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Marco Rossi Lecce
Storia di Aaron

Storia di Aaron
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Primo capitolo

LA CERIMONIA DELLA DEFLORAZIONE
Capitolo I

 
Mi sveglio di soprassalto, mi stanno chiamando ad alta voce. È Arida:
«Aaron, svegliati, sono arrivati i sacerdoti, vi aspettano tutti al tempio! Dài uscite, vi ho portato l’acqua e il cibo!»
Accanto a me c’è Romulus, anche lui è sveglio. Ci guardiamo negli occhi. È giunto il grande giorno.
«Romulus, dài, prepariamoci, ci aspettano, non facciamo tardi: i Cappucci, lo sai, non sono per niente teneri.» Borbottando non so che, Romulus inizia a vestirsi. Ci infiliamo le nostre toghette bianche e i sandali. Mettiamo a posto alla bene e meglio i nostri giacigli di paglia battuta e usciamo dalla capanna. Il sole è alto nel cielo, pur essendo prestissimo fa già un caldo infernale. Arida, ci aspetta in piedi con la brocca di terracotta sulla testa.
«Oggi è il gran giorno, eh?» Ci ricorda, accompagnando le parole con uno sguardo ironico. Velocemente ci versa nelle coppe dell’acqua e ci porge la nostra razione di pane secco insieme a due uova lessate. Non mangiavo uova da mesi.
«Ehi, che lusso oggi, che succede?»
«Ordine dei Sacerdoti, vogliono che siate in gran forma, lo sapete, vero, cosa vi aspetta?» E ridacchia.
Mentre mastico voracemente il pane con le uova, osservo Arida con attenzione. È veramente una bella femmina. Alta e proporzionata, la veste bianca che indossa non nasconde le sue forme procaci, dai fianchi larghi alle grosse mammelle. Le caviglie sono un po’ troppo grosse, ma i piedi sono belli e affusolati, le stringhe dei sandali ben strette sui polpacci, fino al ginocchio, le slanciano le gambe. Arida si accorge che la sto guardando, diventa rossa in viso e abbassa lo sguardo imbarazzata. Eppure, l’altra notte, timida non lo era stata per niente. Romulus, intanto, mangia in silenzio e osserva anche lui Arida, lanciandomi un’occhiata complice e d’intesa. Eh già, c’era anche lui l’altra notte. Il rossore sulle gote di Arida si fa sempre più acceso.
«Bene, io vado, vi ho lasciato la doppia razione d’acqua per lavarvi nel trogolo. Pulitevi bene, mi raccomando, e poi andate, non fate tardi.» Con un ultimo sorriso e un cenno della mano ci saluta, e s’incammina sul sentiero polveroso. Con una mano tiene la brocca sulla testa e con l’altra solleva la veste da un lato, stringendola sulla vita sottile da cui si allargano due bei glutei poderosi. Romulus e io pensiamo alla stessa cosa, all’altra notte nel pagliaio, quando Arida era stata con noi due.
Mentre la figura di Arida rimpiccolisce fino a sparire all’orizzonte, mulinelli di vento caldo sollevano la polvere in nuvole informi. Il paesaggio è desolato, polvere, rocce e nient’altro. Gli anziani raccontano che una volta questa terra era stata feconda, con fiumi e vegetazione rigogliosa ovunque. Peccato essere nati così tardi, quando il mondo, dopo la immane catastrofe è così cambiato.
Mi avvio svogliatamente al trogolo, nel pozzetto ci sono due dita d’acqua torbida. Pazienza, bisogna accontentarsi, la stagione delle piogge è ancora lontana. Romulus e io, completamente nudi,  ci laviamo come possiamo. In particolare stiamo attenti che siano ben puliti i genitali. Poi c’infiliamo le toghette fresche di lavato, ci mettiamo a tracolla le balestre e le faretre piene di frecce. È ora di andare al Tempio e ci avviamo sul sentiero polveroso. Fa un caldo terribile, ma con fatica e sudando molto, attraversiamo la collina e dall’alto di questa ci fermiamo a guardare il paese circondato da terre brulle e campi di girasoli. Ancora un’ora di cammino e siamo arrivati. Romulus all’improvviso mi dice:
«Hai visto com’è bella Arida?» E ridacchia. So a cosa pensa, anche a me viene da ridere a ripensare a quello che è successo l’altra sera. Lui mentre eiacula nel sedere di Arida. Lei, per terra carponi sulla paglia e completamente nuda, aveva appena finito con me e Romulus ne aveva approfittato. Dopo un attimo che ero uscito dal suo corpo, il furbo era subito entrato dentro di lei, senza nessuno sforzo: il sedere di Arida era ormai bello largo e ben oliato dal mio seme. Gli anziani dicono che sia meglio sodomizzare una donna o un uomo al secondo turno. I muscoli dell’ano non sono più contratti e indubbiamente il seme del primo ha ben lubrificato l’orifizio del retto. Addirittura, dicono che così sembra di entrare in una vagina. E ancora, dicono che il sodomizzato goda molto di più nella seconda penetrazione, perché l’ano si è abituato all’intrusione della verga, è più rilassato e disposto al piacere. Ma io tutte queste cose le so, sono stato molto attento ai corsi dei Sacerdoti sulla sodomia, non mi sono perso una lezione. Con Arida, ho cercato di farla prendere prima da Romulus, ma lui non ne è stato capace. Arida si è scocciata e si rischiava che non ci stesse più. Allora è toccato a me penetrarla per primo. Ad Arida era piaciuto molto il mio modo attento e delicato di possederla, però dopo, con Romulus, si era lasciata andare completamente. L’avevo sentita come godeva con lui e quello che diceva. Con me era stata ancora un po’ rigida, aveva paura che le facessi male, poi io le ero venuto dentro, e beato Romulus! La prossima volta, assolutamente, voglio farlo per secondo o addirittura per terzo. Purtroppo, però, il prossimo turno sarà fra circa trenta lune, intanto accontentiamoci; Romulus ha un bellissimo sedere, ha pochi peli sulle natiche e sembra quello di una donna. È un bravo amante, molto affettuoso e devoto. È più bravo quando è passivo. Quando deve penetrare lui, ci sono  sempre problemi: o non riesce a entrare o non ha la giusta erezione, o non gli va la posizione. Insomma, preferisco penetrarlo io e anche lui preferisce così. Quando arriva il turno di sodomizzare una donna, lui, non so se apposta o per davvero, non riesce mai a farlo per primo. E quindi si gode sempre la fanciulla già bella preparata e lubrificata dagli altri, furbo, non c’è che dire!
Avvicinandoci al villaggio, incontriamo numerosi giovani della nostra età che provenendo da sentieri diversi, si dirigono tutti verso il Tempio. Sento l’emozione salire, anche Romulus è agitato e mi guarda in continuazione con fare nervoso. Certo, in teoria sappiamo tutto. Ci hanno fatto studiare molto sulla deflorazione. Ed io, come sempre, ho cercato di approfondire idealmente ogni aspetto teorico, Però da qui a farlo… mah? Speriamo bene.
Seguendo le viuzze polverose arriviamo alla piazza del Tempio. Ogni volta che lo vedo ne rimango affascinato e impaurito, è così alto in proporzione alle capanne intorno. Le sovrasta almeno di dieci braccia. Il prospetto è bellissimo, sarà lungo cento e più passi; dopo la prima gradinata di tre scalini c’è un pavimento  composto da ritagli di pietre colorate, bellissime, che io ho visto solo lì. Ai bordi partono a raggiera, creando un semicerchio, composto da numerose colonne di pietra grigia, che sorreggono il tetto. Al centro del timpano c’è un’enorme scultura in alabastro, liscia come pelle umana che rappresenta la parte posteriore di una donna e sembra sorgere direttamente dalle mura stesse del tempio: la chiamano “Il Sacro Ano”. La statua è un enorme bassorilievo, sporge quasi del tutto all’esterno, sembra caderci addosso. È incombente. È il sedere più bello che abbia  mai visto, la vita stretta si allarga in grandi anche a forma d’anfora e all’altezza del fondo schiena. Poi si espande in glutei rotondi. La profonda fessura che divide le natiche crea un’ombra ingoiata da due piccole fosse. Una è “Il Sacro Ano” con il bordo appena un po’ gonfio. Sotto l’ano s’intravede un altro strano buco, un taglio oblungo come racchiuso fra due  lunghe labbra, ma l’ombra non fa vedere molto, tutto è nero e misterioso, lì tutto si confonde. La scultura è quasi trasparente, sembra consumata da milioni di carezze. Eppure si trova molto in alto: nessuno, anche volendo, può toccarla. Per entrare nel Tempio bisogna necessariamente passarci sotto. Intanto alle nostre spalle si sono radunati diversi giovani.
C’è un’aria d’eccitazione generale, un gran parlottìo. Non conosco nessuno eccetto Romulus. Stretto a me, sembra non volersi perdere. Vengono tutti da villaggi diversi, come prevede la Legge. Ai lati dell’enorme portale, tra le colonne, ci sono due Cappucci con le loro toghe nere, la maschera sugli occhi e il cappello a cono sulla testa. Vengono verso di noi. Senza dire una parola, ma spiegandosi solo a gesti, ci fanno appoggiare balestre e faretre in un angolo dietro le colonne e poi ci mettono in fila per due. Io e Romulus siamo i primi. Alle mie spalle si forma una lunga fila. I Cappucci ci fanno cenno di entrare. A due a due saliamo i gradini e ci fermiamo  all’inizio del pavimento colorato, e all’ombra del “Sacro Ano” e come ci hanno insegnato, c’inginocchiamo in segno di rispetto, ma io non resisto e alzo gli occhi. Sono proprio e da lì, si vedono molti più particolari: la vagina lievemente dischiusa si vede tutta, ha la forma di un occhio semiaperto e verticale, è contornata da piccoli peli scolpiti uno a uno nella pietra a bassorilievo e fuoriesce, stretta, da due possenti cosce allargate, che sembrano colonne. Si vede il ventre triangolare e il foro dell’ombelico fino alla vita, che sembra penetrare il muro di pietra. Fantastico! Fino a lì non ero mai arrivato, è proibito, si può guardare il tempio solo da fuori, non ci si può neanche avvicinare alle scale.
Sono eccitatissimo, la parte bassa del “Sacro Ano” mi ha letteralmente scioccato. Ecco com’è fatta la vagina! Me l’avevano spiegato i Sacerdoti, ma siccome è proibito rappresentarla è la prima volta che la vedo; d'altronde quando si sodomizza una femmina è proibito guardare oltre l’ano. Prima che un Cappuccio mi riprenda, abbasso subito la testa: non sì può guardare.
Durante tutto il tempo in cui ci fanno rimanere in ginocchio osservo le tinte stupende delle pietre del pavimento. Non esistono in natura. I colori fra cui vivo sono non colori, quelli della terra e della polvere, il marrone delle capanne, le stoffe bianche delle toghe e delle vesti, il nero dei Cappucci. Solo i Sacerdoti hanno cuciti sui paramenti dei fili dorati, simbolo di potere assoluto.
Finalmente ci fanno alzare ed entrare. Un po’ stordito, varco per primo il grande portale e mi ritrovo in un’ampia sala rettangolare illuminata da numerose torce fumose. Le pareti sono dipinte con calce bianca, il pavimento è formato da grandi tavole di legno chiaro. Al centro, proprio di fronte a me, troneggia un’ara rettangolare di pietra bianca dove si ergono tre statue di un braccio circa d’altezza che rappresentano un fallo eretto, il “Sacro Ano” e una vagina appena dischiusa. Davanti, distanti un paio di braccia l’una dall’altra, ci sono numerose piccole pedane rettangolari ricoperte di pelli di pecora. Accanto all’ara stanno quattro Sacerdoti e una Sacerdotessa al centro. Sono immobili ma l’oro delle loro vesti vibra incessante alla luce delle torce. Un forte odore d’incenso è nell’aria. La Sacerdotessa fa un passo avanti e mentre i Cappucci fanno sistemare ognuno davanti a una pedana, la Sacerdotessa avanza e si ferma proprio davanti a me. Ho la testa china come prevede la legge, ma con gli occhi nascosti dai capelli lunghi, riesco a sbirciare e a vedere. È alta più di me di un palmo, l’ovale del viso è incorniciato da una specie di collare verticale di tessuto bianco impreziosito d’oro, che le copre in parte i capelli nerissimi. Gli occhi grandi e profondi dalle iridi scure sono dipinti da linee colorate che ne seguono i contorni. Ha una carnagione chiarissima, bianca come il latte di capra. Anche questo non l’avevo mai visto: le donne che conosco hanno sempre la pelle cotta dal sole, quasi scura.
I paramenti che la vestono, anche quelli sono una novità per me: sono fatti di un tessuto bianco finemente lavorato, morbido e flessuoso, niente a che vedere con le ruvide stoffe che portiamo noi, e aderisce al suo corpo perfettamente. All’altezza dell’inguine la veste è aperta da quattro lunghi tagli verticali che lasciano scoperte le gambe fino alle caviglie sottili. Non ne ho mai viste di così belle, in genere le femmine hanno caviglie grosse e poderose. Ai piedi non indossa soliti sandali, ma strane calzature dorate rialzate, alte almeno quindici dita, ecco perchè è così alta.
Con voce melodiosa la magnifica creatura rompe il silenzio della sala. Posa su di noi i suoi occhi per qualche istante e poi si gira per tornare all’altare. E… incredibile, la veste dietro s’interrompe sulla vita! Dal sedere ai piedi è completamente nuda. Sulle natiche stupende sono dipinti dei simboli strani, come dei piccoli vermetti con la testa grossa, il corpo sottile e la codina a punta, mai visti. Li ha disseminati su entrambi i glutei e un cerchio rosso le circoscrive l’ano. È in assoluto il più bel sedere che abbia mai visto, più bello persino del “Sacro Ano” del Tempio, anche se so che questo è un pensiero sacrilego.
Guardiamo tutti affascinati e ammirati la Sacerdotessa, mentre cammina lentamente voltandoci la schiena. Di fronte a questo spettacolo la verga mi s’indurisce subito ma non sono l’unico a eccitarsi, quasi tutte le toghette dei miei compagni sono improvvisamente gonfie sul davanti. Voltandosi nuovamente verso di noi la divina creatura pronuncia:
«È giunto il momento, ricordatevi che non si deve provare piacere con questo atto sessuale. È solo necessario per il proseguimento della specie umana e deve essere sempre controllato. È un atto pericoloso, che se eseguito arbitrariamente, può portare alla fine dei popoli come è già successo. La Sodomia è il vero piacere assoluto ed è innocua e si può praticare sempre e indifferentemente con maschi e femmine. Quello che è successo secoli fa non deve più accadere, mai più nascite incontrollate! Il vero percorso, da praticare, è questo. Pensate sempre al “Sacro Ano”, non c’è immagine più bella e pura.» Quindi si volta verso i Cappucci, che in gruppo aspettano dietro di noi e:
«Si proceda!» Al suo comando i Cappucci formando due file che escono ai nostri lati, una a sinistra e una a destra,  vanno verso due porte poste alle estremità dell’ara. Queste si aprono ed entrano le vergini, ognuna delle quali è scortata dentro la sala da un Cappuccio. Sembrano tutte uguali, coperte dalla testa ai piedi da una veste bianca. Non ci sono neanche i fori per gli occhi. L’unica cosa che si vede sono i piedi nudi. Sorreggendole per un braccio i Cappucci le accompagnano di fronte alle pedane. Alla fine ognuno di noi ha davanti una vergine voltata di spalle con accanto un Cappuccio. Della mia vergine non vedo nulla se non i talloni con un bel callo giallastro. La veste per la deflorazione, esageratamente larga, non fa intravedere niente del suo corpo. Si chiama Burcascia, e si usa solo in questa sacra occasione, almeno così ci avevano raccontato i Sacerdoti durante i corsi. A questo punto la Sacerdotessa alza le braccia al cielo, e, dandoci le spalle, si piega sull’Ara mostrandoci i Sacri Glutei e rimane così con le gambe divaricate. In quella posizione si riesce persino a intravedere il Sacro Orifizio circondato dal segno rosso. Chissà che Sacri Significati ha questo rito, per quanto mi riguarda mi fa ancora di più indurire la verga.
I Cappucci fanno inginocchiare le vergini sulle basi, prone con le mani a terra, all’unisono tirano loro le vesti bianche su fino alla vita, scoprendo il sedere a tutte. La mia sconosciuta ha un sedere bello grosso, con un bel foro scuro al centro. Si capisce che deve essere stata sodomizzata molte volte, ormai sono pratico di ani. Quando sono giovani hanno il sedere ancora chiuso, stretto stretto, ma poi, con l’andare degli anni, a forza di rapporti i muscoli dell’ano si allentano, i bordi si gonfiano, il colore cambia, il che significa che la donna è matura per essere sodomizzata senza problemi con l’olio di girasoli, con nostro sommo piacere. Noto che sulla parte alta della natica sinistra la mia sconosciuta ha una curiosa voglia, color sangue, sembra un insetto con le ali. Non ho mai visto una voglia così. Tiene le cosce  divaricate, come le hanno insegnato per facilitare la penetrazione. Intravedo la vagina cosparsa di olio e luccicante alle fiamme delle torce. Ci avevano detto che la vagina sarebbe stata ben lubrificata al momento della prima penetrazione.
I Cappucci ci  fanno cenno di avvicinarci alle vergini e poi di scoprire la verga che è più o meno all’altezza della vagina. La basetta alza la vergine quel tanto che ci permette di penetrarle stando in piedi. Sappiamo tutti che al colpo di gong dobbiamo iniziare. Mentre aspetto, annuso dall’alto l’odore che sale nelle mie narici. Questo lo conosco, anche quando sodomizzi una donna senti il suo odore. La mia ha un odore acre mischiato a quello dell’olio di girasole, però mi piace, mi eccita ancor di più. Finalmente risuona il gong. Speriamo che tutto vada bene. Rivolgo un’ultima preghiera al “Sacro Ano” e inizio a seguire le istruzioni: la prendo fra la vita e i fianchi, con le due mani, né troppo piano né troppo forte, ma in maniera decisa. Avvicino la punta della verga allo strano taglio, spingo appena e scivolo subito dentro qualche centimetro.
Che strana sensazione, completamente nuova. Abituato da sempre alla resistenza dei muscoli dell’ano, rimango stupefatto dalla facilità con cui sono entrato. Anche le mucose interne sono completamente diverse, morbidissime e bagnate. La sensazione di piacere è fortissima, la mia verga  pulsa gonfiandosi sempre di più. Seguo le istruzioni alla lettera. Mi devo fermare per un minuto circa. Intanto guardo ancora la mia la vergine immobile. È strano vedere l’ano così vuoto e la mia verga  sparire per un terzo nella vagina. In genere, mentre sodomizzi, ovviamente non vedi l’orifizio, vedi solo la verga che ci  sparisce dentro e che lo riempie. Così è strano guardarlo dall’alto, è appena schiuso, bagnato d’olio, mi sembra molto rilassato, deve essere bello sodomizzare questa vergine. Nella sala s’iniziano a udire lievi lamenti, piccole grida soffocate e un continuo ansimare.
Inizio a spingere di nuovo. Secondo le istruzioni devo entrare molto lentamente, millimetro dopo millimetro, in maniera delicata, ma senza smettere mai finché la verga non è del tutto dentro. Continuo a spingere, questa volta sento un fremito della vergine, e anche una piccola esclamazione di sorpresa. La verga continua a scivolare dentro piano ma in maniera continuativa. Non sento ostacoli, ormai sono entrato per una metà, la vergine contrae i glutei, il mio piacere aumenta, la punta della mia verga si fa strada all’interno della carne e delle mucose, la resistenza è minima. Accanto sento Romulus che borbotta e ansima, do un’occhiata. Romulus si muove a scatti, cosa che non si deve assolutamente fare. La vergine sotto di lui si dimena in malo modo. Non deve essere facile penetrarla. Ma si sa, Romulus è impaziente e probabilmente le starà facendo male. Torno a concentrarmi, noto che l’ano della mia vergine ogni tanto si contrae. Mi piacerebbe infilarci il pollice, ma in questa speciale occasione è vietato, peccato! Spingo ancora e all’improvviso sento una lieve resistenza, un attimo dopo, con la punta della verga sento come un piccolo strappo. La vergine emette un grido e s’irrigidisce tutta. La vagina mi stringe completamente la verga che affonda dentro fino in fondo con una sensazione meravigliosa. Ora le natiche sono attaccate al mio ventre. Come da istruzioni inizio a uscire e rientrare. Ogni volta che spingo, la vergine emette un gridolino. Non capisco se di piacere o di dolore o tutte e due le cose insieme. Certo è che spinge le sue natiche verso di me. Dentro di lei la verga scivola nel bagnato, non c’è il solito attrito di quando sodomizzi, almeno all’inizio, nonostante l’olio o la saliva.
Comincio ad ansimare e a sudare. Nella sala le urla, i sospiri, le esclamazioni di piacere sono aumentate d’intensità. La Sacerdotessa, completamente abbandonata, con le braccia aperte sul piano dell’Ara Sacra, dimena a più non posso il sedere. Guardarla mi eccita, se possibile, di più e tra le sue gambe divaricate si vedono benissimo i due fori sia della vagina sia dell’ano lucidi di olio. Sento ai miei lati esclamazioni soffocate di piacere. Molti dei miei compagni stanno venendo. Li capisco, è proibito godere della deflorazione, ma invece il piacere è fortissimo. Anche Romulus sta venendo, riconosco il suo sospiro profondo, seguito da un grugnito inconfondibile. La sua vergine invece urla con tutte le forze, ma di dolore. Anche io sto per venire e aumento il ritmo. La vergine spinge sempre più forte. Credo che stia per venire anche lei, la sento gemere. I Sacerdoti ci hanno raccontato che le vergini, per combattere il dolore, si toccano sotto la veste, per aumentare il piacere. Non sarebbe permesso, ma è una cosa tollerata. Probabilmente anche la mia lo sta facendo, dimena troppo il sedere. La sua vagina palpita, i suoi spasmi mi afferrano stretta la verga. I muscoli interni si chiudono e poi si rilassano veloci. Mi lascio andare, il culmine del piacere sta arrivando, i fiotti e gli schizzi di seme che escono dalla mia verga irrorano la sua vagina, la mia vergine inizia a gridare di piacere. Anch’io mugolo forte, il suono si mischia a quello degli altri, stanno venendo tutti, quasi all’unisono.
Un Sacerdote, il più alto, raggiunge e abbraccia di schiena la Sacerdotessa, ci volta le spalle e solleva i suoi paramenti, intuisco che sta tirando fuori la verga per penetrarla, non capisco se davanti o dietro, vedo solo le mani di lei perché ha sempre le braccia allargate. Lui dà forti colpi di reni. Poi stringendola a sè inizia a muoversi velocemente con colpi secchi e ritmati. Sono eccitatissimo, la verga che si stava rilassando s’inturgidisce di nuovo, la vergine se ne accorge, e ricomincia a muoversi. Tutti, come me, fissano il Sacerdote e molti stanno ricominciando a montare. Nessuno mi guarda, anche i Cappucci guardano a occhi sbarrati la Sacra Unione dei Religiosi. Ne approfitto e infilo piano il pollice nell’ano della vergine. Lei s’inarca e ricominciano gli strani movimenti sotto la veste. La vagina palpita veloce, la mia verga dura e gonfia la riempie tutta. Il Sacerdote urla, più forte di tutti, ha una voce baritonale e potente. Penso alla sua fortuna, penetrare quella creatura meravigliosa e unica. L’idea mi eccita da morire. All’improvviso mi accorgo che sto per venire di nuovo. I muscoli dell’ano della vergine si contraggono e mi stringono forte il pollice, che gli giro dentro con moto circolare. Mi piacerebbe venirle anche dietro. All’apice dell’urlo il Sacerdote tira su le braccia al cielo. Urlo insieme a lui, e non sono il solo, urlano quasi tutti, poi in pochi attimi scende il silenzio, si sente solo ansimare forte. Guardiamo tutti il Sacerdote, che si ricompone e poi si gira verso di noi. La Sacerdotessa è sempre prona sull’ara, a cosce aperte, il Sacro Orifizio è straordinariamente dilatato e sul pavimento colano gocce di seme formando una piccola pozza. Il Sacerdote con la sua voce baritonale ci comunica:
«La cerimonia è finita, ora mondatevi e andate a rifocillarvi. Oggi è festa, niente lavoro, divertitevi e sodomizzatevi come volete, senza rispettare i turni.» Mi accorgo che la mia verga giace ancora inerte nella vagina; piano, come mi avevano insegnato, mi tiro indietro dolcemente e la faccio uscire; dopo un attimo, dal foro escono piccoli schizzi di sangue che cadono a terra. Si avvicina un Cappuccio che porge un panno bianco alla ex-vergine e le rimette la veste a posto. Guardo per l’ultima volta quella strana voglia. Mi ricorda qualcosa, ma non mi sovviene. Accompagnate dai Cappucci, le femmine spariscono oltre le porte da dove sono entrate. La regola vuole che sia assolutamente vietato parlare con le vergini, anche durante la deflorazione, nessuno deve sapere con chi è stato. Maschi e femmine, per precauzione, venivano scelti in villaggi diversi e in gran segreto vi erano riportati. Nessun maschio poteva quindi rivendicare la paternità dei futuri nascituri. I dotti dei villaggi chiamano la nostra  società “matriarcale”. In realtà il potere lo detengono i Sacerdoti e sono loro che decidono quanti figli devono nascere ogni anno e sono gli unici che sanno da chi i piccoli sono stati generati. Le donne che hanno più figli sono trattate meglio. A loro sono destinate maggiori libagioni e capanne più grandi e sono chiamate a far parte del Gran Consiglio del villaggio.
Rimaniamo tutti in piedi in fila, poi i Cappucci ci fanno cenno di seguirli in fila per due. Molti di noi hanno le toghette macchiate di sangue. Ci portano sul retro del tempio, giù per una scala scavata nella roccia viva e arriviamo in una grande grotta illuminata dalle torce. In fondo, da una fenditura nella pietra sgorga una cascata d’acqua pulita e trasparente, che si riversa in una grande vasca rettangolare anch’essa scavata nella roccia viva. Non avevo mai visto tanta acqua pura e  potabile tutta insieme. Sì, una volta avevo visto il mare, in una località abbastanza vicino al Grande Villaggio, Aitso, ma l’acqua era troppo calda, salata e piena di alghe puzzolenti. Le razioni d’acqua che ci danno giornalmente, sia per bere sia per lavarsi, sono misere. Qui invece c’è tanta acqua per far lavare tutti gli abitanti del villaggio, più volte al giorno. In verità avevo sentito parlare di una Sacra Fonte, ma non sapevo che fosse nel tempio. La chiamano la Sacra Sorgente. Accanto alla vasca più grande ce ne sono altre più  piccole, di diverse dimensioni. I Cappucci ci fanno entrare tutti nella vasca più grande senza toglierci le toghette.
Ah, che piacere, entrare in quel liquido fresco e cristallino! M’immergo fino al collo toccando a malapena il fondo con i sandali. Provo a immergere la testa, ma mi entra subito l’acqua nel naso e in gola, mi strozzo subito e inizio a tossire. Succede un po’ a tutti, nessuno, credo, l’ha fatto mai nella vita: immergersi nell’acqua per intero, e quando mai? I Cappucci ci lasciano giocare a lungo. Fra lazzi, risa e scherzi ci divertiamo come matti mentre le macchie di sangue spariscono dalle nostre vesti. L’acqua sorgiva è fresca e io ne bevo lunghi sorsi. Sono molto soddisfatto della mia prestazione, chissà se sono riuscito a ingravidarla, la mia vergine. Per il giorno della deflorazione i Sacerdoti scelgono solo femmine feconde e maschi sani. Ripenso alla goduria provata poco prima, l’unica cosa che mi dispiace, è di non averla potuto sodomizzarla. Aveva proprio un bel sedere. E poi quella strana voglia, che avevo già visto da qualche parte, mah, mi verrà in mente. I Cappucci ci fanno cenno di uscire e ci riconducono, tutti bagnati, a riprendere le balestre, poi ci fanno uscire all’esterno. Ci ritroviamo nella piazza davanti al Tempio. C’è tanta gente che ci aspetta per farci i complimenti. Arida mi viene subito incontro:
«Allora, come è andata? E Romulus, si è comportato bene? Poi mi racconti tutto, mi raccomando. Stasera stiamo insieme, è festa, non bisogna aspettare il turno, possiamo giacere insieme senza problemi.» Mi lancia un’occhiata complice, mi saluta e se ne va. Arriva Romulus, eccitatissimo:
«Ehi, Aaron, è andata, ci siamo riusciti, siamo stati bravi, no?» Gli rispondo secco:
«Sarà, l’hai fatta urlare come un’invasata, non ti sei accorto che soffriva, devi essere più cauto, sei sempre troppo frettoloso.»
«Hai ragione, ma non vedevo l’ora di entrare dentro di lei e di capire com’era fatta. Non ho seguito le istruzioni, sono entrato di colpo, non riuscivo a frenarmi.»
«Lo sai che se lei ne parla al Sacerdote, passi i guai, Romulus, ti dimezzano la razione dell’acqua e del cibo per almeno un anno, e lo sai che vuol dire questo, che si rischia di morire, specialmente d’inverno. Spera solo che sia una donna buona e tollerante e che non ti voglia rovinare.» Romulus mi guarda con aria avvilita, poi mi sorride e mi dice:
«Dài, per stasera non ci pensiamo, divertiamoci, chissà quando ci capiterà ancora un giorno così. Pensa, possiamo accoppiarci con chiunque senza aspettare il turno, non dobbiamo lavorare, e per di più sai che c’è il banchetto per tutto il villaggio. Possiamo mangiare tutto quello che ci offrono, senza limiti, c’è anche la birra.»
Questo non lo sapevo, bene, mi sento affamato e ho sete. Dopo un po’, vediamo la gente del villaggio avviarsi tutt’insieme verso la piazza centrale. La seguiamo. Percorriamo vari viottoli in mezzo alle capanne e arriviamo alla Grande Rotonda. Hanno imbandito, all’aperto, vari tavoli con ciotole di cibi diversi: zuppa di ortica, cardi arrostiti, trance di cactus arrosto, midollo di canna fresca lessata, uova lessate e varie salse, di corteccia, di funghi, poi ci sono sugli spiedi  topi e lucertole, che si stanno arrostendo. La chicca è una piramide di piccole dolci bacche rosse, che troneggiano nel mezzo di un grosso tavolo. Poi ci sono i barili della birra e i recipienti dell’acqua. Non avevo mai visto tanto lusso e abbondanza in vita mia.
Si deve aspettare il Sacro Gong per iniziare. Nel frattempo bighelloniamo fra la gente. C’è tutto il villaggio, tutti ci danno pacche sulle spalle, in fondo eravamo gli unici due maschi del villaggio, scelti per quel giorno. Ci sono anche maschi e femmine dei villaggi vicini, gente che non conosco. Ad un certo punto si avvicina Arida con accanto due fanciulle molto giovani e ci dice:
«Vi presento Aspra e Petrosa, sono ancelle come me, e lavorano in un villaggio vicino al nostro». Aspra è molto carina e anche l'altra, ci fanno due bei sorrisi. Romulus subito si mette in mezzo e inizia a parlare della deflorazione. Tutte e tre ci guardano e ci ascoltano entusiaste. Ci mettiamo a sedere intorno ad un tavolo, ci stringiamo un po’ per entrarci tutti. Posiamo a terra le balestre. Intanto arrivano i musici con i loro strumenti a percussione e a fiato e iniziano a suonare dolci melodie. In fondo alla piazza stanno allestendo i bersagli circolari per la gara di tiro alla balestra. Erano anni che non c’era una festa così nel nostro villaggio. L’ultima volta che ci fu il giorno della deflorazione, io ero ancora piccolo. Ero stato molto fortunato ad essere scelto, e anche Romulus.
Arrivano le ancelle e ordiniamo le cibarie e la birra. Mentre mangiamo raccontiamo ad Aspra, Petrosa e Arida, quello che era successo nel Tempio. Romulus, mangiando e ridendo racconta della Sacerdotessa, della sua bellezza e della sua raffinatezza. Le femmine ascoltano a bocca aperta, incredule. Le guardo con attenzione. Aspra è un bel tipo, è una finta magra, dalla veste scollata s’intravedono due belle mammelle, è bruna ed ha un viso delicato. Petrosa invece è decisamente grassottella, ha una faccia simpatica, le sue mammelle sono molto grosse e stendono il tessuto della veste, rossa di capelli ha la pelle chiarissima e piena di lentiggini, quando è in piedi  si intuisce che sotto la veste ha un bel poderoso posteriore. La birra inizia a fare effetto, d’altronde non la beviamo quasi mai e non siamo abituati. Mi sento la testa leggera, la musica inonda la rotonda, si sentono gli schiocchi delle corde delle balestre e il colpo sul bersaglio di legno e le grida eccitate dei partecipanti. Il capo torneo mi chiede di partecipare, sa che sono un ottimo arciere, gli rispondo che sono troppo ubriaco per tirare. Siamo tutti brilli, vedo Romulus che si dà un gran da fare, tocca con le mani le mammelle a tutte e tre, loro ridono e lasciano fare. Una mano mi stringe una coscia, è Aspra, mi guarda ridendo, ha bei denti, grossi e bianchi, e belle labbra carnose. La mano scende e s’infila sotto la toghetta, mi sfiora l’inguine, con le dita mi solletica in modo delicato, mi si avvicina e mi sussurra all’orecchio:
«Ho voglia di essere sodomizzata, ti va o sei stanco?» La mia verga s’indurisce immediatamente, la mano di lei l’afferra e la stringe, passa delicatamente il pollice sulla punta. Piccole gocce d’umore  escono all’istante. Aspra si porta le dita alla bocca e se le succhia, e mi dice piano:
«È buono il tuo succo, è dolce». Mi rimette la mano sotto la toghetta, mi sfiora la verga, passa la mano sotto i testicoli, li massaggia piano per qualche secondo, poi s’infila ancora più sotto, il suo dito bagnato di saliva mi penetra piano l’ano, in un attimo è dentro, lo muove in maniera circolare, spinge ancora più su, forte, tocca la prostata, fa una leggera pressione, ed è come se venissi, mi accorgo di fare un sobbalzo. Aspra ritira il dito, mi prende la verga, si spande il liquido denso e vischioso sulle dita e poi di nuovo mi penetra. Continua così per un po’. Il mio ano pulsa, si contrae, si apre e si chiude. Ora Aspra mi penetra con più dita. Mi accorgo che con l’altra mano, sotto il tavolo, si sta toccando, il suo viso è vicino al mio, sento l’odore della pelle, è buono, sa di rosmarino, il mio profumo preferito.  Mi sussurra, ancora all’orecchio:
«Se vuoi scendo sotto il tavolo e te lo prendo in bocca, vuoi, o preferisci prendermi dietro?». L’offerta mi tenta, mi guardo intorno, nessuno fa caso a noi, sono tutti ubriachi, si abbracciano in maniera lasciva, si baciano, si leccano e si toccano dappertutto. Romulus ha le mani sotto il tavolo, tocca tutte e due le femmine. Arida e Petrosa gli sono attaccate da una parte e dall’altra, anche loro trafficano con le mani. Dico ad Aspra:
«Andiamo al pagliaio, vuoi?». Mi guarda felice, si alza, mi prende la mano e mi fa alzare. Barcollo un po’, sono ebbro di birra. Prendo la balestra e la seguo. Ci dirigiamo verso il grande pagliaio, è la riserva di fieno del villaggio, per i pochi animali che ci sono. Ma noi lo usiamo per giacere insieme di nascosto. È proibito portare le femmine nella propria capanna, così è la legge, si può solo quando c’è il turno. Oggi posso portare Aspra alla capanna, ma in fondo mi piace il pagliaio, è morbido e c’è tanto spazio, invece i nostri giacigli sono giusti per una sola persona. Infatti, quando Romulus ed io ci sodomizziamo, lo facciamo sui sacchi, aperti per terra.
Arriviamo al grande pagliaio, non c’è che da scegliere l’alcova. Sembra una collina dorata, in mezzo ai mucchi di  fieno ci sono  anfratti, passaggi vari, creati dal calpestio dei piedi. Mi dirigo al mio solito posto, c’è un angolo perfetto, ci vado spesso con Romulus: è un ambiente circolare formato da alte pareti di fieno pressato, per terra c’è un naturale pagliericcio di vari strati di paglia e sparsi un po’ dappertutto sacchi pieni di fieno, fatti apposta per poggiarci la testa e riposare. I raggi di Luna piena illuminano il fieno dorato. Appena arrivati, poso la balestra,  Aspra ed io ci togliamo toghetta e veste, ci guardiamo completamente nudi, ho già la verga dura ritta in su. Aspra è minuta ma ha le mammelle abbondanti e dure, i capezzoli belli turgidi puntano in alto. La prendo per la mano e le faccio fare un giro per guardarla di dietro, ha un bel sedere, le natiche tonde e prominenti. La faccio mettere subito carponi. Da sola allarga bene le cosce, si appoggia con la fronte sul fieno e con le mani si allarga al massimo i glutei. Eccolo il dolce orifizio, appena gonfio e con le mucose bagnate, gli umori della vagina eccitata, colando, l’hanno lubrificato per bene. Mi metto in ginocchio, la verga in mano, gliela appoggio sui bordi, e strizzandola faccio uscire qualche goccia, la deposito proprio in mezzo al foro. Poi piano, sempre aiutandomi con la mano, con un movimento circolare della punta, allargo piano i tessuti dell’ano. Aspra ansima e borbotta cose incomprensibili, le sue dita affondano nella carne delle natiche, nello sforzo di allargarle bene. I suoi muscoli  stanno per cedere, la punta d’un tratto scivola dentro. Aspra sussurra qualcosa.
«Sì!» E poi alzando la voce:
«Aaron, prendimi con un colpo solo, ti prego, mi piace così.» Strano, in genere mi apprezzano, uomini e femmine, perché sono molto delicato. Con un forte colpo di reni, spingo tutta la verga dentro di lei. Aspra emette un urlo e s’inarca, lascia le natiche e si puntella con le mani sul fieno, spinge il posteriore verso di me con tutta la forza che ha. Mentre la sodomizzo penso a quanto sarebbe bello deflorarla. So che è un pensiero sacrilego, ma non posso fare a meno di pensarci. Questo mi eccita. Aspra ad ogni colpo di reni che le dò urla:
«Sì, così… più forte... dài, su… più in fondo… tiralo fuori tutto… e poi rimettilo di colpo… si così!» Gode da morire, non resisto alla tentazione, con le dita della mano scendo un po’ e le infilo piano due dita nella vagina bagnata. Aspra si ferma di colpo.
«Ma che fai, sei impazzito, è proibito, non devi toccarla, lo sai, no!?» Mi fermo anche io, rimango immobile, Aspra sguscia via, sento la verga che scivola via dall’orifizio. Aspra è in piedi e mi guarda, la faccia è tesa, gli occhi stretti e mi dice:
«Tu sei pazzo, toccare la vagina di una vergine, ti possono uccidere per questo, lo sai? È il peggior sacrilegio, il più infame!» Si china, prende rapidamente la veste e scappa.
Grande Ano! Che ho fatto, se mi denuncia sono un uomo morto. Resto lì in ginocchio a pensare. Che fare, l’unica è sperare che Aspra non vada dai Sacerdoti a raccontare. Ma invece so che andrà sicuramente a farlo, anche perché c’è un premio sostanzioso per chi segnala un sacrilego. Mi rimetto la toghetta, prendo la balestra e mi metto a pensare. Mi sento stanchissimo, che giornata intensa… Mi sdraio sul fieno, sento gli occhi che si chiudono e il sonno mio malgrado arriva. Qualcuno mi chiama, è una voce lontana. Guardo la Luna nel cielo, è alta, è tardissimo, devo aver dormito almeno due ore, sbadiglio a lungo. Qualcuno urla il mio nome, il suono arriva soffocato per via delle pareti di fieno. Mi avvio verso la fonte del suono. Arriva Romulus trafelato.
«Aaron, è tanto che ti cerco, i Cappucci sono sulle tue tracce e sono armati. Aspra ti ha denunciato ai Sacerdoti, lo sa già tutto il villaggio, devi fuggire all’istante.» Quanto affetto ha per me Romulus, invece di denunciarmi anche lui, indicando dove ero, e guadagnando la ricompensa, ha preferito correre ad avvisarmi, diventando di fatto mio complice. Romulus mi dà un piccolo sacco di tela.
«Tieni, c’è qualcosa da mangiare e una borraccia d’acqua, fuggi subito, tra un po’ arriveranno anche qui.» Ci abbracciamo, ci baciamo, lo ringrazio e lo vedo sparire veloce nel buio.

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