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Luciano Pignatti & Sally Fell
Diario intimo di Sally Fell, una storia d'amore

Diario intimo di Sally Fell, una storia d'amore
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Primo capitolo

Cap. 1 Sally


Sally: sì… Leo… sì… dai… sììì… daiii…
Leo: slurp… slap… sluuurp… slaaap…
Sally: ancora… ancora… sì-sì-sì-ancora…
Leo: slap… hai un pelo stupendo… slurp…
Sally: ancora… ancora… continua… sììì…
Leo: slaaap… sei tutta bagnata… sluuurrrppp…
Sally: leccami, sì, leccami tutta, dai… con la lingua, sì, entrami…entrami dappertutto… cosììì… sììì… Leeeooo…
Leo: che labbra che hai… dai, dai, allargati le grandi labbra, allargatele bene, dai, con le dita… voglio vedertela bene…
Sally: così? Così va bene? La vedi bene la mia clito? Ti piace la mia clito? Oh… oh… Leeeo… sììì… sììì… daaaiii… cosììì… ohhh…
Leo: splendidaaa… slaaappp… stupenda… sluuurppp… me-ra-vi-gli-o-saaa…
Sally: sono allagata… sììì allagatissimaaa… oh Leo che bello… sì, sì, così, bravo, dai, infilami il dito… oh, è bel-lis-si-mooo… dai, dai, Leo…
Leo: slurp… slap… sluuurp… slaaap … sluuurrrppp… slaaappp…
Sally: oh-oh-oh, ma quante dita sono? Una? Due? Tre?
Leo: slaaappp… dieci… sono dieci dita… sssluuurrrppp…
Sally: sceeemooo… sììì… che beeellooo… dai…
Leo: adesso… adesso… ssslaaappp…
Sally: ooohhh è bellissimo… sììì… un dito dietro… sììì… un dito nel culo… Leo-Leo-Leooo…
Leo: Sally… Sally… sei una gran figa Sally… Saaallyyy…
Sally: sì… sì… sììì… muovili così… sììì… ooohhh che bellooo… sììì tutti insieme… Leeeooo…
Leo: che morbida che sei…
Sally: oh-oh-oh! Ma quante dita sono… ooohhh… peeeròòò…
Leo: slaaappp… dieci… sono dieci dita… sssluuurrrppp…
Sally: scemo-scemo-scemo!!!… peeeròòò… dai… quante dita sono…
Leo: tre… tre… ssslllaaappp… treee o quattrooo… sssllluuurrrppp…
Sally: dai-dai-dai dimmelo… quante dita sono… ooohhh che bello… daaaiii… sììì… cosììì… muovile tutte insieme… daaaiii… dimmelo… ooohhh…
Leo: beh… slap… beh… circa… trenta o quaranta… sluuurppp…
Sally: stupidooo… ma quanto mi piace… oh… sì… la tua stupidità…
Leo: tre…cen…tooo… quat…tro…cen…tooo diiitaaa… che fiiga… che cuuulo che hai… che culo che culo… ooohhh quanto mi piace il tuo culo…
Sally:  dai, dai… così… sììì…leccamelo così… che lingua… porcellino…
Leo: mi fai morire… miii-faaaiii-mooo-riii-reee… slap-slurp-slap-slur… slaaappp…
Sally: ti voglio, Leo, ti voglio… che lingua che hai… che dita che hai… ooohhh… che dita, che mani che hai… Leo, Leo, Leo ti voglio…
Leo: slurp… slap… sluuurp… slaaap … sluuurrrppp… slaaappp…
Sally: Leo-Leo-Leo ho detto che ti voglio… Leo prendimi dai… prendimi!
Leo: slurp… slap… sì, sì, ma dopo… sluuurp… slaaap…
Sally: Leeeooo-preeen-diii-miii… ti voglio, ti voglio dentro di me… dai, dai dammelo, dammelo, dammelo subito… dam-me-lo-su-bi-to! Riempimi, dai, dammelo… dammelo…
Leo: slurp… slap… sluuurp… slaaap … sluuurrrppp… slaaappp…
Sally: togli la bocca, togli le mani  ti voglio tutto dentro Leo… ti voglio…… Leeeooo prendimi, dammelo… dai, dai, infilamelo, dai Leo… Leeeooo daaammeeelooo…!
Leo: slurp… slap… sluuurp… slaaap … sluuurrrppp… slaaappp…
Sally: Leo se non me lo dai te lo taglio… daaaiii… scopami!… Lo vooogliiiooo!
Leo: slurp… slap … sluuurp… slaaap…  sluuurrrppp… slaaappp…

 


Cap. 2 Infanzia e pubertà
Sally: se ti va d’ascoltarmi, ora ti racconto un po’ di me e degli anni della mia pubertà, soprattutto di quella volta che in assoluto cambiò la percezione del mio corpo e della farfallina.
Caro Leo, lo sai che sono sempre stata attratta dai corpi degli uomini e dal piacere che mi sanno suscitare. A loro volta anche essi provano piacere a starmi vicino. Queste sensazioni me le ricordo da sempre: con mio fratello Gustav, ad esempio, quando ero molto piccola mi piaceva moltissimo stare sulle sue ginocchia e farmi accarezzare i capelli, così senza un motivo preciso solo per il gusto di esser vicini, di respirar la stessa aria e scambiar le reciproche emozioni. Questo accadeva spesso durante i pomeriggi invernali, vicino al fuoco nella nostra grande cucina. Noi eravamo accoccolati su degli enormi cuscini, sul grande sofà di nonna Clementina, mentre Gustav studiava ragioneria o contabilità. Io sapevo bene che in quei momenti dovevo stare buonina-buonina, senza proferir parola, ma pur di stargli vicino, evitavo persino di respirare. Ricordo che il mio amato fratellone, pur senza parlare faceva in modo di farmi sentire il suo affetto, accarezzandomi i capelli e il collo, dandomi di tanto in tanto dei bacini sulla fronte. Quanto mi piaceva, quanto mi piaceva essere coccolata da lui. Mi sentivo orgogliosa come la nostra gatta Gertrude corteggiata da tutti i micioni del quartiere. Il contatto delle mani di Gustav mi faceva sentire inondata di calore, piena d’amore, pervasa di piacere e queste dolcezze sono ancora presenti nel mio corpo. Quelli, per me furono anni bellissimi. Ogni pomeriggio durante le ore di studio, il mio corpo era amato e coccolato, e intanto crescevo… intanto crescevo e pur restando molto uniti, io e mio fratello sapevamo che  quei momenti non sarebbero più ritornati allo stesso modo, perché altri corpi egli avrebbe cercato, perché altri corpi io avrei cercato.
Ti ho già detto altre volte che sono sempre stata una bambina molta vivace, curiosa e birichina. In casa tutti mi chiamavano Sally, la piccola tempesta, il piccolo ciclone dalla fulva capigliatura, Sally il piccolo uragano dal carattere dispettoso, Sally come la pastina che i bambini sputano dappertutto e te la trovi sparsa su tutto il pavimento. Tempesta-ciclone-uragano-pastina, in sintesi una piccola rompiballe.
Devi sapere, caro Leo che questo dolce, affettuoso nomignolo, mi è stato affibbiato dal mio amato fratellone Gustav. Egli diceva (in realtà lo dice tuttora) che io gli ricordavo (ricordo) Hourl, un vento tipico della nostra regione. Un vento estivo, caldo, ma forte ed insistente, talmente veloce da far volare i parrucchini dei tanti calvi della nostra cittadina. Quando dalle nostre parti Hourl fa capolino, non concede a nessun esser vivente momenti di tregua: nessuna persona è in grado di passeggiare, scampagnare, nemmeno star fuori al balcone tanto il fastidio che procura… tutti succubi di Hourl. Nascondere le ciabatte, invertire le camicie con le gonne della mamma, scarabocchiare i libri di Gustav, mettere lo zucchero nella minestra, mordicchiare il naso ai parenti invece che baciarli… insomma, tutti succubi di tempestina. Ebbene, per il mio amato fratellone io sarei stata questo vento… e pensare che gli volevo tanto bene, che gli voglio tanto bene.  
Devi sapere, mio dolce Leo, che Gustav ha dieci anni più di me.
Oramai i miei genitori avevano perso le speranze di veder sgambettare un altro pargolo per casa, per cui quando nacqui fu davvero una sorpresa per tutto il parentado, soprattutto per mio fratello. Da brava cucciolotta egocentrica, ho sempre avuto le attenzioni su di me, specialmente quelle di mio fratello e mai e poi mai, dico mai e poi mai, ribadisco MAI avrei permesso ad un’altra femmina di catturare l’attenzione del mio adorato.
Gustav aveva l’ingrato compito di sorvegliarmi quando i nostri genitori, per motivi di lavoro, erano fuori casa o quando per sfinimento mi appioppavano al primogenito.
Durante tutto l’anno c’era la scuola a mantenere gli equilibri familiari, ma durante le vacanze natalizie, ahi ahi, e in estate, doppio ahi ahi. Era compito di Gustav sorvegliare la pestifera sorellina: quante gliene ho fatte passare, quante fidanzatine ha dovuto lasciare per colpa mia però… però quanto bene gli volevo e quanto bene gli voglio. Quanto bene voglio a te dolce Leo… ops, scusa scivolamento di contesto: torno subito al racconto
Allorquando annusavo puzza di concorrenza, escogitavo mille diavolerie per distogliere l’attenzione del fratello traditore con una serie interminabili di situazioni incresciose, create per la mal capitata di turno: lucertole, bisce e granchi infilati nella borsa da mare, nero di seppia al posto della cipria, costosissimo peperoncino calabrese nella spremuta d’arance, ma un giorno, un giorno accadde un fatto strano.
Un anno, durante una vacanza trascorsa al mare, presso la casa di  nonna Clementina (rossa e vivace anche lei), il povero Gustav desiderò (come tutti i fratelli maggiori) che io non fossi mai nata. Aveva da poco tempo iniziato una love story con Camilla, una sua compagna che studiava al liceo. Lei era più grande di lui di due anni. Questa storia non mi piaceva affatto: ma chi cavolo si crede d’esser quella lì?
Dopo avergliene fatte subire più di due, più di tre e più di quattro, anche quel venerdì pomeriggio, la signorina Camilla mangia-fratelli, si presentò puntuale come una cambiale in casa di nonna Clementina. La scusa era la possibilità di prendere il sole sulla nostra piccola spiaggia privata. Decisi a quel punto che i ruoli dovevano cambiare. Non era più Gustav che doveva vegliare e sorvegliare  la piccola Sally, ma Sally che doveva vegliare e sorvegliare lui e la sua amichetta… grr... grr... grr...
Per il nostro nordico clima, quel venerdì di luglio fu particolarmente assolato. Approfittando della presenza di nonna Clementina come mia custode, in men che non si dica i due fedigrafi scomparvero. Io ero intenta a giocare col mio amichetto Hans, quando all’improvviso mi accorsi della loro assenza.
«Che fine hanno fatto quei due?» chiesi allertata al mio amico.
«Vieni, la nonna sta dormendo, non si accorgerà della nostra assenza, vieni» gli ordinai.
«Ma io non voglio venire, sto bene qui e poi ho fame» rispose l’infame amichetto.
«Vieni con me altrimenti non ti faccio più le carezzine sulle braccia» gli ringhiai, ricattandolo per benino.
A quei miei modi gentili e cortesi Hans capitolò e mi seguì. Dopo aver camminato per un po’, fummo attratti da strani rumori, erano suoni sconosciuti, quasi dei miagolii.
«Uuhmm… ah… uhmm… sì dai... che bello… uhmm.»
Non capimmo cosa stesse accadendo e chi facesse quegli strani effetti sonori: ci parevano quasi delle effusioni. La cosa più buffa fu che io ed Hans cominciammo a sudare e ad avere delle strane sensazioni alla pancia. Beh, non proprio alla pancia… diciamo così: un po’ più giù della pancia. Il mio amico mi guardava stralunato. Più sentivamo quegli strani suoni, più egli mi si avvicinava strusciandosi e più io volevo che si avvicinasse e si strusciasse.
Eravamo come Ulisse in preda al canto delle sirene. Il cuore batteva forte forte. Hans mi guardava rapito. Aveva la lingua gocciolante. Quello sguardo, quella lingua, per me erano come una calamita. Ci avvicinammo ancora un po’ quando scorgemmo Gustav e Camilla abbracciati e nudi dietro al muretto di cinta di un piccolo casolare abbandonato.
«Mammamiiiaaa! Ora lo dico alla mamma… no a papà, si è meglio se lo dico a papà, così quella lì la smette di fare certe cose con mio fratello» pensai, semplicemente furiosa.
Ma cosa stava facendo mio fratello? In realtà non lo sapevo mica tanto bene!
Assomigliavano tanto a mamma e papà quando mi dicevano di non entrar nella loro camera da letto ed io puntualmente vi entravo oppure sbirciavo dal buchetto della serratura. Sì, Gustav e Camilla in quei momenti assomigliavano tanto ai nostri genitori.
Ora che mi ricordo meglio, dissi ad Hans:
«Anche mamma e papà fanno quei rumori così strani, anche loro si strusciano, anche loro sono nudi. Nudi?»
Solo in quell’istante mi accorsi perfettamente che mio fratello e l’amica fossero nudi. Non sapevo cosa fare: restare e guardare o scappare? Essere arrabbiata con lui? Con lei? Con tutto il mondo? Restare  e continuare a guardare? Andare dalla nonna per dire tutto? Restare a guardare? Rimasi lì col mio amico e guardai, e guardammo.
A dir la verità lei era più bella nuda che vestita. Aveva un bel corpo e non sapevo perché mi sembrasse così bello. Aveva un bel seno e ricordo ancora oggi l’invidia che provai per quelle piccole e sode pesche.
«Quasi come quelle della mamma» considerai.
Mi chiesi come mai non le avessi così grandi anch’io. Camilla aveva una bella pelle abbronzata (sfido, con tutto il sole preso sulla nostra spiaggia) e poi la cosa che mi stupì, ma davvero tanto, fu quella specie di parrucca, quella pelliccetta che aveva vicino alla passerina. Di nascosto da Hans mi toccai la mia farfallina accorgendomi che era pelata come un uovo. Anche per quella  peluria tra le sue cosce provai invidia.
Era languida con mio fratello, sembrava veramente una gatta.
«Vieni qui amore mio: fatti toccare, dai fatti toccare il pisellone. Dammelo, fattelo baciare, te lo voglio leccare, fattelo mangiare.»
Mio fratello, udite udite l’inaudito, si avvicinava e se lo faceva toccare-baciare-leccare-mangiare e chissà cos’altro.
Io ed Hans eravamo come ipnotizzati. Quando m’accorsi che anche Gustav aveva finito di spogliarsi era troppo tardi: era nudo, completamente nudo. Non avevo mai visto mio fratello in quelle condizioni, mai e da quel che vedevo non era affatto sofferente, ODDIO, Gustav, il mio Gustav, era nudo. Ne rimasi sconvolta!
Di tanto in tanto mi era capitato di vederlo come mamma nostra lo fece, ma nessuna volta mi procurò il solletico che stavo provando in quel momento. L’avevo già visto mentre faceva il bagno al mare, ma indossava il costume. Immaginavo che sotto quel rigonfiamento che aveva tra le gambe ci fosse una specie di salsiccia penzolante. Ora quella salsiccia non penzolava anzi era... ODDIO… come l’alza bandiera nei giorni di festa. Era come lo scopone che usa la nonna per ramazzare in terra. Era come il pisello di papà quando bacia la mamma… ODDIO!
In quel momento era diventato un salamino che entrava ed usciva dalla boccaccia famelica di Camilla. Gustav emetteva suoni strani, parole mozzate, quasi dislessico. Lei, dopo un tempo per me infinito lo invitò…
«Vieni qui sporcaccione mio. Toccami, toccami la fiorellina: è tutta bagnata. Dai, baciamela… mangiamela!»
Gustav le si avvicinò. La toccò, gliela toccò. La baciò, gliela baciò. Gliela mangiò. Eccome se gliela mangiò!
Il mio stato ipnotico aumentò contagiando Hans.
Ammisi, tra me e me, senza mai confessarlo a nessuno, se non a te, che era bello mio fratello in quel momento ed era bella anche Camilla.
I due non s’accorsero di noi e continuarono a baciarsi e dirsi quelle parole… si dissero anche «ti voglio bene» ed erano felici.
Gustav aveva gli occhi strabuzzati come quando la mamma ci preparava lo strudel. Camilla lo era altrettanto come quando mangiava il suo gelato preferito.
Anch’io volevo essere felice come loro. Il forte prurito che provava la mia passerina mi suggeriva che se mi fossi dedicata a lei ed al mio corpo sarei stata molto, ma molto felice.
Li guardammo per tutto il tempo. Loro non lo seppero mai e dal quel momento decisi di non fare più i dispetti a Camilla.
«Se fa star bene il mio amato fratello, perché dovrei farle dei dispetti?»
Quel giorno scoprii nuovi giochi da fare, sia da sola sia con i miei amichetti.
A proposito, mi ero quasi dimenticata di Hans. Lui era dietro di me. Vicino vicino a me. Mi piaceva tenerlo cosi vicino, ricordandomi di altre volte mentre mi toccavo di nascosto (???)…
«Uuhmm… uhmm… ODDIO, ma cos’ha Hans tra le cosce? ODDIO anche lui… Uhmm… uhmmm… anche lui non ha più un pistolino penzolante… ODDIO… anche lui l’alza bandiera come nei giorni di festa.»
Leo: saporiti i tuoi ricordi d’infanzia, non trovi?
Sally: Beh, la curiosità mi ha sempre caratterizzato. Ricordati che la curiosità è l’inizio della conoscenza. Tu, Leo, cosa mi racconti?
Leo: Allora… allora… rumble… Il rapporto col mio corpo nella mia infanzia… Beh, una cosa simpatica che amo ricordare è l’obbligo che mia madre imponeva a me e mia sorella di lavarci i piedi, in estate, ben tutte le sere. Dico e ripeto: tutte le sere!!! Una cosa, questa, per me, semplicemente inammissibile. Era necessario studiare una tattica, un compromesso per alleviare questa tortura megagalattica per cui, pensa che ti ripensa, trovai la soluzione: una sera lavavo un piede e la sera dopo lavavo l’altro. Credo mia madre non si sia mai accorta di questo trucco.
Il rapporto col mio pistolino, invece, iniziò consapevolmente all’età di otto o nove anni. Ora non ricordo il perché dovevo usare quella medicina per il mio grilletto, ma dovevo immergerlo e fargli una specie di impacco in una scodellina con dentro del liquido tipo amuchina diluita. Girai e rigirai casa finché non trovai un luogo abbastanza oscuro e isolato in cui attuare quella terapia: quel luogo era la soglia tra la porta vetrata e la porta esterna della sala da pranzo. Scappellavo il mio vermiciattolo dentro quello scodellino non capendo il perché di tale operazione, ma il dottore e la mamma avevano detto di farla per cui andava fatta.
Ti racconto un altro aspetto della mia infanzia che ancora  mi fa sorridere e del rapporto con il mio corpo: Eravamo in terza elementare. Avevamo il sussidiario. Noi bambini andammo subito a vedere le cose mai viste prima, quelle cose che solo i grandi vedevano. Caspita, noi eravamo in terza! Andammo a vedere la sezione di «Scienze naturali» al cui interno volammo rapidamente alle ossa, al teschio, allo scheletro. Appena vidi lo scheletro dissi in modo categorico e assertivo:
«Quello è lo scheletro di un uomo e non di una donna!»
Esatto! Esattissimo! Era lo scheletro di un uomo. Cos’è che mi dava tanta inossidabile e scientifica certezza? Ma il semplice fatto che io pensavo che le donne, per sorreggere il seno, avessero delle ossa a forma di cupola per ogni tetta. Ora, in quel disegno le ossa a forma di cupola per ogni tetta non c’erano, per cui poteva essere solo lo scheletro di un maschio! Beata innocenza!
Saltiamo alcuni anni, metti due o tre, e arriviamo alla comparsa dei peli. No, no, aspetta… ho un altro ricordo. L’estate dalla quinta elementare alla prima media: i miei piedi sono passati dal numero 39 al numero 42 di scarpe, tant’è che i miei amici mi prendevano in giro per i piedoni che crescevano sempre più. La crescita dei loro piedi fu più lenta e graduale, ma essi passarono dal 39 al 44 mentre io mi fermai definitivamente al 43.
Allora, i peli. I primi, primissimi peli mi comparvero contemporaneamente, come timida aureola, attorno ai capezzoli; come una strisciatina di formiche nelle ascelle; come duri gambi di granoturco sul monticello tra la pancia e il passerotto; come orgoglio smisurato nei polpacci e nelle cosce. Ti dirò che, subito, me ne vergognai, tant’è che per alcuni mesi non feci la doccia insieme ai miei amici negli spogliatoi del campo di calcio. Poi, chiaramente, mi passò, ma all’inizio mi creò qualche problema con me stesso, perché nessuno mi aveva avvertito che, prima o poi, mi sarebbe successo questo «impelamento».    
Più o meno in quel periodo frequentavo ancora la parrocchia. Il parroco aveva un libretto in cui v’eran scritti quali giornali e riviste guardare e quali no; quali film andare a vedere e quali no. Ora, dal barbiere c’erano i «giornaletti» con quelle ragazze con gambe lunghe, tettone, passerotte e culetti in bella vista. Aoh, a me piacevano quei «giornaletti» e non capivo il divieto del parroco. Cara la mia Sally, quella fu la prima crisi mistica della mia vita! Da quel momento iniziai a mettere in discussione tutto ciò che era chiesa-religione-fede con annessi e connessi.
La seconda, e definitiva, crisi mistico/puberale la ebbi un paio d’anni dopo. Devi sapere che il parroco non aveva un vero e proprio campo di calcio ma, di fianco alla canonica, c’era un prato. Noi bambini (anch’io, chierichetto) mettevamo due giacche a terra e via a giocare a pallone. Devi sapere che tra casa mia e la chiesa c’era il CAMPO SPORTIVO quello con tutte le maiuscole. Due, dico due campi di calcio regolamentari, con tanto di righe bianche, porte di legno, rete, bandierine, spogliatoi, palloni di cuoio e quant’altro necessitava. Io, andando a messa, passavo lì davanti e vedevo i miei amici giocare felici e contenti. Per rodermi mi rodeva, ma stoico e imperterrito proseguivo per la chiesa. Poi… beh, poi successe la prima volta. Eh sì, anche lì la prima volta è sempre la prima volta: come quando dai un bacio per la prima volta, poi vuoi darne sempre di più, come quando marini la scuola e non ti fermeresti mai, come quando fai l’amore per la prima volta e non ti fermeresti mai…  Sì, una domenica mattina, per la prima volta, mi fermai a giocare a calcio nel «campo vecchio» e non andai a messa. Il senso di colpa per aver marinato c’era, ma era maggiore la contentezza. Poi, nelle quattro domeniche di un mese, una giocavo a pallone e le altre tre andavo a messa; poi furono due a calcio e due a messa; poi tre a calcio e una a messa… alla fine non andai più a messa.
Ma torniamo al pelo. Con la comparsa del pelo comparvero anche le prime consapevoli/inconsapevoli erezioni.
Ricordo benissimo la prima. Andai al cinema, come solito, con mia sorella, le sue amiche, i miei amici. Il parroco ci vietò quel film, ma noi andammo lo stesso. A un certo punto v’è una scena in cui una attrice è ripresa di schiena, ma NUDA sdraiata all’interno di un letto a baldacchino. SDEEENG!!! Si eleva il pistolino.
«Ma che è questa cosa?» mi chiesi vergognandomi all’inverosimile.
La fortuna vuole che al cinema ci sia buio per cui la mia vergogna e il mio rossore non comparvero in pubblico. Mi trovavo sta roba grande e grossa tra le gambe e non sapevo bene cosa fosse. La mia erezione durò alcune ere geologiche e, alla fine, (deo gratias) si sgonfiò.
Dopo quella prima volta che ancor oggi, ridendoci sopra, chiamerei gigantesca, iniziò il periodo delle polluzioni notturne. La prima volta mi svegliai bagnato, ma non mi ero pisciato addosso. Avevo una scivolosa umidità appiccicaticcia là sotto e non capivo bene il perché. Poi il lenzuolo si era macchiato un po’ di giallognolo e sai te le sgridate di mia madre e la «innocente morbosità» di mia sorella?
Mia sorella e le sue amiche. Età: dieci-undici anni. Io, ai loro occhi, recitavo la parte di quello che era ancora «addormentato». In funzione di ciò le rincorrevo dando loro delle gran palpate a culo e affini. Forse tanto «addormentato» non ero, ma l’importante era recitar la parte così potevo spalpazzare impunemente.
Ancora prete, chiesa, messa e dintorni. Come ti ho detto prima, facevo il chierichetto. In realtà era un gran sollazzo. Un’amica, una domenica d’inverno, vicino alla stufa che riscaldava la chiesa, mi ha detto:
«Tu hai la faccia da angelo, ma dentro sei un diavoletto.»
Che abbia visto lungo?
Sally: di sicuro! Sei un gran romantico di fuori e un gran porcello di dentro!
Leo: non commento, ma proseguo il racconto. Allora… allora… sì, sui dodici-tredici anni con i miei amici si parlava delle seghe
Sally: cosa sono le seghe?
Leo: le masturbazioni maschili. C’era chi le faceva in bagno, chi comunque di nascosto, chi aveva messo su il famoso «straccio delle seghe».
Sally: e tu?
Leo: sinceramente me ne sono fatte veramente molto poche. Sì, certo, mi piaceva fantasticare come mi piace fantasticare adesso (questo libro cos’è se non un mezzo parto di fantasia?), ma quelle classiche zim-zum-zam con la mano che va su e giù e l’eruzione finale… mica tante. All’epoca ero, diciamo così, più un mentale che un carnale.
Sally: adesso sei l’uno e l’altro, almeno con me.
Leo: le confidenze con i coetanei erano sulla quantità delle seghe che ci facevamo, per le quali, ancor adesso sono sicuro che barassimo tutti al rialzo. Poi io, di mio, son sempre stato molto riservato nella mia affettività/sessualità diciamo così «privata»: non ho mai messo in piazza manifesti con nomi o cose fatte con questa, con quella e con quell’altra e mi dava e mi dà molto fastidio chi lo fa. Una cosa è l’intimità tra due amici in cui entrambi si confidano la propria sessualità con mogli o fidanzate o amiche, altra cosa è la stupidità. Credevo e credo che chi fa lo sborone in realtà tromba poco.
Sally: cosa vuol dire sborone?
Leo: un gradasso. Una persona che va al bar o, comunque, in pubblico e dice: «Io son stato con quella donna e ho fatto questa cosa. Quell’altra ragazza mi ha fatto quella cosa là e io ho fatto e glielo ho messo qui-là-su-giù-destra-sinistra-alto-basso-orizzontale-verticale-longitudineale-trasversale e poi una volta-due volte-tre volte-quattro volte, cento volte…
Sally: ho capito. Fa lo sborone. Da noi in Germania c’è un proverbio che dice: «Can che abbaia non morde».
Leo: idem in Italia.
Sally: ma questo libro non è il libro di due sboroni?
Leo: assolutamente no. Questo è un libro biografico e autobiografico, noi o delle nostre amiche e amici. Amica lettrice e amico lettore, tutto ciò che leggerai è realmente accaduto. Trasformare un vissuto emotivo in un racconto, cercando di farti provare piacere, è la scommessa letteraria.
Sally: dai, raccontami dei tuoi rapporti con le coetanee da preadolescente.
Leo: beh, sai, nel paesello della Bassa le scuole medie non c’erano. Bisognava e bisogna andare nel capoluogo di comune. Ci si andava con la corriera e per quanto grande fosse, era piccola per i tantissimi studenti della zona. Dentro di essa si stava stretti stretti pigiati pigiati e nelle curve (ma non solo) e nelle frenate (ma non solo) e nelle accelerazioni (ma non solo) sai com’è… se i maschietti erano dietro allungavano le manine verso i culetti delle amiche, se i maschietti erano davanti giravano la mano indietro e cercavano di metterla tra le cosce delle ragazzine.
Sally: e loro?
Leo: starnazzavano come oche del Campidoglio, ma poi ci stavano.
Sally: e la fidanzata? E le fidanzate?
Leo: beh, qui andiamo sull’intimo profondo, eh. Non sei un po’ troppo curiosa?
Sally: eddai, racconta… Non fare lo sciocchino timidino proprio adesso che hai una trentina d’anni. I lettori e le lettrici sono curiosi: hanno pagato (?) il libro e hanno diritto di sapere. Allora, dicevi, le tue fidanzatine…
Leo:  ma a quell’età non c’è nulla di erotico che possa interessare il lettore. Ti dico solo di un amore amorissimo lungo lunghissimo durato dall’asilo alla quinta elementare. Cinque-sei anni di fedeltà assoluta (anima-mente-corpo-spirito…), cosa mai successa dopo nella mia vita.
Uffa, vedi, con te non tengo nemmeno la piscia!
Allora, una volta eravamo all’asilo. Il recinto di protezione era fatto da un muretto e da una rete metallica. Avremmo avuto cinque anni tutti e due. Un pomeriggio viene sua cugina più grande… avrà avuto sette o otto anni… La cugina è seduta sulla bicicletta e ha un piede appoggiato sul muretto. Lei è all’esterno e noi all’interno dell’asilo. Siamo io e la mia fidanzata. Lei parla con la cugina. A un certo punto, a bruciapelo che più bruciapelo non esiste, la cugina le chiede:
«È quello il tuo moroso?».
Io avrei voluto sprofondare nel profondo del più profondo degli oceani.
Sally: e il primo bacio in bocca?
Leo: direi nell’estate tra la prima e la seconda media con una fidanzata, in campeggio. Lei aveva un anno meno di me. Avevamo tutti e due tanta paura e al contempo voglia, una gran timidezza e un forte desiderio. Quel bacio rappresentava il passaggio da «bambini» a «grandi», un passaggio letteralmente epocale. Vicino al nostro campeggio c’era un bar con un juke-box, «discoteca» frequentata da tutti noi discoli. Beh, una sera, verso mezzanotte, poco prima di ritornare al campeggio, sotto un abete, al buio dove nessuno ci avrebbe visto (nemmeno la timidezza che avevamo dentro di noi) ci siamo baciati. Sbarabang, sleng, spling s’accesero tutte le luci, migliaia di led e apparve in cielo una scritta: «Siete diventati grandi» e dentro di noi una pulsazione che diceva: «oddio che paura… oddio che bello!»
Sally: e le altre dopo?
Leo: allora insisti! Credo fu la stessa estate in cui presi la prima sberla della mia vita da una ragazza.
Sally: questa sì che mi interessa. Come successe?
Leo: Sadicona che non sei altro. Perché ti interessa? Beh, lei era la mia fidanzata, quella del primo bacio in bocca. Io ero e sono ancora piuttosto forte a braccio di ferro. Faccio braccio di ferro contro di lei e vinco. Faccio braccio di ferro contro di lei e sua cugina insieme e vinco. Lei, toccandomi il braccio, mi dice:
«Ma quanto sei forte!»
L’attimo dopo le dico, toccandole il seno:
«Ma tu la forza ce l’hai tutta qui?».
SPATASDENG!!! Mi è arrivata una sberla che ancora mi fa male la guancia!
Sally: ha fatto bene
Leo: ma quale bene e bene? Lo sapevo che tu le davi ragione. Scusa eh, ma essendo fidanzati avevo/avevamo il diritto di toccarci tutti e due, no? Ahi, ahi, ahi, mi fa ancora male quella sberla…
Sally: e un po’ più grande?
Leo: beh, un po’ più grande sono cambiate le cose. Ridendoci su (ancora, ma non troppo) dovevo stare attento alle sberle delle mamme, ex fidanzati, mariti.
Devo stare attento anche alle sberle di tua madre e dei tuoi ex?
Sally: mia madre è in Germania e i miei ex fidanzati pure per cui, come dicono gli adolescenti italiani adesso: «Tranqui raga». Altri episodi simpatici?
Leo: senti, bella topa, sappi che questa super-intervista io, poi, te la ribalto domanda su domanda e non potrai far la finta tonta e girar frittelle per non rispondere.
Sally: cosa vuol dire far la finta tonta?
Leo: ad esempio, quello che stai facendo tu adesso e cioè stai facendo finta di non capire.
Sally: e girar le frittelle cosa vuol dire?
Leo: frittella uguale discorso quindi girare e rigirare e ri-rigirare il discorso in modo tale da avere sempre ragione tu. In questo caso vuol dire inventar scuse per non raccontarti.
Sally: e le tue fantasie sessuali da adolescente quali erano?
Leo: come per tutti gli adolescenti erano sulle cantanti, sulle attrici… difficilmente sulle ragazze reali. Ricordo una morazza cantante di un gruppo olandese che aveva due tettone così, oppure una biondina, una cantante francese, «una bella fighettina». Rispetto alle ragazze reali, quando avevo la fidanzata e tra me e me mi facevo delle fantasie… beh, poi quando ci si vedeva si facevano. E se le fantasie le facevamo insieme si realizzavano insieme subito sempre che fossero fantasie tra due soli amanti.  
Sally: altri episodi?
Leo: mi stai svuotando più adesso di quando mi bevi tutto, sai?
Sally: ma lo sai che stiamo facendo l’amore, adesso? Sì che lo sai. Adesso stiamo facendo l’amore in tre: io, te e il lettore o la lettrice! Raccontare, scrivere, descrivere, far partecipare è un po’ come far l’amore.
Leo: brava Sally. In tutto ciò c’è un’estetica, una capacità di sentire e far sentire emozioni e sensazioni al di là di ogni morale, per quanto ammantata di sinistrese sia.
Sally: dai, dai, toglimi una curiosità Leo Dabomp: da dove deriva il tuo cognome?
Leo: raccontano le leggende familiari che nel 1796 un cuoco al seguito dell’esercito napoleonico, una sera, si ubriacò di lambrusco in un’osteria della Bassa emiliana. L’indomani, quando la truppa ripartì, egli era ancora addormentato nel fienile. Si svegliò verso sera. Accortosi che i compagni d’arme non c’erano più, decise di rincorrerli in groppa a un somaro. Sta di fatto che si perse nelle paludi. Dopo alcuni giorni di vagabondaggio arrivò a casa di un contadino e lì si fermò perché… perché mise incinta la figlia del contadino!
Sally: quindi lo hai nel DNA il cromosoma del «tombeur de femmes»
Leo: io? Nooo! Tu sai che io sono fedele del 9° comandamento: «Non desiderare la donna d’altri.»
Sally: quindi ?
Leo: mi faccio desiderare dalle donne d’altri! Ah, ah, ah!!!

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