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Lucille Cooper
Sognando un uomo

Sognando un uomo
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Primo capitolo

L’uomo che ogni donna sogna
(Incontro Fatale)


Un solito martedì. Identico a tutti gli altri, con la sua agenda zeppa di impegni e la scansione martellante delle cose da fare. Primo giorno di caldo, dopo un inverno freddissimo. La voglia di buttare via i pesanti maglioni di lana insieme alla tristezza di troppi mesi di grigio.
Come una primavera che subentra a un inverno, titubante, indecisa se spogliarsi subito del freddo e della pioggia per indossare l’azzurro del cielo e la luce del sole, così Matilde, tentennò un attimo prima di lanciarsi davanti al suo immenso guardaroba.
Indossò al volo una minigonna, nascosta da molto tempo tra i vestiti innocenti di madre, una camicetta leggera e rispolverò quel paio di tacchi a spillo che non ricordava più di avere.
Quarant’anni, portati splendidamente.
Matilde era bella e sensuale ma spesso, troppo spesso, i ruoli di mamma e di moglie soffocavano quello di donna.
Anche quel giorno d’altronde andava di corsa: nonostante i bambini fossero coi nonni e il marito in trasferta di lavoro, poteva ritagliarsi un po’ di tempo per sé ma non prima di aver sistemato almeno grossolanamente casa, essere passata in banca, aver fatto la spesa e spedito quelle dieci importanti raccomandate.
A Matilde piaceva essere madre ed essere moglie.
E madre lo era davvero, l’amore con cui cresceva Linda e Fabius, ne era la dimostrazione più evidente.
Li aveva desiderati intensamente e loro erano arrivati dopo due anni di matrimonio con Victor Fulton, un importante uomo d’affari.
Si erano conosciuti a Londra durante un meeting di lavoro.
Lui amministratore delegato di una multinazionale, la Petroleum Enterprise, operante nel campo degli idrocarburi con sede principale nella metropoli londinese.
Lei funzionaria e stretta collaboratrice del direttore di una azienda satellite, ubicata a Bruxelles, che di lì a poco sarebbe stata fagocitata dalla prima.
Fu attrazione a prima vista, e non solo fisica.
Victor, fu travolto dalla timidezza e dalla semplicità, più che dalla lampante sensualità di Matilde.
Perché era ovvio che quell’uomo affascinante, ricco e potente, non dovesse certo aver problemi a trovare donne bellissime. Non era quello il problema per Victor.
Consapevole del sex-appeal che esercitava su di loro, amava giocare furbescamente prima di portarsele a letto.
All’inizio sempre interessato a capire quale fosse la molla che scattava nella testa delle donne e le spingeva verso di lui.
Tre importanti motivi non mancavano di certo: fascino, potere, soldi.
Già. Fascino, potere, soldi.
Caratteristiche di facile presa sull’indole femminile che, ad un uomo intelligente, avrebbero dato la sensazione di appiattimento e forse di sconforto.
Ma l’intelligenza di Victor non era richiesta.
Bastava quello che di lui si poteva toccare con mano.
Così rinunciò a capire divorando, una dopo l’altra, brevi relazioni di carne che, alla soglia dei quarant’anni, cominciavano ad avere tutte lo stesso sapore.
Più passava il tempo e sempre più rapidamente, sguardi complici ed espliciti, lo catapultavano  in una camera d’Hotel per consumare un fugace rapporto sessuale.
A quella cena di lavoro era giunto dopo l’ennesimo corteggiamento, finito nel  solito modo.
Alla reception dello Sheraton, Victor fu raggiunto da una  strana donna che, con una scusa, attaccò bottone:
«Buonasera, mister Fulton, la stavamo aspettando. La  camera è pronta, vuole che le porti qualcosa da bere in stanza?»
Una sbirciata, appena occultata da quel minimo di pudore rimasto negli anni, varcò la camicetta, opportunamente semislacciata su un decolté generoso che lasciava immaginare un seno sodo e rotondo.
Quella donna era dannatamente provocante.
«Non sapevo che il personale avesse cambiato divisa?»
«Non le piace questa?»
«Molto, ma così, il drink, passa in secondo piano!»
«Facciamolo arrivare al terzo, di piano.»
«Stanza 312?»
La donna non rispose. Risposero per lei, il suo sguardo ammiccante, la bellezza della sua bocca carnosa, l’astuzia degli occhi scuri, leggermente a mandorla.
«Allora, vogliamo fare rum ghiacciato?»
«Quanti bicchieri, signor Fulton?»
«Se non vogliamo bere nello stesso, direi due.»
Un sorriso malizioso, accompagnò l’incedere deciso della donna  davanti all’ascensore. Un cabaret tra le mani, una bottiglia di Avana Club, due calici di cristallo. Il soffice rumore di una cabina semovente in arrivo e, una fotocellula a raggi infrarossi, rilevò il passaggio di due corpi caldi.
Pochi secondi dopo, il sensore inviò il comando di chiusura alle porte automatiche.
L’accelerazione dell’ascensore di ultima generazione, incollò i loro piedi al pavimento premendo gli stomaci contro la gola. Sembrava una velocità ingovernabile e gestibile solo da complicate elettroniche di controllo, ma a metà tra il secondo e il terzo piano, l’astuta signorina, dimostrò l’esatto contrario spingendo il  pulsante di blocco. L’ascensore si arrestò di colpo riportando gli stomaci nella loro sede naturale. Con maliziosa grazia, la donna adagiò il vassoio sul pavimento e davanti allo sguardo incredulo di Victor, si slacciò completamente la camicetta. Afferrò i seni liberi, esibendoli in tutta la loro esuberanza all’affascinante uomo, poi si inginocchiò ai suoi piedi.
Victor, ne aveva viste e conosciute tante di femmine spregiudicate ma i tempi e modi di quella disinvoltura non avevano precedenti. Notevolmente eccitato, ghermì con forza la testa della donna, bloccandola contro il suo pene turgido.
«No Victor, non è ancora il momento.»
«Perché no? Ho bisogno di sentire la tua bocca. Adesso!»
«Non avere fretta, non consumare il piacere con avidità e soprattutto, impara a goderti  bellezza e provocazione di una donna.»
Poi, prese mezzo bicchiere di rum e lo versò nella spaccatura, disegnata dai suoi seni vellutati. Ammutolito, Victor, osservò incredulo quel rigagnolo trasparente dall’odore di alcool che scendeva tra due colline dalla forma perfetta. Con lo sguardo ormai perso nella gestualità provocante di una perfetta sconosciuta, contemplò passivamente la giovane mentre premeva e strusciava i seni uno contro l’altro.
Il rum era sceso in mezzo a loro per  smorzare l’attrito naturale di due pelli a contatto, rendendo lo sfregamento  più fluido ma soprattutto più sensuale.
«Ti piace guardarmi?»
«Immensamente, fatti toccare.»
«No, guarda il mio seno, assorbi il desiderio di contatto poi, immagina cosa vorresti fare.»
«Voglio leccartelo, stringerlo fino a farti male, morderlo fino a farti urlare di dolore.»
«No Victor, non ora. Prima realizza il sogno nella mente poi assaggia la meraviglia della realtà.»
 La precipitosità e i suoi modi sbrigativi, non avevano mai trovato, un argine così alto. Nessuna donna era mai stata interessata a spiegargli come, la sua concezione di orgasmo sempre invocato con troppa impazienza, fosse un problema da risolvere più che una liberazione da raggiungere velocemente. E la sua intelligenza non aveva tempo per indagare a fondo sul modo frettoloso di gustare un’amante, occupata com’era a concludere contratti milionari, coordinare decine di succursali sparse per il mondo, archiviare documenti importanti, smaltire scartoffie ormai inutili.
Il suo tempo consumato dal lavoro.
Ne rimaneva troppo poco per gli affetti, per gli amori.
Per il sesso.
Fortunatamente, Victor, non aveva bisogno di cercare sesso, era il sesso a cercare lui. Il lavoro mangiava tutto il suo tempo libero ma lo restituiva indietro sotto forma di facili occasioni. Perché, il suo, non era un lavoro come tutti gli altri: profumava molto più di soldi e potere. E quell’odore penetrante attirava le donne come una calamita. Donne scaltre, disposte a tutto pur di comparire al suo fianco anche solamente per poche ore.

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