altro, Cecilia. Ma lì non c’è niente, niente, Cecilia. Hai la testa vuota... vuota e rosso fuoco. Hai vent’anni, Cecilia, dormi l’intera mattinata e quando non lo fai sei in giro a fare danni con quelle altre due sceme che ti ritrovi come amiche. Cecilia, io tremo, tremo quando non sei in casa. L’ultima volta ti ha portato a casa una volante della polizia e solo perché Augusto conosceva uno degli agenti che ti ha trovata ubriaca e semi svenuta davanti a quel locale» le aveva urlato contro di rimando.
Cinque Cecilia in una sola frase aveva soppesato prima di capire che non l’avrebbe spuntata ed era stato in quel momento che aveva deciso di attaccare.
«Me la sarei cavata! Non ho bisogno di nessun cazzo di agente che mi riporti a casa.»
«Basta, Cecilia. Mi rifiuto di infilarmi ancora nelle stesse discussioni, nelle stesse promesse che sappiamo tutti non manterrai. Prepara una valigia, l’autista ti accompagnerà alla stazione tra due ore. E non provare a fiatare o giuro su Dio che questa volta ti rinchiudo.»
A braccia conserte, appoggiata al mobile della cucina, aveva ideato già un piano guardandola con  sguardo strafottente.
«E non ti venga in mente di telefonare a tuo padre. L’ho già chiamato io stamattina e Dio solo sa in che stato era: è assolutamente d’accordo con me. Sei una mina vagante e andrai dai tuoi zii. Discussione chiusa.»
«Maledetto anche lui!» aveva urlato allora sbattendo i piedi e chiudendosi in camera sua; quando dopo un’ora le era stato chiaro che la madre non sarebbe tornata sui suoi passi aveva preparato la valigia aspettando di essere accompagnata alla stazione.

Zia Lena la guardò con affetto e la salutò con un cenno della mano andandole incontro.
«Ciao scricciola» le disse, abbracciandola forte e scompigliandole i capelli legati in due buffe codine laterali.
«Ciao, zia» rispose, contraccambiando con gioia.
Adorava quella donna , gemella della madre ma completamente diversa, agli antipodi.
Come il giorno con la notte: fredda, riservata e sempre impostata una; espansiva, dolce e appassionata l’altra.
Un cavallo pazzo al quale si sentiva più vicina, più che a sua madre.
Era felice di rivederla e di passare del tempo con lei, nonostante le regole da rispettare.
E a lei le regole non andavano proprio a genio... ma sentiva di non voler deludere sua zia, al contrario di ciò che aveva sempre provato nei confronti della “cinica Lara”, come la chiamavano tutti, ovvero di sua madre. Anzi, aveva sempre fatto di tutto per farle perdere le staffe. Soprattutto in pubblico.
Non poteva biasimare suo padre: a un certo punto della vita si era reso conto di aver sposato un iceberg e l’aveva mollata per un’oca bionda, poco più grande di lei, interessata solo ai suoi soldi.
Il problema era stato che a quella ne era seguita un’altra e un’altra ancora, fino a perdere il conto.
Suo padre alla fine aveva mollato anche lei e le sole volte che la chiamava era per chiederle se le bastassero i soldi che depositava mensilmente sul suo conto corrente personale. Senso di colpa oppure no, la situazione le fruttava un bel gruzzolo e le permetteva di fare ciò che voleva senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze.
«Allora, cos’hai fatto stavolta per far arrabbiare sua maestà? »  le chiese zia Lena.
«Non te l’ha detto?»
«Mmh mmh» mugugnò la zia, scuotendo la testa con aria seria.
«Ricevimento White House. Goran il cameriere kosovaro. Bagno delle signore» scandì Cecilia,  divertita.
«Ceci» le disse scrollando la testa in maniera, se possibile, ancora più vigorosa «non si gioca a braccio di ferro con tua madre, si perde sempre. E poi il cameriere kosovaro, nel bagno... Dai, Ceci.»
«Lo so, zia, ma quel ricevimento era una palla e poi mamma… Le interessa solo di se stessa e di quei cazzo di ricevimenti; poi Augusto che le dà retta e che ancora non le ha dato un calcio in culo. Mi fa partire i nervi e non ragiono» disse velocemente cercando di non ingoiare il chewingum.
«Primo: sputa la gomma nel cestino. Secondo: troppe parolacce in una sola frase. Terzo: non si manca di rispetto a tua madre e quarto, Cecilia, niente cazzate altrimenti ti rispedisco a Milano col primo treno. Prometti?»
«Promesso, zia» disse immediatamente Cecilia.
Era vero: a casa degli zii vigevano ferree regole di comportamento, ma zia Lena la capiva e per lei era disposta a comportarsi bene. Diciamo decentemente. In fondo la amavano e glielo dimostravano in continuazione.
Nel corso degli anni quella casa era stata spesso il suo rifugio, la sua tana. E a volte si sentiva più a casa lì che a Milano, perché non doveva dimostrare niente, poteva essere semplicemente se stessa.
Zia Lena afferrò la valigia e s’incamminarono fuori dalla stazione, verso l’automobile.
«Allora, l’università?» le chiese interessata.
Senza guardarla alzò le spalle e scosse la testa.
«Ah, niente esami. E hai iniziato a lavorare?»
Stesso gesto.
«Fammi capire, Cecilia, cosa fai tutto il giorno?»
«Vado in giro» rispose.
«In giro, dove?»
«In giro» ripeté con un gesto della mano.
«In giro. Non dai esami, non lavori e vai in giro. Cecilia, è troppo anche per me, lo capisci?»
Non ebbe il tempo di rispondere, o di pensare almeno a qualcosa, perché vide all’esterno della stazione una volante della Polizia con un uomo dentro e, appoggiato sul cofano, suo zio Enzo con un enorme sorriso ad accoglierla.
«Zio, zio…»  urlò, catapultandosi tra le sue braccia.
«Cecilia, cuore» le disse affettuosamente lui che, come risaputo, aveva un debole per lei.
Era la copia perfetta di sua moglie ai tempi in cui era una ragazza folle e inquieta, in cerca di qualcosa. Cambiava colore di capelli ogni settimana; un giorno era in jeans e canotta e quello dopo in tailleur castigato. Un’anima in pena, intrappolata in una famiglia dove l’apparenza e l’ostentare erano insegnamenti di vita, fino a quando aveva trovato quel qualcosa, o meglio quel qualcuno, che l’aveva fatta riconciliare con il mondo intero: lui.
«Bel colore, Cecilia, stavolta.»
«Vero, zio, a mamma è venuto un colpo quando mi ha vista la settimana scorsa!»
«Immagino» disse Enzo divertito mentre toglieva la valigia dalle mani di sua moglie.
«Ciao, tesoro» le sussurrò piano «dove hai la macchina?»
«È qui dietro, ma posso portarla io. Non preoccuparti.»
«Neanche per sogno, niente pesi alla mia ragazza.»
Così dicendo si incamminarono verso la vettura per poi darsi appuntamento a quella sera, dopo la fine del turno pomeridiano dello zio.

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